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ISTORIE FIOREMIKE
SCIPIOIXE AMMIUATO
PARTE PRIMA
ORIE FIORENTll
SCIPIOIVE AMMIRATO
CON l' aggiunte
DI
SCIPIONE AMMIRATO
IL Gì O V ANE
RIDOTTE A MIGLIOR LEZIONE
DA F. RANALLI
PARTE PRIMA
TOMO SECONDO.
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FIRENZE
PER V. BATELLI e COMPAGNI
1847.
ve.
DEH' ISTORIE FIORITII
DI
SCIPIOIXE AMMIRATO
LIBRO QUINTO
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Anni 1309-1321.
Riposava la città dopo la morte di Corso Donati l' anno 1309
dalle cittadine battaglie, e di fuori non appariva segno al-
cuno di turbazione; perciocché essendo stata discacciala
d'Arezzo con l'aiuto d'Uguccione della Fagiuola la famiglia
de' Tarlati . vi fu rimessa la parte guelfa , la quale ripren-
dendo il governo insieme co' Ghibellini , e con nuovo nome
in segno d' amicizia facendosi chiamar la parte verde, incon-
tanente fece la pace co' Fiorentini: il che avvenne ne' primi
giorni dell' anno , essendo gonfaloniere di giustizia 'V^ieri Bal-
dovini figliuolo di Falco , e capitano del popolo Simone de' la-
cani da Perugia. Questo esempio fu prestamente seguito
da' signori Ubaldini, i quali accordatisi con la Repubblica
vennero nella città, e feciono riverenza al gonfaloniere Bianco
Aglioni , e a' priori , e obbligaronsi di tener il passaggio
dell'alpi sicuro, e di esser fedeli per l'avvenire al comune
di Firenze; e la città dall'altro canto li ricevette nella sua
grazia, accettandoli per cittadini e strettuali suoi, e per
questo rimettendo loro ogni misfatto e colpa , che contratta
avessero per 1' addietro. E sebbene i Bianchi di Prato il sesto
giorno d' aprile avcano cacciato i Guelfi della loro terra, non
più tardi che il dì seguente ne furono discacciati poi essi con
r aiuto de" Fiorentini , i quali posono il reggimento della si-
6 dell'istorie fiorentine
gnoria di loro elezione. Ma non avvenne perù il simile in
Arezzo, ove essendo tornati 1 Tarlati e cacciatine i Guelfi,
li chiusono la via di avervi a rientrare la seconda volta; nel
qual modo di nuovo s' aperse la strada alle guerre aretine :
per la qual cosa i Fiorentini nel gonfalonerato di Uguccione
Tizzoni, trovandosi podestà della città Piero di messer Ugo-
lino da Bittonio , (nel qual tempo vennero al maliscalco let-
tere della morte del re Carlo , che fu di grandissimo dispia-
cere alla città ) con dugento cavalieri e con cento pedoni ,
e con lo stesso maliscalco, cavalcarono infìno al Montesansa-
vino , che infin di quel tempo era della Repubblica, e di là
andarono a danneggiare il contado d' Arezzo , ardendo e
guastando il paese infino alle porte della terra. Feciono nel
medesimo tempo un' altra impresa molto lodevole ; che es-
sendo a' Lucchesi venuta voglia per alcun sospetto di disfare
Pistoia al tutto , o almeno la loro me!à , noi consentirono ;
ma scrissono a' Pistojesi che attendessero a difendersi, per-
misono che potessero rifossar la terra e cingersi con steccati
e bertesche , e di più concedettero licenza in Firenze a cia-
scuno che volesse andare ad aiutarli. Le quali cose con
r aiuto di Sofredi Vergellesi , che tenea il castello della Sam-
buca , furono cagione che i Lucchesi, i quali erano venuti
infino a Serravalle , e di là a Pontelungo, non procedessero
più oltre. Ma niuna cosa era più nell'animo a' Fiorentini
che di riconciliarsi col pontefice , non potendo patire che i
beneficj fatti e ricevuti in altro tempo scambievolmente con
la sede apostolica , s' avessero ultimamente a cancellare per
opera de' legati, i quali desiderando per loro comodi la re-
stituzione de' Ghibellini, 1' aveano alienati dal papa. Il che
veggendo non poter conseguire che per mezzo di qualche
segnalalo servigio, la guerra che il pontefice avca co' Ve-
neziani per conto di Ferrara, ne porse loro pronta occasione.
Aveano i Veneziani ne' primi dì di quest' anno tolto Ferrara
a Francesco da Esle , che sotto titolo di vicario la reggeva
in nome del papa. Il quale essendo di ciò forte adirato , e
per questo scomunicati i Veneziani , i quali erano contumaci,
e pubblicate grandissime indulgenze a chiunque s' armasse
contro di loro . finalmente mosse 1 armi temporali ancora
egli, e con l'aiuto de' Bolognesi e della lesa di Lombardia
LIBRO QUINTO. 7
riacquistò Ferrara salvo una fortezza, che era in capo della
(erra molto grande e forte, chiamata Castel Tedaldo. Ora i
Veneziani con grande esercito per terra e per acqua s' erano
accampati intorno Ferrara per ricuperarla dalle mani del pon-
tefice, e il cardinale Pelagrù nipote e ordinato a questa im-
presa legato del papa , essendo con molta gente al soccorso
della terra , di nuovo faceva predicar indulgenze per tutta
Italia a chi veniva a porger aiuto alle genti ecclesiastiche. I
Fiorentini non badarono a servirsi dell' opportunità del tem-
po, riscaldati massimamente da' conforti di Bardano Acciaiuoli,
il quale trovandosi la seconda volta gonfaloniere desiderava
d' esser l' autore d' ottenere 1' assoluzione dell' interdetto e
scomunica papale, dicendo più volte e ne' pubblici e ne' pri-
vati ragionamenti esser cosa impossibile che la città potesse
mai prosperare in ninna delle sue imprese essendo in con-
tumacia di santa Chiesa. Furono dunque mandati all' uscita di
luglio di molti cavalieri e pedoni in campo al legato, da cui
fu cotale dimostrazione ricevuta a grandissimo grado, veggen-
do che i Fiorentini, non ostante l'interdetto, avessero preso
r arme in così importante guerra per servigio della sede apo-
stolica , avendo intanto mandalo in Avignone Matteo Biliotli
notaio al papa a fargli umiliazione e pregarlo dell'assoluzione.
Parca che facessero a gara in queir anno i gonfalonieri
di far ciascuno nel tempo suo alcuna cosa memorevole:
onde essendo all' Acciaiuoli succeduto Lapo Strozzi, e al
Biltonio podestà Fiorino da Pontecarali da Brescia , e al la-
cani capitano del popolo Pellegrino de' Baldovini da Città di
Castello , ancora egli ne' primi di del suo gonfalonerato, che
incominciò a mezzo agosto, ebbe agio di far alcuna opera
degna di memoria. Erano tra i Volterrani e quei di S. Gi-
mignano nate grandissime questioni per conto de' loro confini,
e da queste si era venuto all' arme, e con un numero di più
di settecento cavalieri per parte, senza i pedoni, erano stati
più mesi guerreggiandosi l'un popolo e l'altro in campagna,
con grande spesa e danno di ciascuna delie parti. I Fioren-
tini insieme co' Sancsi si erano più volte messi di mezzo per
accordarli, e quasi ogni volta era loro riuscito che quando
si credevano d'averli acchetati, 1' una delle parli non si tro-
vava contenta ; onde quasi scherniti s' erano sempre ritirali
8 dell'istorie kiouenti.ne
dell' impresa con poco onor loro ; quando da' priori e dal
gonfaloniere Strozzi fu consultalo esser cosa molle volte ne-
cessaria, gli uomini, i quali non si vogliono muovere a far
le cose ragionevoli di lor libertà, doversi costrignere a farle
per forza. Per la qual cosa fu incontanente fatto intendere
a lutti i due popoli da' Fiorentini, i quali si trovavano in
campagna con l'arme in mano , che poiché tante volte osti-
natamente or r una e or 1' altra avea ricusato per pubblico
bene di paciGcarsi insieme , che essi intendeano di essere
centra l' una di quelle parli che di presente ricusasse la
pace. 11 che fu cagione che i Volterrani e i Sangimignanesi
divenissero amici , accettando que' confini e termini che fu-
rono mossi loro da' Fiorentini. Poco dopo a queste cose
avendo il legato con le genti de' Fiorentini e de' Bolo-
gnesi data il dì 17 di settembre una gran rotta a' Vene-
riani , ove tra uccisi e annegali in Po reslaron morii più di
seimila di loro , mandò in Firenze 1' assoluzione delle cen-
sure ; « conforme al breve che il papa medesimo ne avea
« scritto alli 10 di settembre d' Avignone alla signoria ,
« dov'era espresso che non solo assolvea i Fiorentini, ma
« tutti i loro aderenti stati scomunicali nel termine di sei
« anni » ; il che fu alla città di grandissima soddisfazione, usa
per lo pili a slar bene co' pontefici per l'inclinazione di parte
guelfa. Per gli ultimi mesi dell'anno tenne il gonfalonerato
Vieri Rondinelli senza altra novità, e a mezzo dicembre il
prese Bczolo de' Bezoli la seconda volta , il cui magistrato
toccando Tanno 1310 fu chiaro per la rotta degli Aretini e
d' Uguccione della Fagiuola illustre capitano di que' tempi.
Erano grandi contese tra gli Aretini e quei di Città di Ca-
stello , e costoro sapendo il vecchio odio che era tra i Fio-
rentini e gli Aretini, ricorsero per aiuto al comune di Fi-
renze , il quale tra le masnade catalane del maliscalco, ( a
cui poco innanzi Ruberto già coronalo re di iVapoli avea
mandata la bandiera reale ) e il popolo della città , in bre-
vissimo tempo mise in ordine tante genti, che arrivavano
al numero di quallrocento cavalieri e di seimila pedoni. Que-
sto corpo d" esercito il decimo dì di febbraio si partì di Fi-
renze , e facendo la via di Valdarno per Vallelunga si con-
dusse all'olmo d'Arezzo, guastando lutto il contado de' ni-
LIBRO QUINTO. 9
mici , 1 quali stimando di raffrenare la temerità de' Fioren-
tini , che scorrendo troppo oltre si erano messi in un passo
mollo difficile , sotto Uguccione della Fagiuola lor capitano
si pararono loro innanzi sotto Cortona , credendo averli colti
in mezzo, e che quasi niuno potesse scampare. Ma o che
la difficoltà in che i Fiorentini si ritrovavano avesse più
tosto loro giunto ardire che scematolo , trattandosi della vita
di ciascuno , o che i soldati di Uguccione non avessero quel
giorno corrisposto all' ardire e a' comandamenti del capitano;
perciocché ninna cagione ne trovo dagli scrittori allegata;
Uguccione e gli Aretini furono vinti, e con non poco nu-
mero di prigioni tre bandiere de' nimicì furono condotte a
Firenze, e tra i morti di conto si ritrovò Vanni de' Tarlati,
che era di quelli per cui si governavano le cose d'Arezzo,
Clone de' Gherardini , e uno della famiglia de' Pazzi , amen-
due fuoruscili di Firenze. Ma tutto ciò fu giudicalo esser
proceduto più per fortuna che per prudenza de'iFiorentini,
a' quali fu imputato a biasimo 1" essersi condotti in luogo, ove
se i nimici erano più savi , o più felici , facilmente li poleano
metter in rotta.
Seguita il gonfaloneralo d' Arrigo Sassolini , verso il fine
del quale venne in Firenze il re Ruberto con la regina sua
moglie , non tanto perchè tornando d' Avignone di corte del
papa , ove avea presa la corona del regno paterno , questa
fosse la sua via d' andar a Napoli , quanto per metter qual-
che sorte d' accordo tra' Guelfl che eran divisi tra loro , e
venuti in odj e nimicizie mortali ; e questo a fine , che aspet-
tandosi la venuta dell' imperadore Enrico in Italia, dalla
quale si temevano molte novità , i Fiorentini trovandosi uniti
e concordi, potessero insieme col re tirare alla conservazione
e mantenimento degli stati comuni. Era Enrico stalo l' anno
addietro confermalo imperadore dal papa, e non eletto pri-
ma senza sua participazione ; conciossiachè per levarsi dalle
spalle il re di Francia, che sotto il vincolo d' una promessa
che gli avea falla i'astrìgneva a voler creare imperadore
Carlo di Valois suo fratello , per consiglio del cardinal di
Prato avea confortato gli Alemanni a creare imperadore En-
rico, che era conte di Luxemburgo. Ora essendo egli prin-
cipe di grande affare, dubitava il re Ruberto che non facesse
10 dell'istorie fiorentine
con la sua venula qualche gran tracollo alla potenza sua, la
quale in quel tempo , non essendo principe in Italia che a
gran pezza lo pareggiasse, soprastava a tutte 1' altre E come
era prudente e savio, così conosceva la Toscana essergli
una trincèa allo stato suo contra chi voleva entrar in Italia
con pensiero di cose nuove ; perchè s' affaticava di confor-
tare i Fiorentini con la concordia per renderli più potenti
contra gli assalti dell' imperadore se voleva scoprirsi nimico.
Né mancava di ridur loro a memoria i danni che la Toscana
e Firenze particolarmente avea ricevuto per i tempi passati,
dimostrando loro come il primo imperadore Federigo li spo-
gliò del contado inflno alle mura ; e quanti di essi furono con-
dotti dall'altro Federigo, di costui nipote, ad esser falli
esche de' pesci ne' mari di Puglia, di cui per somma pietà
si raccontava aver lasciato la vita a Rinieri Buondelmonti ,
senza però avergli fatto grazia di lasciargli la vista. E se
r imperadore Ridolfo non era calato in Italia, sapeano bene
che egli v' avea mandato suoi vicarj , i quali aveauo conteso
co' Fiorentini, e a' quali era stalo bisogno pagar danari per
levarseli dinanzi , come aveano anche fallo ultimamente co' mi-
nistri e capitani dell' imperadore Alberto. Ma con ninna cosa
più tentava di spaventarli , che col nome fatale di Enrico ,
ricordando loro l' assedio che la città avea sostenuto già
erano passali dugent' anni dall' imperadore Enrico , di quel
nome il terzo. E nondimeno ogni cosa era in vano: sì fatta-
mente i medesimi Neri accecali dall'ambizione e dalle gare
naie infra di loro, si mostravano sordi ad ogni buon consi-
glio; i quali leggiermente avrebbono rovinala la Repubblica
come sé stessi aveano rovinalo, se quella non fosse stata
abbracciata con somma carità dal governo de' popolari. ' I
quali considerando alla difesa dello stato appartenere l' of-
fender Arezzo, e disfar del tutto quel ricetto de'lor fuoru-
sciti, si mettevano in ordine per andar con T esercito ad as-
saltarlo, quando giunsono lettere dell' imperadore. per le quali
comandava a' Fiorentini che si dovessero astenere di muover
l'armi conlra gli Aretini, conciò fosse sua terra, e che egli
alla sua venuta in Italia avesse in animo di pacificarli in-
' Bellissimo moJo ài esprimere un' «Jea generosa !
LIBRO QUINTO 11
sieme. Alcuni furono a' quali parca die le lettere imperiali
si dovessero ubbidire , non giudicando tornar a beneficio
della Repubblica il tirarsi addosso un nimico così potente
come era l'imperatore, aspettandosi massimamente che scen-
desse di fresco in Italia. Ma a molti , oltre l' impedimento
della guerra , dava noia soprammodo la maniera che V im-
peradore avea tenuto nello scrivere che avea fatto loro
molto imperioso e superbo , come se essi fossero sudditi
dell' imperio ; talché ubbidendo a' suoi comandamenti paresse
che confessassero il dominio che 1' imperadore mostrava
d' aver sopra di loro. Questa cagione si crede aver mosso i
Fiorentini a dispregiare i comandamenti imperiali ; e però
senza mutarsi di loro proponimento, nel gonfalonerato di
Giovanni Siminetti notaio l' ottavo giorno di giugno, « trovan-
« dosi podestà della città Pantaleone de' Buzaccherini da Pa-
« dova , e capitano del popolo Buonconte di Ugolino de' Mo-
« naldeschi da Orvieto » , si partirono di Firenze per andare a
oste ad Arezzo. Certa cosa è il numero de' cavalieri giunti
con quelli delle loro amistadi esser arrivato a duemila;
de' fanti non si racconta determinata quantità , se non che
egli fu grandissimo popolo. Con queste genti si andò ad
Arezzo , e accamparonsi al Vescovado vecchio della città ,
dalla qual parte si diedono molli assalti alla terra, e si atten-
dea tuttavia a strignerla gittando a terra ogni dì qualche
parte degli steccati fatti da' nimici, non solo per tutto il
tempo del Siminetti, che restava poco a finir il suo uficio,
ma molti giorni dopo che entrò nel gonfalonerato Lapo Bu-
celli la seconda volta. L' imperadore, il quale avea veduto le
sue lettere non essere state ubbbidite , avea avuto tempo di
mandar suoi ambasciadori a Firenze ; essendo ancora 1' eser-
cito intorno ad Arezzo. Costor furono Luigi conte di Savoia,
il quale era stalo eletto senatore di Roma , due prelati che-
rici d' Alemagna , e Simone Filippi di Pistoja. Io credo i
veri ambasciadori essere stati i due prelati; e il conte, e il
Filippi, mandato per avventura dagli Aretini all' imperadore,
non per altro essersi accompagnato con gli ambasciadori che
per attender da essi l'opera che facessero. Avendo dunque
eglino dimandata udienza, e data loro dalla Repubblica, espo-
sero da parte di Cesare tre cose : la prima che i Fiorentini
12 dell'istorie fiorentine
s" apparecchiassero ad onorarlo alla sua coronazione ; la se-
conda che per le cose che occorressero , dovessero man-
dargli loro ambasciadori a Losanna ; la terza che prendessero
partilo di levar in ogni modo il campo d' Arezzo. Questa fu
la somma del loro ragionamento, avendo in prima consu-
mate molte parole in magnificare le virtù di Enrico, e in di-
mostrare come non con altra mente egli si preparava di venir
in Italia, che per acquetarla delle sue discordie, e rimetterla
in buono e tranquillo stato, come alla sollecita cura di chi
era sublimato all' altezza del grado imperiale si conveniva. Il
gonfaloniere e i priori con gli altri che governavano la Re-
pubblica licenziarono gli ambasciadori , e avendo disputato
tra loro le dimande dell' imperadore , dopo molti discorsi
commisono la cura di rispondere a Setto Brunelleschi. Era
questi dopo la morte di Corso Donati restato per uno de' mag-
giori e più stimati cittadini di Firenze , sì perchè di quella
parte che aveva spento Corso egli si era in un certo modo
fatto capo , ancora che avesse per gran concorrente Pazzino
de' Pazzi, e sì perchè era fama per opera sua particolarmente
essere stata fatta la citazione conlra Corso, e proceduto alla
sentenza della ribellione, e alla presa dell' arme , da che fi-
nalmente la morte di sì gran cittadino era nata: le quali cose
aggiunte alla nobiltà e all'altre qualità che erano in Betto,
lo rendevano molto feroce, ne il parlare fu dissimile da' suoi
costumi. Imperocché lasciando gli altri capi, e distendendosi
tutto in mostrare che l' imperadore non avendo a far cosa
alcuna co' Fiorentini, non dovea usar modi imperiosi con
esso loro . venne in tanto furore , che trascorse a dire, che
se r imperadore rimirando indietro, e per 1' antiche ragioni
dell' imperio, pretendea esser signore di Toscana , e perciò
volea confondere e sovvertire le ragion degli stati, che con la
medesima ragione i Toscani domandavano l' imperio degli anti-
chi Tirreni loro maggiori, i quali non solo innanzi che nascesse
Cesare, il quale fondò l' impero romano , ma molto prima
che la romana Repubblica uscisse dei termini del suo con-
tado, dominarono dall' un mare all' altro, i quali in segno di
ciò infino a quelli slcssi tempi ritenevano i nomi imposti
loro dagli antichi signori. Queste e altre simili cose dette da
Betto acerbamente, e con non più cortesi atti e modi di par-
LIBRO QUINTO. 13
lare pronunziate , offesono parimente i medesimi suoi citta-
dini e gli ambasciadori , non giudicando in Firenze niimo .
quando le cose dette fussero state tutte vere , che in cosi
fatta maniera s'avessero avuto a spiegare. Onde fu fatto in-
tendere agli ambasciadori , che la Repubblica avrebbe dichia-
rato meglio la sua intenzione in un' altra giornata, nella quale
avendo dato il carico della risposta a Ugolino Tornaquinci,
procedendo con maggiore moderazione , in questa guisa ì'
fama d'aver con esso loro parlato. I signori fiorentini, no-
bilissimi ambasciadori , è molto tempo che sono pienamente
informati della giustizia, delia temperanza e della grandezza
dell' animo del nuovo imperadore, e per questo slimano
che ogni sua operazione abbia ad esser conforme a questa
onorata fama che hanno di sé partorito le sue molto grandi
ed eccellenti virtù ; perchè come ardentemente desiderano,
così priegano Iddio che la sua venuta abbia ad esser non
meno gloriosa al nome suo che utile e salutevole a tulli i
popoli italiani ; ancora che intendendo che egli sia per ve-
nire con esercito armalo, abbiano giusta cagione da temere
più per r esempio de' passati imperadori (le venute de' quali
sogliono essere state anzi dannose che di profitto all' Italia)
che per sospetto alcuno particolare della persona sua ; la
quale sarebbono e in Roma e in Savoia per onorare con
ogni sorte d' onore e di osser\'anza , pure che fosse loro
conceduto spazio da poter meglio deliberare e confer-
mare questa particolare prontezza della loro città co' po-
poli co' quali sono confederati , non potendo, per leggi che
portano con se le leghe, cosa alcuna decidere senza il con-
sentimento de' compagni ; i quali essendo d' alcun tempo
in qua notabilmente cresciuti, come con popoli venuti nuo-
vi nell'amicizia, bisogna procedere con maggior riguardo;
conciossiachè olire la taglia di Toscana ei si sono ullima-
mente confederati con Bolognesi, con Cremonesi e con Mi-
lanesi, co' quali è necessario consultare , in che maniera, con
che gente, e con quali dimostrazioni avessero unanimi ad
onorare l' imperiale maestà ; perchè non aveano a maravi-
gliarsi , né a far concetto alcuno mcn che buono dell' ani-
mo de' Fiorentini , se per allora non ne riportavano più ri-
soluta risposta , e se cos'i tosto non spedivano gli ambascia-
14 dell' ISTORIE FIORENTINE
fiori per andare a Losanna. In quanto che 1' esercito si do-
vesse levare d'Arezzo, che essi erano certi, risplendendo
fra 1 altre virtù di Cesare come grande lumiera quella della
giustizia, che non giammai ricercherebbe sua Maestà questo
da loro , se a lui potesse esser noto da quante giuste ra-
gioni sospinti i Fiorentini avevano loro preso 1' arme contro.
Imperocché infmo dall'anno 1170 gli Aretini aveano procu-
rato la loro rovina, congiungendosi sempre co' loro nimici ,
siccome feciono allora che insieme co' conti Guidi s' arma-
rono contra la sua Repubblica. Ribellarono poi il Poggio di
S. Cicilia a' Sanesi nostri amici, non ostante che da questa
città avessero avuto alcun tempo innanzi aiuto contra i Vi-
terbesi nimici loro. E benché da noi fossero stali gastigali
secondo alla loro ingratitudine si conveniva , di che fanno
testimonianza le sconfitte del Toppo e di Certomondo . non-
dimeno con la stessa arroganza e contumacia sempre ci
hanno cercato di travagliare. Fra le quali molte volte che ciò
hanno fatto con ogni loro sforzo e possanza, finalmente, oltre
averci tolto Laterino , si condussono a tanto , che essendo
entrali non che dentro le mura ma nel cuore della no-
stra città , ci misono in pericolo di tutte quelle cose che
maggiori ne' disavventurali casi delle battaglie non si pos-
sono temere. E contutlociò non con lutti gli Aretini ab-
biamo noi nimistà , ma con quelli i quali malvagiamente go-
vernandosi, per private loro comodità e interessi nutriscono
queste discordie. !.a qual cosa perchè non sia tratta in dub-
bio può apparire da quello che 1" anno passalo accadde :
perciocché non cosi tosto furono i Tarlali cacciali d' Arezzo,
che gli Aretini feciono la pace con esso noi , lieti sopram-
modo che dopo lanl' anni si fosse posto fine ad una guerra
quasi domestica. Ma all'incontro non prima i Tarlati rientra-
rono , che la pace con tanta allegrezza incominciata fu subi-
tamente violala e rolla , senza entrare a dimostrare non da
altri popoli con più fervore essere stali infiammali i nostri
fuorusciti e ribelli che da' malvagi governatori d' Arezzo.
Si che è necessario , o che noi lasciandogli crescere per-
mettiamo anco di esser in un momento poi vinti e sopraffatti
da loro , 0 se vogliamo come a tutti gli uomini per naturai
legge conviene dalle loro forze difenderci . cercare di ab-
LIBRO QUINTO. 15
batterli e di distruggerli , poiché non resta alcun mezzo tra
noi, che con la conservazione dell' un popolo possa star la
vita e il mantenimento dell' altro. Le quali cose cosi essendo,
come veramente sono, siamo certi che l'imperatore non
sarà per volerne più per gli Aretini che per i Fiorentini.
1/ amicizia de' quali e per le forze loro e per la comodità
e prontezza de' danari e per la qualità degli uomini , potrà
senza dubbio in tutte le occasioni esser di molto maggior
momento all' imperadore , che quella degli Aretini non sa-
rebbe. Queste parole piuttosto mitigarono gli animi degli
ambasciadori, sdegnati per l' orgogliose parole di Detto Bru-
nelleschi , che avessero di più recato loro alcuna soddisfa-
zione , veggendo dal dolce parlamento usato dal Tornaquinci
non aver in sostanza conseguito ninna delle tre domande
fatte iu nome di Cesare, perchè l' ultima espressamente ne-
gavano, e alle due prime col pretesto della lega davano di-
lazione ; SI fattamente che non traendo da essi conclusione
alcuna che buona fosse , si partirono di Firenze per esporre
la loro ambasceria nel campo ; dal qual luogo non avendo
ne' capitani fatto maggior opera di quello che aveano fatto
a Firenze , andarono poscia a trovar gli Aretini, promettendo
loro con ampie promesse l' imperadore non esser per la-
sciar impunita l'inubbidienza dc'Fiorenlini. I capitani avendo
aspramente danneggialo tutto il contado de' nimici , e di-
sfatto loro gran parie delle mura, non senza sospetto di
essere stati corrotti da' Tarlati, si partirono Analmente dal-
l'assedio il penultimo giorno di luglio. Nel qual tempo fu
da' Fiorentini mandato il maliscalco del re , il quale era a
lor soldo, con trecento cavalieri in aiuto de' Perugini, i quali
erano a campo contra i Todini ; questi essendo usciti a
combattere furono rotti con special lode del maliscalco e
de' suoi catalani, al valor de' quali fu in gran parte attri-
buito l'onore di quella vittoria.
Ancora che le cose de' Fiorentini andassero molto pro-
spere, regnava nondimeno negli animi di tutti non piccolo
timore per il prossimo avvenimento dell' imperatore, e come
quando gli animi da alcuna paura sono soprappresi facil-
mente traboccano ne' peccati della superstizione , una cosa
che in que' tempi avvenne per sé stessa molto lodevole e
16 dell'istorie fiorentine
buona, fu da tutti a cattivo augurio interpretala. Ciò fu una
indistinta multitudine di gente minuta , uomini , femmine e
fanciulli, la quale di Piemonte partendosi, e per la riviera
di Genova e per Lombardia e per la Toscana , e così per
tutto il resto d' Italia discorrendo , e per ognuno di questi
luoghi essendo in molto maggior numero, ogni lor arte e me-
stiere lasciato, con le croci in mano s' andavano battendo di
luogo in luogo , e con altissime voci e con atti pieni di
umiltà e di divozione chiedendo misericordia; la quale come
che in molle terre di molte paci e di altre buone opere fos-
se stata cagione, nondimeno per una perversa opinione nata
nelle stolte menti degli uomini, che dove entrava facesse se-
gnale di futura rovina , quasi tutte le città onde ebbe a pas-
sare, e tra quelle Firenze, vietarono 1' albergargli dentro le
mura. Mentre in questo modo cercavano i Fiorentini di ren-
dersi propizio r aiuto divino , entrò nuovo gonfaloniere Ma-
ruccio del Beccuto ; nel qual tempo essendo venule novelle
che Enrico era arrivato a Losanna, e che tulle le città d'Ita-
lia erano in punto per mandargli ambasciadori, molli da così
fatte novità spaventati diceano che si do\ea anche per la
Repubblica lìorentina mandar una solenne e onorevole am-
basceria air imperadore. La qual seaitenza andò tanto innan-
zi, che il partilo fu vinto , creali gli ambasciadori, e levati i
panni dal pubblico per vestir essi e le loro famiglie ma-
gnificamente ; quando per procaccio d' alcuni grandi Guelfi,
che temeano non 1' imperadore sotto lo scudo della pace
rimcltesse i Ghibellini in Firenze , e scacciassene i Guelfi ,
fu r andata del tutto turbata, e conchiuso , checche avvenir
ne potesse, di fortificarsi, e volendo l' imperadore innovar
cosa alcuna , di resistergli con le forze.
Essendo in questo modo le cose deliberate , venne in
Firenze il legato, a cui fu fallo grandissimo onore, e il
re Ruberto avendo fermato i Fiorentini alla difesa degli
stati comuni, e fallo lega con esso loro, si parli il sesto-
decimo giorno d' ottobre per far le provvisioni necessarie
nel regno. « Circa questi giorni furono portate lettere in
« senato del re Carlo d' Ungheria scritte de' sei d" agosto .
'< nelle quali dando conto a' padri di voler riaver le sue ra-
ce gioni nella Dalmazia e Croazia, a che gli si voleano op-
LIBRO QUINTO. 17
« porre i Veneziani , gli pregava perciò del loro aiuto. Fu
« risposto al re che essendo i Fiorentini in pace e in lega
« con quella Repubblica non lo potevano compiacere, come
« averebbero fatto d' ordinario molto volentieri ». Appunto
erano con grandissima celerilà giunti avvisi , che nel primo
giorno del mese era l' imperadore arrivato a Torino , e di
là a' dieci condottosi in Asti; oltre a ciò si sapea indubita-
tamente avergli mandato i Pisani sessantamila fiorini d' oro ,
perchè si fosse messo a ordine per calare in Italia , e sessan-
tamila altri averneli promessi giunto che fosse a Pisa ; per-
chè si diedono con ogni diligenza a procurar ancor essi
tutte quelle cose che in tanta impresa faceano di bisogno :
e primieramente posono in lista di cavallate de" cittadini mille
cavalieri, diedono commissione che se ne soldassero degli
altri in maggior numero , ad uomini atti distribuirono la
cura di trovar moneta , attesono con ogni studio a far nuove
amicizie e confederazioni ; tra le quali fu ultimamente quella
de' Padovani: e pervenuto il gonfalonerato a Ruggier di ser
Benci , e il capitanato del popolo in Rolandino de' Galluzzi
da Bologna, quello che rimanea da fare , e che era sopra
ogn' altra cosa molto necessario , ordinarono che quella
parte delia città della porla di S. Gallo infino a quella di
S. Ambrogio, e di là d'Arno, ove non erano ancora riz-
zate le mura, si cingesse di fossi e di steccali; alla qual
opera si attese con tanta diligenza , che in pochissimo spa-
zio di tempo le mura furono levate otto braccia da terra. II
che fu creduto essere stato lo scampo della città. Essendo
fatte tutte queste preparazioni uscì gonfaloniere per la metà
di dicembre infino a mezzo febbraio dell'anno 1311 Vieri
Rondinelli la seconda volta (nel principio di quest'anno tro-
vo podestà della città Riccardo di Pietrasanta da Milano ,
e capitano del popolo Fiorino da Pontecarali da Brescia)
quando il caro del grano incominciava innanzi tratto a far
parere più spaventosa la tema della futura guerra , la quale
con r esser l' imperadore la vigilia del Natale del Signore
venuto a Milano, e ivi il dì dell'Epifania coronatosi della
corona del ferro , tuttavia s' andava accostando alla città .
tribolata non solo del mancamento della vettovaglia , ma del
poco esercizio che faceano 1' arti e la raercalanzia. E con-
Amm. Vol. II. 2
18 dell' istorie fiorentine
luttociò non cessavano in tante turbulenze gli odj e i ran-
cori domeslici, i quali dopo che prese il gonfalonerato Si-
mone di Gherardo del Bello ebbero a raetler di nuovo sos-
supra la terra: dove per gli avvisi venuti della cacciata di
Guidelto della Torre di Milano , con cui era slata fatta la
lega, ogni minimo accidente parca molto dubbio e perico-
loso. Aveano i Donati ( o perchè non poteano di tutto il po-
polo vendicarsi , o perchè un solo si era fra tutti gli altri
segnalato, e parca che trionfasse della morte di Corso) ser-
balo l'odio e l'esecuzione della vendcUa sopra Bello Bru-
nelleschi ; conlra il quale avendo più volle tenuto diversi
trattati, e non essendo mai potuto riuscire cosa alcuna a
lor desiderio, finalmente avendolo nell'uscita di febbraio ap-
l)()Stato , venne lor fallo d' ucciderlo ; per la cui morte tutta
la città corse a roraore, e non fu dubbio che si sarebbe di
nuovo incominciala qualche guerra civile , se la paura della
soprastante venuta di Cesare non avesse raffrenalo le gare
e gli odj de' cittadini. Mai Donali volendo all'omicidio com-
messo aggiugnere un'opera in apparenza molto magnanima,
con seguito di molti parenti e amici se n'andarono a S. Salvi,
e come se allora Corso fosso morto , per non aver prima la
sua vendetta fornita, il suo corpo disollerrarono e con grandi
lamenti e pompa di lumi e di funerali cerimonie la sua morte
celebrarono , non con molta diversa sembianza che 60 anni
addietro fu seppellito Hustico MarignoUi, quando la prima
volta furono i Giiellì cacciali di Firenze. Imperocché dubi-
tando ciascuno non meno della fazione del morto Bello , che
del gasligo che potea venir loro dato dal comune , per tutto
lo spazio che la solennità del mortorio durò , furono con le
arme tenute le guardie alla porta della chiesa e per tutto il
monastero, con si fallo ordine, che venendo assalto de'ni-
mici , non avesse a tralasciarsi l'uficio che si facea intorno
al morto. Così fu proprio di Corso Donali, che la vita e la
morte sua avesse a passare tra lo strepilo dell'arme; e non-
dimeno diceva il vulgo che il suo bellicoso spirito non es-
sendo ancor soddisfallo aveva a camminare per altre case
prima che interamcnle vendicandosi, e non lasciando alcuno
colpevole, senza pena si riposasse. Una cosa fu a' Fiorentini
di somma consolazione in questi tempi, che il cardinale
LIBRO QUINTO. 19
legalo per riconoscimento dell' aiuto avuto contra i Vene-
ziani , e degli onori a lui particolarmente fatti a Firenze ,
mandò loro alcune reliquie del venerabile corpo di S. Bar-
naba Apostolo", le quali riposte nell' altare di S. Giovanni ,
furono poi sempre riverite con maravigliosa devozione.
Ma i progressi felici dell' impcradore non lasciavano po-
sare gli animi de' priori e del nuovo gonfaloniere Clone Al-'
berti ; perciocché egli si era insignorito di Vicenza , di Pa-
dova e di Cremona , e da' Padovani avea cavato una gran
quantità di danari. Ne i Veneziani si mostravano schifi della
sua amicizia , avendogli donato di molta moneta per farsi la
corona e la sedia imperiale; perchè furono i Fiorentini costretti
di trarre di bando tutti gli sbanditi guelfi , cosi cittadini
come di contado , non tanto per alcuna somma di pecunia
che se ne trasse , la quale fu piccola , quanto per fortificarsi,
e levare a coloro comodità e occasione di congiugnersi con
l' imperadore: e non ostanti l'ultime convenzioni, feciono di
nuovo parlamento con tutti i collegati. Costor furono Bolognesi.
Lucchesi, Pistoiesi e tutte le altre terre guelfe d' intorno, con-
chiudendo d' aiutarsi l' un l' altro scambievolmente infino alla
morte contro all' imperadore. E essendo il re Ruberto stato
creato conte di Romagna dal papa , Francesco Sassolini nuovo
gonfaloniere co' priori che furono al suo tempo mandarono
ilugento cavalieri a Bologna in servigio del re , il quale poco
di poi , oltre le genti che vi tenea , vi mandò de' suoi Gili-
berto Centelles cavaliere catalano con dugento cavalieri e
cinquecento mugaveri a piede. Questi venne a Firenze l' ot-
tavo giorno di luglio, e avendo udito come i Fiorentini aveano
mandato già le lor genti a Bologna , sollecitò il cammino, e
congiuntosi con esso loro , con utile consiglio mise in pri-
gione tutti i Ghibellini di Forlì, d'Imola e di Faenza, per-
chè non gli ribellassero le terre. E in questo modo si anda-
vano preparando per la venuta dell' imperadore, il quale es-
sendo finalmente dopo V acquisto di tante terre principali
venuto all' assedio di Brescia , mollo si dubitava che né
quella avesse a fargli lungo tempo resistenza; perchè es-
sendo usciti molli principali uomini di quelli di dentro, e fra
essi Tedaldo Brusciali capo loro e uomo di gran valore, ad
assalir 1' oste , erano finalmente stati rotti , e molti di loro
20 dell' istorie fioremine
insieme con Tedaldo presi ; il quale con rigorosa e esem-
plare giustizia era stato fatto dall' imperadore squartare a
quattro cavalli. Queste novelle porgevano a tutti timore, e
già ciascuno andava ne' ragionamenti rammemorando le cru-
deltà dei due Federighi e le calamità di Toscana non mai
da altri aver preso maggior vigore che dagl' imperadori. Ma
come r inubbidienze usate ad Enrico parea che non potes-
sero ricevere perdono, ciascuno si risolveva a difendersi,
confortatovi massimamente da'grandi Guelfl , i quali né con
qualsivoglia larghissimo perdono giudicavano partito sicuro
il ricever l' imperadore a casa, portando la natura delle cose
eh' egli avesse a favorire i Ghibellini , e a mandar sotto la
parte guelfa ; oltre che le cose erano tanto innanzi che non
poteano ormai più tornare indietro. Aveva preso il gonfalo-
nerato Spinello da Mosciano (trovandosi confermata la taglia
di Toscana , della quale era generale Diego della Ratta )
quando si pensò di voler fortificare nella città e nel contado
la parte guelfa. « Furono perciò eletti dodici cittadini, e dato
« loro autorità di rivedere e ordinare , di ribandire e rappa-
« cificare, e fare ogu' altra cosa creduta utile per i Guelfi,
« ma con aver riguardo a conservar V apparente autorità di
« Monaldo de' Brancaleoni podestà della città . di Guasta di
« M. Iacopino da Radicofani capitano del popolo , e di Fran-
« Cesco di Baglione da Bagnoregio esecutore degli ordini
« della giustizia , con non liberar da bandi e dalle conden-
« nagioni i banditi e condannati da loro. Era in questo men-
« tre stato sentito in senato un ambasciadore de' Bresciani,
« il quale avendo esposto a' padri il pericolo che correva
« quella città senza il loro aiuto, gli fu volentieri dato soc-
« corso di danari, e scritto a Lucca perchè dovesse fare lo
« stesso ; come fu scritto a' Bresciani offerendo loro mag-
« glori aiuti bisognando, e dando loro animo a difender la
« hbertà, e a non voler dubitar di minacce, ne fidarsi di buone
« parole e lusinghe , dovendo esser comparso all' esercito
« del re de' Romani il cardinale Luca Ficsco. Ma perchè la
« carestia si Iacea sentir sempre più in Firenze e nel con-
« tado , a che s' era provvisto con far venire del grano di
« fuori , fu mandato a Siena Benedetto Benincasa notaio per
« operar con quei signori a contentarsi di lasciarlo sbarcare
LIBRO QUINTO. 21
« a Talaraone, e che fosse condotto per il lor dominio. Ma
« sentitosi alla fln di settembre dalle lettere de' Bolognesi
« come r iraperadore avea acquistato Brescia . fu dato animo
« a questi alla difesa e promesso ogni aiuto; quando s' in-
« tese Enrico per i conforti de' Pisani aver deliberato di
« venir a Genova, onde avesse poscia a entrare in Toscana '; »
perchè facendosi tuttavia i pericoli più vicini , s' andavano
ad ogn'ora preparando nuove difese. Fu cura di Giovanni
Alfani ne' primi di del suo gonfalonerato , essendosi sentito
r arrivo dell' imperadore a Genova , e che presto volea venir
a Pisa, di provveder di genti la rocca di S. Miniato del
Tedesco , di mandar gente a Volterra , perchè per opera
de' Ghibellini non si desse all' imperadore , e di confortar i
Lucchesi che per sicurezza comune fornissero tutte le ca-
stella di Lunigiana e di Valdarno verso ponente ; le quali
cose perchè fossero fatte con maggior prontezza , feciono
venire le genti che aveano mandate a Bologna , e congiun-
tele con quelle de' Lucchesi, comandarono loro che difen-
dessero Sarzana , e il passo di porta Beltramo e la via della
marina , perchè all' imperadore fosse tagliata la strada di ve-
nire a Pisa. « Scrissero al re Buberto perchè ordinasse al
« Centelles suo vicario in Bomagna , che ad ogni lor richie-
« sta gli soccorresse di gente. Scrissero per averne da Pe-
« rugia , da Orvieto , da Città di Castello , da Agubbio , e
« da Siena, la qual città avvertirono che i lor banditi tral-
« lavano di darla al re de' Bomani ; e mentre domandavano
« aiuto , r offerivano e promettevano in caso di bisogno ; ne
« sollecitarono i conti Guidi guelfi , e providdero che i co-
« muni di Valdelsa e di Valdegola non lasciassero passare i
« Ghibellini di Bomagna, i quali per facilitarsi il passaggio
« a Pisa andavano per quelle bande alla sfilata.
Nel mezzo di queste preparazioni s' accostavano a Fi-
renze gli ambasciadori dell' imperadore, il quale intendendo
• Nel vecchio Ammirato si legge solamente : Avc-'a preso il gon-
Jalonerato Sf.inello da Mosciano , nel magistrato del quaìe P impe-
ratore a^'c^a finalmente acquistato Brescia^ e per conforti de' Pisani
deliberato di venire a Genova , onde avesse poscia a entrare in To-
stana; perchè Jacend osi tuttavia ec. ec.
22 dell' istorie fiorentijce
di proceder nelle cose sue riservatamente, non ostanti le cat-
tive dimostrazioni usategli da' Fiorentini, mandava di nuovo
suoi oratori per intender la loro volontà , e disporli ad ub-
bidirlo e di dargli il passo per andar a Roma per coronarsi.
Costoro erano alcuni prelati germani, e con esso loro Pan-
dolfo Savello gentiluomo romano ; i quali non così tosto fu
rapportato che erano giunti a Montui alla Lastra , che dal
gonfaloniere e da' priori fu fatto loro intendere che si guar-
dassero d'entrar in Firenze, ma che incontanente s'avvisas-
sero di partire , che altrimenti si procederebbe con esso loro
come con nimici ; e più presto che non si conveniva , non
senza segreto consentimento delia signoria , furono da alcune
genti di Firenze assaltati e rubati , e corso rischio di esservi
uccisi , se col fuggire per la via di Mugello non fossero
scampali ad Arezzo. Ciò si dice essere stalo consiglialo da
coloro i quali non voleano che accordo alcuno seguisse Ira
i Fiorentini e l'imperadore, dubitando che essendosi in molte
cose segnalati contra i fatti di Enrico , la pena dandosi ub-
bidienza a Cesare , non si volgesse sopra le teste loro. Per
la qual nuova ingiuria come che l' imperadore fosse grave-
mente turbato , nondimeno non fece altro movimento , se non
che per la sua corte fece citare i Fiorentini, che dovessero
fra quaranta giorni mandarli in Genova dodici buoni uomini
per render ragione delle cose fatte , e con pieno mandato di
ubbidire a' comandamenti suoi ; che altrimenti egli ii^-eonéan-
nerebbe come ribelli di pena capitale. I quali comandamenti
di nuovo sprezzati posono a grand' ira Enrico , mentre la
città per briga nata tra lanaiuoli per cagione del loro conso-
lato fu a grandissimi rumori. Ne così presto furono questi
acchetati , che ebbono a succederne degli altri molto mag-
giori, ancora che essendo le cose nello stato che si trova-
vano, avessero bisogno di gran concordia e quiete. Il re Ru-
berto considerando il pericolo de' Fiorentini , mandò loro di
Bomagna don Luni d' Aragona con dugento cavalieri per
poter meglio contrastar il passo all' imperadore. Ma rade volle
e non inai, se non in Repubblica molto bene insliluila, l'in-
giurie e interessi privali sono stati preposti a' pubblici. Era
una certa opinione tra alcuni, che Pazzino de' Pazzi fosse
stato autore delia morte dì Masino Cavalcanti , a cui nel gon-
LIBRO QUINTO. 23
falonerato di Lapo Minerbetti era stato mozzo il capo , e in-
sieraemente che avesse avuto intendimento nell'uccisione se-
guila di Betlo Brunelleschi l' anno passato ; talché Paflfiera
Cavalcanti, congiuntoci co' Brunelleschi, più volte l'avea ina-
nimiti a vendicar l'ingiuria comune, alla quale si diede ef-
fetto nel primo mese dell'anno 1312, essendo podestà di Fi-
renze Gentile Varani da Camerino, e gonfaloniere Loso degli
Strozzi figliuolo di Lapo ; conciossiacosaché mentre Pazzino
di loro non si guardando andava co' suoi famigliari a falco-
nare nell'isola di Arno, da'nimici suoi fu improvvisamente
assaltato e morto. Era Pazzino per le sue buone qualità molto
amalo dal popolo ; onde i congiunti e coloro che ebbono
cura che la sua morte non andasse invendicala, pensarono
non potere per miglior via vendicarsi che di mostrare que-
sta ingiuria essere stata fatta al popolo ; e per questo il corpo
di Pazzino preso , e quello di sangue lordo , e di molte punte
trafitto recato alla piazza de' priori , ivi con molli pianti e
lagrime il posarono : d' intorno al qual corpo il popolo con-
correndo , e parte a dolore e parte d' ira commosso del fiero
caso di COSI illustre e chiaro cittadino ( il quale era restalo
il primo dopo la morte di Corso e di Bello ) . levarono con
grandissime grida una voce , che si mettessero a ferro e a
fuoco le persone e le case de' Cavalcanti ; e in un momento
a queste fu messo il fuoco , e quelli non potendosi aver
nelle mani, furono come ribelli cacciali e banditi della città;
ragionandosi allora fra' presenti, e rimanendo poi nella me-
moria de' posteri, per grandissimo esempio della bizzarria dei
cervelli fiorentini, le morti seguile di Corso Donati, di Betlo
Brunelleschi, e finalmente di Pazzino de' Pazzi, tutti e tre
nobilissimi cavalieri e cittadini mollo pregiati della patria
loro; non essendo quasi fanciullo che non si ricordasse
non più che otto anni addietro essere tutti tre questi cav;i-
lieri con tanta pompa e concordia andati a Roma per pur-
garsi dinanzi al papa di quello che come caporali d' una fa-
zione erano tutti tre parimente stali imputati, e poi tornali
in Firenze e ripiglialo lo slato, nata tra loro discordia, pri-
mieramente essere slato per opera di Bello Brunelleschi
morto Corso Donali , e poi per procaccio di Pazzino dePazzi
ucciso Betlo Brunelleschi , e finalmente per congiura de'Bru-
24 DELI.' ISTORIE FIORENTINE
nellesclii e de' Cavalcanti esser morto Pazzino de' Pazzi; tal-
ché alcuni dicevano che lo spirito di Corso Donati cammi-
nava ancora sopra la terra, prendendo supplicio di tutti quei
malvagi partigiani che discostandosi da lui gli aveano con-
giurato contro. Ma il popolo non contento di sfogarsi con la
pena di coloro che aveano commesso il delitto, si volse a
beneficare gli offesi, armando cavalieri a spese del comune
Francesco e altri figliuoli del morto Pazzino, e due loro
cugini Simone figliuolo di Cherico il vecchio e Cherico il
giovane figliuolo di Giachinotlo, fratelli amendue di Pazzino;
a' quali lutti donò beni e rendile per poter nobilmente man-
tenere lo splendore della cavalleria. De' Brunelleschi non
pare che avessero preso vendetta, perchè Bello non era
slato morto per ordine de magistrati , come Masino.
Intanto la guerra di fuori s' era già accostala a casa ;
perciocché giunto Enrico di Namurro ' fratello di Ruberto
conte di Fiandra e maliscalco dell'imperadore a Pisa a'21 di
gennaio , dieci giorni dopo la morte di Pazzino , ancor che
con poca gente , subitamente ruppe la guerra a' Fiorentini :
uscito due dì dopo la sua arrivala in campagna, e venuto di
qua dal Pontadera , non trovando altro , prese tutte le some
delle mercatanzìe de' Fiorentini , che venivano di Pisa ; per-
chè dalla cillà si mandarono genti per guardar quella fron-
tiera. In questo modo avendo ciascuno prese l'arme , si diede
principio alla guerra trattala con la maggior fierezza d' animi
che guerra alcuna fosse stata maneggiata giammai. Concios-
siacosaché dal canto dell' imperadore non solo fosse il dispia-
cere di non essere ubbidito, e di essere stati manomessi i
suoi ambasciadori , inviolabili per antica ragion delle genti ,
eziandio appresso qualsivoglia barbara nazione, ma fosse l'a-
nimo suo ripieno di grandissima ira per essergli finalmente
per arte de" Fiorentini stala ribellata Parma e Reggio , e non
meno a Reggiani mandalo aiuto, che a Giberto di Coreggio;
il quale lascialo per V imperadore vicario di Parma era quello
che glicl'avea ribellata e fallosene signore. Slimò dunque
che il tempo di venir a prender la corona in Roma si do-
vesse anche affrellare per vendicarsi di tante ingiurie ; e i
I Cioè Mcnioiirs.
LIBRO QUINTO- 23
Fiorentini costanti a difendere la loro libertà erano punti da
una tacita ambizione se potessero giammai vantarsi , essi soli
tra tutti i popoli d' Italia aver fatto per amor della libertà
egregia resistenza al furore tedesco. Partissi l'iraperadore di
Genova con trenta galee il quindicesimo giorno di febbraio ,
quel dì appunto nel quale per la medesima industria de'Fio-
renlini gli si era ribellata Padova; dalla quale fu cacciato il
suo vicario , e ove fu ucciso Guglielmo da Carrara gran capo
di parte ghibellina , e quando in Firenze prendeva il sommo
magistrato Gherardo del Baldese. Entrò V imperadore in Pisa
a' i6 di marzo , essendogli per fortuna di tempo convenuto
dimorare in Portovenere diciassette dì , ricevuto da quella
città con pompa e onori grandissimi { al sommo magistrato
della quale eran proposti Ugolino d'Uliveto, Enrico di Mar-
co, e Lupo de'Ceuli), come quella che sperava per mezzo
di Enrico dover divenire la più poderosa città di Toscana,
e di sopravanzare i Fiorentini antichi loro nimici; rallegran-
dosi che dopo tanto tempo , in luogo di darlo I e di Carlo II
e del presente Ruberto tutti tre re di Napoli, padre, figliuolo
e nipote , che aveano tenuto sempre la mira a favoreggiar le
cose di Firenze , fosse pur finalmente venuto un imperadore
d'Alemagna , il quale avesse in prolezione lo stato e fortune
de' Pisani. Aiutato per questo Cesare di quarantamila fiorini,
e il suo maliscalco di gente , sollecitavano che si attendesse
a far qualche impresa degna del nome imperiale; per i quali
conforti si prese il castello di Buti, e la valle che era tenuta
da' Lucchesi. Ma avendo Enrico 1' animo di fornir prima la
sua coronazione in Roma , non potè far maggiori progressi,
i quali riserbava alla sua ritornata , essendosi accorto non
sempre esser utile precetto, ne' casi di guerra , il non lasciarsi
terra de' nimici dietro le spalle ; perciocché se egli senza
fermarsi intorno l'assedio di Brescia fosse subitamente calato
in Toscana e nel Regno, quando tremendo su' princìpi della
sua buona fortuna s' era insignorito di tante altre nobili terre
di Lombardia, e che i Veneziani e i Genovesi potentissime
Repubbliche favorivano le cose sue , fu universale opinione,
che trovando i luoghi sprovveduti facilmente gli sarebbe riu-
scito d' insignorirsi di Toscana e del reame. Per questo par-
titosi con due mila cavalieri di Pisa a' 13 d'aprile, per ma-
S6 dell'istorie fiork:<tixe
rerama , e per lo contado di Siena , e poi per quello d' Or-
vieto e di Viterbo , ove si fermò per molti di , il settimo
giorno di maggio entrò in Roma, avendo intanto preso il
gonfalonerato in Firenze Bellincione Aldobrandino « Persi-
« stendo i Fiorentini in voler perseguitare l' imperadore e
« impedirgli la sua coronazione , oltre all' aver mandato in
« più volte in aiuto del re Ruberto , il quale avea inviato
« Giovanni principe della Morea suo fratello a questo fine in
« Roma , da mille cavalli tra delle cavalcate , cittadini , e ca-
« tàlani con Diego della Ratta , e duemila cinquecento fanti
« con balestre grosse , saettarne , pavesieri , e altre arme ne-
« cessane cavate dalla camera del comune, non restavan di
« sollecitare le città di Toscana a mandarvi delle lor genti.
« E perchè erano entrati in sospetto che il re Ruberto per
<( non tirarsi la guerra addosso sì volesse accordare con l'im-
« peradore , lo pregarono a volere star saldo , rimostrandogli
« con r esempio delle città di Lombardia i pericoli ne' quali
« egli e i suoi amici cadcrebbero ; e a Gentile degli Orsini
« scrissero di stare avvertito , e di cercar d' impedir tale
« accordo. Trovandosi in questo medesimo tempo il castello
« di Cerretello in Valdera assediato dalle genti de' Pisani, vi
« si mandarono seicento cavalli , i quali ne fecero levare
« quella gente in rotta. Ma come la paura e il desiderio dei
« Fiorentini d' impedir ogni progresso all' imperadore gli fa-
ci ceva fin sospettare del re Ruberto, così questi non si pre-
ce mettendo delle forze che aveva , facea continua instanza
« d' averne dell' altre , e a questo effetto spedì a Firenze
« Tommaso Piscicello napoletano , Tommaso de' Tolomei
« sanese ambedue cavalieri, Piero de' Visdomini fiorentino,
« e Bulgaro da Tolentino giurisperito; ma non potendo i
« Fiorentini far più di quello che facevano per dover tener
« gente per guardia in Volterra e in Samrainiato , star prov-
« visti per rispetto de' Pisani e degli Aretini lor nimici, oltre
« all'aver in ogni caso a poter soccorrere gli amici di Lom-
c( bardia , risposero al re a' 24 di giugno rappresentandogli
(c tutto , e promettendogli in ogni modo ancora cinquecento
« altri fanti per farli partire per lutto il dì 4 di luglio , pur-
ee che tutto servisse a distruzione dell' imperadore , ed esal-
a tazione di parte guelfa; e però pregavano il re a voler
LIBRO QUINTO. 27
« andare egli stesso a Roma. Dove pretendendo l'impera-
« dorè di pigliar conforme al solito la corona dell' imperio
a in S. Pietro, aiutalo da'Colonnesi, era più volle venuto
« alle mani, e sempre con la peggio , con le genli del n-
« Ruberto, Fiorentini, e collegati, co' quali erano uniti gli
a Orsini e tenevano quella parte di Roma . si risolvette di
« pigliarla in S. Giovanni Laterano, dove fu coronato a' 29
« di luglio, ancora che altri scrivino il primo d'agosto. Ve-
« nula questa nuova a Firenze nel gonfaloneralo di Gian-
« nozzo Buccelli s' aspettava di già la guerra alle mura. Fa-
(T rono per questo eletti Ceffo degli Agli e Gio. Hustichelli
« per essere a Empoli con gli ambasciadori di Lucca, di
« Siena, di Bologna, e degli altri collegati per trattar del
« modo di resistere air imperadore, il quale non giudicando
« riuscibile la guerra del Regno . tornava per sfogare il suo
« sdegno sopra la Toscana, e particolarmonte sopra lo stato
« e città di Firenze, da cui avea continuamente ricevuto co-
<t tanti oltraggi ; perchè i Fiorentini comandarono al capitano
« delle lor genti in Roma , che pigliando Enrico la strada
« verso Toscana, unitosi col fratello del re e con 1' altre
« genti de' collegati, se ne venisse a quella volta; con aver
« cura che usciti di Roma , l' imperadore non desse volta
a addietro e se n' impadronisse , e si facesse coronare in
« S. Pietro , perchè questo gli avrebbe apportalo troppo di
« gloria , e a loro e agli amici danno e vergogna ; per il
« che sollecitavano di nuovo il re Ruberto a volersi trovare
« in persona a quella partenza ' ».
' In luogo di questa giunta, dice il vecchio Ammirato: Non pas»)
tra questo mezzo la stanza e la coronazione dell'' imperatore a Roma
senza travaglio ; ove il re Ruberto il quale con ogni sforzo procac-
ciava d' impedir questa coronazione, infin dai sedici del mese pas-
sato aveva mandato Giovanni suo fratello con secento cavalieri tra
catalani e del regno, i quali congiunti cogli Orsini vennero più volte
alle mani coli' imperatore, infm'or del quale avevano preso l'arme i
Colonnesi. I Fiorentini parimenti, oltre all'aver poi mandato seicento
cavalieri a Cerretello, tenuto assediato dai Pisani, onde li levarono
in rotta, mandarono in aiuto del re dugento cavalieri de' miglior»
cittadini che avessero , e il maliscalco che era al lor soldo con tre-
cento cavalieri catalani e mille pedoni. Talché Inatto della corona-
28 dell' istorie fiorentine
La Repubblica venuta in tanto sospetto d'alcuni suoi stessi
cittadini molli ne confinò; accrebbe il numero delle cavallale
infino a milletrecento, quello de 'cavalieri soldati infino a sette-
cento, e tutte le sue fortezze fornì di cavalieri e di gente.
Avendo il Bucelli fatte queste provvisioni entrò gonfaloniere
Benino de'Medici. e l'imperadore essendo di Roma venuto a
Todi camminando per Io contado di Perugia , a cui diede il
guasto, avea preso Castiglione Chiusino che è sopra il lago.
Indi era passato a Cortona, e di Cortona ad Arezzo ; ove es-
sendo stato ricevuto con pompa e allegrezza incredibile , fece
la massa delle sue genti per venirne sopra Firenze. Dove es-
sendo podestà Guido Savina da Fogliano e capitano del popolo
Buggerino de'Sergiudei da Parma arrivarono lettere di Diego
Dalmasio , a che intitolandosi capitano di Ferrara, dava conto
« dell' ammazzamento seguito del marchese Francesco ; la
« qual cosa dispiacendo alla signoria, per essere stato il mar-
« chese amico della Repubblica , esortò il Dalmasio a tener
>' quella città per la Chiesa, e per parte guelfa. A'Corto-
« nesi, che avean mandato fuori della città il vicario lascia-
« lovi dall' imperadore , fu offerto ogni aiuto in caso che si
« volessero conservare in libertà ». Uscito l' imperadore in
campagna, la prima cosa ch'egli acquistò fu il castello di
Caposelve in su l'Ambra, il quale era de' Fiorentini. Poi
pose il campo a Montevarchi, luogo nobilitato da Benedetto
Varchi, uomo chiaro negli studi delle buone lettere ', e a
quello fece dare di molli assalti prima che coloro che il
difendevano mostrassero segno di timore alcuno. Ma avendo
incominciato a votar l'acqua de' fossi per riempiergli di terra,
veggendo quei di dentro che i Fiorentini non aveano il po-
tere , 0 non si curavano di soccorrergli , e avendo le mura
zione non seguì prima che il dì di S. Pietro in F'incola in colende
d' agosto : onde Giannozzo Bitccelli gonfaloniere aspettava la guerra
a Firenze, sentendo già presso al ^ fi ne del suo gonjalonerato , ch«
r imperatore , non giudicando riuscitile la guerra del Regno, tor-
nava per isj'ogare il suo sdegno sopra Toscana, e particolarmente
sopra lo stato e città di Firenze , da cui aveva continuamente rice-
vuto oltraggi. Furono per ciò subitamente Jatte tornare le genti,
che erano state mandate a Roma.
' Benedetto Varclii discete da Monterarclii , ma non vi nacque, e
n«Ila casa paterna, che ancora fi vede, leggesi una iicririone nobilis-
sima dsttata dal no«tro cliiarisiitno G. B. ^iccolmi.
LIBRO QUINTO. 29
assai basse, il terzo dì si resono ali'imperadore. Il simile
lece il castello di S. Giovanni, ove fur presi da settanta ca-
valieri catalani ; e non trovando in luogo alcuno contrasto ,
ne venne al borgo di Figline , ove udì che i Fiorentini con
gran numero di pedoni , e con poco meno di duemila cava-
lieri, s'erano posti nel caste! dell' Ancisa in su l'Arno. E
slimando che fossero usciti per combattere o per impedirlo
delle sue imprese , incontanente prese ancora egli quel cam-
mino, e venuto nel piano dell' Ancisa in su l'isola in quel
luogo che si chiama il Mezulc , fece richiedere i Fiorentini
di battaglia. Ma quelli credendosi di poter tener a bada l'im-
peradore e vietargli il passo che non venisse a Firenze, per
lo qual fine s'erano in quel luogo accampati, non vollono ac-
cettar r invilo. Di che accortisi i fuorusciti fiorentini, i quali
erano in campo , e aveano cognizione del silo del paese, mo-
strarono ali'imperadore come per la via del poggio di sopra
all' Ancisa per alcuni stretti e forti passi si potea andar a
Firenze, e che facilmente potrebbe prender la terra, se si
forzasse di far in modo che da' nimici non potesse esser
raggiunto. Il che gli riuscirebbe ogni volta che prima che
i nimici potessero intendere la sua mossa, egli mandasse a
prender il passo sotto Montelfi , il quale parendo all' impe-
radore util consiglio , comandò al conte di Savoia , e al suo
maliscalco Enrico di Fiandra , che con quelle genti che sti-
massero bastanti andassero a occupar quel passo. Il che tosto
che sentì esser fallo , egli si avviò col rimanente dell' eser-
cito per la via del poggio mostratagli da' fuoruscili. I Fioren-
tini temendo di quello che era , che l' imperadore non si par-
tisse per assaltar la città vola dell' aiuto loro , si mossono
subilamente ancor essi , slimando con tener la via di Mon-
telfi di avvantaggiarli il cammino. Ma quando camminando
con gran diligenza scopersero che il passo era occupato ,
furono presi da tanto spavento e viltà, come cosa da loro
impensata , che essendo assalili senza far niuua resistenza si
poser bruttamente a fuggire , essendo seguitati da' nimici
infino nel borgo dell' Ancisa; il che fu cagione che pochi di
essi perissero , non si facendo menzione che il numero dei
cavalieri morti passasse venticinque, né quello de' fanti cento.
Ma lo sbigottimento fu tale , ancora che di quelli dell' ira-
aO dell' istorie fiorentine
peradore ne fosser morii forse poco meno d'altrettanti, i quali
più veloci e arditi degli altri vennero dando la caccia a' ni-
mici infino all' Ancisa , che rimanendo i Fiorentini nel ca-
stello quasi assediati con mancamento di cose da mangiare ,
si credette , che se l' imperadore mandava parte dell' esercito
a dargli qualche assalto sarebbono senza dubbio stati morti
o fatti prigioni. I cittadini dall'altra parte, i quali sentirono
r imperadore esser arrivato a S. Salvi, e le lor genti non
tornare , credendo che fossero stati tagliati a pezzi , si smar-
rirono in guisa, che per buona pezza restarono le porte
della città aperte , senza che ad alcuno corresse nell'animo
quello che in tanto pericolo s'avesse a fare. Ma cessata al-
quanto la paura per l' irresoluzion del nimico , il quale atten-
dendo ad arder le ville e il contado non seppe vincer la
terra , fur da coloro che governavano presi diversi partiti ;
perchè il popolo a suono di campana si ragunò , e ciascuno
sotto i suoi gonfaloni corse alla piazza della signoria a tro-
var il gonfaloniere e i priori , ove avuto l'ordine di quel che
avessero a fare, andò tutt'uorao alle sue poste per guardia
delle mura e dei fossi, con molta lode dell'ardire e pietà
d'Antonio d'Orso vescovo della città; il quale armatosi per
salute della patria con tutti i suoi cherici , e montalo a ca-
vallo, di propria volontà s'aveva eletto di difender la porta
di S. Ambrogio. Ove essendo dalla parie di dentro la terra
gran volo, si deliberò di farvi gli alloggiamenti siccome in
una campagna. Ai padiglioni, loggie e trabacche, che tosta-
mente vi furon tirale, s' aggiunser ancora di molli sleccati su
per li fossi, e bertesche di legnami assai; infino che dopo
due dì per Valdirobiana, e da S. Maria Impruneta per
Montebuoni le genti dell' Ancisa di notte tempo si condus-
sero in Firenze. La città rassicurata da questo aiuto si liberò
affatto d'ogni paura; quando poco dopo giunsono gli aiuti
degli amici e compagni. II quale fu poco meno di duemila
quattrocento cavalieri , e presso a dodicimila fanti , percioc-
ché i Lucchesi vi mandarono seicento cavalieri e seimila pe-
doni. 1 Sanesi seicento cavalieri e duemila pedoni. I Pislojesi
cento cavalieri e seicento pedoni. I Pratesi cinquanta cava-
lieri e quattrocento pedoni. Colle, S. Minialo, e S. Gimi-
gnano cinquanta cavalieri per ciascuno . e dugento pedoni.
LIBRO QUINTO. 31
I Bolognesi quattrocento cavalieri e mille pedoni. Di Roma-
gna tra di Riraini , Ravenna, Faenza, Cesena, e l'altre terre
guelfe vi vennero trecento cavalieri, e millecinquecento pe-
doni. D'Agubbio cento cavalieri, e da Città di Castello cin-
quanta cavalieri , non avendo Perugia potuto concorrere a
numero alcuno di soldati per trovarsi in guerra co' Todini
e co'Spoletini; s'i fattamente che in Firenze erano più di
quattromila cavalieri, e gente a piede senza numero.
Ora sprezzino le guerre e i preparamenti militari di
questa mezzana antichità coloro i quali hanno in uso di ri-
putar per grandi le cose presenti, quando quello che a' tempi
più freschi non feciono il pontefice e i Veneziani e la slessa
Repubblica fiorentina già molto aggrandita per salvezza di
Roma, alcune poche città di Toscana e di Romagna feciono
in questi tempi per lo scampo di Firenze , venula in tanta
confidenza di se medesima che tenendo poco conto d'un eser-
cito imperiale, ninna porta della città mentre Enrico fu al-
l' assedio si tenne chiusa, salvo quella che guardava il cam-
po ; le some dello mercalanzie uscivano e entravano come
in tempi di tranquilla pace , e levali coloro i quali aveano
particolar cura di combattere e di guardar la terra , tutti gli
altri cittadini andavano disarmati per la città. Arrogi quel che
fu cosa di non piccola maraviglia, che essendo i Pisani in que-
sto tempo tornati a Cerretello, pensando valersi de' travagli
de' loro niraici, uscirono alcune schiere armate di Firenze, le
quali giunte al castello, e venute alle mani co' Pisani, li co-
strinsero a partirsi dall' assedio quasi in rotta. A questa su-
perba e ardita dimostrazione de' Fiorentini, aggiunta la ma-
lattia dell' imperatore, e rimossa ogni speranza d'aver la ciltà
0 per trattalo o per accordo , in che 1' aveano lungo tempo
pasciuto i fuorusciti, fu cagione che Enrico incominciasse ad
accorgersi quanto vanamente si consumava il tempo intorno
a Firenze, massimamente essendo ancora negli animi de'suoi
capitani e baroni scemata una folle credenza che aveano con-
cepulo per dello d' astrologi ( la qual arie fu in quel tempo
molto credula ) che dovea l' imperadore impadronirsi infin
del capo del mondo. Conciossiacosaché essendo egli am-
malalo a S. Salvi, e ivi il conte di Savoia con l'abate e con /
certi monaci scienziati trovandosi a dire di quello che da
32 dell' istorie fiorextwe
così falla gente era sialo dello della fulura gloria e gran-
dezza di Cesare , V abaie sorridendo rispose. Se così è, com-
piuta è, signore, la profezia ; perchè qui presso dove voi or
siete, signori, è una via senza uscita, che si chiama capo di
mondo. Sbigottì il conte , perchè gli animi vani con quella
facilità che si muovono a credere una cosa , corrono ancor
presti a crederne un' altra. Ed avendone come si crede par-
lalo col cognato, il fece più tosto deliberar a partirsi. Da che
si conobbe quanto siano per riuscir sempre vane 1' entrate
di quegli imperadnri in Italia , i quali avendo a far lunghi
progressi, non sono sostentati dalle proprie forze ; percioc-
ché terribili furono i primi successi dell' imperadore in su
r entrare in Italia, quando essendo ogni barone di quei che
r aveano seguitato caldo con le persone e con le sostanze a
favorir le sue imprese erano tirati dall' ampiezza di quelle
speranze che ciascuno a se stesso lusingando si suole
proporre ne' principii delle cose. Ma poiché in sì lungo cam-
mino e in tanti assedi e difficoltà gli animi e i corpi inco-
minciarono a stancarsi, e che i signori veduta la coronazione
dell' imperadore , parendo di aver soddisfallo a quel debito
che aveano promesso, detlono principio a licenziarsi, fra' quali
fu il duca di Baviera con tutta la sua genie , e molli altri
signori germani , e che quelle Repubbliche o principi ita-
liani che aveano interesse con lui non poleano più sovve-
nirlo di moneta , tosto si scorse la debolezza della sua im-
presa; né potette egli in vendetta di tante ingiurie ricevute
fare alcun danno a' Fiorentini, se sunicicnte vendetta non è
ad un imperadore il predare e ardere un contado : anzi nel
levar che egli fece il campo, che fu la notte venendo il dì
d'Ognissanti nel magistrato di Cambio di Geri Jacopi, fu in
gran rischio delle cose sue. Né rimase alcun dubbio che i
Fiorentini e nel levarsi , e nell' assedio slesso 1' avrebbon
rollo, essendo superiori di gran numero di genie, se avesse
avuto capitano alcuno di valore ; se pure avendo inncerbilo
tanto r animo di Enrico non voUono mettere alcun termine
all' offese, o se non stimarono per intera soddisfazione e fe-
licità della loro impresa il reggere a un esercito imperiale, il
quale avvengachè diminuito delle primiere forze, nondimeno
per esser mescolato di gente forestiera e italiana, ove erano
LIBRO QUINTO. 33
molti fuorusciti , i quali combatlevano per la causa propria,
non era punto disprezzabile. Avendo 1' iniperadore fatto
arder il campo, e tornandosene col passar Arno per la via
onde era venuto, s' accampò nel piano d' Ema di lungi della
città tre miglia , infermo d'animo e di corpo. I Fiorentini
non voUono uscir la notte fuori della città, ma avendo sonati;
le campane presono tutti 1' arme , come se avesse a farsi
battaglia, ed essendo stati tutta la notte in piede, la m;Ulina
una parte di essi andarono al poggio di S. Margherita di
sopra il campo dell' imperadore, e benché con meno ordine
che ardire, onde ne riportarono il peggio , pure detlono al-
cun travaglio a' nemici. Questo fine ebbe l'assedio dell' im-
peradore Enrico intorno Firenze 1' anno 131:^, essendo slato
formidabile il nome suo a' Fiorentini infino da quei primi
principj che s' incominciò a parlare della sua venuta in Ita-
lia , che era ormai lo spazio di tre anni interi. Le cose che
da questo tempo innanzi succedettero non furono di molto
momento ; perchè dimorato 1' imperadore tre d\ in quello
alloggiamento andò poi a S. Casciano , ove da' Pisani gli
vennero in aiuto cinquecento cavalieri e tremila pedoni , e
di Genova mille balestrieri ; perchè dubitando i Fiorentini
che con questo nuovo sforzo l' imperadore non facesse pen-
siero di tornar a porsi all'assedio, diedono ordine che si
cignesse di fossi il raccrescimento della città del sesto d'ol-
ir' Arno, che era fuor delle mura vecchie, in calende di di-
cembre. Poi venendo il tempo di crear i nuovi magistrati
nominarono gonfaloniere Mosciano da INlosciano , trovandosi
nella città capitano del popolo raesser Vincioio di elemosino
da Perugia. Ma l' imperadore se bene non tornò all' assedio
attese a danneggiare il paese con ogni sorte di crudeltà, es-
sendogli fatto poco contrasto da' Fiorentini, i quali non usci-
rono mai fuori se non in leggieri scaramucce , tra le quali
ne fu una alquanto notabile, più per il valore d'alcuni pochi
cavalieri delia banda ( perchè i Fiorentini furono rotti da'Te-
deschi ) che per virtù di tutta quella parte che uscì a com-
battere. Era questa una compagnia fatta di volontà de' più
pregiali donzelli di Firenze, i quali creato un lor capitano e
essendosi segnalati dagli altri con un' insegna che ciascuno
portava attraverso del petto, il cui campo era verde e la banda
Amm. Vol. I. 3
34 dell' istorie fiorentine
rossa, si chiamavano i cavalieri della banda. Costoro avendo,
olire lo sprone dell' onor della nazione e della patria, parti-
colare stimolo della propria gloria s' erano in ogni fazione
che era succeduta grandemente illustrati. E in questa rincre-
scendoli forte che l'ossero ributtati da' Tedeschi aveano dato
gran segni di valore e d' industria militare. Ma non rispon-
dendo all' ardir di pochi la virtù de' compagni , essendovi tre
di essi restati morti , furono costretti à ritirarsi. Non resta
di costoro memoria, se non dei cognomi delle famiglie, i due
degli Spini e de' Bostichi delle case antiche, e l'altro de'Gua-
dagni , famiglia che già due volte aveva goduto la dignità
del gonfalonerato. Tutto il resto di quella guerra fu maneg-
giato con molla tepidezza , venendo all' imperador tuttavia
meno le genti , sì per le malattie succedute nel campo per
i disagi e freddi che vi si pativano , e sì per i signori che
tuttavia andavano prendendo commiato ; tra' quali fu Ruberto
conte di Fiandra, il quale assaltato dai Fiorentini di costa a
Castelfiorentino , ':ome che con non piccola sua lode si fosse
valorosamente difeso, fu nondimeno rotto da essi, e convenne
salvarsi con la fuga. I Fiorentini dall' altro canto non veg-
gendo il bisogno così grande, si alleggerirono di gran parte
delle loro amistà ; e 1' imperadore il sesto di di gennaio del-
l' anno 1313 si partì di S. Casciano , e andatone a Poggi-
bonzi prese il castello di Barberino e di S. Donalo in Pog-
gio con altre fortezze. Quivi essendogli da' quei di Poggi-
bonzi rammentata 1' antica lor divozione all' imperio , per
segno di gratitudine ripose il loro castello in sul poggio ,
come anticamente solca essere , e quello fece chiamare ca-
stello imperiale. Andarono poi tuttavia le sue cose peggio-
rando, perciocché i Sanesi avendolo chiuso dall' una parte
e dall' altra, gli faceano sentire grandemente il mancamento
della vettovaglia. Trecento cavalieri del re Ruberto, i quali
erano in Colle di Vaklelsa, il noiarono del continuo da quel
lato, e fra 1' altre volle il decimo quarto giorno di febbraio
gli ruppono dugento cavalieri i quali lornavan di Casoli. Né
i Fiorentini col maliscalco stavano a perder tempo , i quali
reggendo 1' occasione prospera il guerreggiavano in S. Gi-
mignano. Perchè levatosi l' imperadore con 1' esercito da Pog-
gibonzi a sei giorni di marzo, a' nove se ne ritornò in Pisa,
LIBRO QUINTO 35
avendo frattanto in Firenze preso il sommo magistrato Bat-
tezino de" Haltezini. Accresciuto per le cose seguite il suo
sdegno contro i Fiorentini, diede contra loro sentenza di ri-
bellione; privando per questo la città d' ogni giuridizione
e sorte di onori, e condannando il comune in centomila mar-
che d' argento. Tolsegli la podestà di batter moneta , così
d' oro come d' argento ; molti suoi particolari cittadini di
quelli che aveano in mano il governo condannò nell' avere
e nella persona. Indi avendo tatto lega con Federigo re di
Sicilia e co' Genovesi, si preparava di assalir il re Ruberto
nel regno , dopo la qual guerra disegnava di tornar a' fatti
di Toscana , non lenendo per impresa difficile , quando gli
fosse riuscito di vincer quel re , di farsi libero e assoluto
.signore di tutta Italia. Tra questo mezzo il suo maliscalco
avea tolto a' Lucchesi Pielrasanta ; e Sarzana , la qual era
pur loro , si era resa a' marchesi Malespini, i quali teneano
con r imperadore.
1 Fiorentini veggendo le cose mutarsi, incominciavano ad
esser circondati da molti pensieri, accresciuti oltre i sospetti
della guerra per qualche inganno che temevano de' lor fuo-
rusciti per le discordie domestiche tornate a ridestarsi per
le vecchie pretcndenze, le quali erano tra i grandi e il po-
polo : conciossiachè avendo i grandi in tutto il tempo che
era durato l'assedio, e mentre l' imperadore era stato a S.
('asciano e a Poggibonzi, e prima e dopo, concorso a tutti i
pesi della guerra, così con le persone come con le facoltà ,
non poteano patire di non esser ammessi al gonfalonerato e
al priorato, e che fosse fatta differenza da essi al popolo,
come fossero inutili .illa loro Repubblica. Onde mormoravano
e si querelavano ogni giorno, dicendo che se il popolo per
tenerli bassi non si curava di mettere a rischio il presente
stato della città, alla per fine nò meno se ne sarebbono
essi curali, ma che farebbono ogni loro sforzo di vincere a
questa volta la pugna , checché avvenir se ne potesse : la
qual domanda parendo fatta molto fuor di tempo, fece risol-
vere quelli che governavano a ricorrere a quel partito a che
altre volte in simili contrasti erano ricorsi. Ciò fu di creare
alla prima elezione de' magistrati, che dovea farsi a' quindici
d'aprile, maggior numero di priori; i quali accrebbono infino
36 DELI," ISTORIE FIORENTINE
a dodici contandoci il gonfaloniere, il quale fu Francesco di
Corso; acciocché accresciuti di numero, fossero tanto più ar-
dili a contrastare e a riparare co! senno alle importune pe-
tizioni de' grandi : ma non bastando questo rimedio , e reg-
gendo che le cose dell' imperadore andavano tuttavia risor-
gendo ( perciocché i Genovesi armavano por l' impresa del
regno settanta galee , e il re Federigo cinquanta, e a lui
erano sopraggiunte tante genti d'Aleniagna e d'Italia, che
con quelle che s' aspettavano tuttodì arebbono fatto una
somma di quattromila cavalieri senza i pedoni, de' quali il
numero era molto maggiore ) ricorsero ad un altro, che fu
di dar la signoria della città al re Ruberto , come gli avoli
loro poco meno di cinquanl' anni addietro 1' aveano data al
re Carlo avolo del presente re ; per la qual cosa, siccome
dice Lionardo Aretino, mandarono incontanente ambasciadori
a Napoli Iacopo de' Cardi e Bardano Acciaiuoli. I quali tro-
vando le cose ottimamente disposte , importando al re, senza
gli altri rispetti, per particolare cagione di conservarsi con-
giunto co' Fiorentini, e di non lasciarli spiccare da lui, con-
chiusero secondo 1" ordine avuto dalla loro Repubblica la
pratica : la qual fu che per cinque anni , a' quali poi si ag-
giunsono tre altri, il re prendesse la signoria della città, le-
nendo di essa quella cura e protezione che farebbe della
città e reame suo di Napoli , senza alterare il governo del
presente stato; ma l'altre cose avesse a reggere e gover-
nare secondo alla sua prudenza e arbitrio sarebbe paruto più
necessario ; la qual cosa fu condotta a line con tanta dili-
genza, che ne' primi di che aveva preso il nuovo magistrato
Zato Passavanti , col medesimo numero di priori che erano
stali i passati, Iacopo Cantelmo giunse per sei mesi vicario
del re nella città. Questi desiderando d' uscir con onore
delia cura che dal suo re gli era stala commessa , sapendo
la mossa che avea a fare V imperadore per andare nel re-
gno , attese a provveder la città e tutti i luoghi dello stalo
con somma sollecitudine, intanto che essendo Lamba d' Oria
generale de' Genovesi venuto con l'armala in Porlo Pisano,
e r imperadore il quinto giorno d' agosto partitosi di Pisa,
avendo nel passar sopra 1' Elsa fatto combattere Castelfio-
renlino, noi potè avere. Ma ricevendo moieslia da alcuni
LIBRO QUINTO. 37
cavalieri fiorentini lungo le mura di Sieiia , la quale strada
egli tenea per andare nel regno , i quali usciti per la porta
di Camolia aveano assaltato la retroguardia non senza qual-
che lor danno, li ripinse per forza nella città. Questa fu l'uì-
litna opera fatta da Enrico ; il quale non essendosi mai da
che cadde malato a S. Salvi interamente ristorato, accampato
che si ebbe a Montaperli in su 1' Arbia , il male che era
poco fermato incominciò a rinvigorire. Onde egli andò nel
piano di Filetta per prender i bagni a Macereto ' , ne quelli
giovandogli , essendo andato per guarirsi a Buonconvento ,
luogo lontano da Siena dodici miglia, ivi il dì di S. Barto-
lommeo apostolo a' 24 d' agosto si morì con grandissima al-
legrezza del nuovo gonfaloniere Bello Mancini, che ne'prin-
cipj del suo magistrato vedesse morto così grande e potente
nimico della sua repubblica ^. Fu la fortuna di questo prin-
cipe molto varia ; perciocché divenuto da piccolo conte di
Luxcmburgo imperatore , e data al figliuolo per moglie una
figliuola di Vinceslao re di Boemia morto senza figliuoli ma-
schi, lasciò nella casa sua ereditario il regno di Boemia.
Glorioso fu neir entrar in Italia; riconosciuto in un momento,
o per forza d' arme o di propria volontà , da tutta la Lom-
bardia per suo signore ; perduto però un fratello carnale
combattendo a Brescia, e l' imperatrice sua moglie di malat-
tia in Genova. Calato in Toscana con incredibile spavento
de' popoli, se ne passò senza far nulla in Boma ; ove con-
venutogli mettersi la corona in testa in mezzo il romor del-
l' arme, per non potersi far quella solennità nel luogo con-
sueto del tempio di S. Pietro, fu per dispcnsagion del pontefice
costretto prenderla a S. Giovanni Laterano. Tornato in To-
scana e senza far profitto intorno Firenze accampatosi, trat-
tenutosi il verno con poca riputazione a S. Casciano e a
Poggibonzi, battuto continuamente da' Fiorentini , da' Sanesi
' Aniicliissimi bagni , celebri nelle storie sanesi. Ora non \i è che
una piccola capanna di sassi per istar\i al coperto.
* Corse voce allora che la morte di Enrico fosse procurata da un
monaco domenicano ad istigazione dt-' Fiirentini, comunicandolo con
un' ostia ayvelenata. \ edi la vita di detto imperattre scritta da Lodo-
vico Dolce, e dal P. Antonio Foresti.
38 dell'istorie fiorentine
e dal re Ruberto , si ridusse più volte in tal mancamento di
vettovaglia e di danari, che, non che a pascer 1' esercito, ma
fu talora in bisogno delle cose necessarie della propria sua
corte. Tornato in Pisa e per la lega fatta col re Federigo e
co' Genovesi, e per li aiuti venutigli incominciato ad esser
di nuovo tremendo , diede con gran ragione da dubitare
dello stato del re Ruberto , de' Fiorentini e di tutta Italia ;
quando nel meglio de' suoi pensieri assalito da fiera malat-
tia si mori in paese straniero, per far famoso Buonconvento
in Toscana, non altrimenti che l' imperadore Federigo avea
fatto Ferentino in Puglia ; 1' uno e 1' altro lusingato dalle
mendaci promesse degli astrologhi, generazione d' uomini
infida a' potenti, a' speranti fallace, sempre vietata e sempre
permessa. Di sua natura fu molto cattolico , amatore della
giustizia, di onesti costumi, valoroso nel meslier dell' arme,
e il quale né per le cose avverse si turbava, nò per le pro-
spere montava in orgoglio ; di grandi concetti fu soprattutto,
come quello che avea in animo, se gli fosse riuscito di as-
settar le cose d'Italia a suo modo, di far il passaggio d'ol-
tremare e di riacquistare la terra santa ; sì fattamente che
gì' imperadori greci e gì' infedeli i quali possedevano quei
luoghi furono commossi grandemente diilla fama degli anda-
menti suoi. Queste cose abbiamo voluto ritoccare dell' im-
peradore Enrico , perchè essendosi egli tanto impacciato
con la fiorentina Repubblica, di cui noi scriviamo , ci pare
che porti il pregio di riferirle , acciocché si conosca qual era
il nimico con cui ella contese , e perchè della venuta sua
in Italia, qual ella si fosse stata, gran mutazione nacque di
cose non che in Lombardia, in molte città della quale rima-
sono per cagion sua assoluti principi quelli i quali prima le
governavano come vicari , ma perchè in Toscana si aperse
la strada a' nuovi principali , mentre Pisa per tema de' Fio-
rentini convenne andarne in potere d' un capitano ; il quale
insignoritosi con questo mezzo d' altre città , mise in molto
maggior spavento lo stato de' Fiorentini, che non avea fatto
la venula d' un imperadore. Onde per 1' avvenire si conte-
ranno guerre maggiori , e per la vicinità de' nemici, e per
cagione de' vecchi odj , e per la lunghezza del tempo che
quelle durarono; ma tali, che superando la felicità de' Fio-
LIBRO QUINTO. 39
reni ini ogni avversità , poterono alla fine da questo princi-
pio, se ben si riguarda, sottoraetlcrsi i Pisani antichi loro
emuli, avvezzi per lulto questo spazio di tem()o, che fu as-
sai lungo, a mutar signori , ma non signoria.
Morto dunque 1' imperadore a Buonconvenlo , fu dal suo
esercito portato il suo corpo a Pisa , ove con grandissimi
onori fu nel duomo seppellito. Afa incominciandosi il campo
a sfilare , s' avvidero i Pisani in quanto pericolo restavano
le cose loro per 1' offese fatte a' Fiorentini, se a quelle non
prendevano alcun riparo. Per questo presono in prima par-
tito di ritener al lor soldo mille cavalieri di quelli dell' im-
peradore tra Tedeschi, Brabanzoni e Fiamminghi: poi desi-
derando d' aver un capo di grand' autorità , essendo venuto
il re Federigo a Pisa , il quale per l' impresa del regno si era
armato per esser con l' imperadore, desideroso di veder quel
principe suo confederalo morto, che non avca potuto veder
vivo , il pregarono con grandissima istanza a voler prender
la signoria e reggimento della lor città in quel modo che il
re Ruberto avea fatto de' Fiorentini ; mostrando esser cosa
ragionevole che l' incominciala amicizia e lega durasse. Ma
il re, il quale rimanea in quegli affanni dello stato suo col
re Ruberto in che erano caduti i Pisani co' Fiorentini , sotto
pretesto di voler gran patti da loro , ricusò qucH' impaccio.
11 simile fece il conte di Savoia e Arrigo di Fiandra ; talché
non sapendo essi a chi ricorrere, chiamarono Uguccione della
Fagiuola: il quale accostatosi nella venula di Enrico in Ita-
lia alla fazione imperiale , e dall' imperatore conosciuto per
persona da tenerne conto , era da lui stato lasciato per suo
vicario in Genova. Questi , come uomo il quale desiderava
con le occasioni di aprirsi la via alla gloria e alla po-
tenza, accettò r invito, e lasciato il governo di Genova, il
quale con la morte dell' imperatore era finito, se ne venne a
Pisa secondo quel che si congettura o poco prima che
avesse finito il magistrato in Firenze il Mancini , o su quei
dì che r avea preso Retto Retti. Maravigliosa cosa fu la mu-
tazione che feciono i falli de' Pisani per la venula di Uguc-
cione della Fagiuola ; conciossiachè non stando quel!' uomo
a perdere tempo , avendo oltre i cavalieri forestieri soldati
da' Pisani menato con sé molli uomini valorosi e esperi-
40 dell' istorie fiokentixe
mentali nelle battaglie , subilo si volse con ogni suo studio
a persuader a' Pisani la guerra conlra i Lucchesi , la qual fi-
nita mostrava che si dovesse poi cominciare e terminar mollo
proslo quella de' Fiorentini ; le quali cose egli dicea con
tanta fermezza di volto e ardor d' animo, che i Pisani presi
dalle suo parole , dimenticandosi della fresca paura che 1' avea
assalili veggendo morto 1' imperadore , si andavano riem-
piendo d' una nobile e certa speranza che per mezzo d' un
tal guerriero s' avessero a insignorir di tutta Toscana. Né
questa credenza nasceva in loro così agevolmente per le sole
parole del capitano , ma perche sapevano molto bene che
Uguccione inlin da fanciullo avea maneggiato 1' arme in fa-
vor de' Ghibellini con mollo onor suo ; e che se con alcuni
pochi i)arligiani , acquistatisi più con le arti dell' ingegno e
con la fama del suo valore che per antica nobiltà di sangue
o per forza di danari, avea fatto il nome suo famoso e ter-
ribile quasi per tutta Italia, quanto maggior cose dover far
al presente, aiutalo dalla potenza di cos'i grande e nobil Re-
pubblica, e ove erano tanti soldati forestieri, quanti eran
quelli che da lei nuovamente erano siali condoni. Accre-
sceva e faceva anco maggiore la fama di queste cose la pre-
senza di Uguccione ; essendo egli uomo di fiera vista, molto
grande e robusto del corpo , e per questo adoperando armi
grandissime e di maggior peso che gli altri uomini comunal-
menlc non coslumavano; talché parca che l'ardire e forze
sue fossero più che umane. E o ricordato da lui arlilìziosa-
menle , o pure risorto a caso, andava mollo per le bocche
degli uomini un fatto suo molto illustre; che essendo in una
certa batlaglia fatta a Cerone abbandonato dai suoi , e poco
meno che posto in mezzo da'niraici , egli ferito in una gamba,
e ammaccatogli grandemente la celala , valorosamente riti-
randosi, riportò a' suoi in un largone lungo da pedone quat-
tro partigiane e tredici verreltoni tirali da balestre piccole.
Molle allre cose a queste somiglianti parte vere e parte
dal favore e adulazione de' suoi accresciule, mossono i Pi-
sani a dar il |)ieno arbitrio e podestà di lulta la guerra . o
se si avea a l'are guardando il paese , o entrando in quei
d'altri, ad Iguccionc. Il quale giudicando per la prima cosa
che s' avesse a fare per atto pieno di valore e di giuslizia
LIBRO QCINTO. ■■*^ 4^1
ri riacquistar le castella che nelle guerre passate i Lucchesi
aveano tolto a' Pisani , senza far lunga dimora , entrò armalo
con le sue genti in quel di Lucca, e con ferro e con fuoco
ardendo e guastando ciò che incontrava, ridomandava da' Luc-
chesi le castella tolte , e che i Ghibellini fossero restituiti
alla patria. I Lucchesi, o che data la signoria della città , come
i Fiorentini aveano fatto al re Ruberto, lasciassero la cura
della difension propria a Gherardo da S. Lupidio vicario del
re , 0 che le discordie nate tra Luti degli Obizi e Arrigo
Bernarducci suoi cittadini , tenendo tutta la città scommossa,
non lo lasciassono pensare al pubblico beneficio , non fa-
ceano contra tal nimico quelle provvisioni che erano neces-
sarie, con gran rammarichio de' Fiorentini ; i quali sapendo
i mali che da così fatta trascuratezza poteano nascere , e
sotto Betto Betti , e sotto il' suo successore Banco Gianni ,
essendo entrato 1' anno t314, più volte con grande sforzo
cavalcarono in aiuto de' Lucchesi « governando intanto Fi-
fe renze Gentile degli Orsini come vicario del re Ruberto :
« il quale re credendo con una pace assicurar le cose di
" Toscana , s' era fatto mandare arabasciadori a Napoli , dove
« per i Fiorentini andarono Lapo de' Bardi cavaliere, Ghe-
« rardo' di Gualberto e Naddo di Benincasa notai , e per
« i Pisani Gherardo Faziolo dottore e Iacopo Favuglia no-
^ taio. La pace, e per 1' autorità del re, e perchè era desi-
«' derala da tutti, fu conchiusa tra Firenze, Lucca, Siena e
M Massa Marittima da una , e i Pisani dall' altra ; e in Fi-
<« renze fu ratificala a' 26 di marzo dalla signoria entrala col
« gonfaloniere Cipriano di Buonaguida. Ma Uguccione , o
« vedendosi tagliar la strada alla sua grandezza con questa
M pace , 0 come il fatto s' andasse , avendo la giustizia come
« podestà , e le armi de' Pisani in mano come capitano ge-
li nerale , e cosi governandogli a suo modo , non solo non
t restò di molestare , ma andò più fiero e più poderoso che
« prima contra i Lucchesi ' , » sì fattamente che non potendo
' Nel vecchio Ammirato si legge così: ma Uguccione riliaendoii
quando i Fiorentini i'enii'nno , tornava per la vicinità più fiero «
pili poderoso contro i Lucchesi , dopo che essi erano partiti ., si Jat-
lamente che ec. ec.
42 dell'istorie fiorentine
più reggere alle correrie e danni che tuttodì riceveano , si
ridussono con sommo lor vitupero e con grande presagio
del futuro loro abbassamento a rimetter in Lucca gì' Inter-
minelli co' loro seguaci, e a render Ripalratla e tutte le al-
tre castella slate già de' Pisani , non solo senza il consenti-
mento , ma contra la volontà e iostanza fattane loro gagliarda
da' Fiorentini ' , mentre in vano protestano non dover i col-
legati venir a sì dannoso accordo per le parti senza la sa-
puta e espressa volontà de' compagni , massimamente non
avendo mancato con ogni loro potere e industria di concor-
rere a tutti i pericoli e gravezze della guerra. Né restavano
di ricordar loro tanto più ingiusto dover esser sempre que-
sto accordo , quanto che Ripafratta guadagnala già da' Fio-
rentini a' Pisani , da essi poi forse sessanta anni addietro era
stala donata a' Lucchesi. Riducevan loro a memoria le vit-
torie e trionfi passali, e in che grandezza erano sahti, men-
tre unanimi aveano atteso alla conservazione della propria
libertà. Se niente si spiccavan da loro , e col ceder a' niraici
r acquistata riputazione avvezzarU a pigliar ardire sopra essi,
che altro da ciò potersi aspettare, che d'aver fmalmente a
perdere insieme col contado la città e le mura stesse , e con
esse l'onore, la libertà, e ogni lor bene. Ma i Lucchesi
corrotti e dalla propria pigrizia e dalla rientrata che aveano
fatto i Ghibellini, ridussono in pochissimi giorni lo stato loro
a così fatti termini, che essendo la città levata a romore ,
Uguccione , per occulto trattato tenuto con gì' Interminelli .
co' Quartigiani , co'Pogginghi e con gli Onesti, il decimo-
quarlo giorno di giugno fu introdotto in Lucca, e cacciatone
i Guelfi e '1 vicario del re , di quella fu fatto signore. È opi-
nione che i Fiorenlini insieme col nuovo gonfaloniere Rug-
gieri di scr Beuci la seconda volta, avessero presentilo que-
sto tradimento che si ordinava in Lucca per cacciarne i
Guelfi; e che per questo ancora essi essersi dati a tener
segrete pratiche co' Guelfi per cacciarne i Ghibellini , e che
nello stesso tempo che si era mosso Uguccione, essersi
mossi i Fiorenlini, ma giunti tardi aver lascialo la vittoria
al nimico. Comunque ciò sia, Lucca venue in poter d'Uguc-
' Manca ; e dal niio^'O gonjaloniei e Cipriano di Niioricigiiida.
LlimO QCINTO. 43
cione ; di che in Firenze fu spavento e terrore grandissimo,
perciocché le cose de' Fiorentini erano slate per il passato
superiori a quelle de' Pisani per il tracollo che dava in fa-
vor loro r aderenza di Lucca ; conciossiacosaché Arezzo e
Pisa parca che potessono contrastare con Firenze e con
Siena ; e che dove Lucca pendesse , quivi fosse la vittoria ;
dimodoché essendo ora dal canto de' Pisani , si potea ragio-
nevolmente dubitare che avessero a sorger i medesimi ef-
fetti in favor loro. Per questo essendo dal lato de' Fioren-
tini il timor grande , la prima impresa del nuovo gonfaloniere
Vanni Donnini , e de' priori che furono a quel tempo , fu
il mandare con gran diligenza al re Ruberto , perchè dovesse
mandar loro uno de' suoi fratelli per capitano con gente a
cavallo , acciocché si riparasse alla crescente gloria e felicità
d' Uguccione ; il quale ritenendo Lucca per sé , si portava
in modo che dei medesimi Pisani incominciava a parer più
tosto principe che capitano: e tra questo mezzo per non
far con lo starsi a vedere la vittoria del nemico maggiore ,
volsono le lor genti ad occupare insieme co" Guelfi cacciati
di Lucca , quelle castella che erano nel Valdarno state già
de' Lucchesi, e in poco spazio di tempo presone in quella
valle Fucecchio . S. Maria a Monte, Montecalvi , S. Croce,
Castelfranco e Montopoli. In Valdinievole acquistarono Mon-
tecatini e Montesommano ' , e si sarebbe anco avuto Serra-
valle, se non meno per avarizia che per dappocaggine de' Pi-
stojesi , i quali non vollono pagar 400 fiorini d' oro per darli
a quefie masnade che v' eran dentro , non si fosse lasciata
occupare a' fuorusciti di Pistoja.
Tra tanto avendo il re Ruberto dagli ambasciadori fio-
rentini udito il successo di Lucca , e il pericolo in che si
trovavano gli amici e seguaci suoi, con somma sollecitudine
comandò a Piero conte di Gravina suo fratello, che si met-
tesse a ordine , e che con trecento uomini a cavallo eletti
si rappresentasse a Firenze; il quale fornito delle cose ne-
cessarie , e messosi con le genti ordinate in cammino , tre
giorni dopo che avea preso il gonfalonerato Pi erozzo degli
Alberti arrivò alla città. Fu la sua venuta carissima a' Fio-
' Cioè Monsummano.
44 dell' istorie fiorentine
rentini, perciocché Piero, benché minore di lutti i fratelli
del re , e per questo assai giovane , era nondimeno di sua
natura molto savio e discreto ; e non ritenendo co' cittadini
niente dell' orgx)glio e dell'alterigia della fortuna reale, si
portava con esso loro umanamente , e prendendo i fatti di
Firenze per proprj , mostrava a tutti d' esser con singoiar
prontezza volto a trattar le cose loro; alle quali virtù o im-
magini di virtù avendo aggiunto i doni della natura , percioc-
ché era molto bello del corpo e del volto , s'acquistò in poco
spazio di tempo gli animi de' cittadini in modo, che fu opi-
nione, se egli fosse più tempo vivulo, che da' Fiorentini
sarebbe stato creato loro signore a vita. Tra tanto avendo
come vicario del re intera potestà sopra i fatti della città
così in pace come in guerra , gli fu anche per suoi meriti
aggiunto, che potesse secondo il suo piacere creare i gon-
falonieri, i priori, i capitani di parte, e ciascun altro uffi-
ciale, cosi dentro come fuori, senza contradizione alcuna. Ma
egli si diede prima ad assettare gli affari della guerra , e
considerando quanto importasse, avendosi a guerreggiar con
Uguccione , che sopra la perdita di Lucca non si avessero
anche ad aver per nimici gli Aretini , con ogni studio si diede
a procurar la pace con quel comune ; la quale trattala con
somma diligenza fu condotta a fine e distesone il contratto
a' ventinove di settembre « in casa de' Mozzi abitazione di
« Piero , il quale oltre al chiamarsi vicario del re in Toscana
« s'intitolava tale di Lombardia, di Romagna, del contado
« di Bertinoro e di Ferrara , e capitano generale di tutta
a parte guelfa in Italia. Le condizioni della pace furono :
(i che in Arezzo fossero rimessi tutti i banditi : che gli Are-
fi tini potessero andare, stare e partire di Firenze con tutte
<( le lor mercanzie, nonostante le rappresaglie: che in Fi-
fe renze fosse loro amministrata giustizia come a' Fiorentini,
« i quali dovessero ricevere in Arezzo i medesimi tratta-
« menti: che gli Aretini non si potessero valere contra i Fio-
« rentini d' alcun privilegio avuto o confermato loro dal morto
« imperadore Enrico , e che tutti fossero liberi da ogni bando
« avuto da' Fiorentini, eccettuandone però i Fiorentini che
^« fussero stali falli cittadini aretini, e lo stesso seguisse dei
« Fiorentini banditi dagli Aretini: che gli uni non potessero
LIBRO QUINTO. 45
« dar ricello o aiuto a' bandili e nimici degli altri : che in
« grazia de' Fiorentini gli Aretini liberassero da ogni gra-
« rezza o carico che fosse dovuto loro gli abitanti di Ca-
« stelfocognano. Queste son tutte le condizioni di questa
« pace per osservanza della quale fu messo di pena dieci-
a mila marche d' argento ; e pur V Aretino ne mette dav-
« vantaggio ». Poscia Piero giudicò per cosa ben fatta che
il numero de' priori tornasse all' antico , e soprattutto che
alla nuova elezione si creassero uomini di grande esperienza
e di case grate al popolo e conosciute. Per questo essendo
venuto il dì che doveano uscire i nuovi magistrati , avendo
piena informazione delle famiglie e de' cittadini che meri-
tavano, per il sesto d'oItr'Arno nominò priore Gerì Sode-
rini figliuolo di Stefano , la qual famiglia , olire 1" esser poi
stato Geri gonfaloniere , per la sua successione divenne
molto grande e notabile. Per S. Piero Schcraggio pubblicò
Giotto Peruzzi ; costui era stato Ire volle in quel magistrato,
ed era fratello di Pacino che fu gonfaloniere nel novanta-
sette . Per Borgo chiamò Bardano Acciainoli , il quale oltre
r esser stato tre volte de' priori, e due gonfaloniere, e es-
ser uomo di gran ricchezze , da Piero era stato conosciuto
r anno innanzi a Napoli in corte del fratello , quando era
stato mandato ambasciadore dalla Repubblica perchè il re
prendesse la signoria di Firenze. Nominò per S. Pancrazio
Vanni Benvenuti, che con questa volta veniva ad essere stato
sette volte de' priori ; per Duomo Nello Rinucci la sesta , e
per S- Piero Bartolo Bischeri la quarta. In elegger il gon-
faloniere fece eletta tra tutti gli altri cittadini di Averardo
de' Medici, chiaro allora per la famiglia , e per la persona sua
slessa , essendo stalo uomo di molto valore ne' falli della
sua Repubblica , ma chiarissimo poi per essere egli stato
bisavolo di Giovanni de' Medici , da cui nacquero Cosimo
padre della patria e '1 vecchio Lorenzo, quegli dal quale
uscirono i passati signori e primo duca di Firenze, questi
onde infino a' presenti giorni i presenti principi di Toscana
derivano.
Mentre in questo modo Piero ordinava le cose di fuori e
dentro della città, Uguccione e i Pisani non perdevano tem-
po ; perciocché dopo che ebbono disfallo Asciano , Cuosa ,
46 DKI.lJ ISTOniE FIOUF.NTINE
Castiglione , Nozzano , e il ponlc a Scrchio, castella ricupe-
rale da' Lucchesi, e per lutti i casi della guerra fortificato
Ripafratta, il Mutrone e '1 Viareggio in su la marina, Rotaia
e il borgo di Serezzano , spesso corsono sopra i Pistojesi
infino a Carraignano , pretendendo Uguccione che per 1' acqui-
sto che i Lucchesi aveano fatto gli anni passali della metà
di Pistoja , quella si dovesse a lui , in persona del quale per
la vittoria avuta ricadevano tutte le ragioni de' Lucchesi : e
non guardando agli incomodi della stagione , avendo in que-
ste cose occupato i primi mesi dell'anno 1315, ne' quali ri-
sedette in Firenze gonfaloniere Giovanni Malegonnelle , e ci
era venuto vicario del re il cavaliere Rinieri del già messer
Zaccheria da Orvieto , non molto dopo sotto il gonfalonerato
di Iacopo Marsilj prese Cigoli con molle altre castella: e
posto l'assedio a Montecalvi castello de' Fiorentini , non es-
sendo da loro soccorso a tempo, lo strinse in modo, che
nel magistrato di Cioncllo Bastari fu forzalo ad arrendersi:
e a guisa di fulmine , senza svanirsi per cotante vittorie .
s' accampò con gagliardo esercito sopra Montecatini, avendo
r animo drizzalo all' imperio di Toscana. Questi felici suc-
cessi di Uguccione faceano ogni dì maggiore il sospetto e
la tema de' Fiorentini , non tenendo mezzo la natura degli
uomini nel dispregiare o nel temer molto i pericoli ; massi-
mamente che non era per autiquilà di tempo parlila dalla
memoria di ciascuno quella fama , o vera o falsa che fosse
stata, sparsa infin dalla vita di Corso Donali, che per il pa-
rentado contratto tra loro avessero macchinalo 1' mio con
occupar Firenze e 1' altro Arezzo di farsi principi di To-
scana: la qual impresa potuta parer in quel tempo o leggie-
ra, 0 almen temeraria, benché maneggiala da soggetti attis-
simi, ora pur troppo incominciava a parer grave e da riuscire.
Tali erano i fondamenti gitlati da Uguccione, per fabbricarvi
sopra così grande e nobile pensiero. Per questo i Fiorenlini
col consentimento dello stesso Piero tornarono a mandar Lapo
de' Bardi e Dardano Acciainoli al re Ruberto per nuovo aiuto,
richiedendoli spezialmente per dar maggior autorità all' im-
presa Filippo suo fratello prence di Taranto. Il re pruden-
te, come quegli che dall'esempio suo polca conoscere quanto
era grande l'arabizione degli uomini, essendo fama di non aver
LIBRO QUINTO. K1
del tutto giustamente occupato il regno al nipote , e non igno-
rante di quello che in cosi fatti tempi in una comune debo-
lezza di principi e di repubbliche potea riuscire ad un uomo
valoroso in Toscana, con ogni prestezza si diede ad aiutar i
Fiorentini di cinquecento cavalieri , ancorché con poca soddi-
sfazione d' aver a dar loro il principe conosciuto da lui nelle
cose militari per uomo molto feroce e poco fortunato, avendo
egli in animo di mandar il duca di Calabria suo figliuolo. Ma
essendo la fretta de' Fiorentini grande, convenne risolversi
a inviar il principe , il quale 1' undecimo giorno di luglio ,
insieme con Carlo suo figliuolo , arrivò a Firenze , circa il
mezzo tempo del gonfalonerato di Migliorato Domenichi ; dal
quale e da Piero suo fratello trovate fatte molte prepara-
zioni per r esercito che s' avea a menare a Montecatini per
levarne 1' assedio , non attese ad altro che a sollecitare che
gli aiuti promessi venissero , essendo con poco felice au-
gurio quasi in su l'arrivare infermato. Non mancarono gli
amici di concorrere con ogni prontezza all' impresa ; per-
ciocché e' si sa chiaramente insieme con le cavallate e ca-
valieri soldati da' Fiorentini, le genti mandate da' Bolognesi,
da'Sanesi, da' Perugini, da Città di Castello, d' Augubbio, da
Romagna, da Pistoja , da Volterra, da Prato, e da tutte
l'altre terre guelfe e amici di Toscana, esser arrivale al nu-
mero di Iremiladugento cavalieri ; e la gente a piede , della
quale gli scrittori di quei tempi (siccome facea anco quel
modo di guerreggiare) non tengono molto conto, essere stata
grandissima. Uguccione benché aiutato , oltre i cavalieri fo-
restieri soldati da' Pisani, e oltre le genti di Lucca, ancora
da Matteo Visconti , dal vescovo d' Arezzo , da' conti di San-
tafiore , e da tutti i Ghibellini di Toscana . e fuoruscili di
Firenze, era inferiore di gente a cavallo a' Fiorentini , non
passando il numero di duemilacinquecento. Nondimeno per
tutti questi apparati non si mosse a far movimento alcuno,
ma tenendo sollecite guardie e spie per lutto , acciocché
il nimico noi potesse offendere, proseguiva tuttavia l'assedio
vigorosamente. Jl principe partì con le sue genti di Firenze
il sesto giorno d'agosto, e venuto in Valdinievole incontro
r esercito di Uguccione , dal quale non era diviso che per
lo fossato delia Nievole , procurava di venir seco a battaglia ,
48 dell' ISTORIB FIORENTINE
Slimando oltre il solito caldo che gli prestava 1' empito della
sua natura, d' aver in ogni modo a vincere, per esser supe-
riore cosi di gente a piede come a cavallo;: la qual cre-
denza lo facea anche trascurato e poco diligente in tutti gli
altri affari. Nel campo di Uguccione non si facea cosa alcuna
a caso 0 temerariamente, e quanto più conoscea di esser
avanzato da' nimici di numero di gente, tanto più stava desto,
osservando di pigliar il vantaggio dalla soverchia confidenza
del principe : e tra tanto permettea che si facessouo alcune
leggieri scaramucce per provare le forze degli avversari, es-
sendo quasi tutta Italia commossa circa l' espettazione di
quello che avessero a fare questi due eserciti, da' quali parca
che si contendesse non tanto di Montecatini, ma qual delle
due fazioni guelfa o ghibellina avesse a prevalere in Italia ;
e gli uomini versali in quella cognizione che abbraccia la
memoria delle cose passate , sapeano per la giornata del-
l'Arbia essere per alcun tempo stata abbattuta e quasi che
spenta affatto la fazion guelfa; come per quella del fiume
Calore, ove mori Manfredi, e Carlo s' insignor'i del reame
di Napoli , quasi infino a questi tempi perjicluamente era
stata tenuta sotto la parte ghibellina. Ma tutti gii altri pen-
sieri e discorsi cedevano al travaglio dell'animo di Uguccio-
ne , mentre rivolgendosi per la mente lu(te le cose che dalla
vittoria 0 dalla perdila di cos'i fatta impresa poleano nascere,
tra la dolcezza della speranza e 1' affanno della paura, non
trovava alcuna sorte di riposo, consistendo in quella lo sta-
bilimento di tutti i suoi concetti. Onde essendo più volte
stato veduto tutto pensieroso, fu giudicato che egli grande-
mente dubitasse di qualche soprastante rovina ; il che fu cre-
duto più facilmente quando dopo molti giorni che gli eser-
citi erano stati a vista, avendo una notte arso gli alloggia-
menti, fu veduto la mattina muover il campo, e come se
egli per propria confessione desse la vittoria al nimico, par-
tirsegli davanti. Era la cagione della partila d Uguccione non
tanto la tema de' nimici , quanto 1' aver udito che i Guelfi
dcHe sei miglia del contado di Lucca , venendone per sod-
ducimento ' de' Fiorentini verso Lucca, gli aveano rotto la
' Da sudiliK ere-, che vjle se.lurre-
LIBRO QLIXTO. 49
strada, onde veniva la vettovaglia al suo campo; nondimeno
ancora che la sua intenzione fosse di non tentare volonta-
riamente la battaglia , ma se non gli fosse fatto contrasto
d' andarsene a Pisa, aveva in guisa ordinato le cose, che es-
sendo costretto di venir a giornata, sperava d'averne a ri-
portar il migliore , sì per aver conosciuto la poca prudenza
del nimico, e sì perchè combattendosi nel partire , avrebbe
avuto il vantaggio del campo. Subito dunque che fu sco-
perto da' nemici che si partiva , e che con le sue genti in
ordinanza s' era già accostato dove si congiungeva lo spia-
nato dell' una oste e dell' altra , i Fiorentini come vittoriosi
con liete grida levarono il roraore che Uguccione fuggiva.
Né queste vane voci moderò punto 1' ardito lor capitano;
anzi benché infermo della quartana comandò a' capitani che
non lasciassero partir il nimico senza gastigo. Uguccione
veggendo i nemici muoversi in fretta, e con poco ordine,
a' suoi rivolto disse. Poiché costoro non ci vogliono lasciar
partire in pace, e secondo 1' ordine della guerra mattonarci
questa strada d' oro, è necessario che noi ce l' apriamo col
ferro , e che insegnamo a' nimici che il fasto della fortuna
reale che rappresenta questo superbo lor capitano , è cosa
vana in mezzo dell' arme. Ricordar a voi che facciate il de-
bito vostro , mi par cosa soverchia, ogni volta che mi sov-
viene, ninno esercito esser mai slato tanto noto al suo ca-
pitano , come voi sete a me , nò capitano alcuno più cono-
sciuto da' suoi soldati , come io sono da voi. Insieme con
esso voi , lasciate star le cose vecchie , abbiamo rimesso i
Ghibellini in Lucca , abbiamo ricuperato buona parte delle
loro castella , e mantenuto la dignità e autorità de' Pisani.
Resta che insieme con esso voi, facciamo così glorioso Mon-
tecatini a' Pisani , come fu 1' Arbia a' Sanesi , e che rintuz-
ziamo una volta 1' orgoglioso animo de' Fiorentini , ormai
troppo insuperbiti per avere schernito gli assedi di due En-
rici. Né piccola gloria sarà la nostra se dopo tanti anni fa-
remo risorgere in Toscana il pressoché spento nome dei
Ghibellini, e apriremo la strada al futuro imperadorc di ri-
metter r Italia all' antica grandezza sotto la devozione del-
l' Imperio col mezzo delle nostre valorose destre. E così
detto, avendo comandato a Francesco suo figliuolo, e a Gio-
Amm. Vol. II. 4
50 dell' istorie fioiientine
vanni Giacolti Malespini fuoruscilo fiorentino , il quale era
capitano del pennone imperiale, che con centocinquanta ca-
valieri assalissero coloro i quali erano alla guardia dello spia-
nalo , che per lo più erano Sanesi e Colligiani, fece subilo
dar il suono alle trombe. Fu 1' assalto di costoro molto fe-
roce , conciossiachè oltre la virtù de' cai>i , 1' uno de' quali
pugnava per la gloria del padre e sua, e 1' altro per ritornar
alla patria, Uguccione avesse messo in questa prima schiera
i più cappati soldati di tutto il suo esercito ; perchè i Sa-
nesi e Colligiani non ressono a quello impetuoso incontro;
ma dopo aver fatta alquanta resistenza , aprendosi, dellono
campo a' nemici di urtare nella seconda schiera , dove in-
sieme con la cavalleria de' Fiorentini era la persona del
conte di Gravina. Questa fu la rovina de' feditori di Uguc-
cione, i quali essendo insieme co' cavalli ormai stanchi del-
l' incontro fatto co' Sanesi , e trovando i Fiorentini freschi e
in molto maggior numero , non poterono far lungo contra-
sto. Nondimeno in tanto lor disvantaggio, e in così certo e
manifesto pericolo, non fu alcuno, come conveniva alla
virtù degli allievi di cosi fatto capitano , che volgesse le
spalle. Ma combattendo animosamente mentre ebbono spi-
rito, e poteronsi reggere a cavallo, quasi tulli fur tagliati a
pezzi ; tra' quali e il figliuolo di Uguccione e il Malespini
restaron morti. Uguccione non ancora consapevole della scia-
gura del figliuolo , veggeudo la prima squadra de' nemici
aperta, e che già i pochi suoi feditori combattevano con la
schiera grossa , si volse a' capitani tedeschi, e mostrato loro
che la lode di quella giornata si aspettava alla loro nazione,
fece sogno che già era tempo di dar dentro. Erano questi
ottocento cavalieri tulli soldati vecchi e quasi le reliquie di
quello esercito imperiale, che, da che Enrico era calato in
Italia , si era trovalo a tante ballaglie e assedj di città ; i quali
avendo al valore e alla perizia dell' arte mililare aggiunto
un odio acerbissimo contro i Fiorentini, ricordandosi che
quella cillà soia s' aveva fallo beffe del valor loro , e che
quasi por conto suo era morto l' imperadore Enrico, è cosa
maravigliosa a diro, con quanto impelo , avolo il cenno del
loro capitano, invoslissono i nemici. Ne era minore la virtù
de' Fiorentini a difendersi , accesi oltre i proprj rispetti di
I
LIBRO QUINTO. 51
veder due fratelli e un nipote d' un re preclarissimo, esporsi
ai medesimi pericoli per l' onore e salute loro ; e ancora
che per imprudenza del principe avessero incominciato il
fatto d' arme tumultuariamente, e molti di essi non avessero
avuto tempo di armarsi di tutte arme , facevano egregia re-
sistenza. Ma poiché Uguccione, incrudelito per aver udito la
morte del figliuolo, col resto di tutte 1' altre genti si fece in-
nanzi ancor esso, e gridando che non si facessero prigioni,
si diede principio a far 1' uccisione maggiore , le squadre
de' Fiorentini incominciarono fuor di modo a turbarsi , e si
sarebbon contullociò mantenuti per più lunga ora , se il
danno non avesse avuto principio dalla morte de' capi, e di
coloro i quali valorosamente combattendo erano stati primi
a incontrarsi co' nimici. Cedendo dunque la pugna al nimico
già vincitore , tutti gli altri che non erano impediti dalle ferite,
si diedero impetuosamente a fuggire ; non trovando molti di
loro maggior felicità nella vergognosa fuga di quello che i
loro compagni valorosamente combattendo nel campo aveano
trovato , poiché pensando salvarsi affogarono ne' pantani della
Gusciana. Dicono gli scrittori , che quel giorno vi morirono
tante persone , che il fiume Nievole pieno di corpi morti
corse tutto sangue, e che in Firenze, in Bologna, in Siena,
in Perugia e in Napoli, per il pianto de' cittadini perduti,
tutto il popolo si vestì a bruno. Giovan Villani scrittore di
que' tempi tra affogati e uccisi dice esser arrivati a duemila,
e di questi centoqualtordici essere stati delle più nobili fa-
miglie di Firenze, ma i prigioni i quali attesono a farsi, con-
seguita che fu appieno la vittoria , non esser arrivati a cento
cinquanta. Fece più notabile questa rotta la morte di Piero
conte di Gravina fratello del re, il corpo del quale, affogato
come si crede nel fiume , non si potè mai ritrovare , e di
Carlo figliuolo del principe ; e dopo costoro 1' essere stati
trovati tra' morti Carlo conte di Battifolle , Caroccio e Brasco
d' Aragona, amendue connestabili de' Fiorentini e uomini di
grandissimo valore. Dell' esercito d' Uguccione, oltre la morte
del figliuolo, il quale era giovane di grande speranza, vi fu-
rono gravemente feriti Lucchino Visconti , mandato col soc-
corso delle genti lombarde dal magno Matteo suo padre, e
Caslruccio Castracani , quello che poi non fu più mansueto
52 dell'istorie fiorentine
nimico de' Fiorentini, che fosse stato Uguccione. II principe
di Taranto salvandosi con la fuga sopravvisse al fratello mi-
nore e al Ggliuolo per piagnere 1' errore della sua mal con-
dotta capitanìa. Il rimanente dell' esercito parte si salvò a Pi-
stoja, e alcuna parte a Fucecchio, e non molti si ridussono
a Cerbaia : la quale dolorosa sconfìtta succeduta il ventino-
vesimo giorno d' agosto fece memorabile e infelice il gon-
falonerato di Coppo Bonaiuti, non più fortunato alla casa sua,
la quale ebbe fine non molti anni dopo nel figliuolo di lui.
Niccolò Machiavelli dice, non Uguccione essersi trovato a
guidar 1' esercito, il quale essendosi ammalato era andato a
curarsi a Montecarlo , ma Castruccio ; e che la confidenza
presa dal principe fosse venuta dall' assenza d' Uguccione,
nutrita però artificiosamente col mostrarsi paura da Castruc-
cio; e che il fatto d'arme non fu attaccalo da'feditori, ma
da ambedue le corna dell' esercito, il quale era stato ordi-
nato in modo , che le più gagliarde genti de' Pisani venivano
a combattere con le più deboli de' Fiorentini ; e che nella
rotta morirono più di diecimila uomini, e fra essi ancora il
principe di Taranto : parte delle quali cose essendo manife-
stamente false, rendono sospetto ancor quelle che potreb-
bono esser vere.
Dopo la vittoria, seguì incontanente l'acquisto di Monte-
catini, e non molto dopo quello di Monsommano , e come
tutte le cose vanno dietro al vincitore , i signori d' Anchia-
no , i quali erano a devozione del comune di Firenze , det-
tono il castello di Vinci a Uguccione ; e Baldinaccio Cavic-
ciuli ribellò il castello di Ccrretoguidi di Greti ; la perdita
de' quali fu poi di grandissimo danno alla Repubblica. I Fio-
rentini non sbigottiti per cotante percosse, essendosene il
principe ritornalo a Napoli non meno afflitto del male e
della perdila della giornata che della morte de' suoi , alte-
sono con gran diligenza ad assoldar nuove genti , e fortifi-
car la terra di steccati e di fossi, e ad acquetar alcuni umo-
ri che si vedevano sorger tra' cittadini, insieme con le quali
preparazioni mandarono di nuovo al re Ruberto per un ca-
pitano di guerra. Il re volendo dar colai carico , il quale
aveano avulo due suoi fratelli , ad un barone di somma ri-
putazione, elesse Beltramo del Balzo conte di Monte Scag-
LIBRO QUINTO 53
gioso e d' Andri, con cui avea congiunto Beatrice sua so-
rella restata vedova d' Azzo marchese di Ferrara ; il quale
con dugento cavalieri venne a Firenze poco prima o dopo
che prendesse il gonfalonerato Nello Rinucci. Uguccione tra
tanto si riposava più per stabilir il suo principato in Pisa e
in Lucca, che per vaghezza d' ozio , e perchè i suoi soldati
rinfrancali dalle continue fatiche potessero al nuovo tempo
con maggior prontezza uscir a nuove imprese ; il qual pen-
siero antiveduto da' Fiorentini non li lasciava prender riposo,
sapendo che Uguccione non era per star contento dentro
quelli termini, benché amplissimi alla fortuna sua. Ed es-
sendo a questa sollecitudine aggiunto il naturai morbo della
nazione di non soddisfarsi di stato alcuno , incominciava a
molti di loro a dispiacere non solo il governo del conte, ma
eziandio la superiorità del re. Ad alcuni altri pareva cosa
strana , che un' amicizia incominciata da tanti anni innanzi
col re Carlo I. continuata col re Carlo II e poi confermata
col re Ruberto, oltre tanti scambievoli benefizi, finalmente
con la morte d' un fratello e d' un nipote, avesse per pazzia
e per umori privati a rompersi. 1 quali dispareri subitamente
generarono le parti; essendosi la città in amici e nemici del
re divisa. Degli inimici (la qual fazione era superiore) era
capo Simone della Tosa cavaliere di grande autorità, seguito
da' Magalotti e da molte altre famiglie de' grandi e de' po-
polani ; dell' altra era Pino cavaliere ancora egli della me-
desima casa, col seguito d' altre famiglie di simili condizioni.
Il quale benché biasimasse pubblicamente così scellerato
consiglio, non potè vietare che non si mandassero amba-
sciadori in Germania per trarne con cinquecento cavalieri
tedeschi il conte di Luxemburgo. Ma non cavando di ciò
risoluzione alcuna buona, operò, che avendosi a cacciare il
conte e finalmente il re , almeno non si scostassero in tutto
dalla casa di Francia ; e per questo ottenne che si man-
dasse per Filippo di Valois che fu poi re di Francia, figliuolo
di Carlo, il quale era stato a Firenze quando Corso Donati
riprese lo stato, perchè dovesse venirne per capitano de'Guelli
in Toscana conlra Uguccione principe della fazione ghibel-
lina con ottocento cavalieri. Ma nò ciò ebbe effetto veruno,
essendo il re Luigi suo cugino travagliato a casa per la
5i dell'istorie fioukntine
guerra che avea co' Fiamminghi ; onde si consumò in simili
pratiche tolto il magistrato del Rinucci, e parte di quello di
Michele Maffei, che toccò i primi due mesi dell' anno 1316,
senza profitto veruno. Ma non per questo si mitigò la mala
volontà che avea Simone contra del re, « per il quale trovo
« in questo tempo vicario della città Rolandino de' Galluzzi
« cavaliere bolognese, e capitano di custodia di Firenze e del
« contado fu Fummo de' Boscoli cavaliere aretino » ; perchè
avvengachè persuaso con ragioni efiìcaci da molli cittadini e
frenato con la paura d' Uguccione non ardisse tentare di an-
nullar il dominio che la città gli avea dato , pure dipen-
dendo da lui il gonfaloniere Matlei con tutti i priori , fece
sotto varj pretesti in guisa , che il conte il quale era con-
dotto per un anno ' , promesse a' 5 di febbraio a Gherardo
« di Gualterollo sindaco in questo fatto del comune, di non
« s' impacciare nò intromettersi in modo alcuno della balìa
« de' priori e gonfaloniere, né d' altro uficio della citlà e del
« contado ; di non impedir la giustizia nò nel civile nò cri-
« minale amministrata da vicario regio o altro ufiziale ; di non
« esser contrario in maniera alcuna all' esecuzione d' alcuno
« statuto 0 ordine fatto o da farsi dal comune, e di non
« esercitar la sua carica olire a quattro mesi. » E per po-
ter disporre del futuro governo più secondo il piacer suo si
diede a procurare d'un vilissimo uomo, il quale sotto nome
di bargello avesse a taglieggiare con esempio di bestialis-
sima ferità la miserabile patria sua; la quale facilmente sa-
rebbe caduta sotto l'intollerabile soma di due grandissimi mali,
i quali sarebbono stati il nimico domestico, e quello di fuori ,
se innanzi alla venuta del nuovo carnefice non avesse con
maraviglioso rivolgimento di fortuna avuto presto e impensato
fine la troppo immoderata felicità d' Uguccione. Aveva in Fi-
renze preso il gonfalonerato Cine Martini , e i Fiorentini in-
quieti andavano diverse cose divisando ; quando in Pisa per
ordine d' Uguccione fu mozzo il capo a Banduccio Bonconti
e al figliuolo, sotto colore che tenesse occulte pratiche col
re Ruberto , ma veramente perchè essendo uomo di gran
senno e autorità , agli ambiziosi disegni suoi s' opponeva.
> non aK'eiitlo an'uia finito quattro mesi j/'u licenziato. Priipa Edi».
LIBRO QUINTO. 55
Questa crudeUà sdegnò grandemenle i Pisani contro Uguc-
cione , ma non avendo il potere , aspettavano I' occasione ,
la quale per le medesime cagioni venne prestissima. Era in
Lucca stato ritenuto prigione Caslruccio per omicidj e rube-
rie commesse in Lunigiana. E Neri figliuolo d' Uguccione, il
quale sotto nome di podestà governava quello stato, aveva
in animo di farlo morire, non tanto per quello che egli aveva
fatto, quanto che essendo giovane animoso, e per il paren-
lato e per la fazione di grande autorità tra' suoi cittadini ,
dubitava che solo quel!' uomo potesse un dì essere impedi-
mento alla grandezza del padre e sua. Ma sentiva fremere e
bollire il popolo in modo, che non s' arrischiava di far ese-
guire la giustizia, temendo che nella città non succedesse
alcuno scandalo; perchè mandò al padre, facendogli intendere
che una cosa di tanta importanza aveva bisogno della pre-
senza sua. Uguccione, il quale avendo sbarbato Banduccio in
Pisa crcdea con spegnere Castruccio in Lucca aver superato
ogni difficoltà , con buona parte della sua cavalleria se ne
venne a trovar il figliuolo. Allora i Pisani giudicando il tem-
po per la partita d' Uguccione opportuno . senza perderlo,
sotto la guida di Coscietto dal Colle franco popolano, pre-
sono r arme, corsono al palagio, tagliarono a pezzi la sua
famiglia , saccheggiarono la casa , e in su quella furia insi-
gnoritisi delle porte della città crearono loro signore il conte
Gaddo de' Gherardeschi. Appunto era Uguccione in procinto
di far giustiziare Castruccio, schernendo col presidio de' suoi
soldati i romori popolari, quando giunse la novella della ri-
bellione di Pisa ; la qual non venne per modo occulta che
in un medesimo tempo non fosse nota a' Lucchesi ; onde es-
sendo quelli grandemente inanimiti per 1' esempio d' un si
fatto accidente , mentre Uguccione sopraggiunto dal dì della
sua rovina non prende conveniente all' antica virtù alcun ri-
paro a' soprastanti mali, prcsono 1' arme ancor essi, le pri-
gioni ruppono, e Castruccio ancor legato ne' ceppi liberarono,
e quello per loro signore gridando si preparavano di tagliar
a pezzi Uguccione con tuiti i suoi soldati ; il quale perduto
d'animo, e quasi uscito di sentimento . per le castella dei
marchesi Malespini se ne fuggì a Verona : essendo in un
medesimo tempo due famosissimi capitani di quel secolo me-
56 dell'istorie fiorentine
morabilc esempio dell'una e dell' altra fortuna; mentre l'guc-
cione cadendo in meno spazio d'un ora del principato di due
nobilissime repubbliche di Toscana , convenne povero ed
esulo andarsi a riparare in corte di Cane della Scala; e Ca-
slruccio co'eeppi a' piedi e con la mannaia al collo , fu subli-
malo a sì grande eccellenza che potette molto presto esser
tremendo non che a' Fiorentini ma a tutti coloro che se-
guivano la parte guelfa in Italia. Sono autori i quali dicono
che Uguccione quando ebbe novella della pisana ribellione,
era entralo a tavola , ed essendo ingordissimo mangiatore
non volle partirsi dalla mensa infino alle frutte ; onde uscì
quel mordacissimo motto, che egli in un convito s' aveva
mangiato due intere città ; perchè s'era detto , che se Uguc-
cione senza aspettare il fine del desinare fosse montato a ca-
vallo e andatone a Pisa, leggiermente avrebbe potuto acque-
tare il principio del tumulto , e conservarsi amendue le città
salve.
Pervenuta la fama di questi successi in Firenze, fu so-
prammodo grande la letizia de' cittadini , veggendosi liberali
da cosi fiero nimico, e massimamente di coloro, i quali non
ritenuti da altro che dal sospetto d' Uguccione, non aveano
anco fatto venir il bargello , col mezzo del quale speravano
potersi de' loro nimici vendicare , abbatter la parte del re
Ruberto, e del tutto esser principi e guidatori della loro
Repubblica. « Per le cose che succedevano , e a quelle
a che si preparavano nella città , parve bene che gli ufi-
« ziali della condotta non solo conducessero al soldo della
« Repubblica dugenlocinquanta cavalli , e millequattrocento
« fanti già ordinali , ma ancor maggior numero , con dar
« balia a' priori e gonfalonieri di poter trovar danari an-
ce che con impor nuove gabelle ; perchè a' '29 di marzo
« fu dato ordine per la registrazione de' contratti gabella-
« bili , come di dote e loro augumento , di mutui , depo-
« siti , cessioni , vendite , e alienazioni di beni immobi-
« li , e simili ; con deputar notai per registrar i contratti
« fatti in Firenze in termine d' un mese , quei del contado
« in due , quei fuor del contado ma in Toscana in tre, d'I-
« talia in sei , e fuor d' Italia in termine d' un anno ; con
« dichiarazioni di quello che si dovesse pagare . come delle
LIBRO QUINTO. 57
« pene a chi non pagasse ne' tempi debili ; ufìzio che non
« solo è in essere ancor oggi, ma è una dell'entrate più
« vive dello slato ». Creato ' gonfaloniere Fazio de'Giugni ,
il quale era degli amici di Simone della Tosa , quasi a ninna
altra cosa s' attese che a far venir il bargello ; a cui il dì
di calende di maggio fu dato il gonfalone e signoria della
cillà. Io arrossirei tra me medesimo raccontando 1' opere di
costui, se non fossero uno utile ammaestramento a' popoli a
doversi soddisfare , quando sono sottoposti ad una modesta
signoria ; potendo ciascuno quindi comprendere quanto dura
condizione dovea esser di coloro i quali ricaduti dal man-
sueto dominio del re Ruberto erano dati in preda alla sfac-
ciata e crudele tirannide di Landò d' Agubbio , che tale fu
il nome del nuovo bargello. Questi standosene da mattina a
sera a piò del palagio della signoria co' suoi birri a guisa di
cani assegnati da' cacciatori alle loro poste, li mandava a
cenno de' presenti governatori pigliando sotto scusa d' esser
Ghibellini ora un cittadino e ora un altro ; e come la sola
accusa fosse sufficiente prova del delitto commesso , senza
altri testimoni o giudizio alcuno ordinario , li facea secondo
usanza di guerra da' suoi crudelmente scannare. Così fu mozzo
il capo ad un innocente giovane de' Falconieri , senza molti
altri di basso affare , e non guardando ad ordine sacro né a
religione alcuna , pose la mano addosso ad alcuni cherici di
casa degli Abati , reliquie di quella famiglia ; i quali somi-
gliantemente fece cader morti sotto la mannaia. Non osava
ninno cittadino parlare , perciocché le squadre degli uomini
armali erano lutto dì attorno per la città, e le esecuzioni
delle condennagioni camminavano con tanta velocità , che
ciascun cittadino per grande e potente che fosse lemea d'es-
ser prima morto , che di potere o con l' innocenza , o con
gli amici , 0 con la pecunia , o con la forza stessa provve-
dere allo scampo della propria salute. Celebravano i fautori
di cotanta scelleralezza la sanguinosa sete dell'orribil carne-
fice, necessaria e utile severità in così falli tempi chiaman-
dola ; il quale d' ogni affetto umano spogliato , ad altro non
attendeva che ad eseguire con maravigliosa fede e ardire i
' dunque. Prima edizione.
38 dell' istorie fiorentine
giusti comandamenti de' magistrati ; e avendo egli dato gran
fretta a compier le mura della città dal prato d' Ognissanti
a S. Gallo , dicevano , che solo la virtù di questo uomo ren-
dea in un medesimo tempo sicura la città da'nimici dome-
stici , e da quelli di fuori ; sì fattamente che crescendo ogni
dì la potenza del bargello maggiore, trascorse a tanta teme-
rità che fece batter moneta falsa , e quella del suo nome
chiamar bargellini. « In tanti disordini della città non si la-
« sciava però di far qualche bene , procurando Lapo de'Bardi
« e Lotto de' Buondelraonti cavalieri, Marabottino de'Tor-
« naquinci, Duccio de' Magalotti , Vieri de' Rondinelli, e
« Giano degli Albizi paciari tra' Guelfi, di far la lor carica
« con carità verso la patria e del prossimo; onde avean fatto
« far pace tra le famiglie de' Giandonati e degli Acciaiuoli ,
« con procurar che i Giandonati che aveano offeso fossero
« liberati da' bandi ne' quali erano incorsi. I signori suppli-
« cali dal rettore e religiosi del capitolo e spedale di S. Ma-
te ria di Siena di poter fabbricare uno spedale in Firenze
« sotto il medesimo titolo , e di poter ricevere i beni che
a fossero dati loro con immunità d' imposizioni e servizi, lo
« concederono. Erano di già entrati i nuovi priori, de' quali
« fu gonfaloniere Fazio Ubaldini da Signa giudice , e conli-
« nuando il bisogno di trovar danari fu ricorso al rimedio
« usalo mollo spesso dalla Repubblica con facilità e vantag-
« gio de' suoi cittadini e sudditi, ordinando a' 2 di giugno.
'( che tutti i condennati e banditi ( eccettuatone alcuni casi
« soliti riservarsi ) i quali avessero per tutto il dì 13 pagalo
« quei della città dodici danari per lira , e quei del con-
« tado e forestieri sei delle loro condennagioni . purché per
« qualsivoglia condcnnagione quei della città non pagassero
« più di lire cinquanta , e quei del contado venticinque, fos-
« scro liberati; e per agevolare il pagamento rispetto alla
« brevità del tempo , volsero che ciascuno potesse pagare
« per il condennato ».
Non si scorgea però segno alcuno che la città avesse a
respirare delle crudeli battiture di Landò ' , essendo così il
I Nel vecchio Ammirato si Ipgge solamente. Erano già entrati i
nuovi priori, de'' finali fu gonfaloniere Fazio da Signa giudice^ né
per questo si porgeva segno alcuno, che la città avesse a respi-
rare ec. ec.
LIBRO QUINTO. 59
gonfaloniere come i priori della fazione reggente ; laiche gli
altri cittadini , così del numero de' grandi come de' merca-
tanti e artefici, per segreti messi feciono con gran prestezza
intender al re il misero stato nel quale si trovavano ; e per
questo il pregavano a far suo vicario in Firenze il conte
Guido da BattifoUe , il quale per l' amicizie che avea nella
città e nel contado speravano che fosse per poter riparare
in parte al furor del bargello , e moderare il superbo im-
perio della parte che prevaleva. Non tardò punto il re a con-
solar i Fiorentini, onde il conte prese il governo del vica-
riato il primo giorno di luglio , non senza sospetto di qual-
che tumulto ; il quale benché i bargellini non ardissero di
muovere , nondimeno ei si cominciò tostamente a vedere
che se non si faceano più gagliarde provvisioni , quella ele-
zione era di poco giovamento, non potendo il conte in cosa
alcuna opporsi con la sua autorità alla potenza di Landò. A
tanta grandezza V avcano le fiorentine discordie condotto ; e
già parea a molti più tremendo il nome di Landò , che non
era stato quello di IJguccione . ma tutti per più dannoso
senza contesa lo giudicavano ; perciocché Uguccione con la
tema del suo valore nutriva i Fiorentini mentre cercavano
difendersi da lui nell' arte della guerra , e questi con lo spa-
vento de' suoi rigorosi giudizi empieva gli animi di ciascun*»
di paura e di viltà; veggendo massimamente, che beiicliè i
priori e i gonfalonieri si mutassero secondo il costume a'tempi
detcrminati, non si mutava però il modo del governo. « Dal
« quale per il resto usciva sempre qualche opera di libera-
« lità e di pietà, avendo a' i27 di luglio per rimunerare la
« fede e il valore de' suoi cittadini morti nella giornata di
« Montecatini , ordinalo che a' figliuoli e discendenti di Gol-
« lifredo della Tosa e di Stoklo de' Rossi ambedue cava-
« lieri , e agli altri i quali non son nominati , si restiluis-
« sero quei beni che in alcuna maniera fossero pervenuti di
« loro nella Repubblica. La quale per dar maggior calore
« a'paciar; aggiunse loro il conte Guido vicario del re, con
<« autorità di poter condennare quelli che non ubbidissero ».
Croato a mezzo agosto gonfaloniere Bellincione Cacciafuori,
il quale secondando non meno a'voleri di Simone della Tosa
e del bargello , che si avesse fatto il suo antecessore Fazio
60 dell' istorie fiorentine
da Signa, la cillà così combattuta da malvagi governatori
non ricoglieva nessun frutto della cacciata d' Uguccionc ; e
sarebbe leggiermente caduta in maggiori travagli , se la ve-
nuta della figliuola dell' imperadorc Alberto in Firenze , la
quale ne andava a marito a Carlo duca di Calabria figliuolo
del re Ruberto a Napoli, non avesse rimediato a cosi fatti
mali. Costei ricevuta dagli amici del re con gralissirae acco-
glienze, fu subitamente informata con quanto disonore del
suocero il bargello esercitava la sua tirannide in Firenze. Il
medesimo fu fatto intendere a Beltramo conte di Montcscag-
gioso, al conte Camarlengo, all'arcivescovo di Capoa , e a
Giovanni di Capoa suo fratello , i quali con dugento cavalieri
erano venuti di Napoli per ricever la nuova duchessa : con-
fermando tutte queste cose con grande ansietà il conte Guido
da Baltifolle, il quale ritenendo in apparenza un magnifico
nome di luogotenente reale, era in sustanza beffato dal su-
perbo e impotente imperio di Landò. Ma perchè il re si era
obbligato a tener la signoria di Firenze senza turbar gli
ordini de' loro magistrali , fu mostralo che la via di abbatter
quel governo senza romori , non era il lor via il bargello ,
il quale da' loro priori e gonfalonieri era stato chiamalo, né
di cassar la elezione de' seguenti magistrati, ma quello che
altre volte si era costumato di fare , di addoppiare il numero
de' priori, sì fattamente che essendo gli altri degli amici del
re potessono da per sé stessi opporsi a' crudeli consigli degli
avversar]: la qual proposta ebbe felicissima riuscita; essendo
stala facilitata dalla creazione del nuovo pontefice chiamato
Giovanni XXII ; il cui predecessore Clemente era morto due
anni innanzi, nel tempo del gonfaloneralo di Ruggieri di ser
Benci. Credevasi, come poi avvenne, che egli dovesse esser
grande amico del re Ruberto , di cui era stato cancelliere ,
e pur molto prima, quando era in minor fortuna , era stato
allevato in corte tra' ministri del re Carlo suo padre. Talché
i Fiorentini avvezzi a veder molto tempo innanzi , e a di-
scorrer de' falli de' principi, non volendo per favorir un bar-
gello tirarsi addosso in un medesimo tempo due così gran
nimici, con minor ostinazione piegarono alle cose proposte ;
perche il nuovo gonfaloniere Gherardo da Castelfiorentino
ebbe in sua compagnia dodici priori , e poco dopo per lei-
LIBRO QUINTO. 61
tere venute dal re , il quale dalla nuora e da' suoi baroni
era stato ragguaglialo della vita che si menava in Firenze ,
fu dato commiato al bargello. La cui partita, e il moderato
governo del conte da Battifollc, diedono riposo agli affanni
della città ; « e per questo procurando con ogni diligenza le
a paci fra' cittadini , intorno alla fine dell' anno seguì quella
« de'Cavalcanti e Pazzi, le quali per esser famiglie grandi,
« numerose, e di seguito, fu di non piccola quiete cagione.
« Il gonfalonerato d'Alberto del Giudice, appresso al quale
« seguì il nuovo anno 1317, fu molto quieto. Perchè avendo
a i Fiorentini voglia di ricuperare le terre e castelli perduti
« nelle passate guerre, e confidando grandemente nella pru-
« denza e valore del conte Guido , gli dettero autorità e
« balìa di poter far perciò tutto quello che avesse stimato
« necessario , con soldar capitani e genti , purché non fos-
« sero Catalani , né Aragonesi , e questo non ostante che
« nella sua opinione non concorressero i dodici capitani della
« Repubblica , i nomi de'quali, perchè non siano desiderati,
« sono Iacopo de' Rossi , Goccia de' Manieri, Talento di Lapo
« Talenti (sono i Bucelli ), Gentile de'Buondelmonli, Simone
« della Tosa, e Alamanno degli Adimari tutti sei cavalieri,
« Tuccio Ferrucci, Gentile degli Altoviti , Marabottino dei
H Tornaquinci , Vanni di Puccio Benvenuti , Bernardino
« de' Medici, e Cionetlo dc'Bastari ».
Fu intanto reputato a gran maraviglia che in Firenze
si fosse falla una mutazione di stato senza romori; percioc-
ché i dodici priori che furono creati con questo gonfalonie-
re furono quasi tulli della parte del re. Fu anche notabile
questo priorato per essere stato in esso la prima volta uno
de' priori Giovan Villani scrittore di storie; le quali tenute
nascoste per lo spazio di dugenl' anni , per non esser prima
mandale fuori alla luce dogli uomini, hanno finalmente, essendo
state pubblicate negli ultimi anni de' padri nostri, mostrala
quanto sia grande l'obbligo che a colali scriltori si dobba
avere; avendoci di molte cose notabili succedute a'suoi tempi,
e innanzi, non che in Firenze ma in tulio il mondo, dal a
chiara e distinta notizia; oltre averci lascialo una immagine
della purità della fioreiìlina favella , la quale corrompendosi
tuttavia nelle lingue degli uomini , pietosamente insieme con
<)2 DELI.' ISTORIE FIOUENTINE
la verità della storia si serba casta ne' libri suoi. Fu egli
nuovo uomo, perciocché trasse il cognome della famiglia dal
nome del padre ; il quale non più che una volta era stalo
de' priori l'anno 1300, sotto il gonfalonerato di Taldo Tedal-
di, poco dopo che era stato nel medesimo magistrato Dante
Aldighicri. Fu ancora insieme col Villani priore Pela Bal-
ducci , quello che con l'arguta risposta usata al re di Tunisi
della moneta degli Arabi fiorentini contra il pisano merca-
tante, meritò dal prudente re favorevoli privilegi per le raer-
catanzie de' suoi cittadini in quel regno. Fu in questo me-
desimo tempo la città commossa dalla maraviglia d' un fan-
ciullo nato con due corpi in un castello del conte nel Val-
darno di sopra , il quale condotto a Firenze , e recato in
palagio a vedere alla signoria , come mostro della natura e
segno d' infelici avvenimenti noi vollon vedere , ma coman-
darono che fosse levato via: tanto ritengono di vigore le va-
nità de' gentili eziandio appresso coloro i quali sono allevati
nelle leggi della cristiana severità. » Ebbero ben l' occhio
« a' troppo spessi abbruciamenli che seguivano nella città ,
« mediante i quali era rubata molta roba di quella che scara-
« pava dalle fiamme da coloro che sotto spezie di carità
« correvano a spegnerli. Perchè furono fatti molti buoni or-
« dini, come di sonar la campana a tocchi, deputar legnajuo-
« li , muratori e altri simili per ciascun sesto , acciocché
« corressero al luogo dove fosse attaccato il fuoco , sì per
« spegnerlo , come per aver cura che non seguissero ruba-
« menti; i quali uomini tutti furono provvisionati dal comu-
« ne ; » con altri ordini che per lo più si osservano ancor
oggi. Nel seguente gonfalonerato di Giovanni Strozzi, essen-
do le cose acchetate, il numero de' priori si ridusse all' an-
tico. E il re Ruberto desideroso di rimetter i Fiorentini in
tranquillo stato , essendo eglino in quc' tempi anzi in decli-
nazione che no per la rotta di Montecatini . procurò che
pace si facesse tra loro, Sanesi, e Pistojesi per un lato, che
si reggevano a parte guelfa, e Pisani e Lucchesi dall'altra,
che seguitavano la parte dell' Imperio. Questa pace fu molto
utile a' Fiorentini , perocché ebbono patti d' esser liberi e
franchi in Pisa , che le castella che si trovavano possedere
si ritenessero , che tulli i prigioni fatti nella rotta si resti-
LIBRO QUINTO. 63
luissero, e che i Pisani fosscr tenuti fondar nella loro città
una cappella , e uno spedale per 1' anime di coloro i quali
erano morti nella sconfitta di Montecatini. Ma come nella
città vaga della contradizione non succedette mai cosa che
fosse interamente approvala, molli biasimavano il re di viltà,
come quello che dovea pensare più tosto alla vendetta che
air accordo. E altri V accusavano di malignità , che non cu-
rando del danno de' Fiorentini avesse procurato questa pace
per comodi suoi , essendosi i Pisani obbligati di dar cinque
galee armate , o la spesa di esse , ogni volta che il re fa-
cesse generale armata. Ma la sollecitudine e industria usata
da' principali cittadini a ciò deputali perchè la pace seguisse,
mostrò quanto sinistramente veniva il re ripreso dagli uomini
vani; perciocché dubitando che i Pisani non volessero di-
scendere a simili accordi con tanto lor disvantaggio , fmsono
d' accrescer 1' entrate del comune, e di voler far venire un
de' reali di Francia con mille cavalieri per mantener la parie
guelfa in Toscana. Furono a questa cura proposti Alberto
del Giudice uomo in quelli tempi di molta autorità , Giovan
Villani , e Donato Acciainoli figliuolo di Mannino. Costoro
avuto r autorità della Repubblica, come tulle le cose trattale
fossono slate vere, formarono le lettere , perchè i cavalieri
e il capitano venissero ; dettono ordine che sessanlamila
fiorini d' oro si pagassero in Francia per dar principio alle
paghe de' soldati; scrissono al ponletìcc , perchè questa ira-
presa favorisse , e poi per simolate spie feciono che le let-
tere fossero inlercetle in Pisa : onde i Pisani, i quali erano
stali alquanto duri, vedute che ebbono le grandi prepara-
zioni de' Fiorentini, feciono intendere al gonfaloniere e a' prio-
ri che mandassero i loro ambasciatori a Montopoli , che i
loro verrebbono a Marti. Con la qual industria fu conchiusa
la pace su i primi giorni del gonfalonerato di Giovanni P»usli-
chelli giudice. « Scrivendo il Villani che non solo vivea in
« questi tempi, ma che dice essere stato uno de' tre deputali
« per fingere il trattato, pare una vanità il voler persuadere che
« questo negoziato passasse in altra maniera : e pure è neces-
« sario eh' io scriva quello che ne ho trovato nelle scritture
(c pubbliche, lasciando libero a ciascuno il credere a suo modo.
« La pace di quest'anno, conforme a'protocolli e libri pubblici.
64- dell' istorie fiorentine
« fu conchiusa in Napoli nel Caslelnuovo a' dodici di mag-
« gio alla presenza del re Ruberto da Salvestro di Manetto
« Buonricoveri e da Marco da Ugnano notaio, sindaci e am-
« basciadori della Repubblica fiorentina , da Andrea de' Rossi
« sindaco di Pistoia , da Frontino Frontini notaio sindaco
« della terra di Prato ( e questi due dissero di seguire il
« conoandamento del re), da Luto degli Obizi , Dino Sa-
« lamoncelli cavalieri, e Atto da Graginano sindaci de'fuo-
« rusciti guelfi di Lucca , da Bernardo di Sacco notaio da
« Massa per Volterra e Massa di Maremma , dal sindaco di
« Sanminiato , da' sindaci de' comuni di Fucecchio, di S.
« Croce, di Castelfranco , di Cappiano , di Ultrario,di Mas-
te sapiscatoria, di Santamaria a Monte, e di Montefalconi ,
« per i quali otto comuni si protestano di far pace solo
« co' Pisani, dal sindaco di Colle di Valdelsa, di Sangimi-
« guano , e de' nobili Pannocchieschi , che per tutti tre fu
« barone de' Rossi cavaliere fiorentino arabasciadore appresso
« del re, tutti da una; e da Lorao de' Gualandi cavaliere e
« Giovanni di Benigno da Vico professore di legge sindaci
« de' Pisani , e da ser Buonreddito Baldinotti sindaco di
« Lucca dall' altra. Tra le condizioni di questa pace non è
« fondazione di cappella, nò di spedale, uè meno obbligo
« di dar galee al re. E in questo confonde il Villani gli
« anni e le paci. Perchè avendo i Pisani fatto come si è
« detto l'anno 1314 a'27 di febbraio dell'indizione dodice-
« sima una pace in tempo che Uguccione era loro podestà
« e capitano di guerra , e non l' avendo voluta osservare ,
« r anno 16 trovandosi i Pisani liberi , e governando la
« città come podestà Ranieri conte di Donoratico, desi-
« derando di ritornare in pace col re mandarono loro amba-
« sciadori a Napoli Guglielmo de'Gismondi, Obizo de'Gua-
« laudi tutti due cavalieri, Albizo da Vico giurisperito e
« ser Retto Agliata , i quali confermando la pace del il
K s' obbligarono di farla ancora con tutte le comunità di
« Toscana e di Lombardia amiche del re; e in questa del
« 16 è posto r obbligo a' Pisani di far in Pisa o ne' sob-
« borghi uno spedale dotato in maniera , che non solo vi si
« celebri in perpetuo quattro messe il di per l' anime de' morti
« della casa reale , ma che vi si nutrischino , curino , e ve-
LIBRO QUINTO. 65
« slino del continuo venti poveri. Che nel primo passaggio
« che il re di Francia facesse in aiuto di Terra Santa gli do-
« vesserò dar dieci galee armate a loro spese per quattro
« mesi , senza 1' andata e '1 ritorno ; alle quali galee avesse
« a comandare il re Ruberto , o il suo ammiraglio , e non
« volendo dar galee dovessero dare ogni mese per ciascuna
« cinquecento fiorini doro. Che sempre che Filippo prin-
« cipe di Taranto fratello del re , o suoi eredi, facessero il
« primo viaggio in Ilomania , i Pisani gli avessero a dare
« otto galee armate per tre mesi, ovvero cinquecento fiorini
« d' oro il mese per ciascuna. E che al re medesimo des-
« sero ogn' anno in due mesi quattromila fiorini , ovvero
« cinque galee armate per tre mesi di servizio. Ma nella
'( pace fatta quest' anno co' Fiorentini e con gli altri, 1' una
« parte e 1" altra restò libera dal pagamento delle gabelle ,
« volendo che il commercio fosse libero , eccetto però
« delle vettovaglie , per le quali vollero che fosse libero il
« transito ; che i prigioni e gli ostaggi fossero rilasciali
M senza spesa da ciascuna banda, come che fosser liberati
« i banditi per causa di guerra. Le rappresaglie si sospesero
« per cinque anni , lasciando le ragioni a chi le avesse ,
« con doverle metter in chiaro quattro mesi dopo la pub-
te blicazione della pace per terminarle ; che non si desse ri-
« cetto a' compagni e fattori di mercanti, che fuggissero con
« danari o mercanzie ; che i sudditi dell' uno comune do-
te vendo esser puniti dall' altro fossero trattati come proprj ,
« ne fosse formato processo contra d' alcuno senza darne
« prima parte al comune del quale fosse soggetto, e tempo
« a comparire ; che fossero restituiti i beni a' sudditi l' uno
« dell'altro tolti dopo la venuta d'Enrico in Italia, e che
« però fosse amministrato giustizia sommaria a' domandanti ;
« che i Pisani liberassero dalla carcere e dai bandi i conti
« di Montecuccari con restituir loro i beni , come ancor gli
« eredi del giudice di Gallura, del conte Ugolino , del conte
« Anselmo, i conti di Biserno , i conti di Collegalli con quel
« comune ; e lo stesso fosse fatto da' Fiorentini e dagli altri
« verso i Pisani. Che i minori di quattordici anni potessero
« tornare ad abitare per tutte le dette città e comuni , ma i
V maggiori ne dovessero aver prima licenza. Che a Sanmi-
.\"-i. Vo:. fi. o
C6 dell'istorie fiorentine
« nialo fossero resliluiti da' Pisani le caslella , e quello di
« Camporcna con la fortezza restasse a custodia degli eredi
« di Tribaldo de' Mangiadori da Sanminiato finche non ios-
« sere d" accordo insieme, e intanto né i Mangiadori né gli
a uomini di Camporena fossero sudditi di Sanminiato com'era-
« no avanti la ribellione ; e i Sanminiatesi e i Pisani fossero
« liberi da ogni dazio di quello che gli uni possedevano nel
u contado degli altri. Che le terre e castelli che tenevano
« del comune di Lucca i fuoruscili, le dovessero tenere fin
« a tanto che riavessero i lor beni, e rientrassero in Lucca.
« Che i fuorusciti di Pistoja le rendessero liberamente, riser-
« bandosi però Serravalle fin che avessero fatto le paci coi
« particolari. Che i danni che fossero fatti in Toscana fra le
« parli nel fermine d' otto giorni da quello della conclusione
u di questa pace in Napoli, non 1' alterassero, ma bon fossero
« rifatti. » Restata in questo modo la città quieta, si volse
agli studi della pace , e in prima giudicò doversi riparare a
quella macchia, la quale aveva ricevuto dalla moneta coniata
del bargello, che fu del tutto levala via, e fecesene della
nuova chiamata guelfa, che fu mollo buona. « E a richiesta dei
« Sanesi furono liberati da' bandi e condcnnagioni i nobili
u di Cerreto del contado di Siena. » Essendo poi creato gon-
faloniere Pieraccio Guadagni si fondarono sopra Arno le pile
del nuovo ponte , chiamato da coloro che avevano cura di
fondarlo, il ponte reale, che non fu mai più poscia condotto
a fine. « Finì bene con molta lode il suo vicariato il conte
« Guido daBattifolle, essendogli succeduto in esso Amelio del
« Balzo signore d' Avellino , nel tempo del quale fu dato as-
« segnamento di danari per fornire la fabbrica del palazzo
(i di residenza del vicario del re Ruberto ; il quale avendo
« domandato aiuto per ricuperare il regno di Sicilia, il gonfa-
« loniere ed i Pisani gli mandarono duemila cinquecento fio-
« rini d' oro. »
Nel mezzo di queste tranquillità avendo preso il gonfa-
loneralo Tuccio Ferrucci la terza volta, diede alquanto di
terrore a' cittadini a guisa d" un lampo la mossa d Uguccione,
il quale con 1' aiuto di Cane della Scala e del marchese Spi-
netta era con gran gente a pie e a cavallo calato infino in
Lunigiana per rientrare per trattato in Pisa. Ma scoperto il
LIBRO QUINTO 67
Iradimenlo. e per questo uccisi in Pisa quattro do' Lanfranchi.
e il conte Gaddo fortificatosi , quel movimento riuscì ad
Uguccione vano, e al marchese Spinetta dannoso; il quale
assalito da Castruccio. co' Pisani e col conte Gaddo confede-
ratosi , e toltogli Io slato, fu costretto a rifuggirsi in corte
di Cane, ove il medesimo Uguccione e tutti gli uomini il-
lustri dalle lor patrie o signorie cacciali si riparavano. La
città di Firenze restata libera dal timore, avendo in orrore
il nome di Uguccione non meno che gli stessi Pisani, furono
molli i quali per così fatti successi ardirono assomigliare
la fortuna d' Uguccione a quella di Annibale; conciosiacosa-
chè come quello era slato crudele e perpetuo nimico de'Ro-
mani, così costui e per rispetto della fazion ghibellina, e
per cagione del principato, e mentre fu signore di Lucca e
di Pisa , e mentre ne fu fuori , fu sempre asprissimo avver-
sario de' Fiorentini. E se Uguccione non aveva pertanto tempo
infestalo i Fiorentini, ne dato loro tante rotte quante Anni-
bale aveva date a' Romani , non era però che la rotta di
Montecatini non si potesse agguagliare ad alcuna di quelle
due di Trasimeno o di Trebbio. Oltre che lo spavento dato
alla città per la congiura tenuta con Corso Donati, pareva
che ritenesse immagine dell' assedio d'Annibale intorno Ro-
ma, perchè l' uno e 1' altro caduti dalla grandezza della prima
felicità ricorse alle corti d' altrui. Annibale rifuggendo al re
Antioco , e Uguccione a Can della Scala , e amendue non
sbigottiti da' sinistri avvenimenti , tentarono di rimetter in pie
la caduta fortuna loro. Annibale confortando Antioco alla
guerra romana, onde di nuovo fu udito il nome suo tra i
nimici del popolo romano, e Uguccione avendo ridotto Cane
a dargli tante genti , che un' altra volta potesse esser di ter-
rore e di spavento agli antichi nimici, benché gli sforzi
dell' uno e dell' altro riuscissero vani. In questo più fortunato
Uguccione d' Annibale , come il fine della sua vita mostrò ,
che abbattutosi a più virtuoso principe, non fu forzato di af-
frettare con le proprie mani gli ultimi anni della sua vec-
chiezza. « Cessato questo spavento, mediante il quale era stato
« dato il comando delle armi al vicario del re, la città restò
« neir incominciala quiele. Avendo l'inquisitore dichiaralo
« eretico ser Landò Becchi d' \gubbio slato l'anno passalo
68 dell' istorie fiorentine
« bargello di Firenze, il gonfaloniere co' priori come divoti di
« santa Chiesa , non solo aggradirono tal dichiarazione , ma
« vollero ancor essi annullare ogn' atto e contratto fatto da
« lui e da' suoi uficiali, imponendo pene a chi non notifì-
« casse all'inquisitore i fautori del medesimo bargello. Nel
'( gonfalonerato di Medico Aliotti arrivarono in senato due
« ambasciatori della città di Brescia , i quali esponendo il
« pericolo di quella terra rispetto a' suoi fuorusciti ghibel-
« lini, e a Cane della Scala, ottennero d'essere aiutati di
« mille fiorini d'oro. Rispetto alle guerre passate erano i
« sudditi del contado stati molto aggravati ; perchè respi-
(( rando la città, parve necessario a chi governava di dover
« dar loro qualche sollevamento : furono però liberati dalla
« gabella delle bocche o famiglie che la chiamavano, con
« non voler che fossero molestati di quello che reslavan do-
« vendo per tal conto. E di quello che eran debitori per gli
« altri aggravi , vollero che pagandone il quarto per tutto
« il dì 14 di dicembre , restassero liberi per il soprappiù.
« Agli abitanti di Gambassi, in riguardo delle continue
« molestie e danni che avean ricevuto da quei di Campo-
« rena, fu levala ogni imposizione , dazio, e gabella. Entrò
« r anno 1318 essendo gonfaloniere Lotto di Puccio Ardinghi,
« quando venuto vicario del re Ruberto Diego della Ratta con-
« te di Caserta e gran camarlingo del regno, la signoria gli
« dette la carica di dugcnto cavalli. Sotto questo gonfalonie-
« re fu confermata al re Ruberto la signoria della città per
« tre anni finiti i cinque , con obbligo di mandar ogni sei
« mesi in Firenze un suo vicario, e che non lo mandando,
« se lo potessero eleggere i Fiorentini medesimi , il qual
« vicario non si potesse ingerire in alcuno uficiale della città,
« se non in proteggerli. Nozzo di Manetto Bcnlaccordi , e
« Filippo di Landò degli Albizzi, due de' priori, non vollero
« acconsentire a questa conferma , la quale in ogni modo
« ebbe effetto , per esser slata approvata da tutti i consigli.
<f A Jacopo de' Medici cavaliere, e a Salvcslro Buonricoveri
« fu dato il carico d' andare a presentarla al re. Il gonfalo-
« nicre Ciampo Ducei si prese la cura co' compagni di ri-
« formare gli ornamenti delle donne e degli uomini , levando
« parimente i monopoli , e le spese superflue della Repub-
LIBRO QUINTO. G9
« blica. Alla quale essendo venuti Jacopo Cavalcabò marchese
« Vitaliano da Cremona , e nuovi ambasciatori di Brescia ,
« che in nome de' Guelfi domandavano aiuto conlra i Ghibel-
« lini, da' quali ricevevano continue molestie; a' bresciani
« furono dati altri mille fiorini d' oro , e al cremonese due-
« mila. Il Ducei avanti di finir 1" uficio volendo sollecitare il
« tirare a fine le mura della città , vi assegnò 1' entrata d' al-
« cune gabelle , fra le quali fu quella della macina. Giovanni
« de' Ricci, entrato gonfaloniere a mezzo aprile, fu quello che
« co' priori auguraentò la gabella del sale per un anno , e
« per farla piìi copiosa volle che nella distribuzione fossero
« compresi ancor gli ecclesiastici, senza pregiudizio diceva
« egli della libertà ecclesiastica, e perciò da uficiali religiosi
« fosse amministrato il denaro e impiegalo nelle muraglie
« della città. Ridusse il rendere i partiti del comune a fave
« nere e bianche, con dar ciascuno il suo voto in mano d' un
« de' religiosi della camera dell'armi, e questi lo mettesse
« neir urna , o bossolo, e così levar molte confusioni. Que-
'< sti ridusse il divieto degli ufiziali forestieri a cinque anni,
« non intendendo fra questi il vicario del re ; e ordinò che
« si eleggesse un ufiziale legale lontano dalla città cinquanta
« miglia per tener il registro de' soldati e cavalli della Repub-
« blica. A suo tempo Belcaro notaio figliuolo del ^ià Ben-
« venuto da Fogna co' suoi fratelli ottennero , nonostante
« che 1 figliuoli di Serraglio da Marcialla della medesima casa
« fossero de' grandi , di non esser trattati come loro , poiché
« co' suoi egli era stato sempre guelfo. Questo Belcaro dette
« principio alla famiglia de' Serragli, dalla quale è detta una
« strada della città nel quartiere dì S. Spirito. Nel gon-
« falonerato di Donato Peruzzi , e che era vicario del re
« Andrea da Camerino , e esecutore degli ordini della giu-
« slizia Offreduccio d' Acquasparta, al quale fu dato 1' uficio
« di custodia della città e contado, essendo ritornato all' ub-
« bidienza della Repubblica il castello di Vinci , si dette or-
« dine di mandar in quella fortezza un castellano. Per le
« doglienze de' religiosi e de' cittadini medesimi per gli
« scandali che nascevano dall' abitare le meretrici appresso
« d' alcuni monasteri, fu posto pena che non potessero slarvi
« che mille braccia lontano; la qual pena fu raddoppiata per
70 dell' istorie fiorentine
i( rhi avesse dato loro case a pigione dentro a quella disianza.
« e per lo stesso rispeito fu proibito il farvi taverne a meno
« di cento braccia ». A mezzo agosto prese il gonfaloneratu
Giovanni Marignolli. ' Questi insieme co' priori (u richiesto
dal conte di BattifoUe d' aiuto , il quale in nome del re Ru-
berto si trovava in Genova difendendo la città , che si era
data a lui , dagli assalti de' fuorusciti ghibellini. Furongli
mandati con grandissima celerità cento cavalieri e cinque-
cento pedoni tutti soprassegnati a gigli per soccorrer il re.
Questa gente trovandosi poco prima che andasse a Genova
in Siena, fu a tempo a rimediare agli scompigli di quella
città, la quale levata a romore per sedizione commossa da
Sozzo Dei e Deo Tucci de' Tolomei , e per lo seguito che
costoro aveano de' giudici, notai e beccai essendo assai pres-
so a mutar forma di reggimento , i Fiorentini accostatosi
air uficio de' nove, i quali aveano il governo in mano, fu-
rono cagione che quelli della congiura si perdessono d' animo,
e fuggendosi di Siena lasciassero lo stato nella forma che
si trovava. « Il Malcvolti scrive che capo di questa gente
« fu Bingeri Rucellai , al quale i Sanesi per ricognizione del
« valore mostrato in lor difesa donarono l' insegna del lion
« bianco , arme del popolo di Siena. Poi andarono a Genova,
t^ dove trovo che come capitano generale comandò loro
<c Nappino della Torre cavalier milanese » , essendo già en-
trato gonfaloniere Benino Borgoli, da allri nominato Buono
Borgolini ; e 1' opera loro non riuscì vana in beneficio del re,
il quale avendo proposto per liberarsi dalle noie de' fuoru-
sciti di metter gente tra Borghi e Saona. benché da' nimici
gli fosse contrastato, prese terra vigorosamente, e tra' primi
che smontarono furono i Fiorentini; da che succedette la
vittoria de' Guelfi, e la cacciata de' Ghibellini il quinto giorno
• Cessato questo spavento la città restò neW inconiìnciata quiete :
né cosa alcuna nel se^^uente magistrato dì 3Iedico Aliotti succedette
di nuovo. Cosi parimenti passò quello di Lotto Ardinghi^ e quasi
tuttigli altri dell'anno iSi8; perciocché né in quello di Ciampi Ducei,
né del suo successore Giovanni de' Ricci, né di Donato Peruzzi av-
venne fatto alcuno, del quale neW antiche cronache si sia serbata
memoria. Prese poi il gorifalonerato a mezzo agosto Giovanni
JUarignolli. ec, ec. Ciò, e non altro, si legge nel testo originale.
LIBRO QUINTO. 71
dì febbraio doli' anno 1319, essendo vicino a finir il suo gon-
ialonerato in Firenze Zanobi ArnoUì, « nella quale al princi-
« pio di gennaio era venuto vicario del re Iacopino da Ponle-
« carali da Brescia, comandando alla cavalleria della Repubblica
« come generale il conte Simone da BaltifoUe. Questa volta
n i padri per tor via gli scandali che si commettevano con
« le donne di partito, non bastando l'averle allontanate dai
« monasteri , le mandarono fuori della città, nella quale non
« fu permesso loro di entrare che il lunedi dopo nona per
« provvedersi a loro bisogni, con pena di frusta e marchiatura;
'< e a chi ne tenesse in casa a pane e vino furono rinnovate
« le pene poste altra volta , non lasciando i notai che rogas-
« sero simili obbligazioni senza le loro. Questo rigore de' Fio-
« rentini contra le povere donne di partilo , cagionato credo
« io dal voler indurre i giovani a pigliar moglie , fu poi ca-
« gione che furono costretti , avendole tanto mallrattate , a
« prometter premi a chi ne conducesse a Firenze. Scguita-
« rouo poi tre gonfalonieri senza far nulla : Tuccio Compagni,
« Gherardo Guadagni , e Peduccio della Marotta v, ; mentre
a' quindici d' agosto prese il gonfaloncrato Piero Strozzi ,
nome più famoso per altro Piero che morì a' tempi nostri,
che per sé stesso. Nel magistrato di costui essendo non che
la città ma tutta Toscana in pace, il che rade volte solca a
quelli tempi avvenire , si ebbe pensiero di aiutare gli amici
lonlani , perchè la parte guelfa non fosse spenta del tutto in
Lombardia , ove la ghibellina era per lo più stata quasi sem-
pre superiore. Dal qual principio ebbono senza alcun dub-
bio origine tutte le future guerre che il popolo fiorentino
ebbe con Castruccio e co' Visconti ; onde mi par necessario
dimostrare quali fossero allora le inclinazioni degli stali d' Ita-
lia , acciocché appariscano più vive le cagioni che genera-
vano le guerre e turbazioni di essa. Il che voler dimostrare
non solo non è partirmi dalla proposta materia , ma cosa
molto utile a chiunque legge i fatti d' alcun principe o d' al-
cuna Repubblica ; perciocché come il medico mal può cu-
rare alcuno infermo , se non intende la natura del male del
quale egli è gravalo , così difficilmente può alcun cittadino
la sua patria governare, o interamente ubbidire, o consigliare
al suo principe , se egli non è capace della natura e condi-
zione di quel governo.
72 DELL ISTORIE FIORENTINE
Era in quel tempo l' Italia partila tutta in fazion guelfa
e ghilx'llina, cioè di santa Chiesa e d'Imperio. Gli stati
guellì erano il regno di Napoli e lo stato della sede apo-
stolica. 1 giiibellini erano quasi tutti i signori di Lombardia,
come i Visconti , Cane della Scala , e molli altri. La Toscana,
e alcune altre città di Lombardia che si reggevano a libertà ,
parte inchinavano all' una fazione e parte all' allra. Ma per
lo più ciascuna città, o guelfa o ghibellina che ella si fosse,
aveva i suoi fuorusciti , che era la parte men potente , la
quale era stata cacciata. Questi fuorusciti ricorrendo alla
città , ove la parte loro prevaleva , domandavano aiuto per
esser rimessi alle loro patrie, ed era loro dato facilmente,
non tanto per pietà de' loro incomodi , quanto per infestar i
loro inimici, e tener viva la loro fazione in ogni luogo ove
potessero avere appicco alcuno. Questa fu sempre la cagione
di tutte le guerre de' Fiorentini in Toscana , e questa poi
suscitò quel fuoco , onde ella ebbe ad ardere ne' fatti di Lom-
bardia. A che si aggiugnea, che avendo gì' impcradori, i quali
venivano a coronarsi in Jloma, a passar prima per quella
provincia, tornava utile a' Fiorentini che essi trovassero tali
impedimenti, che o non potessero passar più oltre, o che
li stancassero in modo che giugncssero deboli e quasi
snervati in Toscana. Questo medesimo cercava il re Ruberto
priaci|)e de' GuelQ, e congiunto co' Fiorentini e con la sede
apostolica, senza che dopo la morte di Manfredi e di Cur-
radino era restato odio particolare tra gì' impcradori , che
sono sempre tedeschi , e i discendenti del re Carlo di Napoli.
I quali odj come si erano abbastanza conosciuti ultimamente
nella venuta dellimperadore Enrico , così non si dubitava
che avessero a produr simili cfTetti , ogni volta che il nuovo
impcradore fosse per calare in Italia. Onde i signori ghibel-
lini facevano ogni sforzo di superar gii avversari, sì per con-
fermarsi più in quelle signorie , che per lo più riconoscevano
dagli impcradori, e sì per gratificarsi gì" impcradori futuri
con mostrar loro d' aver favorita quella nazione. I Guelfi si-
miglianleracnle face\ ano le provvisioni necessarie per abbatter
la parte contraria , sapendo che rovina polca apportar loro
un imperadore che scendesse potente in Italia. Per queste
cagioni non essendo i Fiorentini travagli, iti da guerre dome-
LIBRO QIINTO. 73
sliclic . nò dagli usati nimici vicini , essendo tutti i popoli di
Toscana rappacificati insieme per opera del re Ruberto, in-
cominciarono a far sentire 1' arme loro in Lombardia ; e co-
me l'anno addietro furono vedute l'insegne de' Fiorentini
sul Genovese, così a questa volta furono mandati trecento
cavalieri a Cremona, i quali con tanti altri della taglia di
Toscana che facevano il numero di mille , e con altri Lom-
bardi condotti da Giberto di fioreggio, ricuperarono qticlla
città dalle forze de' Ghibellini , i quali sotto la condotta di
Cane della Scala se n' erano insignoriti l'aprile passato, Mat-
teo Visconti capo e quasi principe de' Ghibellini in Lom-
bardia , veggendo che i Fiorentini si lasciavano guidare dal
re Ruberto , e che a posta di quel re aveano mandato le lor
genti a Genova , i fuorusciti della qual città erano da lui fa-
voriti, e che ora di nuovo passando i termini di Toscana era-
no entrali ambiziosamente nelle fazioni e parti de' Cremonesi,
andava procurando di metter loro tale incendio a casa, che
abbastanza fossero occupati a pensar a' casi proprj : il che
deliberò di far tosto che nel gonfalonerato di Bindo da Qua-
rala fu divulgato , che essi insieme col papa e col re Ru-
berto procuravano di far venir Filippo di Valois per vicario
di santa Chiesa in Lombardia contra i Ghibellini, e parti-
colarmente contra la persona e slato suo stesso ; il quale
essendo stato più volle ammonito dal pontefice che non si
volesse travagliar delle cose di Genova per essersi quella
città data al re Ruberto , e il re averne preso la signoria .
non pili per lui che per la Chiesa, era caduto nelle censure
ecclesiastiche , e per questo stato interdetto Milano e Pia-
cenza , e le altre terre le quali erano sotto il suo dominio.
Considerando dunque qual fosse piìi instrumento atto a mo-
lestar i Fiorentini , parvegli attissimo Castruccio , da cui per
la fama del suo valore stimava che la fiorentina Repubblica
non avesse a patire minori danni di quelli che avea già pa-
tito da Uguccione; massimamente che in questi quattro anni,
che egli avea signoreggiato Lucca , si era provveduto di da-
nari, avea fatto una mano di soldati vecchi di gran valore
nel mestiere dell'arme, erasi fortificato a casa, e per tutti
questi rispetti , e per la fortuna maravigliosa che l' avea già
condotto in quello stato , e per i primi principj onde surse
74 dell' istorie fiorentine
in tal riputazione , che potè esser fatto signore della propria
patria, era in grande ammirazione di ciascuno. Parutogli dun-
que COSI fatto uomo mollo utile a questa impresa, gli fece
intendere quali erano i disegni del papa , del re Ruberto, e
de' Fiorentini, e mostrogli che se costoro non dubitavano di
prender l'arme contra la persona e slato suo, il quale era signor
di Milano, di Pavia, di Piacenza, di Lodi, di Como, di Bergamo,
di Novara, di Vercelli, di Tortona, e d' Alessandria, e segui-
tato da lutti i signori e Ghibellini di Lombardia, che molto
meno quando fosse riuscito loro di spegnerlo , avrebbono
dubitato di prenderle contra di lui , il quale era principe
nuovo , e non signor d' altro che di Lucca , e posto lo slato
suo dentro le forze de' Fiorentini. Per questo non si volesse
fidar della pace con essi fermata ; conciossiacosaché ninna
cosa sia più fragile negli animi desiderosi di signoreggiare
che l'osservanza della fede promessa. Ma ora che la potenza
era quasi pareggiata , incominciasse arditamente a correr
sopra le terre de' Fiorentini; acciocché si avvedessero quanto
scioccamente cercavano d'infestar i Ghibellini in Lombardia
coloro i quali appena poteano difender le cose proprie in
Toscana. Lui non esser per mancargli giammai con tutte le
forze del suo amplissimo stato , e di tutti gli amici e ade-
renti suoi , non solo in mantenerlo nella signoria nella qual
si trovava, ma con prestargli ogni favore e aiuto ad aprirsi
la slrada a cose maggiori, talché in nessun tempo avesse a
rammaricarsi della fede e amicizia contratta co' Visconti, dei
quali polca per molte ragioni assicurarsi ; il che non avrebbe
potuto fare de' Fiorentini. Conobbe Castruccio queste cose
esser vere , se ben propostegli innanzi dal Visconti per di-
vertir la guerra da casa sua , e più per dar da fare a' Fio-
rentini che per bcnelìzio di lui. Per questo come uomo
il quale avea concetti non punto minori di quelli d'Uguccio-
ne, sui principj del nuovo anno i320, nel quale risedeva
gonfaloniere Guerrianle Marignolli, e vicario del re Ruberto
Gherardo de' Ruberli da Reggio, fece lega co' Pisani , e at-
tese a provvedersi '. « Nel gonfaloneralo di Naddo Bucelli.
I Fece lega co'' Pisaiii ^ e consumato parte del seguente niai^i-
ttrato di Naddo Bucelli in procedersi di quello che giudicmm ne-
I
LIBRO QUINTO. 7S
a avendo i Fiorentini lasciato la strada di Bologna per le
« loro mercanzie per essersi in quella città alzale le gabelle
« il doppio di quello che eran solite , per far denari e di-
« fendersi da' Ghibellini di Lombardia, i Bolognesi fatto poi
« meglio il conto, e veduto in effetto che col raddoppiarle
« aveano scemato 1' entrate , furono costretti di mandare am-
« basciadori a Firenze , dove ridussono per l' una banda e
« l'altra al termine che erano avanti al 300 ». Provvedutosi
intanto Castruccio di quello che giudicava necessario per il
suo intendimento, si scoperse nimico de' Fiorentini , ancora
che fosse opinione che molto prima, benché segretamente, e
da Castruccio e da' Pisani fosse stata rotta la pace, entrando
nella lega de' fuorusciti di Genova con Federico re di Sicilia
e con l'imperadore di Costantinopoli. Non guardando dunque
Castruccio alla religione del giuramento , inaspettatamente
entrò armato nelle terre de' Fiorentini, e su la prima giunta
ebbe per trattato il castelletto di Cappiano col ponte sopra
la Gusciana e Montefalcone '. Indi passato la Gusciana
corse ardendo e guastando tutto il paese di Fucecchio , di
Vinci , di Cerreto , e d' Empoli infino in sul contado di Fi-
renze; e nel tornare addietro avendo posto l'assedio a S.
Maria a Monte , ^ che si tcnea per i Fiorentini , quella
ebbe per tradimento de' terrazzani il dì 25 d'aprile, dieci
di dopo che era entrato nuovo gonfaloniere Francesco Bon-
ciani. Questo movimento fu di grandissimo terrore a' Fio-
rentini, sì per essere stali colti sprovvedutamente creden-
dosi che fosse loro conservata la pace . e sì perchè incomin-
ciata a considerare un pezzo innanzi la fortuna di Castruc-
cio , molto dubitavano che non avesse a diventare un dì
qualche gran cosa contra di loro , essendo per occulta ra-
gione proprio nella natura degli uomini il conoscere il su-
periore genio dell'avversario. Nel che si coraferraarono tut-
tavia molto più, quando egli senza riposarsi andò facendo
acquisto di molte castella di Garfagnana e di Lunigiana.
cessarlo per il suo intendimento, prima che quello ^fosse finito, si
scoperse nemico de' Fiorentini ec. ec. Prima Edizione.
' Di quel che furono questi castelli oggi non è più alcun vestigio^
3 Piccolo castello fra la Gusciana e l'Arno.
76 dell'istorie fiorentine
Talché i Fiorenlini sbigoltiLi , rimanea un conforto di quel
che potesse far Filippo di Valois già venuto in Italia contra
i Ghibellini in Lombardia, e in favor del quale aveala taglia
di Toscana mandalo mille cavalieri ; perciocché Giovanni
de' Ricci gonfaloniere la seconda volta avea avviso, che il
suo esercito si trovava tra Vercelli e Novara ad un luogo
detto Mortara contra a quel de' Visconti. E non era a loro
di piccola consolazione l'aver udita la morte d'Uguccione:
il quale avendo militato continuamente con Cane della Scala
intorno Padova , per i disagi della guerra si era morto già
molto ben vecchio a Verona. !Ma poiché al seguente gonfa-
loniere Filippo Aldobrandini fu rapportato che Filippo di
Valois, accordatosi co' Visconti, nel meglio delle speranze di
parte guelfa se n' era vituperosamente ritornato di là da'monli,
crebbe molto più il sospetto de' Fiorentini, massimamente
che continuavano tuttavia più le battaglie di Genova, ove i
fuorusciti nonostante 1' esser più volte stati ripinli dalle mu-
ra della città , di nuovo eran ritornati , e combattevano aspra-
mente la terra. Castruccio s' era avviato con molte genti per
dar aiuto a' Ghibellini. E essendo quella città per il sito, per
lindustria degli uomini, e per la comodità del mare, quasi la
chiave d' Italia , importava grandemente alla somma di tutte
le cose, che citasi avesse a governare da' Guelfi o da' Ghi-
bellini, come si è veduto ne' tempi più freschi ne' fatti de' Fran-
cesi e degli Spagnuoli. I Fiorentini ancora che con veder
partito Castruccio vedessero allontanato il pericolo delle
cose loro , nondimeno tratti dalla medesima considerazione ,
feciono ogni sforzo di rivocarlo ; « mandando le lor genti co-
« mandate da Guido da Petralla lor generale sul contado di
« Lucca a danneggiar il paese » . Castruccio sentendo che
la Valdinievole e Altopascio ' era stato maltrattato da' sol-
dati Fiorentini, e temendo che Lucca non gli si ribellasse,
essendo presso a Genova, tornò con grandissima diligenza
indietro ; ed essendosi i nimici ritirati verso Fucecchio , egli
s' accampò con le sue genti su la Gusciana a petto a quella
de' Fiorenlini. Era in ciascuno di questi eserciti più di mille-
' Piccola terra nel comune Ji Monte Carlo. Si notano in detto luo-
go la cbiesa e la torre fabbricate per ordine delhi contessa Matilde
LIBRO QUINTO. 77
dugenlo cavalieri, e numero grande di pedoni; talché non
vi era da temere nò da sperare più dall' una parte che
dall' altra. 11 solo fiume della Gusciana li divideva. A' Fio-
rentini bastava il raffrenare Castruccio dalle correrie , e che
egli non andasse a soccorrere i fuorusciti di Genova. E a
Castruccio difendendo le cose acquistate parca di non far
poco, se mentre le fortune de' Ghibellini stavano in bilan-
cio in Lombardia, egli difendea quella parte gagliardamente
in Toscana. Consumossi per questo tutto il resto dell' anno,
e insiememente il gonfaloneralo di Giovanni Compagni , da
amendue gli eserciti senza far nulla. Ma giovò bene 1' aver
tenuto a bada Castruccio alle cose di Genova, essendo ella
liberala di quel famoso assedio, che gli antichi scrittori ar-
dirono assomigliare al troiano, infin dall'ultimo dì di set-
tembre; la qual si credette che leggiermente si sarebbe
perduta, se Castruccio congiuntosi con 1' altre genti de' Ghi-
bellini avesse potuto con la persona sua trovarsi a combat-
terla. Essendo dunque entrato il nuovo anno 1321 , « e suc-
« ceduto nella vicaria del re stata amministrata dopo il Roberti
« da Giovanni da Sassoferrato , Paolo de' Baglioni da Peru-
« già» , e la vernata essendo aspra, e le pioggie grandissime,
dopo molte leggieri scaramucce avute da amendue gli eser-
citi, come se si fussero convenuti insieme d'accordo, si
partì ciascuno per stanchezza dal campo , e tornossene a casa,
con singoiar letizia del gonfaloniere Boninsegna Gherardi e
de' priori che furono a quel tempo , parendo d' aver a que-
sta volta quasi sgarato Castruccio. Onde avendo preso animo
attendevano a prepararsi per la nuova guerra che si aveva
a fare al buon tempo, ancora che morto in Pisa il conte
Gaddo , e succedutogli alla signoria il conte Mieri suo zio .
da cui fu opinione che fosse stato avvelenato , non si fosse
mostro minor amico di Castruccio di quel che avesse fatto ii
nipote , e per questo avessero fatto lega insieme a' danni
de' Fiorentini. Parve dunque a Boninsegna e a' priori che si
dovesse far lega col marchese Spinetta, il quale benché fosse
ghibellino , mandando suoi ostaggi a Firenze , parca di po-
tersene assicurare; oltre all'esser stato presso che ridotlo
al niente da Castruccio, e che la guerra si facesse di modo.
che mentre al marchese si porgea aiuto di ricuperar le terre
78 DELL ISTORIE FIORENTINE
perdute da quel lalo , ove Castruccio per non lasciarle acqui-
stare credevano che si sarebbe volto con tutte le forze sue,
eglino con grande sforzo assalissero il contado di Lucca
dall' altro. Talché Castruccio posto in mezzo fosse costretto
a perdere o dall'una parte o dall'altra; qualunque di due
modi sarebbe tornato comodo a coloro che disegnavano di
tenerlo basso. Essendo dunque questa cosa trattata con sol-
lecitudine , fu conchiusa la lega- da Banco Bencivenni , il
quale era entrato gonfaloniere a" 15 di febbraio; e prima che
finisse il suo magistrato si mandarono per la via di Lom-
bardia in Lunigiana trecento cavalieri e cinquecento pedoni
in aiuto del marchese ; il quale con cento altri cavalieri rac-
colti da lui , e molti fanti a piede, uscito vigorosamente in
campagna , avca incominciato a ricuperare molle delle sue
terre. Castruccio vedutosi assalir dal marchese , conobbe che
questa era opera de' Fiorentini , e che egli avea bisogno di
maggiori apparecchi che per la guerra di Lunigiana. il quale
intendendo le provvisioni che faceano i Fiorentini di soldati,
aspettava indubitatamente d' e»ser assalito di verso Firenze.
Per questo non si curando di opporsi al marchese . attese a
provvedersi per la guerra fiorentina, confidandosi quando le
cose di quella parte riuscissero bene , di terminare con poca
fatica la guerra de' Malespini. Mandò per questo in gran
fretta per aiuto a' Visconti , i quali fedelmente il servirono
di cinquecento cavalieri; e da' Pisani, e dal vescovo di Arez-
zo . e da' Ghibellini di Toscana n'ebbe cinquecento altri.
Talché con le sue masnade si trovò in Lucca con mille se-
cento cavalieri, e numero grandissimo di pedoni; nel qua!
tempo i Fiorentini sotto il gonfalonerato di Bencivenni Bon-
soslegni erano con ottocento cavalieri entrati nel contado di
Lucca , e posto assedio a Monte Veltolino ; perchè Castruc-
cio sentendosi gagliardo a molestare , non che a difendersi
da' nimici , lasciato l' impresa di Lunigiana , col suo esercito
bene a ordine se ne venne incontro il campo de' Fiorentini.
Grande spavento porse loro il veder un esercito così ben
formato come era quello di Castruccio , non si avendo mai
potuto indurre a credere , ne che egli fosse potuto uscire in
campagna con sì gran numero di genti insieme , ne che la-
scialo occuparsi tante castella da' Malespini avesse voluto
LIBRO QUINTO. /9
l'arsi prtraa contra di loro : la qual paura conosciuta da Guido
della Pelrclia , e non potendo correggerla , ritrasse subito
le sue genti in su Belvedere. Né Castruccio fu tardo a te-
ner lor dietro ; finché sopraggiunti che li ebbe , si accampò
la sera dei 7 di giugno contra di essi con pensiero di pre-
sentar la mattina seguente la battaglia a' nimici'; imperocché
avendo la sera attaccato alcune scaramucce , non 1' avea po-
tuto tirare a giornata generale. Guido certo del timore de' suoi,
e dell' ardire e possanza del nimico , prese partito di rime-
diare con la prudenza, ove mancavan le forze, e venendo
la notte una gran pioggia dal cielo , pensò valersi dell' oc-
casione , come quello aiuto gli venisse mandato dalla mano
di Dio ; e fatto accendere di molti fuochi e facelline con
sembiante di voler assalir i nemici, lasciando per tutto i
fuochi accesi nel campo , egli tacilameutc con tutte le sue
genti si ridusse a salvamento a Fucecchio e a Carmignano.
Castruccio vedutosi la m;ittina schernito da' nimici , cavalcò
di presente verso Fucecchio, e senza trovar contrasto alcuno
diede il guasto a tutto il paese di S. Croce , di Castelfranco,
di Montopoli, di Vinci, e di Cerreto, nelle quali scorrerie
consumò tutio il resto del mese di giugno. Né i Fiorentini
poterono allora a queste rovine trovar riparo che buono
fosse , i quali biasimando la fama del gonfaloniere e gover-
natori passati ( al mancamento de' quali è natura de' popoli
attribuire la colpa di tutte le sciagure che accaggiono ) ag-
giunsono a' nuovi priori e al nuovo gonfaloniere (jiovanni
Finucci notaio 1' ufficio de' dodici consiglieri , chiamalo da
loro dodici buoni uomini, due por sesto, i quali slessero in
ulìzio sei mesi, e senza la cui autorità non potessero cosa
alcuna conchiudcrc , « e per levar !a familiarità che gli ufi-
'( ziali forestieri cercavano co' cittadini per essere aiutati a
(c dar impiego a' loro parenti, fu fatta proibizione di |)oter
« eleggere alcuno per uficiale del comune . nel cui servizio
« i parenti fossero impiegati , accrescendo agli ufiziali il di-
« vieto fino a' dieci anni dal dì del deposto uficio a poter
« essere eletti di nuovo. Costoro, essendo stato dichiarato
« per capitano generale di guerra Curradino, o Azzo. che
« nell'uno e nell'altro modo lo trovo scritto, de' Gonfalo-
« nicri di Brescia >>. fecero venire centosedici cavalieri a elmo.
89 dell' istorie fiorentine
e centosessanta balestrieri a cavallo, tra Forlani e Tedeschi,
sotto la condotta di Jacopo da Fontana, i quali grandemente
rafìrenarono le correrie di (lastruccio; onde egli non ebbe
ardire di passare di qua dalla Gusciana. « Al principio di
« luglio era arrivato in Firenze Berardo di Guido della Cor-
« nia nuovo vicario del re. » Morì in questo tempo Dante .
in esilio di quella città , la quale dopo la morte si è tanto
gloriata di lui; il che farebbe comune il peccato della pa-
tria sua con quello di Roma , la qual sostenne di veder
morto in bando Scipione Affricano vincitore dell' imperio
cartaginese , se non rimanessero legittime cagioni di difen-
der Firenze e Roma da cosi gran carico d' ingratitudine ; le
quali prontamente sogliono addurre coloro a' quali non pia-
ce che giammai un cittadino o in delti, o in opere, o in
qualsivoglia altra dimostrazione, possa ardire di soverchiare
per qualunque gran inerito 1' eguale grado della comune cit-
tadinanza.
Era intanto a mezzo agosto entrato nuovo gonfaloniere
Ardingo de' Ricci , « il quale non mancò con la taglia di
« Toscana di concorrer alle guerre lombarde insieme col
« papa , il quale a' 18 di luglio ne avea scritto alla signoria.
« e col re Ruberto contra i Ghibellini , » e in particolare
contra Galeazzo di Matteo Visconti, chiamato dal papa per-
fido ghibellino , massimamente essendo per la partita di Fi-
lippo di Valois restata la parte guelfa in quelle contrade mollo
abbattuta. Ma l'impresa ebbe infelice successo, per cagione
che il marchese Cavalcabò di Cremona , capitano della ta-
glia , insuperbito per aver preso alcune castella in Val di
Tara, s'era posto a campo alla rocca di Bardo con molta
trascuratezza ; ove sopraggiunto Galeazzo Visconti tigliuol di
Matteo, leggiermente fu messo in rotta con perdita di più
centocinquanta cavalieri tra presi e morti, e con la morte
propria di lui ; la quale sconfitta, avvenuta nel gonfalonerato
di Forese da Rabatta , succedette all' uscita di novembre.
Questi è quel Forese il quale per la gran cognizione che
egli ebbe della scienza legale fu ne' suoi tempi da' periti di
queir arte un armario di ragion civile riputato ; ma di tanta
deformità di viso, e di persona sì piccolo e sparuto, che
tante altre sue qualità non gli furon riparo a non esser mot-
LIBRO QUINTO. 81
Icggi.ilo. A cui succedette Currado de' Ciotti. « Questi
« co' priori dopo aver levato alcune galielle per allegge-
« rimento de' popoli , sapendo quanto danno arrechi sem-
« prò la moneta non buona, o per la lega, o per esser tosa,
« e in particolare in città di mercatura , e dove il comune
« voglia accumulare, proibì ogni fiorino, o ducato d' oro, o
« d' argento toso ; e non volle che si potesse spendere la
« moneta di Perugia , ne di Cortona, ne di Lucca, ne quella
« che si batteva in Berignone castello del vescovo di Vol-
« terra , nò in Ravenna , o altro luogo che fosse simile o peg-
« giore. Fu anche proibito il fiorino d' oro che faceva bat-
« tere in Genova Obizo degli Spinola , come ogn' altro
« battuto dove si fosse, con l'immagine di S. Giovambatista,
« e del giglio. E compatendo alla debolezza de' poveri 'che
« si trovavano prigione per non poter pagar le pene dell'aver
« portalo armi proibite , giuocato a giuochi non permessi ,
« 0 andati fuori la notte , fece liberar tutti quelli che vi
« erano stati sei mesi senza sborsare un soldo. Quindici
« giorni dopo aver preso il Ciotti il magistrato terminò
« r anno 1.321, celebre per aver in quello avuto fine la si-
« gnoria del re Ruberto ». Nel che non è per avventura
meno utile il considerare , come i Fiorentini, gran propugna-
tori della lor libertà , cos'i facilmente fossero usati di dar la
signoria della medesima lor patria a' re di Napoli, e come
que're con tanta fede si fossero contenuti di non violarla. ìl
che sarà facile a sciorre a chiunque considererà le condi-
zioni di que' tempi ; ne' quali essendo l'Italia divisa tutta in
fazioni non tornava comodo a niun principe partigiano il
tentare d' aver per forza quello che potea aver di volontà.
Oltre che tutti quegli stati , ove le rendite si cavano più
dall' industria degli uomini che dalla natura de' luoghi , so-
gliono esser sempre più d' interesse a chi l' acquista per
forza che di profitto. Le quali cose non essendo al re Ru-
berto nascoste, furon cagione che egli si conservasse sem-
pre amico de' Fiorentini, col qual modo consegui sempre
da loro in tutte le sue imprese molto più di quello, che per
altra via non avrebbe di legger conseguilo.
Amm. Vol. H.
i
DELL' ISTOMl FIORESTJPIE
DI
SCIPIONE AMMIRATO
LIBRO SESTO
Anni 1322-1326.
Jll primo pensiero della città tornata in sua libertà nel primo
dì dell'anno 1322, «nel quale cominciò ad esercitare 1' uficio
« di podestà Uberto de' Sali da Brescia, come fece poi quello
« di capitano del popolo Bannino del già Guido da Polenta, »
fu che le mura e torri della porta di S. Gallo a quella di
S. Ambrogio si finissero , le quali secondo 1' uso di quelli
tempi furono fatte molto forti e magnifiche , essendovi molte
di quelle che aggiugnevano all'altezza di trenta braccia.
Fu anche fatta addirizzare e allargare la strada che va dalla
piazza de' Rossi , detta oggidì S. Felicita, alla porta di S.
Piero in Galtolino. Appresso veggendo ella il pontefice
tuttavia impaccialo nelle guerre lombarde per l' inubbidienza
usata da' Visconti a' comandamenti suoi , e in quelle della
Marca d' Ancona per esser infestata dall' armi di Federigo
conte di Montefeltro , in tutte due, per non partirsi dal co-
stume che anticamente aveva tenuto , deliberò di seguir
la fortuna di santa Chiesa. Quella della Marca, ove andarono
molli fiorentini con la crociata, la quale era stata falla pre-
dicare dal papa, ebbe felice successo; perciocché il conte
Federigo mentre per prepararsi conlra le forze del ponte-
fice cercava di raccorre dagli Urbinati suoi sudditi una grande
84 dell'istorie fiorentine
imposizione di danari , da quel popolo commosso a romore
per r acerbità del pagamento , fu insieme con un suo figliuolo
tagliato a pezzi il di 26 d' aprile , poco dopo che in Fi-
renze avea finito il magistrato Bernardo Caltani , e che in
quello era entrato Geri Giberti. Onde in poco spazio di
tempo Osimo, Urbino, e Ricanati si dettono alla Chiesa. Quella
di Lombardia per la potenza e sagacilà de'Visconli non cam-
minò con quella facilità , avvengachc il papa e il re Ru-
berto avessero in luogo di Filippo di Valois fatto venir con-
tro loro Arrigo d' Austria, fratello di Federigo, eletto nuovo
imperadore; imperocché Matteo Visconti con la solita indu-
stria seppe far in guisa, che corrotto, come fu fama, con
danari Federigo , il costrinse a farne ritornar tostamente il
fratello in Germania.
Mentre queste cose succedevano fuori , non mancavano
dell' usate turbazioni in Toscana , e tutte con participazione
dello stalo e fatti de' Fiorentini: conciossiachè i Pistojesi
non potendo resistere a continui assalii di Caslruccio, il
quale lenendo il castello di Serravallc a tre miglia presso a
Pistoja infestava grandemente la loro città, fosson sforzati
far tregua con lui, dargli tremila fiorini d'oro l'anno per
tributo, cacciarne il vescovo per ribello, e tulli coloro i
quali si erano dimostrali favorevoli a' Fiorcnlitii; mentre con
continui ambasciadori aveano fallo instanza a qiicl comune ,
che non volesse spiccarsi da loro per darsi in preda a Ca-
struccio. Il quale accidente fu di grande molestia alla Re-
pubblica , veggendo che la potenza del nimico andava tut-
tavia crescendo. Simile danno ebbe a riceversi per Colle
di Valdelsa , ove alcuni suoi fuorusciti congiuntisi con al-
cuni ribelli fiorentini entrarono per forza per volger la terra
a parte ghibellina: ma i terrazzani combaltendo valorosa-
mente ripinsero fuori gli usciti con morie e prigione di
molli. E per dare maggior sogni di amorevolezza verso il
comune di Firenze, alzarono l'insegne della Repubblica, e
ordinarono di reggersi a popolo secondo il costume fioren-
tino. Maggiore rovina di tutte mostrò esser quella di Siena;
la quale mentre per una briga naia tra' Salimbeni e To-
lomei, per aver i Salimbeni uccisi due fralclli di quella fa-
miglia , era per levarsi a romore , ebbe grandissimo spa-
LIBRO SESTO. 85
vento d'alcune genti de' Pisani, e di Castruccio , le quali
si trovavano in sul loro contado ; perchè ricorsono per aiuto
a Firenze. « Ma i Fiorentini avendo con gran diligenza man-
ce dato il Polenta capitano del popolo, Simone de' Pazzi
« e Iacopo de' Rossi cavalieri con le loro masnade de'For-
« lani, e Lotto da Quarata co' fanti della lega del Chianti, li-
berarono la città di Siena, e loro stessi d' un gran pericolo;
sapendo di quanto danno sarebbe slato alle cose loro se
Castruccio alla signoria di Lucca e alla nuova giunta di Pi-
stoja avesse accompagnato lo stato di Siena. Appena erano
le masnade de' Forlani tornate di Siena a casa, che vennero
alla signoria uomini e lettere de' conti di Battifolle e de' si-
gnori di Castel Focognano, richiedendoli d' ajulo centra il
vescovo d' Arezzo ; il quale tolto a' conti con 1' ajuto di Ca-
struccio il Castel di Fronzoli posto sopra a Poppi ' , s' era
accampato a Focognano, e lo stringeva gagliardamente. Non
parve a' Fiorentini di negar a quei signori il loro aiuto , ri-
cordandosi massimamente che il vescovo era stato sempre
contra di loro cosi nella battaglia di Montecatini come in
ogn' altra impresa di Castruccio. E per questo mandarono
primieramente in Casentino i cavalieri friolani , e non molto
dopo si conchiuse nel senato di dar loro soccorso genera-
le ; ma mentre s' attendea a far provvisione di tutte le cose
necessarie per tanto apparecchio, avendo convocato gli aiuti
di Toscana, di Romagna e della Marca, s'udì come per tra-
dimento menato da un piovano di quei signori del castello,
Focognano era stato sforzato arrendersi a patti in potere
del vescovo, il quale senza attenergli promessa alcuna . su-
bitamente il fece ardere e poi diroccare infino a'fondamcnti.
Non si stancarono per questo di porgere i Fiorentini il loro
soccorso a tutti gli amici da' quali furono richiesti, siccome
fecero a' Bolognesi , a' quali mandarono centocinquanta ca-
valieri . essendo la loro città in timore per avere tentato
Romeo de' Pepoli lor fuoruscito di rientrar per forza in Bo-
logna.
Parve cosa maravigliosa queir anno, che oltre quelle di
fuori, quasi tutte le città di Toscana avessera qualche scom-
I Oggi è presso che tutto rovinato.
86 dell'istorie fiorentine
piglio, siccome avvenne a Pisa ; le turbazioni della quale fu-
rono solamente liete a' Fiorentini per l'odio acerbissimo che
era stato sempre anticamente fra que'due popoli, e per ve-
dere ultimamente, nonostante la pace procurata infra essi dal
re Ruberto , che di nuovo andavano macchinando alcuna cosa
contra lo stato loro in compagnia di Castruccio. Questi fe-
mori avevano avuto la medesima origine delle parti, dalla qual
fonte solevano in quelli tempi sorger tutte le guerre civili,
perchè Corbino de' Lanfranchi avea ucciso Guido di Capro-
na , e a Corbino e a un suo fratello era stato mozzo il capo
a furore di popolo. Da questo era nato che i Lanfranchi
giunti co' Gualandi e co' Gismondi aveano ucciso tre grandi
popolani, e parca che insieme con esso loro se l' intendesse
il conte Mieri , il quale sotto titolo di capitano delle ma-
snade tedesche era signor della terra. Per questa cagione fu
il conte a rischio d' esser manomesso dalla plebe , ma gli
giovò r essersi Castruccio con tutte le sue genti accostato
due volte in sul monte di S. Giuliano. Contuttociò non fu
quasi per poter riparare che non si mutasse stato per aspet-
tarsi in Pisa Coscetto dal Colle, per opera del quale era
stato cacciato Uguccione della Fagiuola , uccisi i Lanfranchi,
e molti altri mali seguili in Pisa in favor del popolo contra
i grandi ; se mentre Coscetto si preparava di amici per en-
trar nella terra, tradito da un suo compare, non fosse stato
dato in poter del conte , da cui fu subitamente fatto trasci-
nar per terra e dopo 1' esser tagliato a pezzi gettato nel fiu-
me. Cotal avvenimento , ancorché avesse alla fine piuttosto
confermata che abbattuta la signoria del conte Mieri nimico
de' Fiorentini , nondimeno giovava loro l' immagine del peri-
colo , e l'avvezzarsi quel popolo con cosi fatti principj ad
ardire contra la persona del conte ; da che o la rovina del
signore , o de' sudditi, avesse necessariamente a nascere. Il
pericolo del conte Mieri fece prender partito a Castruccio ,
spaventato ancor prima per 1' accidente del conte Federi-
go da MontcfeUro , a far un gran castello in Lucca ; dopo
le quali s'i grandi e diverse novità prese il gonfaloneralo
a' 15 di giugno Zanobi Arnolfi la seconda volta , nò quello
voto affatto di lieti e tristi successi : perciocché ci ven-
nero prestamente avvisi della morte di Matteo Visconti,
LIBRO SESTO. 87
principe de' Ghibellini in Lombardia , di cui benché fosse-
ro restali molti figliuoli successori dello slato e aderenze
paterne , nondimeno ei si credeva che non avessero a
perseverare nel governo con quella felicità, ne con quella
potenza, per esser divisi, che avea fatto il padre; il quale
nel lunghissimo spazio della vita sua, essendo pervenuto ne
novantesimo anno della sua età, avea con costante fortezza
provato i maravigliosi scambiamenti dell' una e dell' altra for-
tuna, e negli uni e negli altri governatosi con gran senno
e virtù ; il che lo fece stimare per uno de' più savi e pru-
denti principi de' suoi tempi ; e tale che forse non senza ra-
gione meritò il cognome di grande, se l'essersi con troppa
ostinazione opposto a' disegni del papa non l' avesse fatto
morire in disgrazia di santa Chiesa, e per questo giudicato
indegno dell' onore del mortorio e della sepoltura. Dopo que-
ste novelle i Fiorentini ordinarono una fiera per S. Giovanni
Decollalo nel prato d'Ognissanti, ma per le grandi gabelle
ella non durò molto tempo. Indi a' 7 di luglio si apprese il
fuoco in sul ponte Vecchio , il quale arse tutte le botteghe
da mezzo il ponte in qua , e tornato ad appiccarsi di nuovo
di là ad un mese, come se fosse fatto artatamente, tutte ab-
bruciò r altre botteghe dall' altro lato di là insieme con le
case de' Mannelli, « e per le botteghe fu poi di settembre
« ordinato che si rifacessero ». Ebber gli antichi scrittori
cura di celebrare in questi tempi il sottile ingegno d' un ar-
tefice sanese, il quale fece sonare la grande campana del
popolo a distesa da due soli uomini , che appena dodici po-
teano far sonare, di che meritò cortese riconoscimento dalla
Repubblica. Ne io son per lacere quello che in leggendo
questa storia al granduca Cosimo sentii da lui, questa cam-
pana al peso di ventisetlemila libbre esser ascesa , e il suo
suono tredici miglia di lungi essersi sentito.
Intanto avendo la città «dov'era venuto nuovo podestà
« Filippo de' Gabrielli d'Agubbio » in poco spazio di tem-
po messo in ordine un esercito tra di sue genti e di amici
di ducmilacinquecento cavalieri e di quindicimila pedoni ,
quel che avesse avuto in animo di fare , inaspettatamente fu
licenziato il nono giorno d'agosto con ammirazione de' cit-
tadini , a notizia de' quali ( il che non era altre volle avve-
88 dell'istorie fiorentine
nulo ) non pervenne mai quel che con così fallo apparalo
avesse allora la signoria procaccialo di fare. Né piccolo fu
il sospello de' Pisani , degli Arelini e di Caslruccio; i quali
prima che vedessero cotante genti licenziate molto temeron
delle lor cose. Prese poi il gonfalonerato Rinieri del Fores^s
pieno ancor esso di simili varietà : coneiossiachè i Pisani , i
quali nonostante la lega di Caslruccio non s' erano affatto
pubblicati nimici de' Fiorentini , sotto colore d'aver fatto
nuove gabelle , ruppono loro le franchigie, nò per molti am-
basciatori che dal gonfaloniere e da' priori vi si mandassero
si potè ottener cosa alcuna. Non poterono allora i Fiorentini
vendicarsi dell' ingiurie che parca loro ricevere da' Pisani ,
riserbando la vendetta a più comodo tempo ; e tra tanto
avendo segrete pratiche con alcuni del castello di Caposel-
voli di Val d'Ambra, il qnal castello dalla venuta dell' im-
pcradore Enrico era stato tenuto dagli Aretini, feciono in
modo che l' ebbero a patti. I soldati i quali erano nella
rocca, si difcsono per molti d'i con speranza d' aver soccorso
dagli Arelini. Ma i Fiorentini vi cavalcarono grossi in modo
che a quelli d' Arezzo non bastò l' animo di muoversi, e a' sol-
dati della rocca veggendosi abbandonali , convenne ancora
ad essi d'arrendersi. Erano le genti a Caposelvoli, quando
comparirono nel senato gli ambasciatori de' Bolognesi , ri-
chiedendoli d' aiuto contra Cane della Scala signor di Vero-
na, e contra Passerino signor di Mantova, i quali postosi a
campo a Regi^io , accennavano di volerne venire a combat-
tere a Bologna. I Fiorentini 1' accomodarono di trecento ca-
valieri , mostrando come di più non poteano per i contrasti
che aveano in Toscana ; la qual gente arrivata che fu a Bo-
logna, i nimici si partirono dall'assedio per tema, come si
disse, non tanto de'Fiorenlini , quanto del duca di Chiaren-
tana e del conte di Gurizia, i quali si dubitò che per co-
mandamento dell' imperadore fossero per venire sopra Ve-
rona e Vicenza. Ricuperalo Caposelvoli , e dato queir aiuto
agli amici, che era parulo loro conveniente, la Repubblica
deliberò di rifar il castello di Casaglia sopra l'Alpe, il quale
era slato già rovinato di ordine del conte di Battil'olle a Si-
nibaldo , quando si trovava in bando de' Bianchi: e vollono
che si levasse un passaggio che il detto conte vi facea rac-
LIBRO SESTO. 89
cogliere; e non prima che allora ripresone la signoria di
tutte quelle villate che erano sotto il castello d' Ampinana
in Mugello , allegando averlo compralo infm dell' anno 1291,
ancora che alcuni di quelli signori che per cagione di ere-
dità vi pretendcvan ragione fossero venuti in Firenze , e
cercato di tirar la quistione in giudizio. Vennero poscia gli
Ubaldini per gare nate infra di loro medesimi a darsi insie-
me co' loro fedeli alla signoria : da cui ebber promessa d' es-
ser tratti d'ogni bando, e di esser fatti esenti di gravezze
per due anni ; ma per lutto ciò risorte le guerre di Castruc-
cio , gli Ubaldini non perseverarono nella fede data più di
quello che per 1' addietro s' avesscr fallo , essendo usi leg-
giermente a mutarsi secondo gli accidenti delle cose. Era
appunto presso il fine di deporre il suo magistrato Rinieri
del Forese, quando s'udì che Piacenza era stata ribellata
per opera d' Obizo Landò a Galeazzo Visconti suo signore,
il quale fu di grandissimo conforto alla città, parendo che
quel che poco innanzi s' era antiveduto de' figliuoli del gran-
de Matteo , incominciasse tostamente a riuscire. Ma questa
allegrezza crebbe ancor mollo più preso che ebbe il gonfa-
lonerato Albizo Soderini « e venuto nella città nuovo capi-
a lano del popolo Cione de'Tebaldi da Città di Castello », es-
sendo giunte novelle , come a Galeazzo si era anche ribellata
la stessa città di Milano capo del suo imperio, e egli cac-
ciatone fuori con vergogna, e danno de' suoi; la qual letizia
fu sentita tanto vivamente , giudicando che per questa via le
guerre di Lombardia avessero a terminare , sapendo quanto
importasse alla somma di tutte le cose che alla parte ghi-
bellina mancasse un appoggio tanto notabile, che in Firenze
se ne fecero giostre e feste, come nelle solenni e pubbli-
che allegrezze di una città si suol costumare, ignorante
nondimeno del presto mutamento della fortuna, non essendo
più tardi che nel fine del detto gonfalonerato rientrato (ia-
leazzo in Milano , e poco appresso a grido di popolo fattosi
far signore della terra.
Ma le discordie de' Sanesi tirarono un'altra volta le genti
de' Fiorentini in quella città, ove furono mandati trecento
cavalieri e mille pedoni insieme col capitano del popolo e
con molti altri principali cittadini sotto titolo d' ambasciadori
90 dell'istorie fiorentine
per metter pace Ira le parti: ma non solo non feciono per
allora alcun effetto , anzi furono ingratamente incolpali di
tradimento. Avea Deo Tolomei ribello di Siena, per trattato
tenuto dal vescovo d'Arezzo e da alcuni suoi particolari
amici di Firenze , corrotto cinque conneslabili oltramontani
con le loro masnade in numero di dugento, i quali erano al
soldo de' Fiorentini , e con costoro e con la gente del ve-
scovo e con cento cavalieri d'Orvieto avea preso il castello
d' Asinalunga e quel di Torrita , e essendo ben cinquecento
uomini a cavallo sotto nome di compagnia , aveano predato
e corso tutto il paese di Siena senza trovar contrasto veruno.
Ora nonostante che i Sanesi avessero chiesto aiuto a' Fio-
rentini, e che da essi fosse stato loro mandato con mirabii
prontezza , temevano tuttavia che il movimento di Deo e
una tal impresa non potesse essere stala fatta senza loro sa-
puta. E per questo non vollono udir cosa alcuna d' accordo,
che da' Fiorentini fosse slata proposta ; talché quelli scom-
pigli durarono per molti giorni dell'anno seguente, ne' pri-
mi mesi del quale fu tratto igonfaloniere Teghia Tolosini ,
nel cui tempo sedè de' signori Boccaccio Ghibellini padre
del Boccaccio. Fu il principio di quest'anno siccome era
stato il fine del passato molto aspro, sì per li freddi, i quali
furono grandi , e sì per la carestia , la quale afflisse molto
non che Firenze e Toscana , ma quasi tultta Italia. Ma nò
la fame né la difficoltà de' tempi vietò che non si mandas-
sero gli aiuti domandati dal papa per le guerre di Lombar-
dia. Partirono a calen di febbraio dalla città dugento ca-
valieri insieme coi capitani e ambasciadori della Repubblica,
« e riuscì questa impresa prospera con lode di Filippo Gab-
« brielli d' Agubbio , uscito di podestà , e in suo luogo en-
ee Irato il primo dì dell' anno Ridolfo de' Grassoni o Gar-
« soni da Vignole, e d'Urlimbacca tedesco, amendue connesta-
« bili de' Fiorentini, » i quali, essendosi l'esercito ecclesiastico
incontralo con quel de' Visconti in sulla riva d' Adda , e una
parte di essi incominciato a esser danneggiato da' nimici per
aver passato prima il fiume, ed essersi dilungato alquanto
daH' altre genti , toslaracnle vedendo il disordine si posero
a passare , e giunti in aiuto dei loro , i quali tuttavia pie-
gavano, in prima fermarono gli amici, poi dando con gran
LIBRO SESTO. 91
vigore addosso a' nimici sparti agevolmente li ruppono, molti
ne uccisero, e non piccolo fu il numero de' prigioni, fug-
gendo dall'ardore della battaglia con gran tema di non es-
ser preso Marco Visconti capitano dell' esercito milanese ,
uno de' figliuoli del morto Matteo ; il quale nell' assedio di
Genova era stato cotanto ardito , che avea mandato a sfidare
il re Ruberto che uscisse a combatter seco da corpo a cor-
po. La qual temerità penetrata profondamente nell' animo
reale diede da credere che egli l' avrebbe bruttamente fatto
impiccare , se fosse in quella giornata stato fatto prigione.
Questa rotta accadde a' 25 di febbraio, dieci dì dopo che era
entrato gonfaloniere Giotto Angiolotli ; costor fur poi delti
Fantoni. Ma ne il suo magistrato fu nel mezzo così felice
come era stato in principio , nò i capitani de' Fiorentini eb-
bono quella ventura a casa che gli altri loro compagni avea-
no avuto di fuori; perciocché Castruccio, non contento d'aver
fatta sua tributaria Pistoja , ardendo d' incredibile desiderio
d' insignorirsi delle terre della montagna, subitamente mosse
lor guerra , e quelle vergendo che i Pistojesi per paura di
sé medesimi non ardivano difenderle, ricorsono a' Fiorenti-
ni , da' quali fu mandato loro un numero conveniente di ca-
valieri e di fanti per guardia del paese, confidando parte con
quel soccorso e parte con l' asprezza del tempo , essendo
tuttavia la montagna piena di grandissime nevi, di poter
resistere al nimico. Ma Castruccio superando le difiìcoltà
de' ghiacci e del freddo , avendo fatto smontare i suoi cava-
lieri a piede , fu il primo ad assalir i passi che erano sopra
Lucchio, e fu conosciuto non esser fondamento più vano nei
consigli militari , che far assegnamento in quel che può la-
sciar di fare il nimico ; conciossiachè ogni volta che essendo
egli prode e sollecito non pretermetta cosa alcuna, colui che
viene ingannato dalla credenza su la quale si trova fondalo,
facilmente rovina. I soldati de' Fiorentini vcggendo contra la
loro opinione Castruccio aver preso con terribile ostinazione
i passi , si ritirarono alle fortezze : ma ne quelle difesero con
maggior virtù che aveano fatto i passi; essendosi senza pur
sostenere una piccola scaramuccia arreso a patti Lucchio
fortissimo castello il dì 17 di marzo. « Del qual mese furo-
re no lette le lettere del papa , che presentò in senato Alesso
92 dell' istorie fiorentine
« Rinucci in ritornando dalla sua ambasceria d' Avignone ;
« nelle quali venendo lodato la Repubblica de' dugento ca-
« valli destinali per Lombardia, gli concedè che il clero con-
« corresse alla contribuzione della spesa delle mura della
« città, nella quale parendo a' preti d'essere aggravati, fu
« il ponteGce costretto a dichiarare , che pagassero in tutto
« diecimila Hre usuali , o che fabbricassero a loro spese sei-
« mila braccia quadre delle dette mura. Si contentò ancora
« il papa di prolongar il tempo al comune di pagarli cinque-
« mila fiorini d' oro riscossi già delle decime sessenali poste
« da Clemente V nel concilio di Vienna per aiuto di Terra
« Santa, e depositati appresso al pubblico dal già vescovo
« Antonino. Non rinvengo già che il Rinucci riportasse ri-
« soluzione per la promozione del vescovo alla Chiesa fio-
« rentina , la quale secondo che scrive il Borghino vacava
« di due anni ». I Fiorentini pensando per un trattato d'avere
il ponte di Cappiano su la Gusciana , e in questo modo po-
ter vendicare la vergogna ricevuta a Lucchio , mandarono le
lor cavallatc e i soldati infmo a Empoli, ma venendo fallito
loro il disegno , se ne tornarono a casa scherniti dell' una
impresa e dell' altra. Le quali avversità mitigò la nuova
d'Alessandria, che s'era ribellata a' Visconti e datasi alla
Chiesa . e non molto dopo 1' avviso pubblicato da Pugio di
Jacopo Monti (famiglia conforme che mi disse già in Parigi
Zaccaria Monti spenta in Firenze, ma che ben ne viveano
in Brettagna) su i primi di del suo gonfalonerato della se-
conda rotta di Marco Visconti , a cui presso a Moncia in un
luogo detto la Gargazuola il d'i 19 d'aprile, mentre andava
per impedire le vettovaglie all' esercito ecclesiastico, venuto
alle mani co' nimici, erano stali ammazzati quattrocento cava-
lieri , tolte diciasette bandiere , fatti prigioni e uccisi molli
fanti a piede , guasti più di secento cavalli , e finalmente
sconfìtto tutto il suo esercito , ed egli salvatosi con tutte
r altre genti più per beneficio della notte che per industria
alcuna militare : la qual vittoria fu ricevuta tanto più lieta-
mente quanto che era slata con pochissimo danno degli ec-
clesiastici, non vi essendo tra morti e presi restati più di
venticinque a cavallo, tra" quali fu uno de' connestabili de' Fio-
rentini, mentre dilungatosi da' suoi nella lunga caccia de' ni»
LIBRO SESTO. 93
mici restò in poter de' vinti. Questi prosperi successi, « es-
ce sondo arrivato alla città il primo di maggio Albcrtaccio
« de'Visdomiiii da Piacenza nuovo capitano del popolo »,
commossono i Fiorentini e particolarmente il gonfaloniere,
lieto che il principio del suo magistrato fosse stato felice, a
tentare di vendicarsi di Castruccio; e per questo feciono con
grandissima diligenza venir di Napoli per loro generale il
conte Beltramo del Balzo cognato del re, capitano altre volte
da loro rifiutato. « ed era stato eletto a tal carica (in dal
« gonfaloniere Tolosini a' 4 di febbraio » , e mandatolo a
chiamare per Donato degli Acciainoli e Simone Peruzzi . il
(juaic arrivò a Firenze con dugcnto cavalieri il dì IT di mag-
gio , « dove arrivarono altre lettere del pontefice, con le
« quali ricercava la signoria di voler dar aiuto all' abate di
« S. Saturnino rettore della Marca per ridurre alla devozio-
« ne della Chiesa Fermo e Fabriano, i quali luoghi gli s' era-
« no ribellali ». S' era tra tanto tenuto occulte pratiche
co' Genovesi di venir per terra e per mare sopra Castruccio,
e disoccupargli per trattalo il castello di Buggiano con più
altre castella di Valdinicvole. « Tutti questi pensieri non
« poterono ne' Fiorontini rilardare la gratitudine dovuta a' ser-
« vizi ricevuti dal ^ià conte Ugolino giudice di Gallura, e
u la pietà , vedendo priva la conlessa Giovanna sua figlinola
« de' beni occupatigli da' Ghibellini; perche gli fu dato dal
a pubblico assegnamento da potersi intrattenere per qualche
« tempo ». Ma non e cosa mai stata più dannosa ai grandi
parimente e a' piccoli imperi ( il che pure abbastanza con
somma infamia e vitupero della milizia cristiana abbiamo co-
nosciuto a' presenti giorni ) che le gare e le quistioni delle
precedenze de' capitani : perciocché Jacopo Fontanabuona .
il quale con grandi segni di fedeltà e di valore avea infino
a queir ora co' suoi Forlani servito la Repubblica, rammari-
candosi tra se medesimo che il conte Beltramo fosse venni ;>
a levargli la prerogativa che infino a queir ora gli pareva
d'aver avuto, e dolendosi che olire il carico dell'onore gli
fosse anche scemato il soldo . e la sua gente compartita sotto
più insegne, prese partito, non potendo tollerare così fatte
ingiurie, di passar a Castruccio. come volesse render eguale Kt
macchia del suo tradimento al danno de' Fiorentini: né fu
9% dell' isTOurE fiorentine
dubbio alcuno con la passala di lai capitano e di tali squa-
dre di Forlani essere affallo stato sovvertilo tutto l'ordine
della loro impresa; il qual successo recò grandissima dilTi-
coltà al magistrato di Guerriante Marignolli la seconda volta;
poiché Castruccio aggiunte alle forze sue quelle de' Forlani,
avendo messo insieme un esercito di ottocento cavalli e di
ottocento pedoni, si volle servir dell' occasione, e passato la
Gusciana, in pochi dì danneggiò aspramente Fucecchio, S.
Croce , e Castelfranco ; nò quivi ritenendosi passò Arno , e
diede il guasto a Montopoli, e tornato in su 1' Elsa fece gran
danno a S. Miniato ; onde si tornò a Lucca quasi trionfan-
do: ne i Fiorentini ancora che avessero ragunato le loro
amistà ardirono mai di farsi contra il nimico ; ma da indi in
là attesono a guardar le frontiere : la qual timidità porse ani-
mo a Castruccio di proceder più innanzi ; il quale avendo
ricerco quelli di Prato , che dovessono esser suoi tribularj
a quella guisa che aveano fatto i Pistojesi, l aveano ricu-
sato : onde egli accampatosi con secento uomini a cavallo
e quattromila pedoni alla villa d' Aiuolo poco più d' un mi-
glio lontano di Prato , mostrava di venirne alla terra , e di
volerla in ogni modo occupare per forza. Non aspettarono i
Fiorentini in cosi fatto caso d'esser richiesti da' Pratesi,
imperocché oltre il danno degli amici loro , si trattava dei
proprj interessi, ma tosto che ebbono la novella che Ca-
struccio era ad Aiuolo ' , serrarono le botteghe , e a gara
corsono ad armarsi , e uscir popolo e cavalieri per raffrenar
la temerità del troppo ardito nimico. Fu tanto l'ardore
de' Fiorentini in questa impresa , che olire le persone loro
stesse furono molti cittadini così de' grandi come de' popo-
lani i quali assoldarono delle masnade a loro spese, e con-
-dussonle nel campo, e il gonfalonier co' priori mandarono
un bando, che qualunque sbandito guelfo si rappresentas-
se nell'esercito, e desse il suo nome tra gli altri, sarebbe
tratto fuori d' ogni bando ; le quali provvisioni furono ca-
gione che il dì che seguì dietro all' editto , furono conti in
Prato millecinquecento cavalieri e ventimila pedoni. Ira' quali
n' erano quatlroraila sbandili, genie fiera, e da impiegarla in
1 \ illaggio nel piano ili Prato.
LIBRO SESTO. 95
Ogni gran fazione. Castruccio non si conoscendo alto a poter
contrastar con si gran numero di nemici, fece il medesimo che
i Fiorentini due anni addietro avcan fatto a lui , quando sotto
Guido della Petrella lor capitano fuggendosi di notte tacita-
mente dal campo , si salvarono a Fucecchio ; perciocché la
notte dei 3 di luglio ( nel qual dì aveano i Fiorentini disegnato
di voler combattere , ed egli avea dato segni di non abbor-
rir la battaglia) partitosi con gran silenzio dagli alloggiamenti,
passò r Ombrone , e non si fermò mai , finche non si vide
condotto a Serravalle. Subito che la partita fu nota, s'inco-
minciò a disputare nel campo de' Fiorentini , se si dovesse
Castruccio seguitare o lasciarlo andar via. I nobili serven-
dosi di quella volgar sentenza , che a chiunque fugge si
deono fare i ponti d' oro . dicevano che dovca lor bastare
d' aver liberalo Prato e d' aver messo in fuga il nimico. Il
non contentarsi del dovere non esser altro che un tentare
Iddio, e che senza andar cercando gli antichi esempi, si ri-
cordassero di quello che avvenne loro a Montecatini, quan-
do per non aver voluto lasciar andar Uguccione in pace, si
tiraron addosso la mala ventura. 11 popolo allegando che
queste cose fosser dette da' nobili, non perchè così le sen-
tissero, ma per invidia e malivoglienza che aveano allo stato
popolare, e perchè ( come da alcuni di essi si era sentito
mormorare ) non poteano patire queir ordine di giustizia ,
che r uno nobile fosse tenuto per lo malefizio dell' altro ,
con alte voci esclamarono che si andasse dietro a Castruc-
cio , e se pure egli si era ridotto in luogo salvo, entrassero
armati su quel di Lucca, e non volessero perder 1' oppor-
tunità di così nobile esercito, nel quale tuttavia si aspetla-
tavano nuove genti e aiuti. Le cagioni non esser pari , nò
per questo averne sempre a temere i medesimi fini. Ag-
giugnevano esser cosa da savi il saper conoscere e usare i
favori della fortuna ; ed essendo poco innanzi venute no-
velle nel campo, come le genti che essi aveano nell' eser-
cito della Chiesa, il quale s' era ridotto intorno a Milano,
aveano il dì di S. Giovambatista fatto correr il palio , mo-
stravano che non dovean tante genti che aveano in casa
propria ceder di virtù ad alcune poche squadre che tene-
vano in Lombardia: ma lutto era indarno ; perciocché i no-
96 dell'istorie fiorentine
bili metlendo innanzi il beneficio comune replicavano che
non conveniva agli uomini pratici e intendenti della guerra
avventurar lo stato della Repubblica per i temerari voti della
plebe, e che se pure voleano rimirare piìi indietro f e non
raffrenava la loro insolenza quello che era di fresco acca-
duto a Montecatini ) si volgessero per la memoria di quanta
rovina furono alla loro Repubblica gli audaci conforti dello
Spedilo ; quando chiamando vili e timidi i prudenti consigli
di Tegliiaio degli Adimari, rovinò precipitosamente lo stato
de' Guelfi in quella sanguinosa e non mai dimentichevole
rotta dell' Arbia ; e che piacesse a Iddio che un dì i Fio-
rentini non s' avessino a pentire di quel vano palio corso
intorno le mura di Milano. La cosa era ridotta in contesa,
né il capitano era sufficiente ad accordar questo litigio. On-
de si mandarono ambasciadori al senato, afiinchè deliberasse
se r esercito dovca entrar nel paese de'nimici, o tornarne
in Firenze. In un momento la discordia, la qual era nel cam-
po, parve che insieme con gli ambasciadori fosse entrata ne-
gli animi de' senatori , essendosi incontanente il palazzo ri-
pieno delle medesime quistioni ; e chi volca che si seguisse
r,astruccio , e a chi parca che in ogni modo 1' esercito
s' avesse a licenziare, e che dovea bastar quello che infino
a queir ora s' era fatto. Gli autori delle sentenze erano i
medesimi, il popolo consigliava 1" andare, e questo era se-
guito da tutta la plebe minuta. Da' nobili si persuadeva il
contrario, e 1' autorità di costoro (benché non avessero parte
nel priorato, per quella invecchiata benché odiosa riputa-
zione della nobiltà ) non era piccola. Il gonfaloniere e i
priori, come che fossero popolari , nondimeno erano fatti
tardi a deliberare dalla grandezza della cosa, avendo con-
tinuamente innanzi 1 immagine delle due meraorabih rotte
dell' Arbia e di Montecatini. Ma i fanciulli ( acciocché ogni
condizione e stalo di uomini s'avesse a gloriare d'aver
avuto autorità in Firenze) lolsono queste dubbiezze. Co-
storo mossi 0 da proprio impeto, o pure spinti innanzi dal-
l' infima plebe, ma ben seguitati poi da essa , se ne vennero
in grandissimo numero nella piazza de' priori , e gridando
battaglia, e muoiano i traditori, avendo i grembiuli pieni di
sassi, incominciarono a trarre con grandissima furia alle
LIBRO SESTO. 97
finestre del palagio. Cosa raostmosa a dire , la maestà del
gonfaloniere, de' priori, de' dodici buoni uomini, e di tutto
il senato insieme violata dalle brutte e disoneste domande
della feccia del popolo minuto ! Convenne lasciarsi girare se-
condo le sue voglie , e così deliberarono che '1 campo do-
vesse senz' altra disputa passar nel territorio di Lucca.
Avviaronsi per questo le genti per la via di Carmignano
a Fucecchio ; ma non perciò furon più pronti , arrivali in
quel luogo, ad entrar nel paese de' nimici ; conciossiachè ri-
cordando i nobili le medesime cose dette a Prato, e a quelle
aggiugnendo delle nuove , ricusavano di dover in conto al-
cuno metter il piò di là della Gusciana. I passi esser molto
ben fortificati. Caslruccio se fuor del suo era stato sempre
superiore a' Fiorentini, quanto maggiormente dover esser in
casa propria. Ricordassonsi aver egli due volte dato il gua-
sto a quei luoghi, ove ora erano accampati, e 1' una caccian-
dosi innanzi 1' esercito loro spaventato , e perduto d' animo.
L'arte della guerra esser meglio conosciuta e trattata da lui
che da capitano che allora vivesse in Italia , ed esser tanto
superiore di scienza militare ad Uguccione, di quanto Uguc-
cione andò innanzi al prenze di Taranto , di cui però non
era miglior capitano il conte Beltramo ( benché queste cose
dicesser con parole diverse , ma con sentimenti medesimi ).
Mostravano 1' esercito loro esser tumultuario , e per questo
da farvi leggier fondamento ; quel di Castruccio esser di sol-
dati vecchi , che si conoscevano l' un 1' altro , e per questo
esser l' ardir di ciascuno accresciuto dalla confidenza del
compagno. E che già si era incominciato a scorger per Tarli
tenute da quel capitano, che non più il numero ma la qua-
lità delle genti era quella che acquistava le vittorie; essendo
egli il primo da cui la milizia italiana per lo spazio poco
meno di mille anni seppellita , era quasi di sotterra risusci-
tata, riducendo le cose che eran sottoposte all' impeto della
forza e della moltitudine ad ingegno e ragione. La felicità,
parte maggiore di tutte l' imprese, esser in lui non solo gran-
de ma maravigliosa ; nò cosa più spaventava i Fiorentini che
la straordinaria fortuna di Castruccio per mezzo di tante dif-
ficoltà e da cosi bassi principj penetrata a sì notabil gran-
dezza, trovandosi nel campo di coloro, i quali si ricordavano
Amm. Vol. il 7
98 dell'istorie fiorentine
averlo veduto, essendo ancor egli piccol garzone, discaccialo
col suo padre Geri di Lucca per lo nome della parie ghi-
bellina , menarne la vita poveramente in Ancona. Altri dice-
vano averlo poi veduto in Lione fattore d' un mercatante luc-
chese guadagnarsi il pane non più con l' esercizio della
penna , che col fior dell' età ; e quindi passato in Londra in
Inghilterra, benché per lo giuoco della palla piccola fosse
venuto in grazia del re Odoardo, quel medesimo giuoco aver-
gli nondimeno apportalo gli estremi pericoli d' una crudelis-
sima morte, per avere in presenza del re ucciso un de' suoi
baroni , da cui temerariamente nell' ardor del giuoco con la
palma della mano era sialo battuto nel viso; onde saltando
in una barca e fuggendone per il fiume Tamigi , appena si
era salvato in Fiandra. Aver poi con eccellente lode di virtù
militato nelle guerre che passarono tra' Franzesi e Fiammin-
ghi sotto Alberto Scolto nobile piacentino, e per questo ve-
nutone in grazia di Filippo re di Francia , a cui lo Scotto
serviva. Di là tornatone in Italia qual maraviglia non aver
avanzato , che il d'i che dovca andare alla morte fosse innal-
zalo alla signoria di Lucca, avendo i ceppi ne' piedi , e la
mannaia sul collo, e in sei anni di principato esser già pa-
drone di Lunigiana , di Pistoja e della Montagna ; aver se-
guito innumerabile di soldati, aver contratte grandi amicizie
e confederazioni , divenuto il suo nome tremendo a tutta
Toscana ; e benché i Fiorentini facessero professione di aver
più di ciascun altro popolo pronti i danari , nondimeno non
esser dal campo di Caslruccio passato un sol fantaccino a
quel de' Fiorentini , ma ben da quello esser passale tutte le
bande de'Forlani, che erano le migliori e più esercitale
genti che avesse la Repubblica, a quel di Caslruccio. Non
«M'a d'i che queste cose non fossero rammentale più volte
nelle lende e ne' padiglioni, onde conchiudevano che si do-
vesse lasciar stare. Ma gli orecchi de' popolari erano chiusi
a tutti questi discorsi, massimamente perchè nel campo erano
sopraggiunli dugento cavalieri da Bologna , essendo quella
città ricordevole degli aiuti altre volte ricevuti da' Fiorentini,
dugento da Siena , e quel che fu cosa molto notabile , ve
n' erano venuti de' gentiluomini sanesi a loro spese per av-
venturieri dugentocinquanta cavalieri, gente molto bella e ar-
LIBRO SESTO. 99
dita ; perchè esclamando il popolo tuttavia che si dovesse
andar innanzi , confondeva e metteva sossopra ogni buon
ordine. Di qua nacque che il generale fu costretto venirne
in Firenze , il che accrebbe la licenza del campo restato
senza capo. A questo s' aggiunse che i nobili per poter me-
glio vincer la pugna sparsono una fama che la Repubblica
non osserverebbe i patti promessi a' fuorusciti , il che fu ca-
gione che eglino tirati da questo sospetto , e dall' opportu-
nità di veder l'esercito presso che disfatto, se ne vennero la
sera de' 14 di luglio con le bandiere spiegate a Firenze
credendo o poter volentieri o per forza , se Irovasser con-
trasto, entrar nella terra. Grande fu la confusione della città
sentendo che i fuorusciti s'accostavano alle mura; perchè il
popolo per esser ito quasi tutto alla guerra , era ridotto a
piccol numero, e quello temeva in un medesimo tempo l' ar-
mi loro, e sospettava il tradimento di quelli di dentro. Né
era del tutto chiaro quale animo avesser coloro che erano
vestati nel campo. Ragunossi nondimeno a suon di campana
quello che vi si trovava nella piazza de' signori, e ritenutane
parte per guardia del palagio, l'altra fu dal gonfaloniere e
da' priori mandata a guardia delle porte e delle mura ; spe-
rando pur finalmente, quando i nobili tenessero con gli usciti,
nella moltitudine del popolo. Appena era levato il sole che
giunse un messaggio il quale riferiva come 1' esercito s' ap-
pressava. Il che diede grand' animo alla città , e i fuorusciti
incominciando a vedere la vanguardia del campo , senza
aspellare d' esser colti in mezzo dal popolo adirato , si mi-
sero disordinatamente a fuggire. Restò la città con sommo
dolore delle cose succedute, veggendo invece di combatter
le mura di Lucca, aver avuto intorno le sue un esercito
de' medesimi cittadini ; ogni cosa esser mutata dalla passata
riputazione e grandezza, quando comparendo con gli eser-
citi armati sopra gli Aretini o sopra i Pisani davano le leggi
a' vinti, e a' cenni loro moderavano gli stati di Toscana: ne
tutto questo scambiamento esser da altro proceduto, che
dalla virtù d' un solo uomo , il quale se fuggendo era slato
tremendo , che farebbe quando con nuove genti comparisse
armalo su i loro terreni? Per tutto ciò non patì l'animo a
niuiio del popolo che i fuorusciti fossero ribanditi , ancora
100 dell'istorie FIORENTINE
che i nobili s'affaticassero di nioslrarc che la Repubblica
era tenuta per vigor della promessa falla da lei , e per la
condizione adempiuta da' fuorusciti, di rimetterli alla patria;
il che se pure non volcano fare [ter il debito della ragione,
almeno doversi piegare per il comodo proprio , che nell' in-
stanti necessità della Repubblica per le guerre di Castruccio
poteano conseguire dall' opera di tanti uomini valorosi. Per-
severavano costantemente i magistrali a negar la ritornata
degli usciti , allegando d' esser caduti d' ogni grazia conce-
duta loro per esser venuti con le bandiere spiegate a com-
batter la propria patria. Ne cosa fu mai negata in quel se-
nato con maggior fermezza di questa. Erano in Firenze otto
ambasciadori da parte degli usciti , i quali avuto prima salvo
condotto dalla signoria erano venuti a trattar la causa propria
e de' compagni. Costoro veggendosi disperati di poter per
mezzo di ragioni o di preghiere ottener cosa alcuna, si vol-
sono a tentar 1' inganno e la forza , trovando per confor-
tatori e aiutatori molti de' nobili, i quali parte per paren-
tado che aveano con alcuni de' fuorusciti, e parte per trovarsi
mal soddisfatti d' esser soverchiati dal popolo desideravano
cose nuove. L' ordine era che la notte di S. Lorenzo , che
viene a' 10 d' agosto , i fuorusciti s' accostassero alla porta
della città che mena a Fiesole , che quivi ritroverebbono i
loro amici, da' quali sarebbono messi dentro. Uniti insieme
avessero a correr la città , e metter fuoco in più parli per
spaventare in universale ciascuno . ammazzar coloro i quali
erano più pertinaci contra la libertà de' nobili, abbruciar tutte
le leggi, capitoli, scritture e libri che facessero contra di lo-
ro , abbattere e levar via il magistrato de' priori e gonfalo-
nieri di giustizia, e in somma sovvertir il tranquillo e paci-
fico stato della città, e introdur nuova forma e modo di go-
verno tulio in favore e grandezza della nobiltà ; essendo
autore in gran parte di questo irall.ito , come fu creduto,
Amerigo Donati cavaliere figliuolo di Corso ; V alterigia del
quale nò T infelice morte del padre, ne quella di Simone
suo fratello, nò le calamità della propria patria, avute origine
dalle disavventurate bellezze della famosa moglie di Buon-
delmonle , ( come se gli uomini e le femmine di quella fa-
miglia fossero fatali alla patria, ) avean potuto reprimere ; ma
LIBRO SESTO. 101
serbando nel!' animo orgoglioso l' odio occulto di sfogarsi
contra il popolo , parea che avesse studiosamente aspettato
la presente occasione. Ma il trattato , del quale eran cotanti
consapevoli , non potè condursi innanzi sì segretamente che
alcuno odore non ne fosse venuto a coloro che governavano,
benché non prima che l' istessa sera disegnata a cotanta scel-
leratezza ; perchè il popolo corso all' arme comparì con gran-
dissimi lumi su per le mura, commosso in un medesimo
tempo da odio, da timore, e dall' indegnità della cosa. Erano
i fuorusciti in numero di millesecento uomini, tra' quali n' era-
no sessanta a cavallo, venuti con molte scuri per tagliare la
porta; ma veduto risplendér come di mezzo giorno di tanti
fuochi le mura della città, e per questo potendo più facil-
mente scorgere gì' innumerabili volti de' cittadini feroci per
difender la patria, e la quantità grandissima dell'armi prese
contra di loro, né veggendo o sentendo alcuno di quelli
che aveano promesso di dar loro aiuto e favore, fortemente
della propria salute sbigottiti se ne tornarono indietro. Fu la
loro salvezza la tema che ebbono i cittadini de'nimici do-
mestici ; perciocché vi era comandamento che ninno si do-
vesse partir dalle mura ; onde poterono a beli' agio tornar-
sene a' luoghi loro senza esser molestati da alcuno. Ma né
questo prospero successo, siccome anche il primo, apportò
però alcun conforto a' cittadini ; vedendo da un canto non
potersi assicurare da quelli di dentro , e dall' altro non sa-
pendo qual partito pigliarsi, mentre sospinti dall' atrocità del
delitto e raffrenati dalla grandezza della pena stavano sospesi
se doveano inclinare alla clemenza o al gastigo. Perciocché
sebbene non erano ancora alla notizia d'alcuno pervenuti i
nomi de' congiurati nondimeno a poco vi s'appressavano.
Parve necessario che si cercasse in prima di quelli che ave-
vano tenuto mano alla congiura , e poi più maturamente di-
scorrere del modo e qualità della pena. Ma sorse subita-
mente un' altra difficoltà , non osando ninno de' popolari di
pubblicare in consiglio i nomi de' congiurati, temendo d' es-
ser manomessi quando se ne tornavano la sera a casa ; con-
ciossiachè il non poter i nobili in pubblico non avesse tolto
loro le forze private, e i popolani nel buio della notte non
poteano esser difesi dalla riverenza del priorato , sì fatta-
102 dell'istorie FIORENTINE
mente che il giudizio tornava vano. Da Giovanni de' Ricci
gonfaloniere la terza volta e da' priori che furon seco , fu
trovato un nuovo modo di ovviare alla potenza de' grandi ,
potendo esser accusati senza pericolo dell' accusatore, la qual
cosa fu poi messa in uso più volte in così fatti accidenti
dalla Repubblica. Ciò fu che ciascuno scrivesse in polizze i
nomi di coloro che giudicavano colpevoli. Quasi tulle le po-
lizze convenivano in tre cavalieri nobili, il già detto Amerigo
Donati , Teghia Frescobaldi e Lotlcringo Gherardini. Prese
il senato la via della clemenza , e comandò a Manno della
Branca d'Agubbio, allora podestà, che promettesse la sicurtà
della vita a' cavalieri pure che comparissero in giudizio. Il
che fu osservato loro sinceramente , avendo confessato di
essere siali consapevoli del trattato, ma non complici ; perchè
furono solamente condennati ciascuno in libbre duemila, e
a' confini sei mesi fuor della città e contado quaranta miglia;
dove per le leggi imperiali essendo incorsi nel crimine
dell' offesa maestà per non aver palesato la congiura a' prio-
ri , andava la pena del capo. Fu questo partito ricevuto di-
versamente dall'universale; perchè a molti piaceva che si
fosse presa questa moderazione , altri la biasimavano come
opera di cattivo esempio. Ben convennero tulli per le cose
avvenute che s' attendesse con ogni diligenza a fortificar il
popolo, e per questo veggendo che alle sue compagnie non
bastava un sol capo, il quale da essi era chiamalo gonfalo-
niere di compagnie , aggiunsono cinquantasei altri capi , i
quali da' pennoni che portavano furono delti pennonieri, ma
distribuiti in modo che ciascun gonfaloniere n' avesse sotto
di sé due o tre , quasi tanti capi di squadre ; participando
di questo ufiicio eziandio quei popoli i quali non governa-
vano. Quest'ordine fu formato e messo in esecuzione il dì
27 d'agosto, nel quale ciascuno del popolo ragunato per
ordine sotto il suo sestiero promise con giuramento di trarre
in ogni accidente alla conservazione dello slato popolare.
Mentre la città era in questi travagli, « si sentì che l'eser-
« cito della Chiesa s' era levato di sotto Milano, e ritiratosi a
« Monza sì per rispetto delle malattie entrate fra' soldati,
« come per esser passati i lor Tedeschi alla parte del Vi-
« sconti, il quale avendo perciò preso animo era andato per
LIBRO SESTO. 103
« assediarlo a Monza. Sollecitava per questo il papa i Fio-
« renlini a mandarvi soccorso di genti ». Né Castruccio
stette a perder tempo ' , avendo massimamente gli abitatori
di Montopoli danneggiato i poderi di quelli del castello di
Marti sudditi de' Pisani ; alla richiesta de' quali mandò tre-
cento cavalieri, da' quali fece guastare in Montopoli, Castel-
franco e S. Croce, tutto quello che quando egli v' era stato
col campo era scampalo che guasto non fosse. Le masnade
de' Fiorentini, le quali erano in Valdarno, come che fossero
in maggior numero, non ardirono d' uscir a difender gli ami-
ci; il che tornò a gran vergogna della Repubblica. Dietro
a questo disordine ne segui incontanente un altro ; che es-
sendosi il Castel della Trappola , il quale teneano i Pazzi ,
dato al comun di Firenze , e per questo mandatovi da' Fio-
rentini il [tresidio , vi stavano quelle genti con tanta negli-
genza, che entrali per trattato nel castello di notte tempo i
Pazzi in compagnia degli Ubertini , prestamente il ricupe-
rarono, avendo su per le letta scannali più di quaranta fanti
di Castelfranco che v' erano alla guardia. Cercarono i Fio-
rentini di rimediare al danno ricevuto mandando dugento
cavalli e gran numero di pedoni per tentare se potessero
ricuperar la Trappola : la quale non sperando coloro che
v' eran dentro di poter tenere, rubata che l' ebbono vi poser
fuoco e r abbandonarono, e tostamente si ridussono nel ca-
stello di Lanciolina. I Fiorentini li tenner dietro, e giunti al
castello vi posono 1' assedio ; ma non cos'i tosto sentirono
che venivano in loro aiuto i Pazzi e gli libertini, che senza
aspettar di vederli in viso sene partirono. Succedette un'al-
tra perdita molto notabile , non perchè ella fosse cosa
de' Fiorentini, ma perchè era acquisto della parte ghibelli-
na, la quale fece ridesiare tutti coloro che seguivano la fa-
zion guelfa. Era in quel tempo la Città di Casi elio signoreg-
giata da Branca Guelfucci più a guisa di tiranno che di giu-
sto e mansueto signore ; perciocché oltre averne cacciato i
Guelfi , con quelli i quali erano restati nella terra non si
portava punto più umanamente ; perchè fece venir loro dc-
' .Ventre la città era in questi trcwugli Castruccio non istette a
perder tempo ec. ec. Prima Edizione.
i04 dell'istorie fiorentine
siilerio di discacciarlo: e questo venne lor fallo agevolmcn-
f 0 , conciossiachè introdollo per una delle porle che fu iii
loro balia Tarlatino Tarlali con trccenlo uomini a cavallo
fratello del vescovo d' Arezzo, con cui aveano lenulo il trat-
talo, ed egli congiuntosi con Tano degli Ubaldini e con al-
tri Ghibellini della città, felicemente ne cacciassero Branca,
sbigottito per vedersi in un medesimo tempo contro fiuelii
e Ghibellini; ma appena era fuori Branca, che i Ghibellini
voltatisi contra i medesimi Guelfi che ve l' aveano introdotti,
quasi per merito del servigio ricevuto, ne discacciarono ancor
essi, e più di quattrocento altri mandarono a' confini, riforman-
do in tutto la terra a parte ghibellina. Questa perdita pia
che altro accidente successo diede affanno a coloro che segui-
tavano la parte della Chiesa; per la qual cosa i Perugini, Ag. -
bini, Orvietani, Sanasi, Bolognesi e conti Guidi guelfi, veg-
gendo i progressi che tutto dì andava facendo la contraria fa-
zione, mandarono ambasciadori a Firenze, come a città la quale
era capo de' Guelfi in Toscana, per fermar taglia a beneficio
comune de' lor partigiani, e danno de' nimici, e specialmente
per la ricuperazione di Città di Castello. Mentre in Firenze
gli ambasciadori di tante Repubbliche disputavano de' capi-
toli della lega , del numero delle genti , della persona del
capitano e della lassa delle contribuzioni, fu nel senato per
unir più la Repubblica introdotta nuova forma di eleggere i
magistrati. Avea preso il gonfalonerato Francesco Baroncelli,
e i priori che avea seco furono Pace da Cerlaldo, Neri del
Giudice, Dardano Acciainoli, Chele Bordoni, Cecco Falconi
e Cionelto Bastari , cittadini tutti di grande autorità nella
Repubblica. Costoro considerando, oltre la mala soddisfazione
de' fuoruscili e l'odio e gare antiche de' nobili, esser den-
tro della città molli del popolo stesso poco conlenti per es-
ser tenu'i schiusi dal governo , e costoro erano tulli quelli
che aveano governalo innanzi al 17 , pensarono che fosse da
mitigar gli animi loro, facendo loro parte degli ufici e onori
della città: ma queslo non per via d" elezione e di tempo
in tempo, come prima si era costumalo di fare, ma di sor-
te ; mellendo confusamente così i nomi loro come di quelli
che non governavano in una borsa, e poscia traendoli ogni
due mesi infino ad un temi o disegnalo. Fallasi dunque dar
LIBRO SESTO. 103
i' autorità del popolo, imborsarono i nomi de' cittadinis che
,'iveano ad esser priori per quarantadue mesi , e in questo
modo si venne a dar principio all' imborsare per più tempo
i magistrati, le quali imborsazioni furono poi chiamate squit-
tinì. Questa deliberazione stimata per allora buona , perchè
parca che togliesse la cagione delle discordie, fu in processo
di tempo da prudenti cittadini, in quanto al modo del trarre
gli ufizi , creduto che avesse fatto il contrario , rimettendo
la elezione del sujìrcmo magistrato alla sorte e al caso, ove
prima era serbato alla prudenza e al consiglio.
Quasi nel medesimo tempo che si riordinavano queste
cose in Firenze « dove il primo di novembre era venuto
« capitano del popolo Nigrizolo degli Ansaldi da Cremona »
ebbe in Pisa a succeder gran mutazione: il qual movimento
per essere stato cagione di spiccar Castruccio da' Pisani, fu
alla Repubblica sommamente caro , ancora che quindi aves-
se potuto comprendere quanto era intento 1' animo di quel-
r uomo a usurparsi l'imperio di Toscana. Era in Pisa un ca-
valiere de' Lanfranchi detto Betto Malepa , il quale o per
propria inquieludine, o per naturai superbia della famiglia, o
per ingiuria ricevuta dal conte Mieri { perciocché amore
della patria non pare che ve lo spingesse , volendola sotto-
porre a più fiero signore ) ebbe trattato con Castruccio e
con quattro connestabili tedeschi i quali erano in Pisa, d' uc-
cider il conte e il figliuolo, correr la terra e darne la signo-
ria a Castruccio, il quale con provvisione di genti ben a or-
dine si doveva trovare al giorno determinato in alcun luogo
vicino alla città. Questo trattalo, scoperto da un de' Guidi e
da Bonifazio de' Cerchi ribelli di Firenze che dimoravano in
Lucca e in Pisa, ebbe per fine la morte del Lanfranchi , a
cui fu mozzo il capo, e 1' esser Castruccio per decreto pub-
blico giudicato nimico de' Pisani , e posto taglia di diecimila
fiorini d' oro , e di esser tratto da ogni bando a chiunque
r uccidesse. Ma non perciò si sbigottì Castruccio; anzi co-
me se volesse mostrare a" Fiorentini che quanto infino a
queir ora avea fatto non era stato per l'aiuto ricevuto da' Pi-
sani, ma per opera del proprio valor suo. prima che finisse
r anno . si diede a tentare nuove imprese , essendo in Fi-
renze tratto di quattro dì nuovo gonfaloniere Lapo del Buto-
106 dell'istorie fiorentine
Dopo Baldo Ruffoli costui fu il primo gonfaloniere di giu-
stizia il quale s' incominciasse a trar delle borse, con eguale
singolarità d' amendue, le cui famiglie non ebbono per al-
tra volta mai più 1' onore di così fatta dignità. E avendo la
città in quel primo costume trentuno anno continuato, vide
in questo tempo risedere centoltantasei gonfalonieri. Avendo
dunque Castruccio intelligenza con alcuni di Fucecchio d'es-
ser introdotto nella terra, colse una notte nella quale traeva
grandissimo vento e pioveva fortemente, e venutone di Lucca
con centocinquanta uomini a cavallo e cinquecento a piede,
trovò che quelli che teneano il trattato aveano smurato una
porta , la quale per esser posta in luogo solitario e per il
cattivo tempo poterono facilmente aprire senza esser sentiti
da persona. Per questa intromesso Castruccio con le sue
genti incominciò a correr la terra ; ma essendo ciascuno
che non era consapevole del tradimento levato al romore,
presono 1' arme, e benché sbigottiti dal vedere i nemici den-
tro, dal buio e confusion della notte, e soprattutto dal no
nie già fatto a lutti terribile di Castruccio , faceano nondi-
meno quella resistenza che in mezzo di tanti travagli era
possibil farsi maggiore ; perciocché per i giorni passati i se-
natori aveano scritto lettere di fuoco a' capitani che stavano
alle guarnigioni , quando Castruccio danneggiando Montopoli,
S. Croce e Castelfranco non fu ninno ardito di uscirgli con-
tro ; e molto più si erano sdegnati, quando senza, aspettare
che i Pazzi giugnessero in Lanciolina , con tanta lor vergo-
gna se ne fuggirono. Combattevano per questo egregiamen-
te ; ma veggendo per tutto che lunga ora senza nuovo soc-
corso non averebbono potuto resistere al nimico, già insi-
gnorito d' una parte della terra e della rocca che i Fioren-
tini vi aveano cominciato a fabbricare , feciono per quella
parte delle mura che non era vinta molti segni di fuoco ,
quasi chiedendo aiuto alle castella vicine. Perchè i soldati
i quali erano in S. Croce , a Castelfranco e a S. Miniato
considerando i compagni trovarsi in alcun grave pericolo, si
posono subito a cammino, e non essendo i luoghi molto di-
scosto , giunsono prestamente a F'ucecchio ; ove con tanto
maggior ardire quei che vennero e quegli che erano nella
terra rinfrescaron la zuffa , quanto che venuto il dì , e spa-
LIBRO SESTO. 107
l'ilo via lo spavento delle tenebre, poletter veder i nimici in
viso , e il numero loro non esser tale , che volendo far il
lor debito non potesser combatter del pari. Certo rade volte
fu combattuto dentro una terra con maggior fierezza. I ca-
pitani e soldati de' Fiorentini erano accesi dalle severe voci
e riprensioni de' senatori come fosser presenti. Quelli di
Castruccio oltre la tema di perder la preda mezzo acqui-
quistata , facea feroci la presenza del capitano, il quale non
mancando in tanto travaglio nò a sé medesimo né a' suoi, si
vedea a guisa di fulmine discorrere per tutto , e in uno
stesso tempo ora ordinando che si finissero di sbarrar le
strade, ora combattendo e facendosi innanzi ove era mag-
giore r ardor della zuffa , far uficio di soldato e di capitano.
Ma era cosa molto dura combatter co' terrazzani, i quali gli
erano sempre alle spalle , e co' soldati di tante guernigioni
insieme, da' quali era combattuto ora da fianco e ora di-
nanzi ; ancora che avendo egli occupato la piazza si fosse
ingegnato di farsi forte in quel luogo infino che nuova gente
gli fosse sopraggiunta di Lucca , ove con somma prestezza
avca mandato messi con 1' avviso della terra guadagnata , e
dimandando nuove genti per poter resistere a' nemici che
dubitava che venissero di luori. Ma combattendo tuttavia vi-
gorosamente i soldati della Repubblica, e avendo Castruccio
tocco una ferita nel volto, e dubitando se più ostinatamente
perseverasse a fermarsi in Fucecchio, di non rimanervi morto
0 prigione, veggendo massimamente tutti i suoi sgomentali,
e incominciar a far segni più di volersi salvare che di com-
battere, incominciò ancor egli a pensare di mettersi in si-
curo, e fattosi con un drappello di gente eletta far via per
mezzo de' nimici , con gran rischio si ridusse fuor della ter-
ra, e di là a Lucca. Fu tenuto per cosa certa che se i soldati
fossero andati dietro a Castruccio, l'avrebbono senza al-
cun dubbio preso o ucciso, e che si sarebbe quel dì po-
sto fine a quella guerra, la quale fu mollo vicina a metter
fine alla libertà e slato de' Fiorentini. Ma i capitani avvezzi
ad esser battuti da Castruccio. si contentarono d' una medio-
cre vittoria, la quale nondimeno ai)portò incredibil piacere
a' Fiorentini ; avendo i suoi messo in fuga il nimico , ucci-
sagli di molta gente e fatti molti prigioni ; e quel che fu
108 dell' ISTORIE FIORENTINE
soprammodo caro , ricevute molle bandiere di Castruc-
cio e de' suoi conneslabili , con alquanti belli cavalli pre-
si de' nimici , che insieme co' prigioni furono dilettevole
spettacolo agli occhi de' cittadini e della plebe ; la quale e
le noie e i diletti è usa a ricevere senza modo e misura
alcuna.
Questa fu l' ultima azione che si facesse l' anno 1323.
Seguita l'anno 132^, nel principio del quale « arrivato nuovo
a podestà della città Jacopo de' Gonfalonieri da Piacenza , »
la signoria deliberò condurre al suo soldo cinquecento cava-
lieri franzesi, e per questo furono mandati ambasciadori al
re che restasse contento che la Repubblica fiorentina po-
tesse condur quella gente. Questo fu fatto perchè oltre la
potenza di Castruccio andava facendo ogni dì nuovi acquisti
il vescovo d' Arezzo , da cui ultimamente era stata guada-
gnata la rocca di Caprese, la qual era del conte di Romena,
tardi soccorsa da lui e da' Fiorentini , e perchè era tra' se-
natori molta inclinazione che si dovesse un di far giornata
con Castruccio, considerando che se quel fuoco non si spe-
gneva, era una volta per arder la città. « Intanto per opera
« di Pieraccio degli Obizi fuoruscito di Lucca, e di Baldi-
(i nolto da Monlopoli, si sottopose a' 5 di febbraio il comune
« di Montopoli alla Repubblica. Prese poi il gonfalonerato
a Nigi Spigliati, il quale a' 21 di marzo fece pubblicare la
a lega già conchiusa con Siena, Bologna, Perugia, Orvieto,
« Agubbio , e altre comunità e signori guelfi, per la ricu-
« perazione di Città di Castello » ; dovendo tutte queste Re-
pubbliche tener assoldati tremila cavalieri per tre anni a ri-
chiesta del capitano della taglia, « il quale per i primi sei
« mesi fu Guido marchese del Monte Santa Maria » , buona
parte delle quali genti toccava a pagarne a' Fiorentini. Ap-
presso considerando che mal poteano i cittadini contribuire
alle presenti e future necessità, se le soverchie spese non
si ristringevano, fu fatta una legge molto severa centra i di-
sordinati ornamenti delle donne ; e tra tanto non mancavano i
soliti accidenti di fuori, i quali tenesser la città fra la tema
e la speranza delle cose proprie : perciocché i fatti de' Vi-
sconti prosperavano mollo contro la Chiesa , e olire aver
r anno passato sconfitto trecento cavalieri ecclesiastici a Car-
LIBRO SESTO. 109
rara, e poco dopo preso la rocca e ponte di Basciano, in
questo neir ultimo di febbraio avean dato una gran rotta a
Ramondo di Cardona capitano generale del papa a Nauri ca-
stello posto su r Adda ; e di più fattoi prigione insieme con
Arrigo di Fiandra capitano famoso, ancorché non molto dopo
fosse stato riscattato da' Tedeschi; e quello che non era sti-
mato minor danno affogalo nel fiume Simonino della Torre ,
uomo per lo suo valore e per esser figliuolo di Guidetto ,
il quale era stato signor di Milano, e nimico di Matteo Vi-
sconti e della sua fazione , molto utile a queir impresa ; e
benché a tante sciagure fosse piccola aggiunta, v'erano an-
cora restali prigioni due connestabili de' Fiorentini. Dall' al-
tro canto i Perugini con 1' aiuto de' Fiorentini a capo di dui-
anni aveano acquistato Spoleto , e i Pisani mentre per soc-
correr Villa di Chiesa , terra posta in Sardigna , erano con
possente armata navigati nell' isola , furono in terra ferma
rotti da Alfonso figliuolo del re d' Aragona, e uccisovi il lor
generale , il quale era Manfredi della Ghcrardesca figliuolo
del conte Mieri, e poco appresso oltre la perdita di Villa di
Chiesa perduto buona parte dell' armala carica di grandi mu-
nizioni e di vettovaglie. Ma colali avversità de' Pisani furon
men lietamente sentite da' Fiorentini, dubitando non 1' abbas-
samento loro fosse la grandezza di Castruccio , il qual fallo
potente, con più facilità mettesse in pericolo lo stalo della lor
Repubblica. Essendo le cose in questi termini Beltramo del
Balzo, « chiamalo dal Villani il conte Novello, ») ne' primi
dì del gonfaloncralo di Bartolommeo Sirainelli prese senza
saputa della Repubblica Carmignano, e proseguiva ardente-
mente a voler prender la rocca , se dal gonfaloniere e
da' priori non gli fosse slato scritto che in ogni modo si
partisse dall' assedio e rimanesse di molestar quella terra :
il che feciono perciocché l'abate di Facciano , il quale si
era insignorito di Pisloja, facea vista di voler render la terra
a Castruccio; la quale si era presso che liberata dal suo do-
minio, e Castruccio era per questo con cinquecento cava-
lieri venuto a Serravalle. Furono anche a ciò stimolali per-
chè il conte non tanto per desiderio di servir la Repubblica
avea posto a ciò mano, quanto per vendicarsi de' Pistojesi, i
quali pentiti d'aver detto di voler tornar a ricevere un vi-
110 dell'istorie fiorentine
cario del re Ruberto già cacciato da loro , aveano assallato
lui medesimo prima che venisse alla terra sotto Tizzano , e
non meno a lui che a sua compagnia insieme con trenta a
cavallo delle masnade del conte avcan fatto grande oltrag-
gio e vergogna ; perchè la Repubblica non approvava che il
conte avesse a vendicare l' ingiurie private, o quelle del suo
re, col danno e pericolo delle cose loro , ignorando che Pi-
stoja avea in ogni modo a darsi a Castruccio ; il quale non
restando di molestar le cose de' Fiorentini, un mese dopo
questo successo mandò centocinquanta cavalieri a predar in-
torno Castelfranco. Uscirono contra costoro centoventi di
quelli i quali erano al presidio del castello , e combatte-
rono con pari fortuna per più di tre ore continue ; ma so-
praggiunti cento cavalieri di Fucecchio della gente del conte
Novello, facilmente misono in fuga i nimici, de' quali resta-
rono morti dieci senza altro danno de' Fiorentini « che di Ra-
ce mondo Porcelletta cavaliere d' Arli, e d' un suo compagno,
« restati amendue prigioni de' nimici per essersi nel segui-
« tarli spinti più innanzi degli altri ». Intanto il primo di
maggio era venuto nuovo capitano del popolo Bonifazio
de' Giacani da Perugia ; ed essendo finito il tempo della con-
dotta del conte, gli fu con poca soddisfazione della Repub-
blica dato comiato. Furono poi mandati trecentoquaranla ca-
valieri a' Perugini per l' impresa di Città di Castello sotto la
condotta di Amerigo Donati, « il quale avea la carica princi-
« pale di consigliere per la Repubblica appresso il nuovo
« generale della taglia )■<. Parve a' signori , avendo il cavahere
tollerato pazientemente l'esilio, e ubbidito prontamente a' co-
mandamenti della Repubblica , di addolcir 1' animo suo con
questo onore, e di non spegner affatto le reliquie di Corso
Donati : la memoria del quale benché sospetta alla patria ,
era nondimeno grata per 1' onore che parca di ricevere dalla
magnificenza e fama d' un sì gran cittadino. Tanto possono
r eccellenti virtù ricuoprire talora eziandio i grandi vizj. Ma
dagli uomini severi era detto che la città facea tutte le cose
a rovescio ; poiché avendo ella mozzo il capo ad Azzolino
degli liberti in rimunerazione del sempre memorabile servi-
gio ricevuto da Farinata suo padre di non aver patito che
Firenze fosse distrutta, ora onorava e tirava innanzi Arac-
LIBRO SESTO. Ili
rigo Donali, non meno per la gratitudine del padre, il quale
con l'aiuto d' Uguccione della Fagiuola volea insignorirsi
della patria sua, che per quello che poco innanzi avea lo
stesso Amerigo macchinalo contra lo stato col prestar favore
a' fuorusciti.
Nel mezzo di così fatti ragionamenti venne la creazio-
ne de' magistrati; e fu tratto gonfaloniere Peduccio della Ma-
rolta, « in tempo del qual magistrato i Pisani caddono della
« possessione di Sardigna, e Simone de' Visconti cavaliere
« pisano essendo come guelfo stato cacciato con sua fami-
« glia di Pisa, ritiratosi a Firenze ritrovò ne' padri solleva-
« mento alle sue miserie con essergli stato assegnato da
« vivere. Come per onorare quei di casa Malatesti e dar loro
« calore contra i nimici, ne fecero con ogni splendidezza far
« sei cavalieri, tra'quali Ferrantino stalo eletto generale della
« taglia per sei mesi da cominciare il primo di novembre. »
In questo medesimo tempo Filippo Tedici nipote dell' abate
di Pacciano tolse la signoria di Pistoja al zio , e non am-
mettendo alla città i cavalieri mandativi da' Fiorentini , fece
amicizia con Caslruccio, obbligandoglisi tributario di duemila
fiorini d'oro l'anno, pure che il ricevesse sotto la sua pro-
tezione. Ma r animo vasto di queir uomo , dicendo che egli
non era avvezzo a tornar indietro , domandava il medesimo
tributo dei tremila che era solito ricever prima, e non veg-
gendo che Filippo se ne risolvesse condusse 1' esercito a
Pistoja del mese d' agosto, e alloggiato il campo a piò delle
montagne diede ordine che si riponesse il castelletto di
Brandelli; al quale perchè scopriva Pistoja e Firenze pose
nome Bellosguardo ; dal qual luogo con occhio cupido a
guisa d'ardente amatore vagheggiava quelle due città che
tuttavia procacciava di sottomettere al suo dominio, con ani-
mo, fortificato che fusse il castello, di poter con più como-
dità assediare Pistoja. I Pistojesi veggendosi stringere ricor-
sono per aiuto a' Fiorentini, e da Grazia Guittomanni entrato
poco innanzi gonfaloniere a' lo d' agosto, e da' compagni, fu-
rono mandate genti sufficienti così a pie come a cavallo per
soccorso della città sotto la condotta d'Azzo de' Manfredi
da Reggio « venuto podestà di Firenze il primo di luglio ».
Costoro come furono a Prato , mandarono innanzi alcuni
112 dell' istorie fiorentine
scorridori avvisando a Pistoja che erano già vicini , e che
fosse loro fallo inlendere da qual parte doveano enlrar nella
terra. Filippo non confidando di tirarsi i Fiorentini a casa ,
rispose loro che il suo desiderio era che essi s' oppones-
sero di fuori all' esercito di Caslruccio , perchè questa era
via più facile a farlo disloggiare, che 1' enlrar nella terra non
era di ulililà alcuna; la qual cosa parendo a' Fiorentini che
procedesse da poca fede che Filippo avea in loro , furono
mossi da tanto sdegno , che senza andar più innanzi se ne
tornarono in Firenze; il che costrinse Filippo ad accordarsi
di nuovo con Castruccio, e dargli quel tributo che ricercava.
È la città di Pistoja posta tra Lucca e Firenze con eguale
distanza ( essendo venti miglia lontana dall'una e dall'altra)
facendo ella a queste due città a guisa di triangolo, e ben-
ché si dilunghi alquanto dalla strada diritta che mena da
Firenze a Lucca , nondimeno lo spazio è cosi piccolo che
nelle guerre dell' un popolo e dell' allro ella è per giovare
e per nuocere grandemente a qualunque delle due parli si
scuopre favorevole o nimica ; questo era stato cagione che
con tanta sollecitudine e travaglio ora da Caslruccio e ora
da' Fiorentini fosse stata ricerca, e questo mosse di nuovo
i Fiorentini veggendola tornala a Caslruccio a procurare di
guadagnarla dalla loro : perciocché sapendo essi i romori
passali tra Fil\j)po e l'abate suo zio, tentarono con l'abate,
e per mezzo deh' abate con un conneslabilc guascone che
era a guardia della terra, d' aver una delle porte, e di notte
tempo entrare e correr la cillà, e volgerla a favor loro,
Cavalcaronvi per questo a' 22 di settembre con grande spe-
ranza d' ottenerla , ma palesato il tradimento dal guascone
a Filippo, fece subitamente prigione il zio, e con esso gli
ambasciadori che v'erano per la Repubblica, e molti altri
che egli tenea per poco suoi confidenti , con grande peri-
colo della salute di ciascuno. I fanti e i cavalieri che s'era-
no avvicinati alle mura sentendo la cosa scoperta , se ne
tornavano scherniti, e non senza qualche timore di se me-
desimi a Firenze ; ove essendo nato sospetto che la prima
imborsazione de' magistrali non fosse sinceramente fatta, gli
animi di molti erano alquanto sollevati, rammaricandosi che
i Bordoni , famiglia popolare, col seguito d'alcuni loro cor>-
LIBRO SESTO 113
giunli e amici ( i quali tulli erano a guisa d' una sella com-
presi sotto nome di Scrraglini ) volcssono più che parte nel
governo dell;» città ; perchè accostatisi a coloro i quali per
r addietro erano stali tenuti lontani dall' amministrazione della
Repubblica, alcuni de' quali si trovavano esser de' priori, e
alcuni de' dodici buoni uomini, operarono in modo che ot-
tennero per poter riformare le cose mal falle , che si pren-
desse la balia da' medesimi priori, e dodici buoni uomini
loro consiglieri. Costoro aperte le borse dell' anno passalo
squarciarono l'elezioni mal falle, l'altre lasciarono, ma ag-
giunsono i nomi de' cittadini per sei altri priorati ; nel qual
tempo pervenne in poter de' Fiorentini il castello di Lancio-
lina per opera di quelli di Castelfranco, i quali essendo ve-
nuti alle mani con Aghinolfo degli Ubertini signor di quel ca-
stello, da cui era molto travaglialo il Valdarno, e fattolo lor
prigione, coslrinsono Berlino il Grosso suo padre, e altri di
quella famiglia , che rendessono Lanciolina alla Repubblica
se voleano ricuperare Aghinolfo. In questo modo perven-
nero le ragioni e possessioni di quel castello, slato già pos-
seduto dal conte Alessandro da Romena zio per conto di
madre del dello Aghinolfo , al comune di Firenze : il quale
godendo che lo stalo con 1' acquisto di simih castelli si an-
dasse felicemente ampliando, vi aggiunse anco la diligenza
di edificarne di nuovo ; perchè in questo medesimo tempo
diede principio a edificare una nuova terra in Mugello presso
ove fu Ampinana, a cui pose nome Vicchio.
Ma la provvisione presa nell' imborsazioni de' cittadini
per sei altri priorati non parca che bastasse. Per questo es-
sendo tratto gonfaloniere Bartolo de' Ricci giudice posono
di nuovo mano alle borse , e comprendendo un gran numero
di cittadini, imborsarono tulli gli iifici per quarantadue mesi
non solo de' priori e gonfalonieri di giustizia, ma de' dodici
buoni uomini, de' gonfalonieri delle compagnie, de' condot-
tieri delle masnade de' soldati, i quali nondimeno si muta-
vano di sei mesi in sei mesi, e somigliantemente corressero
la elezione delle capiludini dell' arti , rislrignendo 1" elezione
ad una sola volta per ciascun anno ; le quali cose finite con
maggior quiete che da principio non si sperava , giunsono
in Firenze, dov'era capitano del popolo Angelo da S. El-
Amm. Vol. II. 8
114 dell'istorie fiorentine
pidio , i soldati franzesi in numero di cinquecento cavalie-
ri , tulli uomini nobili , e esercilati nell' arme , e fra' quali
erano più di sessanta cavalieri di corredo. Crcdesi la venula
di costoro essere slata grande cagione che i Fiorentini
movessero l'anno seguente la guerra conlra Castruccio. E
tra tanto il papa per favorirli eziandio nelle piccole cose ,
pubblicò gravissime censure conlra coloro i quali contraffa-
cessero il fiorino dell'oro che si batteva dalla Repubblica ,
come che egli fosse stato il primo a contraifarlo. Fu poi
tratto gonfaloniere Alessandro Cacciafuori figliuolo di Bel-
lincione , col magistrato del quale entrò 1' anno 1325 , e po-
destà Accorimbono di M. (iio. da Tolentino; anno tanto ca-
lamitoso verso il fine a' Fiorentini , quanto mostrò esser lieto
e favorevole nel suo principio , ancora che non mancassero
delle solile perturbazioni alla città ; perciocché i terrazzani
di Carmignano non polendo sofferire la tirannide di Filippo
Tedici signor di Pistoja , di propria volontà si costituirono
sudditi e vassalli del comune di Firenze. La signoria per
non lasciarsi vincere di umanità li fece franchi per sette anni,
e concedette loro che per detti selle anni potessero nomi-
nare per loro podestà qualunque cittadino di Firenze voles-
sono , pure che fusse popolano. Ad assettar queste cose a
Carmignano era stato mandalo con nome d' ambasciadore
Kernardo Bordoni, figliuolo di Pagno stato gonfaloniere l'anno
1298, cittadino molto potente, e perchè alla potenza avea
aggiunto r orgoglio, grandemente odiato da' buoni ; così fatto
uomo avvisando i suoi nimici di poter facilmente sbalzare
trovandosi fuori, proposono contra di lui e d'alcuni suoi
seguaci un' accusa di baratterìa ( così erano notati coloro i
quali rubavano il comune ) instando che fosse secondo le
leggi gastigato; e perchè la cosa procedesse con più rigore,
proposono l' accusa innanzi all' esecutore della giustizia , il
quale era allora romano detto per nome Pietro Landolfo ,
sapendo che i priori erano fautori de' Bordoni. I seguaci dei
Bordoni , i quali erano presenti , comparirono , e delle colpe
imputale loro si scusarono in quel miglior modo che pote-
rono ; ma per Bernardo , il quale era assente , comparì Bor-
done suo fratello , dicendo che non era cosa ragionevole
che coloro i quali erano fuori per servigio della Repubblica
LIBRO SESTO 115
fussono travagliali dalle malignità di quelli di dentro , e che
quando egli fosse tornato darebbe conto delle cose da lui
amministrate con quella fede e sincerità che a buon citta-
dino s' apparteneva ; ma che se pure 1' esecutore volesse pro-
cedere di fallo , eh' egli si scusava , perciocché si sarebbe
opposto all' ingiustizia che usavano al fratello , con 1' autorità
degli altri magistrali e con le forze private , e che del male
che sarebbe succeduto ne avrebbono avuto la colpa loro .
i quali per così brutti modi s' ingegnavano di metter al fondo
la riputazione de' grandi cittadini. Avea Bordone usato questi
modi di dire, perciocché oltre l'ardire che quella famiglia
s' avea preso per le ricchezze e per il seguito di molli che
li favorivano, avea con seco la famiglia de' priori, la quale
essendogli attorno armata , si mostrava pronta ad eseguire
tutto ciò che da lui le venisse accennato. Ma l'esecutore
romano avendo il favore del resto del popolo , a cui per la
molla arroganza erano i Bordoni divenuti fortemente abbomi-
nevoli. non sbigottendosi punto per le minacce del Bordoni,
privò Bernardo in perpetuo di tutti gli ufici pubblici della
città, così dentro come di fuori, e condannollo in duemila
libbre. Poi pose le mani addosso allo stesso Bordone, e per
le parole da lui temerariamente usale il mandò a' contini .
condannandolo ancora in moneta. 11 medesimo fece di molti
altri loro seguaci, i quali si erano mostrati in quel giudizio
per uomini sediziosi e concitatori della moltitudine ; e sti-
mando che quella fazione si dovesse del tulio sbarbare, en-
trato che fu nuovo gonfaloniere Odaldo del Clanga , con-
dannò uno de' priori usciti d' uficio per contumacia sotto il
medesimo pretesto di baratteria , ma veramente perchè egli
si era mostrato molto favorevole a' Bordoni.
Tulle queste cose benché fussono state fatte con gran-
de animosità erano approvale dalla plebe, come quella a cui
soprammodo erano venuti a noia i prosuntuosi modi tenuti da
quella casa; ma essendone l' esecutore montalo in tanta au-
dacia, che egli incominciava a schernire l' uficio de' priori
e averli per niente , a molli pareva che mentre Pier Lan-
dolfo si era studiato di cacciar una parte n' avea fatto un' al-
tra , perciocché egli si vedea tutte queste cose aver fallo
per servir a coloro i quali di nuovo aveano ripreso lo stato;
116 dell' ISTORIE FIORENTINE
e ricordandosi delle crudeltà e scelleratezze di Landò d'Agub-
bio, dubitavano non di nuovo la città si guastasse, e qualche
scandalo di ciò non succedesse. Per questo incominciando-
visi a far sopra di molti discorsi , parve a ciascuno che la
cosa avesse bisogno di presto rimedio; onde essendosene
più volte ragionato in senato, fu finalmente per pubblica de-
liberazione conchiuso , che il magistrato del gonfaloniere ,
de' priori, e de' dodici buoni uomini, i quali per la dignità e
sopraeminenza di queir uficio rappresentavano tutta la Repub-
blica, potesse privare de' loro ufici ciascun podestà, capitano
ed esecutore, che non si portassero bene, senza appello e ri-
chiamo alcuno: nel qual modo fu raffrenata l'audacia dell' ese-
cutore , ma non perciò scemato punto di vigore a' decreti da lui
fatti. Questo breve moto civile fu cagione che discorrendosi
sopra lo stato della città, dagli amanti della Repubblica fosse
presa deliberazione di ridur a popolo dieci famiglie di quelle
che per la loro nobiltà erano comprese da antico tempo nel
numero delle grandi. Ma molto presto furono i Fiorentini
rivocati a riguardar alle cose di fuori , « perchè avendo il
« Visconti preso il Borgo a Sandonnino fra Parma e Pia-
« cenza, con la qual comodità danneggiando grandemente le
« genti della Chiesa, il papa gli esortava e sollecitava a man-
ce dar nuove gente in Lombardia, dove trovo lor generale il
« marchese Manfredi in aiuto del cardinale Bertrando le-
« gato ». E Castruccio nonostante il tributo pagatogli da
Filippo Tedici, e la tregua che avea co' Pistojesi, tolse loro
la Sambuca, castello fortissimo posto nella montagna ; da che
nacque che a Firenze furono mandati ambasciadori da Fi-
lippo e da' Pistojesi per accordarsi con esso loro ; e come
il desiderio della guerra che si avea a fare con Castruccio
era grande, furono lietamente ricevuti , e purché si mante-
nessero nell' incominciata amicizia, promesse di render loro
Carmignano, d' accordar le differenze che erano tra Filippo
e il vescovo, e non potendole accordare di provveder il ve-
scovo d' ini beneficio in iscambio del vescovado ; che Filip-
po si rimanesse con quell autorità che avea; e che a guardia
della città si mandassero cento cavalieri soldati dalla Repub-
blica ad elezione de' Pistojesi. Tulle queste cose furono
fatte con somma sollecitudine; tanto era grande la volontà
LIBRO SESTO. 117
de' Fiorentini d' aver Pistoja a lor divozione ; e avrebbono
anche data tutta quella somma di danari che da Filippo era
addomandata se egli si fosse contentato di cedere la signo-
ria della terra , o se coloro per mezzo de' quali si trattava
la compra , non 1' avessono più volte con speranza de' pro-
prj comodi disturbata. Ma Castruccio crescendogli l' animo
ne" travagli, e non sbigottendosi per l'alienazion di Pistoja,
in un medesimo tempo , olire l' intelligenze che avea in Pi-
stoja e in Prato, tenea occulti trattati in Pisa e in Firenze
per sottoporre quelle due nobilissime Repubbliche al suo
dominio; ma con poca felicità; perciocché in Pisa gli assas-
sini da lui mandati per uccider il conte Mieri avendo ne' tor-
menti palesato il tradimento, furono secondo al lor fallo si
conveniva puniti , feciono il conte Mieri più cauto , e a se
resono quello stato meno facile ad espugnarlo.
Né in Firenze essendo creato nuovo gonfaloniere Bar-
tolo Benci (vanno questi Benci per S. Pancrazio), e venutovi
capitano del popolo Cristofano de' Gualfredi , ( par che dica
da Cremona) ebbe la fortuna più propizia, ancora che vi
fosse stato alcuno de' medesimi cittadini il quale con famosa
perfìdia avesse cercato di soggiogare la propria patria all'im-
perio d'un ciltadin lucchese. Costui fu Tommaso Fresco-
baldi, il quale sollecitato da un comune famigliar suo e di
Castruccio , si pose a corrompere le masnade de' Franzesi
per mezzo d' un monaco dato dal papa per penitenziere a
quelle genti, il cui nome fu Cristiano ; il quale scoperto il
tradimento fu confinato a perpetua carcere ; ad un cavaliere
che dovea commuover gli animi de'connestabili fu mozzo il
capo ; e Tommaso essendosi fuggito fu giudicato traditor
della patria, e come a ribello confiscatigli i beni. Prosegui-
vasi contra la persona di Guglielmo di Noreri, uno de'con-
nestabili, a cui era fama che il trattato fosse stato scoperto ,
se egli allegando di essere in quel tempo stato ammalato ,
e perciò non atto a tener mano a simili imprese, non avesse
schifato il supplicio. Il medesimo fine ebbono le pratiche
tenute in Prato con Vita Pugliesi e con altri della terra, es-
sendo con la stessa fortuna palesato I' ordine della congiura
prima che fosse condotta; onde tutti i Pugliesi furono cac-
ciati di Prato, e molli altri che non furono presti a fuggir
118 dell'istorie fiorentine
decapitali. Solo in Pistoja riuscirono i disegni suoi per opera
di Filippo Tedici prosperamente ; il quale non giudicando
da se solo poter mantenersi signor di Pistoja , o non spe-
rando mollo ne' Fiorentini, slimò partito più sicuro d' aver
a confidar in un solo che a depender da tanti : perchè deli-
berò d'introdur di nuovo Castruccio, e di cacciarne i Fio-
rentini. Il premio di questa subita mutazione furono dieci-
mila fiorini d'oro, e l'esser Filippo slato eletto genero di
Castruccio, e i soldati i quali erano alla guardia della terra
per i Fiorentini, e gli altri Guelfi che si levarono alla difesa,
intervennero a celebrare gli sposalizj del tiranno con la mor-
te loro. In Firenze pervenne la novella del principio del tu-
multo in una solenne festa che si faceva il quinto giorno di
maggio in S, Piero Scheraggio, per aver il popolo per molti
lor meriti armato cavalieri Pier Landolfo esecutore degli or-
dini della giustizia, e Urlirabacca connestabile tedesco ; ove
in un gran convito erano a mangiare co' delti cavalieri no-
velli il gonfaloniere Benci, i priori, e lutti i magistrali della
ciltà ; la qual cosa stimata esser a tempo da potersi rime-
diare, commosse a tanto ardore ciascuno , che abbattute le
tavole, montarono a cavallo seguitati da infinito popolo ar-
mato, e avviaronsi con grand' impeto a Prato. Ma avuto per
via certi avvisi che la città era affatto perduta , con maggior
dolore se ne tornarono a Firenze , maledicendo piìi volte
l'avarizia de' malvagi ministri, i quali per propri interessi
aveano sì fattamente dilTcrita la compra di Pistoja , che Fi-
lippo come disperalo fosse stato costretto gittarsi nelle brac-
cia di Castruccio. Mitigò grandemente questa universale ama-
ritudine de' Fiorentini la persona di Ramondo di Cardona;
il quale fuggilo il novembre passato di Milano, ove era pri-
gione de' Visconti, e stato poi in corte in Avignone tutto il
verno, per la via di Talamone il dì seguente era giunto a
Firenze ; perciocché senza molto discorrere come fosse un
angelo mandato loro dal cielo, il crearono subitamente capi-
tano generale di tulle le lor genti, avendo nel medesimo dì
fattogli giurare que'patti che si ricercano da' capitani, con
gran trionfo e celebrità in su la piazza di S. Giovanni. Né
più ritardarono del seguente giorno , che con quelle genti
che si trovavano in ordino il mandarono a stringere Arti-
LIBKO SESTO. 119
mino, ' castello dc'Pistojcsi, il quale a' 22 di quel mese si ar-
rese , e vennero diigentosclte Ira terrazzani e Pistojesi pri-
gioni a Firenze, e sul)ito fu dato ordine che le mura fossero
disfatte, e recatene le campane del comune nella città. La
venuta d' un sì fatto capitano quando meno vi si sperava ,
la presta vittoria d'Artimino, l'opportunità della stagione,
r antica voglia di far a un tratto giornata con Castruccio , e
r ampiezza delle speranze che naturalmente si propone cia-
scuno innanzi tempo delle cose che s' hanno a fare, mossone
i Fiorentini alla guerra, benché dissuasa da coloro i quali
misurando le cose con più prudenza e con meno ardire ,
malagevolmente entrano ne' partiti pericolosi senza manifesta
necessità ; sbigottiti ancora da' segni e prodigj del cielo, per-
chè la sera del d'i che prese Artimino, si vide volar sopra
la città un grandissimo razzo di vapore di fuoco , e la notte
innanzi era stato un grandissimo tremtioto, e 1' aprile passalo
era caduta sì gran quantità di neve dal ciclo per tutta To-
scana, che come cosa insolita a quel tempo era stala a lutti
non meno di maraviglia che di spavento. Aggiugncvasi a
questo la mala fortuna del capitano , fuggito poco innanzi
dalle prigioni e da' cei)pi de' signori Visconti , e quello che
tante altre volte era stato considerato la grandezza e felicità
del nimico.
Ma nò queste né altre cose erano potenti a frenar gli
animi de' cittadini desiderosi della guerra; talché senza altre
dilazioni s' incominciò a dar opera alle provvisioni necessa-
rie, e prima che Bartolo Benci uscisse del suo gonfalonerato
fu pronunciata la guerra contra Castruccio con metter l'in-
segne dell' esercito a S. Piero a Monticelli, e non molto do-
po essendo tulle le genti a ordine fu comandato al capitano
che s' avviasse verso Prato, e con buona fortuna della Re-
pubblica fiorentina desse principio alla guerra; dovendo pri-
ma entrar con l'esercito nel contado di Pisloja , e studiarsi
di guadagnar quella città per poter poi con più comodità
trasferir la guerra in sul Lucchese, e incominciar a travagliar
' Artimino, oggi piccolo ••astello appartenente alia famiglia Barto-
lommei che P acquistò dal Granduca Leopoldo I. Tuttavia la sua strut-
tura moMra clie nei tempi avanti Cristo doveva essere un luogo d'im-
portanza.
120 dell'istorie fiorentine
Caslruccio (lenirò le raura della propria casa. Erano in
quell'esercito quindicimila pedoni , tutti o cittadini o del
contado di Firenze benissimo armati , e ducmilacinquecento
cavalieri , la quinta parte de' quali era delle cavallate della
città. Il resto erano tutti condotti a soldo di diverse nazioni,
perchè ve n'erano cinquecento franzesi, e quasi altrettanti
tra tedeschi, e borgognoni e catalani. Il rimanente erano
guasconi , fiamminghi , provenzali , italiani e franzesi scelti
di tutte le masnade vecchie pochi per bandiera , e tra que-
sti molti signori e cavalieri di conto, che fu stimata per
gente molto fiorita, con tante provvisioni di trabacche e di
tende , che furono più volte a guisa d' un campo regio nu-
merativi ottocento padiglioni e poco meno di quattromila ca-
valli per condurre le bagaglie, spendendo la Repubblica per
conto di chi tenea cura di ciò tremila scudi per ciascun
giorno ; cose tutte da dare gran maraviglia a chiunque con-
sidera il piccolo spazio tra '1 quale si ristrignea lo stato
de' Fiorentini in quel tempo Con queste genti s'avviò Ra-
inondo di Cardona verso Prato . mandando innanzi secondo
r antico costume il carro, ove era la campana, al cui suono
si moveva l'esercito. Ma celebrandosi la partita dell'oste col
sonar quasi tutte le campane della città, fu riputalo a cattivo
augurio , e accrebbe grandemente la paura di coloro che
non lodavano questa guerra, 1' essersi nel cominciar a suo-
nare rotta la campana montanina . quella che ventidue anni
addietro era stala condotta dal Montale a Firenze; la qual
paura lornò tosto vana per i lieti successi del capitano, igno-
rando il turbo e 1 nugoli che aveano a seguir dietro al se-
reno di quel tempo. Avea di due dì preso il gonfalonerato
Manetto de' Scilinguati, quando Ramondo essendo soggior-
nato alcuni dì a Prato, ove erano arrivati dugento cavalieri
di Siena, s'avviò col campo ad Aglìana su quel di Pistoia.
e le diede il guasto; poi nello spazio di sei dì abbattè molte
fortezze, e avendo predato tutto il paese , finalmente s' ac-
campò d'intorno le mura di Pistoja. Quivi Caslruccio s'era
rappresentato da' primi diche i Fiorentini s" erano mossi con
tante genti, che se non ardiva uscire ad affrontar i nimici
in campagna, era sicuro di difender la terra di ogni assalto.
Ma Ramondo pensò provocarlo con far correr il palio il dì
LIBRO SESTO. 121
di S. Giovanili presso alla porta della citlà, il che fu invano,
perciocché inghiottendo egli quell'ingiuria con animo forte,
aspettava tempo di vomitarla a danno de' Fiorentini senza
metter in manifesto pericolo le cose sue : perchè avendo
Ramoudo consumato alcuni altri giorni in scorrer il paese ,
e conoscendo alla line di non poter far cosa di molto pro-
litto, tornò indietro a' 4 di luglio con l'esercito a Tizzano ,
ove pensò valersi d'una nuova industria, avendo incomin-
ciato a far fosse e cave e instromenti da combatter le mura,
onde diede a credere che egli volesse in ogni modo espu-
gnar quel castello. Questo quando conobbe esser tenuto per
vero infin dallo stesso Castruccio, comandò al suo maliscalco
che con cinquecento cavalieri e con molti pedoni di notte
tempo prendesse il cammino verso Fucecchio, e studiassesi
di gitlar un ponte su la Gusciana , occupando con sonmia
prestezza il passo di Rasamolo per potersi insignorir di Cap-
piano, dal qual luogo s' apriva la strada per passare sul Luc-
chese. Quella medesima notte, acciocché il nimico avesse ca-
gione di pensar ad altro , mandò un' altra parte delle sue
genti per predare con gran romore intorno le mura di Pi-
sloja; perchè gli riuscì quello che intendeva di fare felice-
mente; conciossiachè il maliscalco avendo in sua compagnia
Ottaviano Brunelloschi e Bandino de' Rossi capitani delle
fanterie, nomini valorosi e pratichi del paese , avendo tro-
vato il luogo opportuno, gittò la seguente notte di furto un
ponte di legname sulla Gusciana , e passate tutte le genti
senza alcun disturbo improvvisamente assalirono le torri del
ponte a Cappiano tenute da' nimici. Poco appresso al qual
tempo sopraggiunse col rimanente dell' esercito Ramondo par-
titosi dall'assedio di Tizzano, di cui s'era insino a quell'ora
servito per una strattagemma. 11 che sbigottì grandemente
Castruccio. veggendosi superalo non solo con la forza e nu-
mero de' nimici, ma eziandio con 1' arti sue medesime. Non-
dimeno senza lasciarsi sopraffare dal dispiacere, mandato per
soccorso a tutti i Ghibellini di Toscana , della Marca e di
Romagna , attese a ingrossar il suo esercito di secentocin-
quanta cavalieri; e con questi venutone in Valdinievole si
pose col campo in su Vivinaia , comprendendo il paese di
Montechiaro e del Cerruglio; poi fece con incredibile cele-
i22 dell'istorie fiorentine
rità far un fosso dal poggio al padule, e tenerlo fortificato
per tutto con buone guardie di giorno e di notte; percioc-
ché il contado di Lucca è talmente diviso da quel di Pistoja
che dal lato di sopra ha asprissimi monti i quali si congiungo-
no con l'Appennino; da quel di sotto ha il padule larghissi-
mo e mollo impedito da tutti i luoghi, eccetto in quel poco
spazio che egli pena a congiungersi con la montagna. Ma
queste provvisioni non impedirono che i Fiorentini a' 14 di
luglio non guadagnassero le torri e il ponte, e cinque dì
appresso non raeltesser fuoco a Cappiano, e che finalmente
verso gli estremi dì di quel mese non acquistassero anche
Montefalcone. In questo tempo era venuto podestà di Fi-
renze Ranuccio della Serra d'Agubbio, e un fuoco appreso
nella città in S. Trinila abbruciò quattordici case con al-
cuni uomini. Perchè se in aiuto di Castruccio erano soprag-
giunte nuove genti, molto più ne vennero in favore de' Fio-
rentini, sì per vedere che incominciavano a mostrar il viso
gagliardamente al nimico , e sì perchè a calen d' agosto s' era
pubblicalo in Firenze e per altre città guelfe di Toscana il
processo della scomunica fatto da papa Giovanni contra Ca-
struccio come nimico di S. Chiesa; onde i Sanesi tornarono
a mandare, olire i primi, dugento cavalieri e secenlo bale-
strieri, senza cento altri che vi vennero per conto partico-
lare. E di Perugia, di Bologna, e di Camerino ve .ne giun-
sono tanti altri , che congiunti con quelli d' Agubbio , di
Grosseto, di Montepulciano , di Colle , di S. Gimignano, di
S. Miniato, di Volterra, di Faenza, d' Imola e di Loiano con
certi altri che vi mandarono i conti a Sarziano di Chiusi, e
i conti da Batlifolle, e con nuovi fuorusciti di Lucca e di
Pistoia passarono il numero di millcqualtrocenlo cavalieri e
di milledugenlo balestrieri. Con queste genti non solo rime-
diarono al mancamento de' fanti, i quali erano parte amma-
lati e parie morti per la dimora fatta in su la Gusciana, che
a que' tempi massimamente è tenuta per cattivissima aria ,
ma i cavalieri, ne' quali le malattie non erano stale minori,
si trovarono passare il numero di tremila: con le quali genti
a' 3 d'agosto s'accamparono intorno ad Altopascio. Era quel
castello allora lenulo per molto forte , e giudicato luogo di
grande importanza per l' impresa di Lucca ; perchè oltre il
LIBRO SESTO. 123
non discostarsi di Lucca più che cito miglia, egli era forte
di mura e di fossi, e avea gran copia di torri e di sleccati,
e oltre a ciò vi erano dentro cinquecento fanti che avendo
riguardo alla piccolezza del luogo che s' avea a guardare ,
era stimato molto buon presidio. Ramondo essendovisi po-
sto col campo attendeva con ogni diUgenza, ora dando l'as-
salto di giorno e ora di notte alle mura , a molestar quelli
di dentro; ancora che il campo suo per le molle malattie
e per le licenze che concedeva egli assai volentieri a' sol-
dati per guadagnar le paghe per sé , andasse tuttavia nota-
bilmente diminuendo. Ma non era minore il morbo in quel
di Castruccio; anzi era egli di tante maggiori difficoltà cir-
condato, quanto gli venivano ogni giorno meno i danari; ma
con la solila franchezza che egli avea mostrato sempre in
lutti i suoi affari, procurava di riparare a così fatti inconve-
nienti con r industria, cercando di corrompere come altre
volte avea tentato di fare alcuni connestabih de' Fiorentini; e
avrebbe agevolmente condotto il suo intendimento al desi-
derato flne , se Miles dal Zurro uno de' capitani franzesi
venendo a morte per i disagi contralti nella guerra , e dan-
dosi in colpa del fallo che aveva a commettere, non avesse
palesalo il trattato ; perchè fu preso come complice Gugliel-
mo di Noreri, quello che poco innanzi con la malattia aveva
fuggilo la pena del primo tradimento. Ed era Ramondo in
proposito di farlo secondo la legge militare morire , se per
sospetto di non alienarsi in così fatti bisogni gli altri Fran-
zesi, non fosse stato costretto prender più benigna delibera-
zione ; perchè gli diede licenza , e egli facendo vista d' an-
darsene a Napoli se ne tornò per Maremma a Castruccio , e
fece poi di molti danni alla Repubblica.
Veggendo Castruccio non riuscirgli i primi disegni tentò
la via della diversione , mandando dugenlo cavalieri di Pi-
stoja con molli pedoni a predare in sul contado di Prato, e
a scorrere in quel di Firenze , per vedere se risolvendosi i
Fiorentini a divider le forze del loro esercito egli potesse
con qualche impeto assalir il campo, e tentar con alcuno suo
vantaggio la fortuna della ballaglia. Ma ogni opera era git-
tata indarno: perciocché Giovanni Viviani, il quale era suc-
ceduto nel gonfalonerato a Manetto de' Scilinguati, non vo-
124 dell' istorie fiorentine
leudo esser da meno del suo predecessore , e desiderando
d' onorar il suo magistrato con alcuno onoralo acquisto, sol-
lecitava con continui messi , che posposta ogn' altra cosa ,
s' attendesse con ogni fervore all' assedio d' Altopascio. Il
che fece a Castruccio tentar una nuova impresa con mandar
centocinquanta cavalieri e mille pedoni a Carraignano con
speranza d' aver la terra ; onde i Fiorentini fosser costretti
levarsi dall' assedio. Andarono prontamente i soldati il 23"
giorno di quel mese ove era stato lor comandato, e vigoro-
samente erano entrati nella villa, e già parea che avessero
conseguito quel che s' avea a fare ; quando sopraggiungendo
quelli di Campi e di Gangalandi con alcuni cavalieri bolo-
gnesi, i quali erano a servigio della Repubblica, e dando
animo a' Guelfi di Carmignano che avevano incominciato a
fare un poco di resistenza, s' attaccò una terribil zuffa : co-
storo forzandosi di ripignerli di fuori , coloro usando ogni
estremo sforzo perchè non perdessero quello che una volta
aveano acquistato. Ma era difficii cosa combattere co' terraz-
zani, i quali co' sassi li percuotevano dalle finestre, e co' sol-
dati e cavalieri venuti di fuori , che con le balestre e con
le lance non li lasciavano prender fiato ; talché incominciarono
ad esser malmenati, e finalmente a esser del tutto perditori,
rimanendovi dopo lungo spazio morti più di quattrocento-
cinquanta uomini senza i prigioni : quello che appena sareb-
be in que' tempi succeduto in un fatto d' arme generale.
Questa cosa abbattè molto 1' ardire di Castruccio , e si tirò
dietro la perdita d' Altopascio ; il quale udita si nolabil rotta,
ed essendo quelli di dentro venuti tra loro a contesa, due
giorni dopo s'arrendè a' Fiorentini, con patto che il presi-
dio se n'uscisse salvo e senza offesa alcuna. Non fu così
prima acquistato quel castello , che coloro i quali desidera-
vano di vedere il fine di quella guerra incominciarono con
gran veemenza a persuadere che si procedesse oltre , e che
s'andasse in ogni modo a Lucca; per lo qual fine si erano
mossi di Firenze. Mostravano V aver guadagnato il passo
della Gusciana, le torri e '1 ponte a Cappiano, Montefalcone
e finalmente Altopascio, essere stale per sé slesse cose di
piccol momento, e non da corrisponder di gran lunga alla
grandezza della spesa, alle fatiche patite, e al numero grande
LIBRO SESTO 125
degli uomini che v' eran morii , se elle non giovassero per
un mezzo dell'impresa di Lucca: ma con lai deliberazione
farsi la più gloriosa opera che mai avesse fallo la Repub-
blica fiorenlina, meller in confusione e rovina manifesla lutti
i disegni, tutti i pensieri, tulle le vaste e smisurale imprese
di Caslruccio ; ed esser cosa impossibile che o per forza ,
0 per mancamento di danari, o per mala soddisfazione di
vedersi i Lucchesi privali della loro libertà, o per trattato
di quelli che erano nell' esercito loro non succedesse in
quella città disposizione tale , che s' avessero a bramare
più tosto alcune oneste convenzioni che da' Fiorentini le
sarebbono proposte , che la superba e insolente tirannide
d'un lor cittadino. Dietro Lucca non aversi a dubitar di Pi-
«toja ; la quale come era stala poco fedele a' Fiorentini, così
in ogni caso che Caslruccio incominciasse a balenare, vacil-
lerebbe ancor ella. La stretta doversi dare quando il nimico
è sgomentalo ; il che vedersi in Caslruccio dall' essersi rin-
chiuso , e dal non aver mai in tutta quella guerra voluto
uscir in campagna, ne doversi aspettare che egli ripigli ani-
mo e vigore. Non esser da credere che i Visconti fossero
per abbandonar Caslruccio , essendo questa una sorte d' in-
teresse comune ; ma con 1' ardire e con la prestezza doversi
impedire e disordinare tulli questi rimedj. Quelli che senti-
vano il contrario mostravano; che perchè fosse preso Allo-
pascio non era però così agevole il passar a Lucca; esservi
dell' altre fortezze e ripari , i quali non si polrebbono supe-
rare se non con grandissime didìcollà, e con maggior lun-
ghezza di tempo che altri leggiermente non slimava. Il lor
esercito esser grandemente diminuito ( come quello nel quale
mancava il terzo de' cavalieri , e poco meno della metà
de' fanti ) , con le quali forze ninno uomo savio e esperto
delle cose militari aveva a sperare che s' avesse a prender
Lucca. Non doversi far argomento di paura o di viltà di Ca-
slruccio per non essersi in quella guerra lascialo vedere ;
perchè i grandi capitani debbono esser polenti a lollerare pa-
zientemente il dispregio della l'ama per condur nel fine l' ira-
prese a buon porto ; e che talora il lasciar perdere è un
mezzo certissimo d' acquistare : il che avea egli slesso olli-
mamenle mostrato , quando nella guerra de' Malespini si la-
i26 dell'istorie fiorentine
sciò perder tante castella in Lunigiana ; le quali poi non solo
riacquistò , ma travagliò grandemente lo stato de' Fiorentini.
E se quelli stessi che erano di contrario parere confessava-
no che i Visconti non erano per mancare a Castruccio, es-
ser cosa puerile darsi a intendere che quando tutte le cose
fosser prospere a' Fiorentini, e contrarie al nimico , non gli
avesse a sopravanzar sempre tanto di tempo , che in ogni
fortuna potesse aspettar gli aiuti di Lombardia.
In simili questioni, la deliberazion delle quali s'aspet-
tava dalla Repubblica, si consumarono molti giorni; per-
ciocché tra' senatori furono le medesime dispute nella città,
che erano state in campo tra' capitani; e finalmente fu messa
a esecuzione la sentenza più feroce e meno prudente , es-
sendo molti insuperbiti da una apparente felicità , che spi-
rava in favor de' Fiorentini, nel dominio de' quali era in quelli
medesimi giorni pervenuto il contado di Mangone. Coloro i
quali eran di contrario parere s' ingegnavano con nuove ra-
gioni, quando videro il partito vinto , di persuadere che si
dovesse almeno prima porre il campo a S. Maria a Monte ,
e ivi attendere nuova provvisione di genti , così di cittadini
come di forestieri, e secondo gli avvenimenti con più matu-
rità risolversi all'impresa di Lucca. Ma il capitano, il quale
con la vittoria di così fatta città, sperava di poter in Firenze
ottener cose grandissime , allegando non esser più tempo di
poter ditì'erirc i comandamenti del gonfaloniere e de' priori,
!' ottavo dì di settembre si partì d' Altopascio, e la sera con
balorda ignoranza alloggiò alla Badia di Pozevole in sul pan-
tano di Sesto, potendosi porre alla piaggia tra Vivinaia e
Porcari. Conobbe tardi come 1' alloggiamento preso era poco
sicuro ; conciossiachc venendosi a combattere , Castruccio
avrebbe avuto il vantaggio del sito : talché dopo l' essersi
fermato due giorni in quel luogo , si pose a tentare se egli
potea passar oltre tra Montechiaro e Porcari; non tanto per-
chè sperasse di poterlo conseguire, quanto che avendo a
mutar alloggiamento, mostrasse ciò fare più per voler andar
innanzi che per ritrarsi. Mandò dunque molti guastatori a
fare spianare e rilevare i passi, e comandò al suo maliscalco
e a Dietaraar dotto Urlimbacca tedesco, che con cento ca-
valli ! accompagnassero per non esser offesi da' nimici. Ma
LIBRO SESTO 127
Castruccio avuto notizia della venuta di costoro , non fu
lardo a mandare alcune delle sue genti per impedir il dise-
gno. E egli posto in ordine tutto 1' esercito , calò alquanto
verso la valle, perchè in così fatta occasione se i Fiorentini
volessero venir a giornata, si trovasse a tempo ; avendo in
prima munito ottimamente i passi del poggio. Riscontrate in
sul monte le genti di Castruccio con quelle che guidava il
maliscalco di Ramondo, incominciarono tra loro una leggiere
scaramuccia , ma la quale per la vicinità de' campi andò
molto presto crescendo e facendosi maggiore; essendovi dal
campo de' Fiorentini sopraggiunti, oltre i primi , più di du-
gento cavalieri , e da quel di Castruccio tanti altri che avan-
zavano la metà. In tanto vantaggio di numero di genti, tu
nondimeno così dubbia la fortuna della battaglia a ciascuna
delle parti , che avendosi per Io spazio di molte ore quattro
volte attaccali insieme, ora queste squadre cacciando quelle,
non bene appariva chi avesse a rimaner vincitore , se 1' es-
sere Castruccio slesso entrato nell' ardor della zuffa, e il non
aver voluto Ramondo mandar più gente in aiuto de' suoi,
sdegnato che i dugento cavalieri s'erano messi a combattere
senza suo ordine , non avesse finalmente dato la vittoria a
Castruccio; il quale nondimeno fu sostenuto prima da' cava-
lieri fiorentini molto vigorosamente, come quegli che essen-
do stato gittato da cavallo, e ferito, si trovò a rischio della
vita. Erasi intanto Ramondo con le sue genti in ordinanza
accostato a capo d'un piano, per vedere se gli fosse potuto
riuscire di passar oltre , mentre Castruccio immerso nel fu-
ror della pugna era occupato a combattere. Ma 1' essere
quel piano attraversato da un fosso con piccolo spazio dall' al-
tra parte, gli tolse 1' animo di mettersi in quella fortuna, non
polendo ciò fare senza smembrare 1' esercito in più parti ;
nel qual caso sarebbe così fatta divisione seguita sempre
con suo non piccol pericolo : perchè egli fu costretto a ri-
trarsi al luogo onde era partito , il che porse più facililà alla
piccola vittoria di Castruccio; nella quale oltre i morti rima-
sono suoi prigioni uomini di stima Urlimbacca tedesco, e
de' Fiorentini Francesco Brunelleschi, il quale di fresco avea.
preso r ordine della cavalleria , e Giovanni della Tosa fi-
gliuolo di Rosso, ma non senza eguale e forse maggior dan-
128 dell' istorie fiorentine
no de' nimici ; perciocché e' si videro tornare più di conio
cavalli voti nell' oste della Repubblica, avendo nel fuggire te-
nuti tutti la via del piano. Ma 1' esser Castruccio restato si-
gnor del campo mostrò d' averne avuto il migliore. Slettono
nondimeno amendue gli eserciti in ordinanza, come se aves-
sero a combattere, sonando continuamente le trombe perchè
non paresse che 1' uno consentisse di ceder all' altro, infino
che furon divisi dalla notte. Ma senza dubbio alcuno da
queir ora innanzi scemò grandemente l' ardire nel campo
de' Fiorentini ; ove molte fazioni onorate erano seguite per
virtù d' Urlimbacca.
Non fu nascosta a Castruccio la paura de' nimici; della
quale avendo più timore che non avea avuto dell'ardire e
sicurezza da essi prima mostrata , temendo che questo non
fosse un torgli la suprema e ultima vittoria di quell' esercito,
si volse all'usate astuzie, facendo dalle vicine castella di
Valdinievole tener diversi finti trattati con Uamondo per farlo
indugiare; e tra tanto avea con incredibile celerilà fatto in-
tendere a' signori Visconti, che questo era il tempo comodo
di abbatter la superbia de' Fiorentini, i quali dal pazzo ar-
dir loro erano stati condotti in parte , ove egli con alcuno
giusto soccorso 1' avrebbe facilmente superati. Comandò su-
bito Galeazzo ad Azzo suo figliuolo, giovane di grande espct-
lazione, per essersi il marzo passato insignorito del Borgo
a S. Donnino, che con ottocento cavalieri tedeschi andasse
a soccorrer Castruccio; il quale Azzo per ubbidir a' coman-
damenti paterni messosi in cammino arrivò a Lucca il ven-
tiduesimo giorno di settembre , onde fece a Castruccio in-
tender la sua venuta, e richiederlo di danari, perchè si desser
le paghe a' soldati. Erasi nel campo de' Fiorentini sparla pri-
ma una fama della venuta d' Azzo , e dubitandosi che non
fosse un falso romore levato da Castruccio per metter loro
spavento, non se n'era fatto molto conto; ma quando eb-
bero per certe novelle lui esser arrivato a Lucca, non sti-
mando di star sicuri alla Badia a Pozevere , col campo in
ordine si ridussono ad Altopascio, ma non con maggior giu-
dizio che avcsser fatto nel primo alloggiamento ; perchè fu
giudicato infin da quei tempi, che se 1' esercito avesse pas-
sato la Gusciana, o almeno ridottosi in su '1 Gallena, sarebbe
LIBRO SESTO 129
stato sempre a suo arbitrio signor del combattere senza es-
servi forzato dal nimico. Castruccio bestemmiando la sua
lortuna, e l'avara tardanza d'Azzo, che con T importuna do-
manda de' danari, ritenindosi a Lucca, gli facesse uscire
così nobil vittoria dalle mani, montato a cavallo , andò il dì
medesimo a ritrovarlo, e dopo molte liete dimostrazioni, ri-
tiratisi in camera soli, gli usò simili parole. Il mio padre
Gerì, 0 Azzo, non per altro che per seguitar fedelmente la
parte ghibellina, essendo io ancora assai piccol fanciullo, fu
cacciato di Lucca. Il dire quali e quanti fossero i disagi che
in quello acerbissimo esilio ed egli ed io patimmo, sarebbe
per avventura opera più compassionevole che necessaria a
raccontare. Ma bastivi in segno della loro asprezza sapere
essere stali tali, che con invitta ostinazione mi costrinsono
a far giuramento, che io non sarei mai per cessare di ven-
dicarmi di cotante ingiurie, pur che una volta me ne fosse
dato il potere. Se io ho ciò adempito, dopo che a Dio pia-
cque di farmi sentire il beneficio della presente fortuna, alla
quale con la grazia e favor de' miei cittadini mi apersi la
strada , e la quale parte con la virtù propria e con la ripu-
tazione della casa vostra mi ho infino a quest' ora conservata
e accresciuta , io non chiamo di ciò altro testimonio, che la
felice memoria del magno Matteo vostro avolo , in servigio
del quale io ruppi primieramente la guerra a' Fiorentini , e
la presente fede dell' illustrissimo Galeazzo vostro padre ;
nò ricercherò mollo presto altra che quella di voi, pure che
in sì bella occasione non manchiamo a noi medesimi. Ora
io mi persuado che l'avervi ciò fatto intendere debba suf-
ficientemente bastare , che voi con quel valore e virtù che
solete, mi prestiate il vostro opportunissimo aiuto in que-
sto bisogno; perciocché i Fiorentini non sono meno nimici
vostri che miei, i quali uscendo de' termini di Toscana han-
no più volle avuto ardimento d' entrar nelle terre di Lom-
bardia per oppugnar le forze degli amici e seguaci vostri ,
e di voi medesimi. Talché questa causa è più comune, che
particolare d' alcun di noi. E a voi torna utile che io con
perpetui danni e rovine mantenga sempre vivo 1' odio e le
nimicizie con questa nazione, ma molto più se con singoiar
beneficio di queste genti che ci avete recate, noi ci studie-
AiiM. YoL. II. 9
130 dell'istorie fiorentine
remo di spegnerli affatto senza lasciarli risurgcrc in tempo
alcuno. Eglino sono disloggiati da' primi alloggiamenti, ma
Iddio, il qual hanno contrario, li ha fatti incorrere in un er-
rore non minore del primo , trattenendosi per quanto pur
ora ho raccolto da certe spie a fortificar Altopascio, come
quelli che non si confidano di poterlo difender con Y arme.
Ora io spero, se noi non perderemo il tempo inutilmente a
Lucca, di tirarli non ostante questo alla giornata : perciocché
non polendo eglino in questa notte dar ordine a tutte le cose
che bisognano per sicurtà d' Altopascio, noi saremo a tempo
domani a ritrovarli, o dentro la terra, o in atto di partire;
neir un modo e nell' altro de' quali saranno costretti ricever
la battaglia: se dentro la terra forzatamente, e come po-
tranno fuggire di difendersi, dando noi l'assalto afie mura?
se di fuori , io son certo che essi , i quali son soliti chia-
marmi in questa guerra vile e codardo , non patiranno di
fuggirmi dinanzi; e benché con lor disavvantaggio, vorranno
prima avventurar la sorte della battaglia, e mettere in peri-
colo tutto lo stato loro, che sostener con fortezza il biasimo
popolare, e ritirarsi prudentemente in sicuro. In tal caso non
dubito punto della vittoria , la quale quante cose si possa
tirar dietro, comode tutte a' fautori della parte ghibellina,
non fa mestiere di dire. Ma a voi spezialmente, siccome ho
ferma credenza in Dio , non sarà piccola aggiunta a' felici
principj della vostra gloriosa milizia 1' aver dato aiuto a Ca-
struccio a domar la fiorentina superbia.
Questo parlare commosse Azzo a promettergli che senza
fallo alcuno la mattina seguente si sarebbe trovato nel campo
con tutte le sue genti a ordine , e dove egli corcava prima
mollo maggior quantità di moneta , si contentò per allora
d' esser assicuralo per fede di mercatanti di seimila fiorini
d' oro. Ma Caslruccio non tenendosi per tutto ciò sicuro
che Azzo fosse a tempo (così era grande la sua ansietà, che
quella vittoria, la quale gli parca aver in pugno, non gli fug-
gisse), salito di nuovo a cavallo la notte stessa, se ne tornò
neir esercito , e commise alla moglie che in compagnia di
tutte le belle donne di Lucca sollecitasse con ogni fervore
la mattina seguente il giovane a dover partire. I Fiorentini
avendo provveduto a' bisogni della terra , la quale aveano
LIBRO SESTO. 131
prima otlimamente munita, si erano la seguente mattina messi
in ordinanza per ridursi a Fucecchio. Ma veggendo che Ca-
struccio con le sue genti in battaglia si era messo a scender
dal poggio , dubitando che la partita non paresse unaj mani-
festa fuga, si fermarono, e voltato il viso a'nimici, si po-
sono in atto di voler ricever la battaglia. Non erano nel lor
campo restali piìi che due mila cavalieri, e i fanti da sedici
mila erano scemati la metà; ma quanti essi si fossero, il
numero de' nimici era anche minore. Il che rese Ramondo
ardito non solo a fermarsi, ma anche a far sonar le trombe,
e usar ogn' altra dimostrazione di non volere schifar la bat-
taglia. Castruccio giudicando che questo tornasse a suo pro-
posito, accese maggiormente l'arroganza del catalano con
servirsi moderatamente di quello ardore ; e mostrando di
fuggir la giornata, fece solamente appiccar certe leggieri
scaramuccie. dando tempo che le genti d' Azzo arrivassono;
lo quali quando vide venute , voltatosi ad Azzo, e mostrato-
gli il capitano de' nimici, gli disse : questo è quel Ramondo
di Cardona il quale quattro anni sono fu sconfitto a Bisagno
da Marco vostro zio, e non molto dopo da (ialeazzo vostro
padre a Nauri. Rimane che sia ora vinto da voi ad Altopa-
scio. acciocché tornando alle prigioni onde egli si è fuggito,
appari a usar con più fedeltà la mansuetudine de' suoi vin-
citori. E ciò detto calato con tutta la cavalleria da Vivinaia
al piano come se fosse forzato a ciò fare , comandò che si
desse dentro. I Fiorentini secondo l'uso dell'antica milizia
aveano delle lor genti fallo tre schiere, e la prima, la quale
era di centocinquanta a cavallo, ove non erano altri che Fio-
rentini e Franzesi , avendo vigorosamente attaccalo il fatto
d'arme urtarono con tanto impelo le genti d' Azzo, il quale
era nelle prime file de' nimici, che trapassarono oltre nell'al-
tra schiera. Veniva appresso la seconda di settecento cava-
lieri guidata da Bornio maliscalco di Ramondo, ma con ani-
mo e fede molto diversa dalla prima , la quale non soste-
nendo l'incontro d' Azzo , adirato che dalla piccola schiera
de" Fiorentini, gli ordini de' suoi Tedeschi fossero stati tur-
bati, e corrotto come fu fama il lor capo da trattati tenuti
prima con Castruccio, con grandissimo suo vitupero si volse
in poco d ora a fuggire. Ramondo, che col resto dell' eser-
132 dell'istorie fiorentine
cito era nell'ultima schiera, o sbigottito dalla cattiva e per-
fida riuscita del suo raaliscalco, o sopraffatto dal nome a lui
fatale de' Visconti, co' quali avesse sempre a perdere, slette
per buona pezza quasi stordito senza prender risoluzione
alcuna d' uomo valoroso. I niraici veggendolo sbigottito ur-
tarono dentro, e con poca fatica disciolsono tostamente tutto
il gruppo di quelle genti. Solo i fanti a piede riportarono
quel dì onesta lode d'aver fatto un'egregia resistenza al
vincitore. Ma essendo la cavalleria volta in fuga e dissipata
tutta, furono ancor essi alla fine costretti a piegare. Il danno
de' morti nella battaglia fu assai leggieri a petto a quello che
seguì nella fuga; perchè Castruccio in sul principio che s'av-
vide dell' esito della battaglia , mandò con gran prestezza
parte delle sue genti d' arme a occupare il ponte a Cappia-
110 ; il quale abbandonalo da coloro che v' erano alla guar-
dia , fu cagione che tulli quelli che tennero quella strada
per salvarsi, fosser tagliati a pezzi, o falli prigioni da' niraici.
Tulli i carriaggi vennero in potere del vincitore ; il carro ,
la campana, 1' insegna reale , e quasi tutte le bandiere del
campo. E accrebbe non poco la vergogna di questa rotta la
presura del capitano insieme col figliuolo, più per la riputa-
zione del titolo, che per conto suo particolare ; il quale es-
sendo per mezzo d' alcuni malvagi cilladini che il nutrivano
in simili speranze, entrato in desiderio d' aver la slessa ba-
lìa e autorità in Firenze che aveva nel campo , fu in tanto
abbassamento di fortuna, stimala util calamità che egli fosse
restato prigione. Ninna cosa è più incerta nelle battaglie
che il [numero de' morti; il quale in questa è incertissimo.
Ben si sa tra morti e fatti prigioni di persone notabili es-
servi dei Fiorentini restati intorno quaranta, d'altri Toscani
trenta, e de' Franzesi più di cinquanta tulli cavalieri, o uo-
mini per ricchezze, o per nobiltà, o per qualche grado di
milizia onorati. Tra tutti i prigioni di chiarissima fama fu Piero
di Narsi cavaliere banderese della contea di Bari del Reno.
Questi tornando con un suo figliuolo di visitare il Santo Se-
polcro, e giunto in Firenze sette dì innanzi il fatto d' arme,
volle come ardito cavaliere ritrovarsi nella battaglia, non più
infelice a' Fiorentini che infausta e lacrimevole a lui per la
morte del figliuolo , e per quello che a lui stesso ultima-
LIBRO SESTO. 133
mente avvenne. Castruccio mandati i prigioni e le spoglie
del campo a Lucca, senza indugiar punto attese a ricuperar
i luoghi vicini , e in pochissimi dì ebbe il castello di Cap-
piano L' quello di Montefalcone , i quali per non avere a
guardare, fece diroccar subito; siccome avvenne del Monte
a Sansavino, a cui il vescovo d'Arezzo fece abbatter le
mura per esser molto guelfi, e aver mandato delle lor genti
in ajuto de' Fiorentini. Mandò poi Castruccio Filippo suo ge-
nero con le genti di Pistoja a Carmignano, e senza combat-
tere, essendo i Fiorentini rifuggiti alla rocca, l'ottenne
quattro di dopo la giornata. Egli avendo lasciato che s' as-
sediasse Altopascio, due giorni appresso se ne venne con
r esercito a Lecore in sul contado di Firenze , e il dì se-
guente si pose col campo in su' colli di Signa, mettendo in
ordine varie macchine e instrumenti da combatter la terra.
I cavalieri e fanti de' Fiorentini, i quali erano in Signa, ve-
dendo il nimico vittorioso prepararsi con sì grande apparec-
chio di guerra, senza aspettar assalto alcuno abbandonarono
il luogo , con tanto terrore e paura di non esser soprag-
giunti da' nimici , che non ardirono ( quello che l' avrebbe
fatti più sicuri ) di tagliar il ponte che era sopra Arno. Ca-
struccio veggendo con maravighosa felicità sgombrarsi ogni
cosa dinanzi, pose il primo dì d' ottobre il suo campo a S.
Moro, dando a ruba e a fuoco Campi, Borghi, Quaracchi, e
tutte le ville d'intorno. 11 secondo dì venne a Peretola,
due miglia lontano dalla città, e mandò le sue genti che
scorressero infin alle mura di Firenze , guastando ciò che
era dal fiume d' Arno infino alle montagne, e infino a pie di
Careggi in su Rifredi: ed essendosi nel primo dì occupati
a rubare le masserizie e arnesi delle ville , nel secondo e
nel terzo fece ardere e rovinare tutte 1' abitazioni, tutti gli
alberi, tutte le vigne e giardini , infino a' tempj e munisteri
o di donne o di maschi consegrati al servizio di Dio , con
rovina non piccola di molti egregi artefici della pittura ; la
quale in que' tempi maravigliosamente era incominciata a fio-
! rire. Essendo dunque tutto il contado de' Fiorentini molto
! adorno di così fatte opere e lavori , e per la naturale incli-
nazione de' cittadini , i quali avvezzi con l'industria della
mercatura a fare di grandi guadagni , spendono nell' opere
134 dell'istorie fiorentine
del murare superbamente , e per la copia de' nobili ingegni
degli artefici, ebbe Caslruccio larghissima materia a sfogar
tanto furore. Ma non gli parendo a bastanza 1' aver fatte co-
tante ingiurie a' Fiorentini, se non v'avesse aggiunto ancora
il dispregio, la sera del quarto di d' ottobre giorno dedicato
a S. Francesco fece correr tre palii dalle mosse stesse della
città infino a Peretola: il primo fu di cavalli, il secondo di
fanti a piede, il terzo fece correre a femmine meretrici. Indi
arso il quinto giorno Peretola, a guisa d' un turbine si volse
a' luoghi vicini, e fuggendo d' ogni luogo i presidi , prese e
abbruciò Capalle e Calenzano, e tornato la sera a Signa, e
passato il dì seguente il fiume, fece il medesimo a Ganga-
landi, a S. Martino alla Palma, al castello de' Pulci e a tutto
il piano di Settimo : lieto che in quel medesimo dì gli erano
venute novelle che Altopascio s'era reso; onde egli mandò
più di cinquecento uomini prigioni a Lucca. L' ottavo giorno
venne con l'esercito a Greve, e scorrendo infino a S. Piero
a Monticelli, a Marignolle, e a Colombaia, con la medesima
rapacità e furore ogni cosa diede alle fiamme e all' avarizia
de' soldati, con sommo spavento de' borghi di S. Piero a
Gattolino, di S- Friano, del Carmine, e di Camaldoli, non di-
fesi da altre mura, che di steccati e di cento bertesche che
si faceano pur allora. In somma fu consumato ciò che era
infino a Torri in Val di Pesa, e infino a Giogoli e a Mon-
telupo dove arsono il borgo. Il medesimo fu fatto a Pontor-
mo, luogo di poi nobilitato per 1' eccellenza del pittore Pon-
tormo. Fu arsa la villa di Quarantola, e a' 12 di quel mese
ebber la rocca di Carmignano , e il castello delli Strozzi
chiamato Torre Becchi, che era molto forte e ben guernito
castello ; sì fattamente, che 1' assedio dell' imperadore Enrico
fu stimato cosa leggierissima a comparazione delle rovine
fatte da Castruccio. Perchè ninna cosa a me pare , quando
io leggo le memorie degli antichi, a cui meglio possano ag-
guagliarsi i danni che pali allora il contado fiorentino, che
il guasto il quale diede al contado ateniese Filippo re di
Macedonia, così per la crudeltà de' vincitori, come per la bel-
lezza e magnificenza dei luoghi che furono danneggiati.
Per tutti questi danni e vergogne non fu uomo che ar-
disse uscir di Firenze, ancora che nella città fosse innurae-
LIBRO SESTO. 133
rabil popolo, concorsovi non meno da S. Salvi, da Ripoli, e
da tutte le vicine contrade, che da quella parte che furono
a tempo a scampare dinanzi alla furia de' nimici. Ne piccola
era la quantità de' cavalieri: ma la tema che dentro la città
non fosse tradimento, il vedere che ogni cosa ccdea al ni-
mico , eziandio senza ragione , e il sapersi di tutte queste
cose il nimico con ragione servire , avea avvilito e reso stu-
pidi gli animi di lutti; nel mezzo de' quali scompigli prese
come in un generale corrotto della città il sommo magistrato
Guglielmo Altoviti. Castruccio essendo richiesto dal Visconti
( poiché le cose erano succedute prosperamente ) che conse-
gnasse la moneta di che gli era debitore , soprastando il
tempo di tornarsene a casa, e che insiememente gli facesse
piacere di dargli la persona di Ramondo di Cardona , se
n' andò a Lucca , e messo in ordine i danari fece il paga-
mento di venlicinquemila fiorini d' oro, e gli concedette li-
beramente Ramondo , pure che egli se ne servisse prima
per il trionfo che intendeva di celebrare in Lucca. Ma
Azzo ricordandosi che gli anni addietro i Fiorentini era-
no stati arditi intorno Milano di far correr il palio lungo
le porte della città, non volle tornare in Lombardia se pri-
ma non vendicava queir ingiuria con pari vendetta. E per
questo comandato alle sue genti che si mettessero in or-
dine , seguitato ancora da Castruccio , se ne venne il 23"
giorno d'ottobre a Signa , ignorando ciascuno quello che i
capitani in questa seconda mossa disegnavano di fare. La
mattina seguente vennero a Rifredi inflno all'isola d'Arno,
e reggendo da quel luogo ottimamente Firenze , essendo
Azzo a cavallo circondato da tutti i suoi cavalieri, e da quelli
di Castruccio, che facevano il numero di duemila, parlò a' suoi
in questa maniera. AH' allegrezza e felicità nostra, valorosi
soldati miei, d'aver aiutato sì fedamente il nostro amico,
d'aver insieme con esso lui vinto i comuni nimici, di ritor-
nare a casa carichi di ricchezze, e d'aver ricuperato il ca-
pitano generale de' Fiorentini fuggito poco innanzi dalle no-
stre prigioni, una sola cosa manca; che i Fiorentini veggano
dalle lor mura correr il palio a' miei vincitori soldati, rome
poco innanzi videro quelli di Castruccio ; acciocché in tanta
lor miseria non rimanga loro questa consolazione, che noi
i36 dell'istorie fiorentine
non avessimo sapulo vendicarci dell' ingiuria da essi fattaci
ini orno a Milano, quando in compagnia dell'esercito eccle-
siastico ardirono con simile dimostrazione di schernire 1' ar-
me nostre, tenendoci assediati dentro le mura della nostra
città. Questa sola cosa mi resta a desiderare dell'opera vc-
slra in questa impresa; certo che all'illustrissimo Galeazzo
Visconti signor vostro e mio padre non potremo recar no-
vella di maggior soddisfazione di questa, non avendo la casa
nostra maggior nimici in Italia de' Fiorentini, i quali ora col
papa, e ora col re Ruberto, e ora con tutti due insieme,
chiamando infino ai lontani aiuti d' Alemagna e di Francia ,
si sono più volte con ogni lor diligenza studiali di spegner-
ne, e di cacciarne d'Italia. Così appareranno costoro ad es-
ser più riverenti co'loro maggiori, non senza grande speranza
che l'inclito nostro amico Caslruccio, il quale è quivi presente,
r andrà con la sua virtù domando in modo, che non farà loro
mestiere d' altro maestro che 1' insegni a saper moderare
con più prudenza le loro brevi felicità. Mostrarono i sol-
dati con liete grida d' esser pronti ad ogni comandamento
del lor capitano. Onde subito fu messo innanzi un palio di
sciamilo ; il quale portato intorno con molta Jcsta e giubilo
de' soldati , che con altissime voci e oltraggiosi cenni scher-
nivano i Fiorentini, e finalmente corso da coloro che a ciò
furono deputati , a guisa d' un trofeo fu dato al vincitore, e
tornato a portare intorno con suoni militari e pompa gran-
dissima ; giudicando gli antichi che i palii fossero come le
spoglie di quella città, onde i cittadini non uscissero a pren-
der vendetta d' una colai pompa fatta in onta e oltraggio
loro. Veramente se prima ebbe in Firenze paura e sospetto
grandissimo per la vittoria di Caslruccio, mollo maggiore fu
in questa volta, dubilando che i medesimi Fiorentini, i quali
erano stali fatti prigioni da' nimici, non tenessero per esser
falli liberi alcun trattato nella città con gli amici e parenti
loro. Accresceva anche il timore una fama divolgata tra '1 po-
polo , che il vescovo Guido degli Aretini calava dalla parte
di sopra con grande esercito a stringere la città. Ma il ve-
scovo, 0 che giudicasse 1' ajuto mandato a Caslruccio di tre-
cento cavalieri dal principio che incominciò la guerra esser
a bastanza e non volesse sfornire le cose sue , o che gli
LIBRO SESTO. 137
rincrescesse l'immoderata grandezza sua, l'animo del quale
diiricilmenle s" induceva a credere che fosse per contenersi
quando avesse occupato Firenze di non volere anche occu-
pare Arezzo, « o che avesse rigiiardo a noti conci» arsi mag-
a giormentc contra il papa, il quale per indebolii lo a\ea di
« già reso il vescovo alla città di Corlona iì , o che pure le
lagrime della madre, la quale era nobi'e fiorentina della casa
de' Frescobaldi, l'avessero ritenuto dalla rovina della paLria,
egli non volle in conto alcuno muoversi d' Arezzo ; ancor-
ché in Firenze s' avesse per fermo che gli A'-etini non fos-
sero per abbandonare una sì fatta (occasione per vendicarsi
della rotta ricevuta a Carapaldino, ne clasUiTcco fosse iettato
di ricordarlo loro e al vescovo per sprora'-'i pi.i ardente-
mente all' estrema rovina de' Fio''enani. Onde s' at'esouo a
far provvisioni gagliardissime per ovviare a futti i pericoli
che di sì fatta guerra poleano nascere : perciocché essi fe-
ciono un decreto , che ciascun fuoruscilo , salvo di quelli
delle case cacciati per ghibellini o bianchi ribelli, potesse
pagando una certa piccola gabella al comune uscir di bando,
nonostante qualsivoglia altro grave fallo che av esser com-
messo. Crearono per lor ca;)itano inuno a nuova provvisione
Oddo degli Oddi cavaliere perugino, il quale si trovava in
Firenze con certi ajuti mandati da quella repabbl-ca. Pre-
posono alla guardia della città Guasta da Radicofani. Com-
misono a Neri degli Alberti e a Giano degli Albizi che ri-
vedessero le mura e i fossi, e avesser cura clte fosse fatto
lutto quello che bisognasse. Afforzarono il monastero di S.
Miniato a Monte , ove ora è la foriezza. « Elessero Berlo
« de' Frescobaldi , Jacopo del Giudice, Giono de Buondel-
« monti, Marabottino de' T ornaqainci . Occo di Spina Fal-
ce coni e Cionetto de' Bastari per ulizìalì sopra le fortifìca-
« zioni, guardia, e altre occo'renze delle castella ». E es-
sendo un certo romore, che GosLrucc'o volea riporre Fiesole
per poter meglio assediar Firenze, fortificarono la rocca che
v' era. Mandarono per nuovi aiuti agli amici loro , e i pri-
mi che comparirono furono ottanta cavalieri samminiatesi, e
venticinque colligiani con cento fanti : nel qual tempo es-
sendosene Azzo tornato in Lombardia, Castruccio s'era ac-
campato con r esercito intorno Prato.
i38 deli/ ISTORIE FIORENTINE
Ma non solo da questi mali era tribolala la città ; che
agli altri incomodi si aggiunse la pestilenza , male comune ,
e il quale malagevolmente si lascia superare dalla provvi-
denza degli uomini ; perchè i disagi patiti nel tempo dell' au-
tunno da coloro massimamente i quali scampati dalla rotta
orano rifuggiti nella città, e insiemcmentc da' contadini , al-
teravano i corpi di tutti, e incominciandosi in questo modo
a infermare, morivano ; ne da principio il male si distendeva
fuora di essi. Ma poiché per esser curati o visitali dalla ca-
rità de' cittadini, il morbo incominciò ad appiccarsi a quegli
i quali non erano usciti dalle mura della città , le malattie
moltiplicarono in maniera, che gl'infermi, o morivansi per
esser abbandonali dalla solita pietà , o tiravansi dietro con
r impeto e violenza del lor male coloro da cui erano go-
vernali 0 visitati ; sì fattamente che non si vedeva altro per
la città ogni giorno che cataletti di morti , ne si udiva di d'i
né di notte se non le terribili voci de' banditori , che alcun
cittadino fosse morto ; cosa non meno spaventevole che la
morte slessa. Quanto rimedio poterono i senatori trovare in
tante sciagure fu il commettere che ninno banditore ardisse
più per r avvenire bandire morti, acciocché la gente informa,
pur troppo soverchiamente offesa dalla potenza del male ,
non sbigottisse ancora dall' udir che tanti fosser portati a
seppeUire. « In tante avversità della Repubblica era venuto
« il primo di novembre per capitano del popolo Carlo da
« Sassoferrato, il quale non fu più avventurato degli altri ,
« perché andato alla fine dell' anno a Siena vi fu soprag-
« giunto dalla morte ». Castruccio intanto avendo per nove
giorni continui dato il guasto intorno Prato , non potendo
per la via diritta per la grandezza delle pioggie tornarseno
a Signa , andò a Pistoja , e di là tornato a Signa , fece di
nuovo correr il paese di qua e di là d' Arno, ardendo infino
a Greve e a Giogoli, se cosa alcuna era rimasta salva dalle
prime scorrerie. Poi a' 5 di novembre trascorso con set-
tecento cavalieri e millecinquecento pedoni in Valdimarina ,
ove il guasto fatto fu grandissimo, con pensiero , uscito di
quella valle, di correr il Mugello. Onde tutti gli abitatori di
quel paese aveano fatto capo alla Croce a Cambiata ' per
' Questa croce pare che fosse dove è ora Tosteria, luogo detto le Croci.
uBno SESTO. 139
impedir il passo a Caslriiccio. Questa cosa diede animo
a' Fiorentini a tentar una impresa, la quale sarebbe loro leg-
giermente riuscita felicissimav, se innanzi tratto il nimico non
fosse stato avvisato de' loro disegni , perciocché si mossono
di Firenze dugento cavalieri e duemila pedoni per occupare
un' altra uscita che avca la valle dalla parte dinanzi , ove è po-
sta la pieve di Calenzano. La qual cosa avrebbe messo Gastruc-
cio in grandissime difficoltà ; ma egli cerlillcato per spie della
lor venuta, si ridusse spacciataraente con grossa preda, e con
cento trenta prigioni a salvamento a Signa; ove per far onta
a' Fiorentini fece batter una nuova moneta con l' impronta
dell' imperadore Otto, la quale foce chiamare Castruccini.
Dopo tante opere da lui valorosamente fatte , paren-
dogli tempo d' onorare la patria sua e sé stesso con una
sembianza degli antichi trionfi , e di celebrare co' suoi sol-
dati la festività di S. Martino, lasciò prima munita Signa
mettendovi dentro i fuorusciti di Firenze e trecento cava-,
lieri ; poi fece mettere in ordine tutte le cose per entrare
il decimo dì di novembre trionfando in Lucca. Certa cosa è
alla fama di tanto apparalo esservi concorsi i più onorati
personaggi d'Italia, tirati non meno dal desiderio di vedere
uno spettacolo tralasciato per tanti secoli , che di mirar in
viso Castruccio, come primo imitatore della virtù e superbia
degli antichi Romani, e come il più glorioso e felice capi-
tano de' suoi tempi. Ma fu anche cosa molto più maravigliosa
per r avvenire, non avendo in Italia dopo lui infino a' pre-
senti giorni avuto altri ardire ne animo d' imitarlo , se non
Alfonso re d' Aragona , poiché avendo vinto il re Renato ,
superato i baroni di quella fazione, e acquistato tutto il re-
gno, volle entrare trionfatore nella città reale di Napoli. En-
trò Castruccio nella città sopra un bellissimo cavallo, essendo
prima stato incontrato dal clero e da tutti gli uomini e donne
lucchesi a guisa d' un grandissimo re. Gli andavano innanzi
i contadini e soldati privati di minor conto col capo scoperto
e con le braccia attraversate dinanzi a modo di croce, quasi
supplicando con colai segno di umiltà la loro liberazione
dal vincitore. Veniva appresso il Carroccio tirato da buoi
con r istesse sopravvesti che avevano portate nel campo, ove
il supremo stendardo del popol fiorentino era posto a ritroso.
140 dell' istorie fiorentine
Dopo il Carroccio , dietro al quale seguivano 1' allre insegne
di parte guelfa e del re Ruberto strascinate per terra , ve-
nivano tutti i capitani, condottieri e soldati di maggior conto ;
tra costoro sopra tutti gli altri tre furono riguardevoli, i quali
per esser più notabili, la disavventura da tre diverse nazioni
r aveva raccolti insieme ; Urlimbacca tedesco, uomo molto
chiaro per la riputazione del suo valore, Piero di Narsi fran-
zese, il quale dopo che si riscosse fu creato capitano de' Fio-
rentini, e Ramondo di Cardona catalano, illustre per lo titolo
del generalato , la cui miseria accresceva la compagnia del
figliuolo giovanetto, e una squadra di baroni e cavalieri spa-
gnuoli presa insieme con lui. Ma ninna cosa trafìsse più
l'animo de' prigioni, che l'aver a portare alcuni torchietti
accesi in mano , come quelli che da Caslruccio , imitatore
eziandio in questa parte dell' antica religione, e riconoscente
questa vittoria da Dio, erano menati a offerire a S. Martino;
santo eletto da lui non solo perchè la sua festività veniva
nel giorno appresso, grato a' soldati per la licenza pazza-
mente usurpata da' Cristiani nel mangiar fuor d' ogni misura
e parimente nel bere sopra ogni regola , sotto nome di as-
saggiare i varj gusti de' vini omai maturi dalla vicina ven-
demmia, ma perchè Martino insin dalla sua fanciullezza at-
tese al meslier della guerra , militando così sotto Costanzo
come negli eserciti di Giuliano amendue imperadori romani.
Coloro i quali scrissono Caslruccio esser entrato in Lucca
sopra un carro, attesono più all' apparenza e al gonfiamento
del dire, che alla verità della storia ; la quale dovrebbe di-
sprez/.are così fatte lusinghe, essendo massimamente conce-
duti alcuni non angusti termini, infino a' quali legittimamente
può trascorrere il giudizio e la congettura dello scrittore.
Dopo la celebrazione del trionfo egli diede il dì seguente a
desinare a lutti i maggiori capitani e nobili fiorentini pri-
gioni, che passarono il numero di cinquanta; di che avrebbe
leggiermente meritato lode di cortese pietà, se tornato a ri-
melterli in carcere . e usando loro molte inumanità , non
r avesse costretti a ricomprarsi con gran somma di moneta ; la
quale è fama esser arrivata a centomila fiorini d'oro; quan-
tità ( perche sempre non ci sbigottiamo delle cose antiche )
alla quale poche spoglie ascesone de' romani trionfi; se qne-
LIBRO SESTO. 141
sto i'crù non fa più toslo argomento della molta morbidezza
che virtù nostra.
Mcnlre in questo modo trionfava Castruccio de' suoi ni-
micì nella città di Lucca, 1' Altoviti e compagni senza per-
dersi d' animo attendevano con ogni industria possibile a ri-
mediare al furore dell' avversa loro fortuna : e perchè si vi-
reva nella città in gran sospetto di tradimento domoslico per
conto di que' cittadini , così grandi come possenti popolari,
i quali aveano i loro figliuoli e fratelli in prigione a Lucca,
tenendo sotto colore di pace continui trattali col nimico con-
tra il volere degli altri, feciono sotto grandi pene un decre-
to , che a ninno cittadino che avesse prigione fosse con--
messa la guardia di castello o fortezza alcuna, ne che fosse
vicario di lega, o di gente, o richiesta di nullo consiglio t!i
comune. Appresso considerando fra tutte le cose necessaris-
sima esser la provvisione de' danari, accrebbono le loro ga-
belle poco meno che il terzo, aggiungendo seitantamila fio-
rini d" oro a cento ottanta che montavano prima , « e fra
'( queste fu forse quella cavata fuori a' 15 di novembre, vo-
ce lendo trarre utile fin da' morti. Che ciascuno che avesse
« di valsente da lire mille fino a cinquemila dovesse lasciare
« un fiorino d'oro sotto nome di giibella per la fabbrica delle
« mura della città, e chi ne avesse sopra cinquemila ne do
« vesse lasciar due, e non gli lasciando 1' erede dovesse pa-
« garli in ogni modo ». Mandarono per cavalieri nella Ma-
gna e a Padova. Feciono fortificare il poggio di Cambiata,
e quello di Montebuoni , acciocché a Castruccio fosse tolta
la comodità di passar in Mugello e in Valdigrevc. Ma quello
soprattutto fu simile alla romana virtù, che in tante loro ca-
lamità non restarono di mandare dugeiito cavalieri sotto la
condotta di due cavalieri fiorentini Amerigo Donati e Bia-
gio Tornaquinci in ajuto de' Bolognesi, stimando di commet-
tere un grandissimo fallo d' ingratitudine, se di quelle piccole
dimostrazioni che in sirail fortuna poleano , non si fosser
mossi a soccorrer que' popoli, i quali non per altro che per
opporsi a' Ghibellini di Lombardia , che intendevano di ve-
nir in ajuto di Castruccio contra essi, si trovavano allora in
guerra con Passerino signore di Mantova. Ma succedute
male le cose de' Bolognesi ( i quali il decimoquinto giorno
142 dell' istorie fiorentine
di quel mese furono rotti da Passerino , al cui t-seicilo si
trovò opportuna la tornata d'Azzo in Lombardia, che co' suoi
soldati arditi e superbi della fresca vittoria intervenne in
quella battaj^lia) Castruccio uscì di nuovo in campagna per
non lasciare riaver punto i niraici circondali da tante mole-
stie. E avendo i suoi di nuovo scorso infino a Giogoli, egli
se ne venne a Signa, ove prese deliberazione di porre l'as-
sedio al castello di Monlcmurlo; ove s'accampò a' 27 di
novembre: ma perchè il castello era molto forte, e ben guer-
nito di vettovaglia, e soprattutto difeso dalla diligente e fe-
del cura di Giovanni degli Adimari e di Neri de' Pazzi (an-
cora che avendo rispetto alla grandezza del suo circuito vi
fosse assai poca genie) egli si volse tra tanto a ricuperare
r altre castella vicine che non erano ancora pervenute nel
suo dominio ; e il seguente di ebbe per patti una fortezza ,
che aveano gli Strozzi chiamata Chiavello ' , la quale fece
abbattere e tagliar da pie; l'altro dì acquistò per forza la
torre a Puligiano; questa era dei Pazzi, ove morirono trenta
uomini, e finalmente le fece disfare, stringendo tuttavia con
ogni sorte di macchine Montemurlo. Nel qual tempo essen-
do venute le calen di dicembre, giunsono nella città trecento
cavalieri mandati dal re Ruberto , la metà pagati da' Fioren-
tini, ma di poco giovamento a' loro bisogni; perciocché, o
che tale fosse 1' ordine del re, o che pure per non entrare
essi ne' pericoli della guerra si fosser serviti di quel prete-
sto, non si vollono mai partire dalla città, allegando le cose
de' Fiorentini essere in stato che era necessario pensare a
difender le mura dolla terra , e non attender a travagliarsi
in simili tempi de' falli di Montemurlo, il quale se Firenze
si manteneva in libertà leggiermente si potea un giorno ri-
cuperare ; [ìerchè non essendo Castruccio ritenuto da impe-
dimento alcuno attendeva ogni dì maggiormente a batter
Montemurlo. Il quale oltre aver cinto intorno tutto di slec-
cati, con vari edificj e macchine vi gettava dentro sassi gran-
dissimi con gran rovina delle mura, de' tetti, delle case e
de' difensori medesimi. Dall' altra parte egli faceva cavare il
I C/iiavtllo^ ora Ja^'ello. Vauo bo^eo appartenente al Duca StFoizi,
posto nella maggiore sommità di Munteinurlo.
LIBRO SESTO. 143
fastello da quel lato, ove era posta la rocca, ove avea fatto
cadere una lunga cortina , cercando invano i capitani soc-
corso di gente della Repubblica, sbigottita dalle nuove cor-
rerie di Caslruccio, dugenlo cavalieri del quale vennero il
decimo dì di novembre scorrendo infino a S. Piero a Mon-
ticelli con tanto ardimento, che vollono veder da presso le
porte della città. Non potette una masnada di Fiamminghi,
che era a guardia delle mura , sostener cotanta vergogna ,
e per questo vollono uscire impetuosamente per vendicar
cotanta arroganza. iMa non essendo seguitati dal proprio ca-
pitano, ed essendo stala la lor mossa con maggior furia che
ordine, con poca fatica furono rimessi dentro della città rolli
e malmenati da'nimici. ' Questa cosa addoppiò il dolore e
lo sdegno de' Fiorentini ; perchè levatosi il romore per la
città, che simili oltraggi non si doveano in conto alcuno pa-
tire, s'incominciarono a sonar le campane all'arme, al cui
suono s'armarono più di ottocento cavalieri e popolo innu-
raerabile ; i quali usciti vigorosamente correndo infino a Set-
timo, non tenner maggior ordine di quel che s'avessero fatto
prima i Fiamminghi. Onde la notte se ne tornarono stanchi
e affannali in Firenze, senza aver fatto cosa alcuna, ma non
senza gran biasimo di così subito e poco ordinalo movi-
mento : perciocché dagli uomini intendenti del mestier della
guerra fu considerato, che se Castruccio fosse stato in aguato
non più che con cinquecento cavalieri , di sicuro avrebbe
sconfitto i Fiorentini, e leggiermente l'avrebbe potuto venir
fatto, nella fuga e scompiglio che sarebbe seguito , di pren-
dere combattendo la città.
In così fatti travagli, de' quali non patì mai la Repubblica
maggiori, prese il gonfaloneralo Durantozzo Bonfantini; nella
cui mente e de' compagni aggirandosi il turbulento tempo
in che si trovavano, il nimico potente ogni giorno brandir
la spada su le mura di Firenze e su le teste de' suoi abita-
tori, Signa occupata, Prato guasto, il contado distrutto, Mon-
lemurlo assediato , 1' esercito de' Bolognesi che gli era un
I Giovanni Villani pone questo fatto, succeduto il dì io dicembre :
e mostra che le intenzioni del popolo sarebbero state ottime qualora
fussino state ben secondate dai capi.
144 dell' istorie fiorente
riparo per le cose di Lombardia rotto, 1 capitani di mag-
gior conto prigioni , 1 soldati scemali , le spese cresciute , i
cittadini impaurili , e lutte le cose finalmente essere a loro
contrarie, e al nimico felici; veggendo esser lo stato loro a
tal ridotlo, che per sé stessi non poteano più mantenersi,
si volsono agli usati rimedj di dare per un certo tempo la
signoria e dominio della città a' reali di Napoli, e spezial-
mente a Carlo duca di Calabria, unico figliuolo e futuro suc-
cessore del re Ruberto. « E così a' 23 di dicembre fu eletto
« il duca in signore, governatore, e difensore della citlà e
« dominio di Firenze per dieci anni, con patii che detta si-
te gnoria cominciasse quando il duca fosse in Firenze, il che
« dovca seguire al più tardi per tutto aprile. Che dovesse
c< stare per trenta mesi personalmente nella città e contado,
« 0 in quello de' niraici facendo lor guerra, la quale durando
« davvantaggio, il duca ci dovesse stare tre mesi della state.
« In tempo di guerra dovesse tener mille cavalli oltramon-
t< tani, e dalla Repubblica aver dugcntomila fiorini d'oro in
« tutto, e in tempo di pace ne dovesse aver solo centomila,
« e tener quattrocento cavalli. Se mentre che la Repubblica
« fosse in pace, il duca non volesse stare in Firenze, ci do-
« vea tener un luogotenente del suo sangue, o qualche gran
«■ signore, come ci dovea tenere un vicario per amministrar
« la giustizia. Che non potesse alterar cosa alcuna del go-
« verno, anzi difendere e mantenere i priori e gonfaloniere,
a r esecutor degli ordini di giustizia, e i gonfalonieri di com-
« pagnie. Questa elezione fu mandata al duca per soLnne
« ambasceria, la quale fu di Francesco Scali cavaliere, Ales-
« so Rinucci giurisperito , due Donali uno degli Acciaiuoli e
« r altro de'Peruzzi, e Filippo di Bartolo ». Entrò l'anno 1326
continuando tuttavia Caslruccio 1' assedio di Montcmurlo. '
I II vecchio Ammirato dice : La qual cosa eonchiusa che J'u dal
gonfaloniere^ priori^ dodici buoni uomini, e da tutto il senato insie-
me col consiglio di molti altri cittadini così grandi, come di popolo,
furono mandali cinque ambasciatori al duca. I nomi de"" quali, se-
condo dice C Aretino,furono questi. Francesco Scali, Alessio Rinucci,
due Donati , /' uno degli Acciajuoli , e /' altro dei Peruzzi, e Filippo
Bartoli, adendo commissione di con\;enire col duca con queste condi-
zioni: che Carlo duca di Calabria, primogenito del re Ruberto di
LIBRO SESTO. 145
Nel primo giorno del quale essendosi Piero di Narsi riscosso
da Caslruccio e tornato in Firenze, fu da' Fiorentini solen-
nemente creato capitano generale delle loro genti, inGnchè
Carlo duca di Calabria venisse in persona a prender la si-
gnoria della città, e il governo della guerra. Ma ancora che
senza metter tempo alcuno in mezzo Piero con ogni dili-
genza si fosse dato a riparare alle rovine de' Fiorentini, non
potè però far in modo, che Montcmurlo non pervenisse in
poter del nimico; percioochc Giovanni degli Adimari e Neri
de'Pazzi ( poiché avendo in vano cercato più volte soccorso
alla Repubblica, non veniva mai loro mandato , e vedevano
gran parte delle mura rovinare, la maggior parte del presi-
dio taglialo a pezzi, o ferito, e i terrazzani impauriti) avendo
ottenuto di potersene uscir salvi con le bandiere spiegale, e
con ogn' altra cosa che potesser portar addosso, e che agli
abitatori che voleano restar nella terra non fosse stata fatta
ingiuria né oltraggio veruno, renderono il castello a Ca-
struccio r ottavo giorno di queir anno ; il quale rifatto su-
bito di mura, forni di buone guardie per i casi della guerra;
e indi attese con le solite correrie a travagliar tutto il pae-
se. Piero non restando di tentare ogni cosa per poter repri-
mere il nimico, e massimamente perchè erano venute no-
velle a Firenze come il duca era per accettar il governo
Gerusalem e di Sicilia, per termine e tempo di dieci anni, avesse la
signoria e amministrazione della città di Firenze: che venisse in
persona a terminar la guerra, che i Fiorentini avevano con Caslruc-
cio ; per la quale si dovessero dare al duca dugento fiorini d'oro
V anno, e il pagamento avesse a farsi di mese in mese, assegnando
a ciò l' entrata delle gabelle, obbligandosi di più, di dar un mese di
venuta, ed un altro di ritorno; che non potesse il duca Jar la guer-
ra per luogotenente ; ma che fornita potesse lasciar uno di casa sua,
o altro gran barone in suo luogo, con quattrocento cavalieri oltra-
montani; e in tal caso non dovesse avere più che cento fiorini d'' oro
r anno. Queste J'urono le principali capitolazioni, le quali s' avevano
a fiare col duca, da cui mentre s' attendea, che deliberazione intorno
a ciò prendesse, entrò l'' anno 1826, continuando tuttavia Caslruccio
l' assedio di Montemurlo. ec. ec.
E veramente curioso che il nipote abbia tolto questo pezzo, per
sostituirvene un altro, che nella soiAtanza dice lo stesso, e forse anche
meno.
AjttM. VOL. II. 10
146 DELLISTOUIE FIORENTINE
della città, per far alcuna cosa segnalala prima che depo-
nesse il generalato , volse 1' animo a vedere se per via di
trattato potea ribellargli Signa e Carmignano, e insiememente
uccider Castruccio, per mezzo dell' opera de' suoi stessi con-
nestabili oltramontani, i quali sperava d'aver a trovar più
fedeli verso se, che era nato oltre monti, che non verso un
toscano. Nò in ciò s' ingannò punto; perciocché due conne-
stabili borgognoni ed uno inglese in compagnia di sei pri-
vati soldati tedeschi presono il carico d'uccider Castruccio;
il quale avuto notizia della congiura , e slato lunga ora in
dubbio qual partito dovesse in cosi fatto accidente pigliarsi,
sapendo quanto alle nazioni oltramontane sia grave che i
lor capitani sien puniti, ancorché macchiali dall' infame colpa
del tradimento, seguendo la grandezza dell' animo suo, de-
liberò, checché avvenir ne potesse, di gastigarli secondo il lor
fallo meritava, perchè fossero memorabile esempio a' soldati
stranieri di non tentare giammai contra le severe leggi della
milizia d' aver a lordar le mani, obbligate alla religione del
giuramento, del sangue de' lor capitani di qualunque nazione
si fossero. Avendo dunque prima segrelaracnle fallo prender
i traditori, e ordinate quelle cose che s' aveano a fare , pose
in ordine tutto il suo esercito ; e essendo egli montato a
cavallo armato di tult' arme, e postosi in mezzo di tutti in
un luogo rilevato, e circondato da tutti i suoi più cari e fe-
deli soldati , parendo che gettasse scintille di fuoco dagli oc-
chi, parlò loro in questa maniera. Se io mi pregiassi dello
stato nel quale io mi trovo più come principe che come ca-
pitano, io m'ingegnerei di conservarmi questo luogo tenen-
do quelle vie che costumano tener tutti gli altri principi; ie
quali pure che guardino alla conservazione de' loro stati,
sempre sono approvate per buone e per belle, quantunque
siano molte volte poco oneste, e talora ingiuste. Ma nascen-
do la gloria e ripulazion mia dall' essere io stalo primiera-
mente soldato , e poi capitano , il qual grado a chi dirilla-
raente giudica parrà sempre maggiore del principato; per-
ciocché a questo vi si perviene spesso con la fortuna , e a
quello non mai se non con la virtù; è necessario che pospo-
sti i rispetti della signoria, io miri con ogni mio studio alla
conservazion della milizia, alla quale attesono tanto gli antichi
LIBRO SESTO. 147
Romani, che siccome i privilegi in favor de' soldati da essi
conceduti fur grandi, così stimarono che i lor peccali con più
gravi pene dovcsser punirsi, che quelle de' cittadini, per inse-
gnar loro che la milizia, come cosa sacra, richiede pene e ri-
munerazioni maggiori. E certo se grave fallo è riputato l'usci-
re dell' ordinanza henchc per bisogni importantissimi, il non
tener polite l'armi, 1' aver il cavallo magro, il serrar gli occhi
per impazienza naturale quando si fanno le sentinelle; ma che
dico io queste cose, se la stessa vittoria fino de' combattenti
è peccato di morte, quando non si combatte con licenza del
capitano: di qual qualità stimerete voi, soldati miei, che sia
quello di coloro, i quali senza ragione, senza causa, non di-
spregiati, non ritenute loro le paghe, non offesi in cosa al-
cuna, cercano d' uccidere il lor capitano , siccome alcuni di
voi hau procuralo di uccider me capitano vostro ? Nò que-
sto avete però voi apparato da noi, i cui nimici, passato 1' ar-
der ilella battaglia , non solo non abbiamo ucciso, ma resti-
tuito a' medesimi nimici; di che cotesto Piero di Narsi
capitan generale de' Fiorentini , e capo e autore di questa
ribalderia, fa fede ; e Ramondo di Cardona istesso , il quale
fu da noi volentieri a' signori Visconti conceduto, sapendo
cha essi non erano per insanguinarsi le mani d' un lor pri-
gione vinto in battaglia. Ora onde s' abbiano questi scelle-
rati colai arte appreso, a me è nascosto, né di saperlo mi
curo : ma mi è ben cosa chiara e palese, esser necessario e
utile, a me, a voi, e a tutti coloro che appo noi verranno ,
di far in modo che cotanto fallo non vada impunito, non
perchè sia a me tanto in pregio la vita mia, la quale sì fa-
cilmente espongo ogni giorno a' pericoli delle battaglie, che
io abbia a farne sì alta vendetta, ma perchè per nostra dap-
pocaggine, lasciando di gastigar simile errore, la militar di-
sciplina, la quale accenna di voler in Italia risorgere, non
resti di nuovo abbattuta e schernita. Io non ho voluto , nò
debbo veramente del carico di questi ribaldi imputar le loro
onorate nazioni, dalle quali e altre volte e in questa pre-
sente guerra io sono stato così bene e fedelmente servito.
Sarà virtù vostra, per non contaminarsi cotanti valorosi soldati
dal peccato di nove uomini, non solo non ricever questo ga-
sligo con sdegno, ma rallegrarsi che con la morte de' rei si
148 dell' istorie fiorentine
cancelli una quasi pubblica ignominia di colai nazione, e di
tutta la disciplina e ragion di guerra. Per questo, o carneQ-
ce , senza altra dimora mena in pubblico i traditori , e se-
condo r ordine avuto eseguisci il nostro comandamento.
Stavano i soldati non meno sbigottiti dalle parole di Ca-
struccio , che pieni di ansietà , aspettando quali fossero i
traditori, quando «lopo poco spazio si videro comparire con
le braccia legate dietro le spalle , col busto ignudo , e col
capo scoperto i tre connestabili seguiti dai sei soldati tede-
schi ; a' quali tutti l'uno innanzi l'altro furono con un largo
spadone, stando eglino ritti, tolte le teste dal busto. Non fa
niuno, mentre la giustizia ebbe il suo fine , che pur ardisse
di respirare, parendo che Castruccio più feroce che mai
stesse in atto di manometter con le proprie mani chiunque
fosse ardito di contradire. Ma partitosi egli dopo che ogni
cosa fu fornita dal cospetto de' soldati, e andando ciascuno
più d' appresso a veder la strage fatta de' malfattori, i Fran-
zesi come se allora avessero raccolto l'animo oppresso dallo
stupore, incominciarono dolendosi liberamente, a mormorare
in sì fatta maniera, che riferito a Castruccio, e perseverando
egli invitto centra la licenza militare, diede commiato ad una
gran parte de' Franzesi e Borgognoni che erano nel suo
esercito, non senza esser alquanto prima slato sospeso, se
egli dovea incrudelire contra coloro i quali romoreggiando
mostravano d' aver approvato il peccato del tradimento. Se-
guitava con tutto questo Piero di tener il trattalo miserabile
al capo suo con altri connestabili di Castruccio, e entrato in
speranza d' aver Signa , vi cavalcò il penultimo giorno di
gennaio con quattrocento cavalieri, ma non conseguendo cosa
che egli desiderasse, se ne tornò la sera a Firenze. Il che
mise in tanto sospetto Castruccio, che egli vi venne in per-
sona il terzo giorno di febbrajo, e rimenatine a Pistoja sette
connestabili, della fede de' quali non era sicuro, stava aspet-
tando occasione di cogliere un dì alla trappola Piero , adi-
rato Geramente verso di lui, che contra il costume di guerra
avesse con ogni suo studio congiurato per via di tradimenti
contra la persona sua propria. « Intanto trovandosi fin da
« principio dell' anno podestà di Firenze 1' Oddi stato capi-
« tano generale avanti al Narsi, non si lasciava dalla signo-
LIBRO SESTO. 149
« ri.i occasione di riconoscer la fede de' suoi cittadini, per-
a che essendo morlo in Lucca Bandino de' Rossi cavaliere ,
« slato fatto prigione nella rotta dell' Altopascio , volle che
« i suoi figliuoli e nipoti godessero quei beni e quelle esen-
ci zioni stale già concedute a lui ». A mezzo febbrajo prese
il sommo magistrato Buoninsegna Machiavelli, il quale aven-
do per lo spazio di quarantaquattro anni, e primo della sua
famiglia governalo sempre la Repubblica dal secondo anno
che incominciò a esser retta da' priori, dieci volte prima con
parlicolar lode d' integrità, e con rara felicità della persona
sua era slato in queir ordine. Questi di consentimento di
tutta la Repubblica mandò per sollecitar la venuta del duca
nuovi ambasciadori. Alamanno Acciaiuoli, Piero di Primera-
no, e Spinello Pinardo, le quali cose non essendo occulte
a Caslruccio furono cagione che egli allora che avea il temi-
po , attendesse da capo con ogni studio a far que' danni
che polca maggiori allo stalo de' Fiorentini. Tornato dunque
a' diciannove di febbrajo a Signa con non più che settecento
cavalieri e duemila pedoni ( a tanta confidenza era venuto
de' suoi nimici ), di là cavalcò a Torri in Valdipesa, e dopo
aver saccheggialo tutta la villa, vi fece attaccar il fuoco. Tre
giorni appresso andò a S. Casciano, e arse il borgo e tutta
la contrada, tornando la sera a salvamento a Signa, percioc-
ché Piero capitano de' Fiorentini lasciando la via piana della
Lastra, per la quale avrebbe egli leggiermente rotto Caslruc-
cio, tenue vanamente la via del poggio di Campaio , onde
se ne tornò la sera a casa stanco dal lungo cammino senza
aver pur veduto le vestigia de' nimici. Castruccio avendo tut-
tavia per nulla i Fiorentini, venne tre giorni appresso con
ottocento cavalieri e tremila pedoni infino a Peretola, e veg-
gendo che ninno se gli faceva incontro, se ne tornò a Si-
gna; ove gli cadde nell'animo un' impresa di sommo ardire,
essendosi con estrema sollecitudine volto a tentare, se al-
zando con mura il corso del fiume d' Arno allo stretto della
Gonfolina, gli fosse potuto venir fatto d' allagar la città di
Firenze. Ma trovalo per maestri esperti in cosi fatto me-
stiere, che il calo d'Arno di Firenze in giù arrivava a cen-
tocinquanta braccia, si ritenne dall'impresa. Nondimeno con-
siderando dall'altro canto che Signa, venendo il duca di
i50 dell'istorie fiorentine
Calabria grosso con genti, non era per potersi tener lungo
tempo, prese partito di disfarla, e postovi fuoco, e taglialo
il ponte che era sopra Arno, si ridusse a Carraignano ; il
quale attese a fortificare così di mura e ripari , come di
gente, e misevi dentro per guardia tutti i ribelli di Firenze
e di Signa , avendo disegnato di fare che quel luogo fosse
la sedia della guerra. A tanti mali s' aggiunse la rovina di
Laterino, guasto e spianato infino a' fondamenti dal vescovo
d'Arezzo, non perche egli fosse de' Fiorentini , ma perchè
alcuno degli libertini che n'era signore aveain animo di dar
il castello alla Repubblica e di collegarsi seco. Né tra i ni-
mici, i quali andavan tuttavia crescendo d' ardire e di ripu-
tazione, era il vescovo punto a dispregiare, quando la ribal-
deria d' uno della famiglia de' Frescobaldi, il quale per danari
diede la Castellina di Greti a Caslruccio, accrebbe ancora i
danni della sua patria; perciocché entrando Caslruccio per lo
Greti incominciò a travagliare aspramente Vinci, Cerreto e
Vettolino, anzi passato Arno corse sopra Empoli; e a'S
d' aprile occupò il castelletto di Petrojo , il quale era posto
sopra Empoli, e quindi avendovi messo il presidio, attendeva
a danneggiar ogni dì tutto il paese vicino ; perchè in Firenze
non si studiava ad altro che a sollecitar tuttavia la venuta
del duca, la quale con stimoli non minori di quel che avea
fatto il Machiavelli, fu incominciato ad affrettare dal nuovo
gonfaloniere Bardo Risaliti : la cui industria fu tale, che ben-
ché il duca non potesse venir sì tosto, come egli desiderava,
impedito da' preparamenti dell'armate che s' avea a mandare
in Sicilia per espugnare queir isola, pur fu cagione che egli
si disponesse a mandarvi in suo luogo con quattrocento ca-
valieri Gualtieri di Brenna duca d'Alene, uomo molto sti-
mato, sì perchè egli per splendore (fi famiglia discendeva
da' re di Gerusalem, e sì perchè era marito di Beatrice cu-
gina del duca, nata da Filippo prenze di Taranto fratello del
re Ruberto: del quale menlre s'aspettava la venula, essen-
dovi avvisi che era per entrar in cammino di corto , i Fio-
rentini , contentandosi di così fatto vicario, mandarono tra
tanto in un medesimo tempo alcune genti in Lombardia e
in Romagna per non mancare in quello che poleano agli
amici loro. In Lombardia si mandò per aiuto della Ghie-
LIBRO SESTO. 151
sa, in servigio della quale Vergin di Lauda aveva occu-
pato molle castella de'Modanesi; in Romagna per soccorso
de' Guelfi, a' quali i Ghibellini avoan ribellalo il castello di
Lucchio; e per lai conio era gran guerra Ira que'di Forlì,
i quali seguitavano la fazion imperiale, e i signori di Faenza,
i quali erano Guelfi, infino che per accordo il castello si rese
a' signori di Faenza. Piero di Narsi finalmente desiderando
prima che il duca venisse di far alcuna opera onde potesse
mostrare il suo valore e 1' affezione che portava a' Fioren-
tini, cercò per un nuovo trattato con alcuni connestabili bor-
gognoni d' aver Carmignano : e datanegli intenzione con la
maggior segrete/za che egli potesse senza conferir a niuno
il suo inteniliraento, raccolse di tutte le sue masnade du-
gento cavalieri e cinquecento fanti, gente elettissima, e par-
titosi subitamente di Prato, e passato 1' Ombrone , marciava
verso Carmignano. I connestabili borgognoni spaventali dalla
severa giustizia poco innanzi fatta da Castruccio , ma molto
più da una terribil paura che il nome della loro nazione
non divenisse infame in Italia per tanti tradimenti , scoper-
sono il trattalo a Castruccio, il quale lieto nel cuor suo,
che gli fosse corsa 1' occasione in grembo di vendicarsi di
Piero, avendo messo in agualo quattrocento cavalieri e nu-
mero grande di pedoni in più luoghi, perchè Piero non gli
uscisse dalle mani, comandò a tulli che lo lasciasser passare,
e che niuno si muovesse dalle sue poste finche egli non
desse il cenno. Appunto fu eseguilo il suo comandamento ,
ne prima fu Piero assalito, che egli era arrivato in parte
onde lo scampare non era più in suo potere. Conobbe egli
r inganno, né per questo si sbigoUì ; ma come franco e ar-
dito cavaliere diede dentro co' suoi , e combattè cosi vigo-
rosamente, che ruppe in poca ora i primi assalitori. Ma es-
sendo uscito fresco il secondo aguato, e trovatolo stanco, e
i suoi cavalieri alquanto dispersi, dopo aver falle maravi-
gliose prove della sua persona, gli convenne finalmente re-
star prigione del nimico. Furono presi con esso lui due ca-
pitani di grande stima, Anne di Gubcrto, e Ulasso capitano
franzese, undici cavalieri di corredo, quaranta scudieri fran-
zesi, e quasi la maggior parte della gente a pie; onde in
Firenze sentendosi questa dolorosa aggiunta all' altre loro
152 dell' istorie fiorentine
calamità, fu grande il dolore ; ma mollo più quando il dì se-
guente si ebbe avviso, come Castruccio, arrivato co' prigioni
a Pistoja , senz' altro indugio nel mezzo della piazza avca
fatto mozzar il capo all'infelice generale, apponendogli come
Piero gli avea giurato, quando si ricomperò di sua prigione,
di non prendergli l'arme contro, e allegando d'aver contrav-
venuto all' onorale leggi della milizia, avendo per mezzo di
traditori cercato più volte d" ucciderlo in casa, e non nelle
battaglie. Onde Dio parca che gliele avesse dato in mano
a salvamento ; acciocché egli scampato dall' ardor della zuffa
dovesse morir di morte poco diversa da quella che egli
procacciava di far sentire altrui.
Non fu accidente alcuno che sbigollisse più i Fiorentini
di questo; ricevendo a cattivo augurio che oltre i danni, i
quali eran grandi, fosser sempre percossi ne' capi, come se
finalmente avesse a patire il capo della Repubblica; e vera-
mente rade volle era avvenuto in altre guerre che in si
breve tempo fosser fatti prigioni due capitani generali, al-
l'uno de' quali fosse mozzo il capo, e che vi fossero anche
restati i figliuoli d'amendue, l'uno prigione, e l'altro uc-
ciso. Ne perche il papa avesse scomunicato e deposto del
suo vescovado il vescovo d'Arezzo, uno de' maggior ni-
raici che essi avessero, né perchè avesse egli fatto suo le-
gato Giovanni Gaetano degli Orsini cardinale di santa Chiesa
per pacificare le discordie toscane, si polcan per tultociò
consolare, parendo che la grandezza de' mali supei asse i ri-
medi ; quando opportunamente giunse a' 17 di maggio. Ire
giorni dopo la presa di Piero , con quattrocento cavalieri il
duca d'Atene, il quale ricevuto a casa de' Mozzi d'olir' Arno
insieme con la sua donna , fu all' afflitta città di gran ri-
sloro. Questi pubblicò pochi giorni appresso un breve pa-
pale, per lo quale si vedova che la Chiesa avea fatto il re
Ruberto vicario d'Imperio in Italia, vacante l'Imperio, e
pochi giorni appresso mostrò lettere del duca di Calabria,
con che l'avvisava che egli senza alcun fallo partiva l'ul-
timo giorno di maggio di Napoli per venirsene a Firenze,
essendo già partila l'armata per l'impresa di Sicilia. Eranci
novello come Castruccio per tema della venuta del duca avea
abbandonalo Petrojo , e che incominciava a star molto sopra
I
LIBRO SESTO i53
di sé. Tutte queste cose dettero alquanto d'animo a' Fioren-
tini, sperando se essi potessero sollevar un poco la testa,
di non aver sempre a correr la medesima fortuna. Nella
qual sollevazione d' animi venne il tempo di fare gli squit-
tinì, e il duca mostrando che per le convenzioni fatte tra il
duca di Calabria e i Fiorentini 1' elezione de' magistrali toc-
cava a sé, come a suo vicario, del quale essi erano restali
contenti , volle che fosser casse tutte 1' elezion de' priori
che per 1' addietro si trovavan fatte; e da mezzo giugno in-
nanzi cominciò a far 1' elezione a suo modo , nominando
per gonfaloniere Francesco Acciajuoli, guardando in questo
la stretta servitù che avea quella famiglia col re Ruberto.
Non passarono molti dì che il legato venne a Pisa su cin-
que galee dei Pisani, e quasi nel medesimo tempo con
dieci galee di Provenza giunsono a Talamone, onde poi ven-
nero a Firenze, quattrocento cavalieri provenzali. Venneci
anche di Pisa il cardinal legato, e ricevuto con onori gran-
di a S. Croce , e fattogli dalla città dono di mille fiorini
d' oro, a' 4 di luglio pubblicò la sua legazione , cercando
ajulo e favore da tutti i principi e repubbliche alla sua le-
gazione soggetti , perchè le cose in essa contenute fosser
prontamente, siccome era il dovere, ubbidite. Castruccio o
che r autorità del papa il muovesse , o che mostrasse di
muoverlo, o parendogli con questa occasione onorevol par-
tito di chieder la pace, sapendo i preparamenti grandi che
se gli faceano contro da' Fiorentini , dal re Ruberto e dal
pontefice , che eran quelli i quali finalmente tiravan tutti
ad un segno, scrisse al legato una lettera, il cui sentimento
era tale. La fortuna avergli dato gran cagione di ridere; ma
lui, il quale non avea mai creduto alle sue lusinghe , esser
nondimeno acconcio a voler pace co' Fiorentini ; purché
stando eglino ne' termini loro non s' impacciassero delle cose
che ad essi non appartenevano. Dover esser ornai ammae-
strati quello che era 1' andar molestando altrui in casa sua;
perciocché Iddio, il quale non lascia lungo tempo insuper-
bire niuno , avea fatto lor vedere quanto abborriva 1' orgo-
glio di coloro i quali troppo si prometton della loro poten-
za. Queste parole misero in speranza il legato di qualche
accordo , ma o perché 1' animo di Castruccio fosse diverso
154 dell' istorie fiorentine
dalle parole, o perchè i Fiorentini credendo esser venuto il
tempo di vendicarsi, non molto prestassero orecchio a si-
mili ragionamenti; perciocché già vi eran lettere , come il
duca di Calabria a' 10 di luglio era arrivato a Siena; la pra-
tica se n' andò in fumo, e da ciascun lato s' attese a' prov-
vedimenti della guerra. Ma perchè in Siena eran nate gran
discordie e battaglie civili per la niraicizia che era allora
tra la famiglia de' Toloraci e quella de' Salimbeni, e in Fi-
renze fortemente si dubitava che per conto di queste gare
lo slato della città che era guelfo non si mutasse , il che
avrebbe dato gran tracollo alla sua inchinata fortuna , furo-
no con gran diligenza mandati ambasciadori al duca, pre-
gandolo che gli piacesse non volere in conto alcuno partir
di Siena prima che le dette brighe non fossero assettate,
facendogli con molte ragioni vedere quello che avrebbe ira-
portato a tutta la somma della guerra se Siena si gover-
nasse da' Guelfi o da' Ghibellini. Il duca, tornandogli comode
le domande de' Fiorentini, si fermò in Siena diciotto giorni;
nel qual tempo fece far triegua per cinque anni tra le due fa-
miglie nimiche, diede a molti 1' ordine della cavalleria, volle
per quella dimora sedicimila fiorini d' oro dal comune di
Firenze , a cui inslanza si era fermato , e quel che fu di
molto maggior importanza fece in guisa su quelli scompigli,
che ebbe con certi patti per cinque anni ancora la signoria
di Siena , onde partitosi a' 28 di luglio , 1' altro giorno arri-
vò a Firenze.
Non fu per molti anni innanzi fatta entrata alcuna in città
d' Italia da re , pontefice o imperatore veruno , con tanta
pompa e grandezza, quanta fu allora quella del duca, segui-
tato dalla sua donna figliuola di Carlo di Valois , da Gio-
vanni principe della Morea suo zio, che menava ancora egli
la prenzcssa , e da Filippo despoto di Komania suo cugino
figliuolo del principe di Taranto , « che furon poi regalati
da' Fiorentini » ; e olire questi, i quali eran della casa rea-
le , quasi da tulli i maggiori conti e signori del regno di
Napoli. Quelli che ebber cura di raccorre le memorie di
queste cose raccontano che i cavalieri che venner col duca
passarono il numero di millecenlo , tra' quali ve n' avea du-
gcnto, che eran tutti cavalieri a spron d' oro. Fu il duca al-
LIBRO SESTO. iSq
loggiato nel palagio del podestà , e il principe della Morea
in casa de' Cerchi ' , e i tribunali della giustizia passarono
in Orto S. Michele, rendendo giustizia il vicario del duca
nelle case de' Macci ^, con maraviglia di tutte le nazioni
d' Italia , che il popolo fiorentino padrone di piccolo stato ,
e quello non abbondante , massimamente se noi consideria-
mo la grandezza a che poi per mezzo della Repubblica e
del presente principe e stato ampliato , dopo tante battiture
ricevute da Castruccio , a capo di tante spese fatte, e quan-
do era quasi per render il fiato , avesse condotto un prin-
cipe di tanta autorità, e si grande e nobil baronaggio con
seco , che contando i quattrocento cavalieri del duca d' Ale-
ne , e quelli che vennero di Provenza , erano nella città
duemila cavalieri forestieri , senza la corte del legato , la
quale non era piccola. Facea anche molto maggiore questa
maraviglia una calamità privata , la quale nondimeno fu di
qualità , che toccò alla maggior parte de' cittadini potenti ,
conciossiachè in questi medesimi tempi fallisse in Firenze
la compagnia degli Scali e Amicri durata per lo corso di
centoventi anni in gran credito e riputazione. Il cui danno
si credette, se tu non vi conti le persone, essere stato mag-
giore della rotta d' Altopascio, essendosi trovati debitori di
quattrocentomila fiorini d' oro , molti de' quali erano de'me-
desimi cittadini fiorentini; cose certo alle quali ninno altro
popolo avrebbe retto, che il fiorentino. Ma, come fu poi
creduto, la maggior rolla e danno che i Fiorentini a que-
sti tempi patirono, fu il non saper conoscere l'occasione di
abbatter Castruccio , mentre facendo perder il tempo al duca
poco men che inutilmente a Siena, e in questi principj della
sua venuta in Firenze, non attesono ad assalire il nemico;
il quale essendo gravemente ammalato, con nuove speranze
di pace attendea ad uccellar il legato , il duca e gli stessi
Fiorentini , ancor che astuti e poco atti ad esser beffati.
Contuttociò per non istarsi il duca ozioso , e per trovarsi
' Le case de' Cerchi erano verso dove ora sono i bagni e 11 teatro
'lilla Quarconia. Queste case servirono di abitazione ai priori, avanti che
•>i fabbricasse il Palazzo della Signoria.
2 Le case de' Macci erano quasi unite a quelle de' Cerchi nel me-
desimo luogo, distendendosi più verso Orsanmichele.
156 dell' ISTORIE FIORENTINE
pronto, in caso che la pace non andasse innanzi, a' bisogni,
mandò alle città confederate per gli aiuti , i quali mentre
s' aspettavano fu crealo in Firenze gonfaloniere Bencivenni
Rucellai, detto altrimenti Cenni Ggliuolo di Naddo , nel
principio del cui magistrato giunsono gli ajuti degli amici;
treccntocinquanta cavalieri di Siena, di Perugia trecento, di
Bologna trecento , d' Orvieto cento , cento altri ne manda-
rono i signori di Faenza, e trecento fanti il conte Ruggieri,
senza la cerna che si fece de' fanti del contado fiorentino,
la quale fu in buon numero. Fece oltre a ciò imporre a'cit-
tadini ricchi sessantaraila fiorini d'oro; e giudicando che a
così fatta impresa e di itanto pericolo , ove erano stati fatti
prigioni due capitani generali , e guasto tutto il loro conta-
do , egli non dovea entrare senza che i patti co' Fiorentini
non fosser meglio dichiarati e allargati, massime a questi
tempi che Castruccio rinforzato di tutti i Ghibellini di Lom-
bardia, non si curando più di ragionamenti di pace, minac-
ciava d' esser buono non solo a difendersi, ma anche a ga-
stigare i nimici suoi, fece proporre in senato da Rinieri di
raesser Zaccheria da Orvieto suo vicario , che gli fosse al-
largata l'autorità. «Perchè a' 29 d'agosto i priori e gonfa-
(( loniere co' dodici buoni uomini , sedici gonfalonieri delle
« compagnie con le capiludini delle dodici arti maggiori,
« avendone balia, dettero p'ena potestà col mero e misto
« imperio al duca per termine di dieci anni da cominciare il
a primo di settembre, con patti, olire a' primi, di far guardare
« a spese però del comune le città e castelli; non vollero
a già che potesse imporre aggravi di sorte alcuna senza il
« consenso della signoria, dalla quale in caso di necessità
n se ne dovesse dar gli ordini ; che quando il duca fosse
a fuor di Toscana non potesse liberare da' bandi ribelli, ban-
« diti 0 condannali ; che 1' entrale della repubblica andasse-
« ro in mano del camarlingo del comune , eccetto che li du-
ci gentomila fiorini da darsi al duca in tempo di guerra , e
« i centomila in tempo di pace. Che il denaro da spendersi
« in tempo di guerra fosse pagato con bulletta generale della
a signoria al camarlingo , e poi con particolari del duca o
a suo luogoieneiite quando il duca fosse in Toscana; ma cs-
'I sendo fuori, il suo luogotenente dovesse aver con sé due
LIBRO SESTO 157
« cittadini fiorentini, e tutti tre uniti in tempo di guerra fa-
« cessero le bullette particolari al camarlingo per i paga-
ci menti. Che la Repubblica mentre durasse la guerra con
a Caslruccio dovesse tener pagati , oltre a quei del duca ,
« cinquecento cavalli e seimila fanti.
Queste cose avea volute il duca ' parendogli aver messo
la persona sua con tutte le forze del suo regno in un ma-
nifesto pericolo per servigio de' Fiorentini ; perciocché oltre
la gente venuta per terra dal regno di Napoli e quella per
mare di Provenza, ultimamente essendo l'armata che avea
mandato a Sicilia tornala all' isola di Ponza , e di là alla
riviera di Genova , avea comandato che smontasse gente
nella ri\iera per entrare in Lunigiana e molestar Castruccio
da quel lato; mentre egli si preparava d'assalirlo dalla parte
di Lucca. Furon varie contese nella città per uno importuno
movimento che fecero i cittadini delle famiglie grandi ; i
quali stimando poiché per i severi ordini di giustizia si ve-
deano sottoposti al popolo, esser per avventura minor male
d' esser sudditi d' un tal principe , aveano proposto che al
duca si dovesse dar la signoria libera della città senza ter-
mine e eccezione alcuna. Il che dava grandissimo affanno a
coloro i quali amavano la libertà della lor patria, veggen-
dosi divenir vassalli del re di Napoli. Ma il duca, a cui gli
umori della città non erano celali , e per isperienza fattane
da' suoi maggiori conoscea che era assai meglio mante-
nersi Firenze amica che suddita , sprezzando i conforti
de' nobili, s' accostò col popolo; il quale volentieri gli avea
accordato tutte 1' altre domande, scusando essi medesimi il
duca , che altrimente sarebbe paruto un lor capitano gene-
rale simile a Piero di Narsi o a Ramondo di CarJona, se
egli non avesse voluto questa assoluta e libera potestà in
I Ecco come si legge nel testo originale : Jece proporre che oltre
gli uffici della città intendea che tutti i castellani delle Jortezze
«' allesserò a metter per lui, che a sua volontà potesse Jar guerra e
pace, che potesse rimetter in Firenze gli sbanditi e ribelli non ostan-
te qualsivoglia capitolo in contrario ; e che tutte queste cose gli fos-
sero riconfermate di nuovo per dieci anni, incominciando da caìen
di settembre del presente anno irifino a calen di settembre dell' an-
no i336. Queste cose chiedea il duca, parendogli ec. ec.
158 dell'istorie fiorentine
mano, importandogli poco le altre condizioni per soddisfa-
zione della signoria « la quale gli mandò a presentare que-
« sta dichiarazione per Alamanno degli Acciainoli giurecon-
« sullo, e Spinello da Mosciano, due de' gonfalonieri delle
« compagnie, e per Piero del già Nardo ». Tra questo mezzo
essendosi il legato chiarito che Castruccio 1' aveva tenuto
in parole, e che il medesimo avea fatto il vescovo di Arez
zo, col quale erano corse le medesime pratiche di pace,
lenendosi di ciò grandemente offeso, sì per conto suo come
per la dignità e riputazione della sede apostolica , senza
dar pili tardanza , a' 30 d' agosto nella piazza di S. Croce
scomunicò di nuovo Castruccio e il vescovo , deponendo
r uno e r altro di tutte le dignità e onori così temporali
come spirituali che essi avessero , dichiarandoli eretici e
persecutori di santa Chiesa , e perciò poter contra di loro
ciascuno senza peccato prender 1' arme , e coloro esser tutti
scomunicati, i quali li difendessero, o In qualsivoglia altro
modo pubblico o segreto prestassero loro ajuto e favore. 11
duca dall' altro canto avendo disposto Spinetta marchese
Malespina, il quale avendogli Castruccio occupato la maggior
parte dello stato si riparava in corte di Cane della Scala,
a rompergli la guerra dalla parte di Lunigiana, aspettava di
sentire che si fosse messo in ordine , acciocché in un me-
desimo tempo egli 1' assaltasse dalla banda di Pistoja. Tra
tanto avendo i Fiorentini considerato di quanto incomodo
era stato alle cose loro che Signa fosse stata in poter di
Castruccio, deliberarono di riraurarla di nuovo , indotti an-
che a questo acciocché il piano e contado che era da quella
parte si potesse lavorare; e perciò concedetlono alcune im-
munità a tutti quelli terrazzani che vi rifacesser le case. 11
medesimo feciono di Gangalandi ; e il duca avendo avuto av-
viso che il marchese Spinetta con trecento cavalieri , che
egli stesso gliele avea pagato , con dugento datigli dal le-
gato che stava per la sede apostolica in Lombardia , e con
cento de' quali 1' avea accomodato Cane suo signore, era en-
trato in Lunigiana, e postosi a campo al castello di Verru-
cabuosi già statogli tolto da Castruccio , non più indugiò a
mandar le sue genti dalla parte onde avea disegnato , es-
sendosi in questo medesimo tempo con lieto principio , il
LIBRO SESTO. 459
quale nondìriieno riuscì tosto vano, ribellali a Caslruccio Ga-
vinana e Mamiano castella poste noli' alpe di Pisloja ; oltre-
ché al duca, non contale le genti che egli avea , era arriva-
lo il conte Beltramo del Balzo suo cognato con cento ca-
valieri , il quale stalo generale dell' armala che fu mandata
in Sicilia, poiché non essendo più tempo di navigare, l'avea
dal golfo della Spezia rimandala a Napoli, ed egli smontato
in Maremma se n' era venuto a trovarlo a Firenze per tro-
varsi nelle guerre toscane. Ninno di tanti preparamenti sbi-
gottì Caslruccio ; ma come avea impedito che V armata met-
tesse gente in Lunigiana , così venuto a Pisloja , in un
medesimo tempo diede ordine che alle castella ribellate si
metlesse il campo , e che egli con esercito da poter con-
trastare, stesse sempre a petto alle genti ducali, perchè non
potessero imprender cosa alcuna di nuovo , ne le prese
ovver ribellate ritenere. Il duca temendo fortemente che
la prima cosa che egli si era posto a tentare non gli riu-
scisse male , non perchè egli avesse tenuto mano alla ribel-
lione delle castella , ma perchè ribellatesi di loro volontà
avea loro promesso aiuto , mandò dugento cavalieri delle
masnade tedesche , e cinquecento fanti sotto la condotta di
Biagio Tornaquinci a soccorrerle. Ma le provvisioni del ni-
mico eran tali, aiutale ancora dalla stagione (nella quale
erano cadute grandissime nevi dal cielo, e la montagna che
è per sé aspra e difiìcile, aveano resa malagevolissima), che
né Biagio co' fanti, né i tedeschi a cavallo poleano in alcun
modo condursi pur a veder le mura di Mamiano e di Gavi-
nana; perché il duca mandò la maggior parte del campo a
Prato per esser più vicina a' bisogni, e quindi spedì Tom-
maso di Marzano conte di Squillaci con trecento cavalieri,
e Amerigo Donati e Giannozzo Cavalcanti con mille pedoni
per soccorrer le dette castella ; e perchè tenesse Caslruccio
diviso mandò il resto dell' esercito a Pisloja. Corsono co-
storo infino alle porte della città, e poi si posono a campo
in sul castellare del Montale, ma con tanto travaglio di
vento, di nevi, e di piogge, che non potendovi in conto
alcuno tener i padiglioni tesi , dopo aver tre dì combattuto
con la difficoltà e stranezza del tempo , bestemmiando la
felicità di Caslruccio , a cui parca che i cieli e i sili por-
160 dell' istorie fiorentine
gesser favore, se ne tornarono a Prato. Mollo maggiore
era il travaglio di quelli i quali erano su la montagna,
avendo il freddo in modo intormentito i lor membri , che
non che combattere se fosse stato il bisogno , ma neppure
poteano attendere a' servigi necessari della vita. A questo
s'aggiugneva il mancamento della vettovaglia, e quel che fu
di mollo maggior pericolo, che Castruccio cavalcalo in per-
sona per impedir che le castella non fosser soccorse, e
presi tutti i passi che menavano alle castella, fu vicino a
rinchiuderli , sì che pur uno non ne fosse tornato a Prato.
Coututtociò li spinse in guisa, che far costretti tornarsene
per lo contado di Bologna lasciando per le montagne di
molti cavalli e carriaggi al nimico.
In questo modo riuscì vana la prima impresa tentata in
queir anno dal duca conlra Castruccio , essendosene tutte
le genti tornale a Firenze a' 20 d'oitobre , ove di cinque dì
prima avea preso il gonfalonerato Daldo Marignolli, pres-
soché disperato che le cose della patria sua dovesser mai
più levar capo ; poiché Caslruccio tornando ogni giorno in-
vincibile incominciava anche a schernire i tremendi apparati
del duca di Calabria , avendo riacquistale le castella che
gli si erano ribellate, e a guisa di fulmine senza fermarsi
punto passato in Lunigiana,e messo tal terrore e spavento
al marchese Spinella, che con la fama delle castella riacqui-
state, e d'avere sconfino su la montagna le genti del duca,
lo costrinse ad abbandonar l'impresa della Verrucca, e a
ripassar l'Alpe, e a ringraziar Iddio d' esserne potuto tornar
a salvamento a Parma. Onde coloro a' quali negli anni
passati era paruto orribile e fiero inimico Uguccione, inco-
minciavano a dire che quello era paruto il tuono, ma che
Castruccio era stala la saetta per la cillà di Firenze, la
quale avea messo in lauta confusione e dannaggio d' uo-
mini, di danari, e di riputazione, che come uscita di se
medesima non sapeva dove prima voltarsi , ne onde più
sperare aiuto a' casi suoi, veggendo che Caslruccio per tante
vittorie non facea mai cosa ninna temeraria, ne a caso. E
come uomo che avea animo d'offendere, e vedea di poter
esser offeso, avea fatto disfare la maggior parie delle for-
tezze in Lunigìana , perchè non se gli ribellassono ; e tor-
J
LIBRO SESTO. 161
nato in Lucca a guisa di trionfanle , avea il medesimo fatto
del castello di Montefalcone in su la Gusciana, e di quello
del Montale di Pisloja ; dicendo che le vere castella eran
quelle che camminando poteano in un dì far molle miglia ,
e tenerle presso e discosto secondo il bisogno ricercava.
Questa sua tanta fierezza e virtù accompagnata da una per-
petua felicità essendo conosciuta , e ormai temuta da tutti
i principi italiani , fece ravvedere il savio re Ruberto d'avere
in gran pericoli posto il duca suo figliuolo; il quale disceso
per SI lungo ordine da tanti grandissimi re, stesse ogni di
a rischio d'esser morto, o vinto, o almen fatto prigione
da un povero gentiluomo lucchese ; non gli essendo partito
dalla memoria, da Uguccione , se non men fiero nimico
certo men felice di lui, nella rotta di Montecatini essergli
stati morti un fratello e un nipote. Fece per questo in-
tender al duca che i Fiorentini, oltre le cose convenute,
dovessono assoldare ottocento cavalieri oltramontani , i quali
egli avrebbe fatto venire tra di Provenza, e di Valentinois,
e di Francia , se essi desideravano che egli continuasse
r impresa ; il qual soldo si sarebbe potuto compartire con
l'altre città di Toscana amiche, e che altrimenti facendo,
protestasse loro che egli era per tornarsene a Napoli. Parve
strana questa nuova domanda a' Fiorentini, stanchi affatto
dalle insopportabili spese della guerra; nondimeno conside-
rando a che strani tempi si ritrovavano, si condussono per
la porzion loro a pagar trentamila fiorini d' oro al duca. Il
quale , quello che non increbbe meno agli uomini severi ,
fu che a' prieghi della duchessa sua moglie concedette uno
ornamento stato già tolto per decreto pubblico come poco
onesto alle donne fiorentine; dolendosi d'esser giunti a tal
termine , che ad instanza di femminile importunità s' aves-
sero ad alterare i prudenti ordini e decreti della Repub-
blica, e che le stesse donne loro, le quali tra tanti affanni
della loro patria doveano anzi vestir tutte di bruno , e far
il corrotto di tanti cittadini morti , di tante ville abbru-
ciate , di tanti danari e facoltà ite male , avessero agio a
pensare d'ornarsi la testa con trecce posticcie, quando non
per altro, contro il volere de' proprj mariti , e padri loro.
« In sì fatte doglienze e rammarichi della città, non lasciò
Amm. Vol. il 11
162 dell' istorie fiorentine
« la signoria di condesccnilero alle richieste faUegliene dal
« ponlcfice e dal legalo di liberare da ogni bando e conden-
« nagione Scnnuccio del Bene, con rendergli i beni con-
« fiscali, ancora che applicati ad altri , come furono resi
« agli eredi di Lapo Saltarelli dottore , stato de' signori il
« 1292 96 e 1300. A questi, oltre al favore del papa, avendo
u. in considerazione le buone opere di Simone Saltarelli suo
« fratello arcivescovo di Pisa, e a Sennuccio i servizi resi,
« si nella corle romana come in Alemagna alla parie guelfa,
« e come questo fu illustrato dal Petrarca, così Lapo l'era
« stato da Dante». Con sì fatte doglienze, rammarichi, e
opere finì l' anno 1326 , negli ullimi giorni del quale avea
preso il gonfalonerato Covone Covoni « e per vicario del
« duca era nella città il cavalier Bonifazio da Fara ».
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DEH' ISTORI! If MESTISI
DI
SCIPIO]\E AMMIRATO
LIBRO SETTIMO
Anni 1327-1337.
IwJLenlre i Fiorentini temevano, erano essi in non manco
terrore venuti a' signori lombardi di fazion ghibellina , i
quali vcggendoli stretti co', pontefice e col re Ruberto, non
solo si confederarono insieme , tenendo amici e uimici co-
muni , ma giudicando che con la dignità de! papa e potenza
del re avesse di necessità a mettersi all'incontro un' altra su-
prema autorità, si volsono alla sopraemiuenza del titolo im-
periale. E sentendo Lodovico duca di Baviera eletto re
de' Romani chiamato il Bavero esser nimico del papa per aver
gli anni addietro soccorso Milano contra 1' esercito ecclesia-
stico, giudicarono costui esser attissimo a contrastare co' loro
nimici in Italia, stando sempre in piede, quasi un perpetuo
attizzamento di brighe, l'antiche differenze tra i pontefici e
gli imperadori, nutrite non meno dagli ingegni degli uomini di
lettere che dall'armi de' faziosi e de' partigiani. A che par-
ticolarmente, oltre le cose dei Fiorentini , erano riscaldati ,
perchè l' anno passato Parma e Bologna si erano date al le-
gato del pontefice , il vescovo d' Arezzo era stato deposto
del suo vescovado, e per ultimi avvisi aveano che oltre
molte terre di Toscana, oltre Siena e Firenze, come Prato,
Samminiato, S. Gimignano e Colle .aveano ialino ad un certo
164 dell'istorie fiorentine
tempo donato la signoria della loro repubblica al duca ; delle
quali Prato particolarmente se l'era data in perpetuo. Onde
questo era un far signori d'Italia i re di Napoli, poiché ol-
tre il regno che n' occupava così buona parte, si vedea aver
allargato le loro speranze in Toscana ; non contenti d' aver
parli grandissime in Roma e in Genova, e d'esser signori
della Provenza ; dalla qual parte conflnava coi re di Francia
loro parenti e amici. Per questo acciocché al tempo nuovo
le cose fossero in ordine, su' primi giorni dell'anno 1327
mandarono ambasciadori , pregando il Bavero che gli pia-
cesse d'avvicinarsi a Trento, ove s' aveano a trovare tutti i
signori ghibellini d' Italia, o i loro ambasciadori, per trattar
cose appartenenti alla grandezza ed esaltazione dell' imperiai
maestà. Mentre si facevano questo preparazioni in Lombar-
dia , ne Castruccio nò il duca si stava ozioso in Toscana ;
perciocché Castruccio venuto in speranza di torre a' Pisani
il castello di Vicopisano, v'avea mandalo Bencdelto Macca-
caioni de' Lanfranchi ribello di Pisa; il quale entrato nella
terra se n' era pressoché insignorito, se i terrazzani, ripreso
animo, non 1' avessero tornato a cacciare con morte di molli
suoi; e il conte Beltramo cavalcato con ottocento cavalieri
infino alle porte di Pistoja avea rotto l'antiporto, guasto le
mulina, e messo a fuoco tutta Valdibura. Nella città era stato
creato gonfaloniere a mezzo febbraio Luigi de' Mozzi, nel
cui magistrato il duca fu fatto certo della venuta del Bavero
in Trento ; della promessa da lui fatta di passar in Italia per
coronarsi in Roma senza tornare in Alcmagna; de' danari a
lui promessi da' signori ghibellini giunto che fosse in Mila-
no, la cui somma ascendeva a centocinquanta mila fiorini
d' oro ; d' aver dichiarato il papa eretico ; e con maraviglioso
concorso essersi in quel parlamento trovati tutti coloro i
quali erano della sua fazione, o almeno gli ambasciadori di
quelli che per distanza, o per altri impedimenti, non vi si
potettono trovare; perciocché ei v'intervennero Azzo e Mar-
co Visconti figliuolo e fratello di Gal azzo signor di Milano,
Cane della Scala signor di Verona, Passerino Bonaccorsi si-
gnor di Mantova, uno de' marchesi da Este signor di Ferra-
ra, Guido Tarlati deposto dal vescovado d'Arezzo, gli am-
basciadori di Castruccio, de' Pisani, de' fuorusciti di Genova,
LIBRO SETTIMO 165
e di Federigo re di Sicilia ; il quale abboccamento fallo a' 26
di febbraio, non più tardi che a' 13 di marzo stelle a par-
tirsi di Trento per venirne a Milano. « Onde i Fiorentini
« spedirono in Avignone al papa Simone de' Pazzi cavaliere,
« e il duca mandò il vescovo di Turpia e Giovanni Barile
« per rappresentare al pontefice che da questa passata del
« Bavero non se ne poteva aspettare se non efletti peggiori
« di quelli d' Enrico, essendo la parte ghibellina molto po-
« tenie in Lombardia , come anche in Toscana rispetto a
« Castruccio , e che per queslo lo confortavano a bandirgli
« conlra la crociata, e a rimettere i fuoruscili in Bologna
« e in Ferrara ». Intanto il duca fu costrcUo a far nuove
provvisioni di danari, raccogliendo da uno estimo fallo sopra
la facoltà di ciascuno, cosi de' beni slabili come de' mobili,
e de' guadagni, con 1" esamina di sette testimoni segreti e
vicini, ottanta mila fiorini d' oro ; le quali esazioni benché
fossero acerbissime per colpa massimamente de' ministri, che
in molte cose procedevano piìi con passione che con ra-
gione , nondimeno la piacevolezza del duca, e la necessità
de' tempi era tale che ciascuno si ristringea nelle spalle,
e sperando che come si liberarono in non meno malagevoli
tempi delle molestie d' Uguccione e dell' imperadore Enrico,
così un d'i si svilupperebbono da quelle di Castruccio e del
Bavero, ancorché appena incominciate, sofferivano con forte
animo tulle le avversità ; ricordandosi di quel generale con-
forto delle repubbliche, che essendo cileno per lo più in
un certo modo eterne, non si spegnendo per la morte d'al-
cun particolare, spesso resistono, benché per altro deboli,
conlra i grandi e tremendi assalii de' potenti principi , per
esser eglino ( consistendo la potenza in un solo ) più facil-
mente esposti all'ingiurie della morte e della fortuna. Le
quali parole incominciale ad andare attorno, e dicendo cia-
scuno che non dovea apparire minor virtù in loro di quella
che s'era veduta ne' loro antichi, che con la costanza e for-
tezza dell'animo s' erano liberati da grandi pericoli, fcciono
a molti ripigliare ardire, sì fattamente che essendo nato al
duca un fanciullo in Firenze a' 13 d' aprile , il quale a bat-
tesimo fu chiamalo Carlo Martello, e tenuto nella fonte da
Simone della Tosa e da Salvestro Manetti de' Baroncelli
166 uell' istorie fiorentine
sindachi del comune, se ne fece quella festa e armeggiare
nella città, ohe avesse in qualsivoglia sua maggior quiete e
felicità potuto fare giammai; ancora che questa letizia per
la morte del bambino succeduta indi a otto dì, che già avea
preso il gonfalonerato Lapo Bonaccorsi, fosse stata assai bre-
ve ; onde alcuni incominciavano a temere che se pure al-
cuna allegrezza dovesse avere il popol fiorentino per conto
di guerra, quella avesse ad esser poco durabile. Il che fu
molto più credulo per le cose che seguirono appresso. Ma
tra tanto ninna cosa avca più occupato 1' animo del duca e
de' Fiorentini, che una sollecita cura di ribellar Lucca a Ca-
struccio, entrati in questa speranza per l' ampie promesso
fatte loro da un cavaliere lucchese della casa de'Quartigiani,
chiamato Guerruccio , il quale seguitato in questo da tutta
la sua famiglia ( la quale era molto piena d' uomini ), o non
potendo sostener gli aspri modi che tenea Castruccio, o
credendo acquistar una gran gloria appresso i posteri, se per
mezzo dell'opera sua si restituiva la libertà alla patria, o
quello che fu più facilmente creduto, lusingato da' denari
de' Fiorentini , avea tolto in sé questa impresa di liberar
Lucca dalla servitù, e cacciarne del tutto l'oppressore di
ossa. E il modo che s'avea a tenere era questo. Che il duca
dovea uscire in campagna con 1' esercito sotto nome di met-
tersi intorno Pisloja, e che veramente vi si accampasse con
tanto sforzo e possanza, che verisimilmenle fosse Castruccio
costretto ad andar a soccorrerla. In questo caso dovessero
i Quartigiani con lutti i loro amici, con molte bandiere e
pennoni dell'armi della chiesa, e del duca, le quali già erano
state loro mandate segretamente di Firenze, correr Lucca,
chiamando gli amici, i parenti e tutto il popolo a libertà, e
forzandosi, quando altro non venisse lor fatto, d' insignorirsi
d'una delle porle della città; e che nel medesimo tempo
senza muoversi pur un soldato di Pisloja, quella gente che
leneano i Fiorentini in Fucecchio e nelle terre di Valdar-
no , dovesse volando, avuto un cenno tra lor convenuto ,
cavalcar a Lucca e prender la terra. Né si dubitava punto ,
in guisa era ordinalo il trattato, che fosse per riuscire; se
uno della medesima casa , tardando ad uscir la genie del
duca a Pisloja, perdutosi d'animo, non avesse scoperto la
LIBRO SETTIMO. 167
congiura a Caslruccic Onde egli, il quale non era in sì falli
casi avvezzo a smarrirsi , comandato che si serrassero le
porte della città, montò con tulle le sue masnade subita-
mente a cavallo, e fatti prigioni ventidue della casa de' Quar-
tigiani, e fra essi Guerruccio, nelle cui case furono le ban-
diere trovale, senza metter tempo in mezzo, nel medesimo
di, avendo prima fallo strascinar quelle insegne per terra, il
detto Guerruccio con tre suoi figliuoli e con 1' istesse ban-
diere a rovescio, dalle quali era sialo convinto, fece impic-
care. Una parte comandò che fussero a guisa di vili propa-
ginali. Tutto il resto della casa, nella quale erano piìi di
cento uomini alli a portare arme, che non polelte aver nelle
mani, bandì e giudicò per traditori e ribelli; non si pertur-
bando mollo i Lucchesi di sì rigorosa giustizia, ricordandosi
chela medesima famiglia de' Quartigiani. la quale eradi na-
tura guelfa, era siala quella che tradendo gli amici e parti-
giani suoi gli anni addietro avea dato la signoria di Lucca
a Caslruccio. Egli veggendo che i nimici suoi non dormi-
vano, tenendo ogni giorno diverse vie per levarlosi dinanzi,
si diede ancor egli con ogni sollecitudine a procacciare la
venuta del Bavero ( a cui già era siala falla la solennità della
coronazione della corona del ferro in Milano per mano del
vescovo d'Arezzo) sperando col suo mezzo polore in poco
spazio di tempo metter il giogo a' Fiorentini e a' Pisani :
a' Fiorentini come a naturali nimici suoi, essendo di contra-
ria fazione ; a' Pisani , oltre il desiderio del signoreggiare ,
perchè avendo nella loro ciftà alcuni fuoruscili delle loro
terre, e parlicolarmenle di Firenze , fatto falò e feste per la
novella della coronazione del Bavero , erano da' Pisani stati
cacciati via, e insiememenle aveano mandato a' confini molti
de'lor grandi cittadini, come uomini che desiderassero la
grandezza sua e la venuta dell' imperadore ; e quel che gli
parve più strano, avendo licenziato i Tedeschi, perchè non
potessero offenderli, aveano tolto loro i cavalli. Credesi che
i Pisani non si fossono a questa volta, secondo il lor costu-
me , voluto scoprire in favor del Bavero ; ammaestrati da
quello che era avvenuto loro nella venuta dell' imperadore
Enrico, che dove erano entrati in ismisurate speranze di
vendicarsi de' Fiorentini e di mettergli in fondo, essi ne di-
168 dell' istorie fiorentine
vennero preda d' Uguccione ; talché mollo temevano che
così similmente non dovesse ora il guiderdone della lor fede
esser altro che il diventar sudditi di Caslruccio. « Corapar-
« vero in questo tempo lettere del papa alla signoria, nelle
« quali non risolvendo di bandir la crociata contro al Ba-
« vero , aizzava bene se fosse stalo bisogno i Fiorentini
rt conlrogli; chiamandolo uomo reprobo e usurpatore del no-
« me di re de' Romani, del quale diceva averlo privato, co-
« me l'avea privato del titolo di duca di Baviera, e d'ogni
« feudo che avesse della Chiesa e dell'Imperio; conforme
« al processo e sentenza che ne mandava al cardinale Or-
« sini legalo, nel quale quei di Milano, di Ferrara , e di
« Modena erano condennati come eretici, e quei di Como,
'( di Lucca, e d' Arezzo come fautori d' eretici. »
In questo stalo si trovavano le cose ; quando il duca no-
minò gonfaloniere Bernardo Ardinghelli, e avendo il legalo
nella festa di S. Giovanni tornato a fulminar i processi e
sentenze di scomunica contro il Bavero, il duca si pose an-
cor egli di nuovo a tentar alcuna fazione conlra Caslruccio.
Ma come quelli che assaltandolo alla scoperta difficilmente
parca che si potesse superare, si volse agli inganni, cercan-
do se per maestria di guerra gli avesse potuto guadagnar
qualche fortezza. Presa dunque una parte del suo esercito ,
nella quale erano ollomila fanti, milledugeulo cavalieri fora-
stieri , e cento principali cittadini fiorentini tra nobili e po-
polani, con due e molti con Ire altri a cavallo per ciascuno,
commise la cura di quel che s'avesse a fare al conte Beltra-
mo, il quale avuta la benedizione del legato, dinanzi al
quale fu fatta la rassegna di tutte le genti nella piazza di
S. Croce , il di 23 di luglio si part'i di Firenze, « dove era
« venuto vicario Jacopino da Palazzuolo bresciano », e la
sera medesima si accampò a pie di Signa in sull'Ombrone,
fermandovisi per tre giorni senza che a niuno fosse i)alese
quello che il capitano s' avesse a fare. Caslruccio udita la
mossa di queste genti , stelle ancor egli in dubbio qual
cammino dovessero prendere, e non parendogli essere in nu-
mero tale che avcssono a far l'impresa di Lucca o Pistoja,
dubitò di Carmignano ; e come che egli tenesse tutti i suoi
luoghi molto ben muniti, nondimeno in così fallo accidente
LIBRO SETTIMO 169
gli parve d'aggiugner dugento cavalieri a quel castello, i
quali tolse al presidio di S. Maria a Monte, giudicando
che cinquecento fanti che rimanevano a S. Maria a Monte
dovesscr bastare , essendo quel castello mollo forte per aver
la rocca, ed esser circondato da tre gironi di mura, e come
colui che non dubitava che s' avesse a perdere per man-
camenlo di vettovaglia, avendovone introdotta per molti mesi.
11 clic succedette appunto secondo il disegno del duca; per-
ciocché il conte udito che ebbe Caslruccio aver falta questa
provvisione, a capo di tre dì che era sialo formo a Signa,
si parti la notte tacitamente con tutto 1' esercito, non volen-
do che si muovessero le tende infino la mattina a terza,
perchè le spie de' nimici non si potessero accorgere della
parlila, e facendo la via di Montehipo, 1' altro giorno innanzi
nona passò la Giisciana al passo del Kossaiuolo per un ponte
che egli vi avea fallo gillare la stessa notte in su la prima
guardia, e giunto a S. Maria a Monte , ove erano prima ar-
rivali quattrocento cavalieri di quelli che stavano nel Valdar-
no, subito fece alloggiar il suo campo ne' luoghi opportuni;
nel quale concorrendo secondo prima era stato deliberato
Irecenlocinquanta cavalieri de' Bolognesi e del legato sotto
la condona di Vergin di Landa, e di mano in mano degli
altri amici, il dì seguente si trovò 1' esercito esser cresciuto
infino a dodicimila fanti, e duemilacinquecento cavalieri. Il
conte prima che desse l'assalto fece intendere a quei del
castello che era contento di dar loro tre giorni di tempo
per consullare se si aveano ad arrendere , perchè conosces-
sero che il duca di Calabria e i Fiorentini muovevano l'ar-
me per la salute, e non desolazione de' popoli ; ma che se
passato quel termine essi voleano far prima esperienza della
forza che della clemenza , egli protestava loro che in quei
caso non si sarebbe usata niuna pietà, ma che sarebbono
trattati come crudelissimi nimici, e posti tutti al fil delle
spade. Giunto il termine , i terrazzani e quei del presidio
mandarono a dire che essi erano disposti difender la lerra
infino che avessero spirito in servigio di Caslruccio loro si-
gnore. E che per questo facesser quel che tornava loro co-
modo, perchè per villa e paura essi non sarebbono per
commetter mai cosa indegna d'allievi d'un tanto capitano;
170 DELI.' ISTORIE FIORENTINE
perchè il conte senz'altro lardare comandò che si desse l'as-
salto con quella maggior ferocia che fosse possibile, accioc-
ché, dicea egli, un esercito reale , e dove era tanta nobiltà,
non fusse affatto schernito da cinquecento contadini rinchiusi
dentro un castello, benché forte, non però insuperabile. Ag-
giunse, se le cose incominciavano a andar prospere, potersi
sperare che s' avesse a meltcr qualche freno all' orgoglio di
Caslruccio, e per conseguente non piccolo impedimento alla
passala del Bavero in Toscana, onde nasceva il liberare di
grandi molestie il regno di Napoli, e 1' assicurarsi dello stato
di Roma: il quale per la venuta che dovea far Lodovico
era tutta sossopra. Non sapete voi, diceva egli, soldati miei,
che il re Ruberto nostro signore ha mandalo un' armata di
settanta galee in Sicilia contra Federigo d'Aragona, non
tanto per 1' antiche inimicizie, quanto per aver quel postic-
cio re favorito la venula di queslo falso iraperadore ? Selle
galee de' Genovesi non sono nella foce del Tevere per im-
pedir che vellovaglia non vada a Roma divenuta fautrice
d'uno scomunicato ? Il principe della Morea, sebbene non
è potuto entrare in Roma, non ha però egli guasto tutto il
contado d'Orvieto, e insignoritosi di molle terre? La citlà
di Rieti non è già in guardia del duca d' Alene ? Ostia non
si comballe, e sperasene d' ora in ora la vittoria? Tutte que-
ste fatiche non per altro si durano, che affine che ogni cosa
non ne corra in preda di cotesto barbaro, il q\ialc sitibondo
pili di danari che di gloria, la prima beli' opera che gli è
uscita dalle mani ha caccialo dello stalo i Visconti ospiti
suoi, degni nondimeno di molto maggior supplicio di questo,
come quelli che in un modo o in un altro sono stati sempre
perturbatori della quiete d'Italia. Por queslo è necessario
che noi ancora e' ingegniamo di far qualche fallo degno di
lode in Toscana, acciocché reprimiamo Caslruccio polente
ministro di questo tedesco, e ormai troppo insofiferibilc per
i favori immoderali della fortuna. Egli si gloria esser già un
anno che le nostre genti sono arrivale in Firenze , e ora
averci burlato con speranza di pace, ora esserci falli burlar
da noi stessi co' trattali di Lucca: non aver saputo soccor-
rere Mamiano e Gavinana: commosso il marchese Spinetta
a prender la guerra conlra di lui, averlo piantato nel me-
LIBRO SETTIMO. 171
glio, e insomma in ninna cosa esser noi più valenti che cou
le scomuniche. E quello che arrossisco in pensarlo , gli è
bastato l'animo di dire, che egli spera d' aver un'altra volta
a tornar trionfante in Lucca col duca di Calabria innanzi pri-
gione, e di menarlo col torchio in mano ad offerire a S.
Martino, come fece due anni addietro Raraondo di Cardona.
Or questa sola arroganza non v' ha da inanimir tutti a cal-
carla con quella maggior ira che potesse entrare ne' petti
degli animi nobili , poiché ( a che sono condotte le cose
umane! ) Castruccio povero fantaccino d'Uguccione della Fa-
giuola ardisce sperare d' aver a menar legato dinanzi al suo
carro il figliuolo del re Ruberto, tutta la nobiltà del reame
di Napoli . e insiememente la città e popolo fiorentino. Noi
non comballiamo pur al presente né Lucca, nò Pistoja, né
abbiamo incontro lui così gran capitano. Ora a che credete
voi che sia per montare la superbia di quest' uomo , se non
siamo buoni ad espugnare uno de' suoi castelli , dove egli
fra gli altri suoi onori si vanta non aver lasciate a Firenze
altro chele mura? Io mi persuado che chiunque ha pur un
poco cura dell' onor suo, vorrebbe più tosto morire, che
sopravvivere a tanta ignominia, se non ci vien fallo di far
acquisto di questa terra. E io per me non solo mi sono dato
a credere, ma per quel che tocca a me, ho preso risoluzio-
ne , 0 di morire intorno queste mura, o che noi questa sera
abbiamo ad alloggiar dentro la terra. Se ciascuno di voi è
del medesimo pensiero io non fo niun dubbio della vitto-
ria , perchè agli uomini risoluti tutte le cose sono piane e
agevoli. Ma a me già par di conoscere nel volto di lutti voi
il giusto sdegno che avete preso conlra questo tiranno , e
che desiderando di consentire alle mie parole co' fatti, vi sia
tuttavia grave il tempo che s'impiega in altro che in dar
r assalto. E per questo poiché lo star a cavallo a noi altri
cavalieri oggi non ci è per giovare in cosa alcuna, perchè
non abbiamo a temere che questi di dentro abbino ad as-
salir il campo, essendo io il primo a smontare del mio, mo-
strerò quello che abbia a far ciascun di voi, a' quali con mol-
tiplicare in più parole non voglio invidamcnle differir la glo-
ria di questa giornata Appena ebbe il conte finito di parlare,
e dato il cenno dell'assalto, che s'incominciò la più aspra
172 dell' ISTOUIE nORENTINE
battaglia, che per molti anni addietro fosse stata giammai
l'alta in castello alcuno di Toscana ; perciocché in un mede-
simo tempo altri altendevano con le saette a votar le mura
di difensori, altri correndo alle scale, l'appoggiavano al mu-
ro , e con quel maggior impeto e ardire che egli poteva si
forzava di salir su. Maravigliosa era soprattutto l'animosità
de' cavalieri, non solo per esser conosciuti dal capitano; di-
nanzi agli occhi del quale erano tutte le cose palesi ; ma per
esser meglio armati degli allri, avendo le medesime armi in
assaltar le mura che usavano a cavallo ; onde contra la tem-
pesta che fioccava di sopra erano difesi dagli elmi e dai pa-
vesi. L' esempio della nobiltà commosse il popolo benché
non armalo a quella foggia, a correre rovinosamente come
cicchi contra 1' arme, e contra le ferite. Ondo quegli di den-
tro erano molto incalzali; nondimeno ricordandosi dell'ar-
dita risposta falla a' niniici, e quel che importava molto più,
rendendosi certi che con esso loro non si sarebbe usala
sortii alcuna di pietà, attendevano a difendersi con somma
ostinazione ; non essendo meno pronti i terrazzani dei sol-
dati; e agli uni, e agli allri portando le donne molti rinfre-
scaraenti , perchè in tanto pericolo della patria 1' opera loro
non fosse del tutto vana. La ferocità di questa gente , oltre
la cagione de' soprastanti mali, procedea dall'esercizio e
dalla conscienza delle cose passate : perciocché essendosi la
terra governala sempre a parte guelfa , veggendo sorgere la
fortuna di Castruccio, non solo si era contentata di passar
alle parti sue , ma come se quella ribalderia non fosse ba-
stevole senza la compagnia di qualche altra notabile scelle-
ratezza, avea, quando si gli rese, datogli in mano tutti i fuo-
rusciti di Lucca che in detta terra si trovavano; di poiché
si era resa a Castruccio, era slata il ricetto di tutte le ru-
berie e omieidj fatti in Valdarno ; onde erano divenuti fe-
roci, e per la lunga pratica esercitati nel sangue ; e la di-
sperazione del perdono li facea più che fiere ; per la qual
cosa se la virtù degli oppugnatori era grande, non era mi-
nore la costanza dei difensori. Ma cadendone tuttavia alcun
morto a terra per 1' industria massimamente do' balestrieri
genovesi che erano ne! campo , che in questa sorte di bat-
taglia erano in quc' tempi tenuti per molto buona gente , la
LIBRO SETTIMO. 173
cui opera fu in quel dì molto giovevole, si vedea che quella
battaglia non era per andar lunga ora del pari. Il che diede
grande ardire a coloro che aveano appoggiato le scale ,
tra' quali illustre apparve il valore d'uno scudiere proven-
zale, che portava l'insegna d'una compagnia, perciocché es-
sendosi egli dopo lungo contrasto attaccato ad un merlo, e
con l'asta della bandiera abbnllulo quelli che v'erano alle
poste, con sommo ardire balzò su la muraglia. Onde mo-
strandosi a tulli con r insegna in mano lietissimo di quel
l'atto , e dando animo con altissime voci, che lutti gli altri
montossero su, fu prestamente seguitato da molti, i quali
preso animo conlra i difensori sbigottiti di vedersi i nimici
in casa, dopo averne uccisi molti, s' impadronirono del primo
girone, essendo quei che erano restati per le vie note ri-
fuggiti al secondo. Non basta ciò che abbiamo fatto, gri-
dava il conte, e così gli altri capitani minori, se noi non pas-
siamo oltre, instigando tuttavia che s' attendesse ad espu-
gnar 1' altro girone. E per questo erano eglino i primi a met-
tersi ove il bisogno appariva maggiore. E certo non fu mi-
nore la fatica e il travaglio di questa seconda battaglia della
prima, conciossiachc sebbene i difensori erano grandemente
diminuiti, era anche scemato lo spazio, che s' avea a difen-
dere, e il vedere dalle mura con gli occhi proprj scannarsi
innanzi i figliuoli, i padri e le donne, che non aveano po-
tuto rifuggire al secondo cerchio, l'avea tolto il sentimento
della pietà de' loro medesimi. Vedevano ardere le proprie
case, eia loro terra non esser altro che sangue, fuoco, urli
e pianti amarissimi : onde disprezzato ogni allettamento di
vita, attendevano solo a far in modo di non morire senza
vendetta. Ma non potendo la rabbia di pochi resistere all'im-
pelo di tante migliaia d'uomini, a viva forza furono discac-
ciati dalle seconde mura con uccision grandissima , tantochi'i
pochi ne rifuggirono alla rocca ; la quale era compresa dal
terzo cerchio della terra. Qui si fece fine quel dì di combat-
tere, essendo i soldati non tanto stanchi dalla fatica, benché
grande, quanto vaghi della preda, la quale nondimeno fu
molto poca, per avere gli oltramontani attaccato fuoco in
molte parli, perchè ella non divenisse in potere degli italia-
ni , i quali non cessando di far il medesimo, furono cagiono
174 dell' istorie fiorentine
che non solo la terra, ma molli de' terrazzani, cho scampati
dal fuoco s'erano nascosti in alcuni luoghi segreti, fossero
assorbiti dalle fiamme. Il che causò anche un altro male,
che se pur alcuno per singoiar beneficio di fortuna era scam-
pato dal ferro e dal fuoco, fu tostamente ucciso da' soldati
per rabbia che tornasse loro tanta fatica senza alcun como-
do; talché la crudeltà che si esercitò quel giorno in quel
luogo fu molto notevole.
Posalo finalmente il furore pattuirono quei della rocca
se fra otto giorni non fossero soccorsi da Caslruccio di ren-
derla al conte ; sperando che saputo il caso loro non avesse
a patire la perdita di sì buon castello. Ma Castruccio ancora
che accampatosi a Vivinaia avesse grand' animo di soccor-
rere così fedeli e valorosi sudditi , considerando che il ve-
nir a battaglia co'niraici era di mollo pericolo, non gli parve
partito d'avventurare le cose sue; avendo massimamente no-
velle che a' 12 d' agosto dovea il Bavero partir di Milano.
Onde egli , il quale era usato per conseguire fini maggiori
di saper raffrenare i desiderj suoi, sostenne che la rocca si
rendesse al conte, a cui fu data il decimo dì di quel mese,
con grande allegrezza de' Fiorenlini , che per loro si desse
principio, se non ad altro, alla mutazione della fortuna. Il
conte dimoratovi con 1' esercito per olto giorni , nel qual
tempo in Firenze avea preso il gonfalonerato Jacopo Becca-
nugi, l'attese a riparare de' danni palili con ogni diligenza,
e lasciatovi cento cavalieri e cinquecento fanti per guardia
tornò a ripassar la Gusciana, e per tener sospeso Castruccio
in quel modo che avea fallo prima, s'accampò a pie di Fu-
cecchio, e quivi dimorato per due giorni, tornò a passar la
Gusciana di nuovo, e pose gli alloggiamenti a pie del Cerru-
glio mollo presso al nimico. Il quale essendo per tre giorni
più volte provocato alla battaglia, o perchè nel suo esercito
non fossero più che ottocento cavalieri e diecimila pedoni,
o perchè avea fermo nell'animo d' aspettar il Bavero, e di
sofferirc tra tanto ogn' indegnità, non volle accettar mai la
giornata. Onde il conte ebbe in pensiero di passar verso
Lucca [)er forza, se non fusse stato ritenuto da coloro che
riferivano il Bavero doversi a calen di settembre trovar a
Pontreraoli; perchè stimò esser utile tornar a passar il fiu-
LIBRO SETTIMO. 175
me , e poiché il nimico non si potea tirar al fatto d' arme,
« l' andar a Lucca era fuor di tempo , vedere se potea al-
meno occupargli in questa occasione alcun altro luogo; per-
chè passato Montalbano senza fermarsi s' accampò d' intor-
no al castello d' Artimino. Avea Castruccio fortificato questo
castello da che venne in poter suo in tutti i luoghi neces-
sarj, avcalo fornito molto ben di vettovaglia, e messovi den-
tro un presidio conveniente a difenderlo da qualunque as-
salto, talché non facca dubbio alcuno di esso. Ma il conte
reggendo 1' esercito innanimito del felice successo di S. Ma-
ria a Monte, lieto tra se stesso , come se avesse la vittoria
in mano, comandò che si desse 1' assalto. Difenderonsi quei
di dentro per tre giorni continui con molto valore. Ma es-
sendo stata r ultima battaglia del terzo giorno molto aspra
per esser durata dal mezzo dì infino al primo sonno della
notte, e arsovi lutti gli steccati e la porta della terra, essen-
do molti di essi forili e morti, e quelli ne' quali rimaneva
alcun vigore avendo continuamente dinanzi agli occhi le
crudeltà usate a S. Maria a Monte, la mattina seguente, che
fu il di 27 di agosto , mandarono a dir al conte che avreb-
i)ero reso il castello , purché fossero lasciali andar sal\i
pe' fatti loro. Il che fu loro liberamenle acconsentito, ben-
ché molti di essi da poi che furono lasciati da' cavalieri che
l'aveano accompagnati, fossono stati morti da' conladini. En-
trato il conte in speranza certissima di poter fare ogni gior-
no maggiori progressi, avea volto 1' animo a Carmignano e
a Tizzano con tanta sicurtà che proraettea al duca, purché
fosse lasciato fare, di acquistargli in pochissimi giorni. Ma
essendovi avvisi chiari, che il Bavero era di già arrivato a
Pontremoli con duemila cavalli , dolendosi il duca forte-
mente che il legato del papa, il quale era in Lombardia
con tremila cavalieri, non se gli fosse opposto in luogo al-
cuno, richiamò 1' esercito a casa per poter provveder a quello
che bisognasse, non parendogli tempo d' attender ad altro. Il
Bavero intanto ricevuto infino a Pontremoli da Castruccio ,
e da lui accompagnato con grandissimi onori e segni d' amo-
revolezza infino a Pietrasanta, ricusando d'entrar a Lucca,
se non avea Pisa, già incominciava ad esser di qualche spa-
vento a Toscana, ancora che i Pisani, a cui 1' amicizia e
176 dell' istorie fiorentine
r inimicizia degl' irnperadori doveva esser sempre dannosa ,
non volessero in conio alcuno riceverlo, sapemio la congiun-
zione che era tra lui e Caslruccio , e quanto facilmente il
Bavero sarebbe per vender la loro libertà , trovando cosi
avido compratore : perchè il vescovo d' Arezzo si pose di
mezzo, dubitando se Lodovico tentava la forza, che i Pisani
non si volgessero a' Fiorentini e al duca, come parca che
se ne mormorasse. E per questo sapendo che i Pisani ave-
vano più fede in lui che in Castriiccio , essendosene egli
venuto a Ripafralta, fece loro intendere che per vietare molti
mali che poleano succedere era bene che gli mandassero
alcuni uomini da parte della Repubblica per trallar seco
delle cose appartenenti allo stato loro, accennando per 1' an-
tica amicizia che era stata tra loro, questo a' Pisani non avere
ad essere di nocumento alcuno. I Pisani gli mandarono tre
ambasciadori, Lemuio Gismondi, Albizo da Vico e Iacopo da
Calci ; co' quali essendo slato a lunghi ragionamenti non
traeva da loro altra conclusione , se non che i Pisani per
molti rispetti non volevano che Lodovico o sue genti entras-
sero nella città, ma che si contentavano pure che non fos-
sero molestali da lui, e che egli senza punto badare nel loro
contado seguisse il suo viaggio, di pagarli sessantaniila fio-
rini d'oro; alla qual cosa non volendo il lìavero in conto
alcuno restar contento, il vescovo licenziò gli ambasciadori;
quando Castruccio passando con somma perfìdia con una
parte della sua gente d' arme il fiume del Serchio, fece pri-
gioni i legati : e il Bavero col suo maliscalco , seguitandolo
appresso prima che in Pisa si sapesse cosa alcuna della presa
degli ambasciadori , si accampò intorno la città il sesto dì
di settembre, ponendosi con la persona sua a S. Michele
delli Scalzi. Il dì seguente passato Arno si pose nel borgo
di S. Marco, e Castruccio restato da quella parte che guar-
dava verso Lucca si slese con le sue genti verso la porta di
S. Donnino e quella di Legatia. E tra pochi altri giorni git-
tando un ponte dal borgo a S Marco a S. Michele de' Prati,
e un altro in su barche dal lato di sotto alla Legatia, quasi
compresono con le loro genti tutto il circuito della città. Ag-
giugneva 1' esercito che era intorno Pisa al numero di tre-
mila cavalieri, de' quali la maggior parte era male a cavallo,
LIBRO SETTIMO. 177
c la gente a pie era grandissima, perciocché olire quella del
contado di Pisa e di Lucca, vi concorsono molti fanli di Luni
e della riviera di Genova, chi per fazione e chi per ingor-
digia del guadagnare. Con queste genti si combatteva allora
Pisa ; ma mollo più con 1' arme de' medesimi cittadini ; quello
che ha fatto sempre facili le vittorie in Italia a' principi fo-
restieri ; perciocché i fuorusciti pisani cavalcando per lo con-
tado , in pochi giorni acquistarono al Bavero tutte le castella
e terre suddite all'imperio della pisana repubblica, e sa-
pendo di quanta importanza era impedire agli assediati i soc-
corsi del mare, s' impadronirono di Porlo Pisano, mettendo
ogni giorno in maggior difficoltà le cose loro. Per tulli que-
sti travagli non si mossone giammai i Pisani a cercar a' Fio-
rentini aiuto di genti, se non che li richiesono d' arme e di
danari, e d'amendue le cose furono copiosamente provve-
duti, attendendo a difendersi da se slessi con sommo valore.
In Firenze tra questo mezzo ( perchè quella città che
facea professione d'esser devotissima della sede apostolica
non mostrasse di nutrire per rispetto alcuno umano i semi-
natori di scandali e d'eresie) fu condannalo alla morte Cecco
d'Ascoli, il quale sotto nome d'astrologo, facendo opere
da negromante, si riparava in corte del duca; uomo per
aver antiveduti molti accidenti a' suoi dì . e fatte altre
opere maravigliose , famosissimo sopra tutti gli uomini del-
l' età sua. La sua dottrina era da alcun tempo innanzi
slata riprovata in Bologna, per avere egli scritto un libro,
per lo quale mostrava nelle spere di sopra essere genera-
zioni di spiriti maligni, i quali per incantamenti sotto certe
costellazioni si poteano costrignere a far gran maraviglie;
affermava per influenze celesti esser messa necessità alle
azioni umane, e molle altre cose diceva contra i precetti
della religione cristiana; perchè dall'inquisitore de' paterini
fu dato alla corte secolare, e da quella condannato al fuoco
con grandissimo concorso della plebe , appresso la quale
s'era sparso una voce, che Cecco per la potenza de' suoi
spirili in sul!' atto della morte dovea scampare di mano de' mi-
nistri della giustizia. Pochi giorni appresso morì Dino del
Garbo peritissimo nell'arte della medicina, e grande instru-
mcnlo della morte di Cecco- Onde da alcuni era imputalo
Abim. Vol. II. 12
178 dell'istorie fiorentine
questo accidente a miracolo, perchè si dicea prr invidia e
non per zelo alcuno di religione aver Dino condono un
uomo COSI illustre alla morte ; conciossiachè Cecco essendo
rigorosamente esaminato, perseverò sempre con maravigliosa
costanza a dire , lui non esser mai dopo 1' ammonizione ri-
cevuta a Bologna, ricaduto in quella dannala opinione, nò
usato incantesimi, o sorte di malia alcuna. Cosi passavano le
cose di Firenze, quando Pisa non solo era ogni giorno mag-
giormente ristretta dall' armi di fuori, ma da quelle di den-
tro ; incominciando i suoi cittadini, chi per stanchezza e de-
bolezza d'animo, chi per salvar la patria da' maggiori peri-
coli, e quelli che furono più potenti per anticipar la grazia
del Bavero , a prestar orecchi alle sue petizioni. Nò il campo
de'nimici era in tutlo libero di gare e d'odj frescamente
commossi tra' capitani ; perciocché essendo stato Caslruccio
e il vescovo d' Arezzo in presenza del Bavero a ragionamenti
insieme del fatto degli ambasciadori, erano trascorsi ad in-
giurie mollo gravi ira loro ; conciossiacosaché dolendosi il
vescovo che conlra 1' onor suo fossero slati fatti prigioni gli
ambasciadori de' Pisani, e quel che era peggio violata l'an-
tica ragion delle genti, Caslruccio presa quindi occasione,
dicea non maravigliarsi che al vescovo dispiacesse che i ni-
mici fossero vinti, perciocché per lato di madre egli traeva
origine da' Frescobaldi famiglia fiorentina ; e non era uomo
che interamente seguisse la fede e ardor delle parti, « se
« non quanto gli tornava comodo ». E insomma , che sicco-
me egli avea mescolato la diversità del sangue, cosi pari-
mente era in lui poco slabile la costanza dell'animo. E di
ciò adduceva per testimonio il vedersi ancora in piede Fi-
renze ; dicendo che se quando egli venne con Azzo Visconti
a Peretola, il vescovo con le forze sue fosse calato ancor
egli per la via di Valdarno, quella citlà che un dì sarebbe
per soggiogar Arezzo e tutta Toscana, e tener a freno gli
impcradori quando scendevano in Italia, sarebbe a quest'ora
0 soggiogata 0 distrutta : e che con simile tenore gli rincre-
sceva oggi che si vincesse Pisa, per la quale combatteva
più egli, che non faceano i Pisani medesimi; nel qual ragio-
namento s' accese di modo, che trascorse a chiamar il ve-
scovo traditore. Ma il vescovo, che non era inferiore d' ar-
LIBRO SETTIMO. 179
dire, né di prontezza di spirito a Castruccio, rispose con
molta severità di parole , che si maravigliava come fosse in
lui tanta sfacciatezza, che gli bastasse l'animo di nominare
il nome di traditore, potendo esser certo nella conscienza
sua di quanti inganni e tradimenti era slato cagione. Ricor-
dasscsi aver rotto la pace a' Fiorentini ; con quanto giusto e
onorcvol partito avesse spogliato i Malesp ini dello stato loro,
essendo quelli signori stati sempre più ghibellini di lui; e
quante volte avesse tentalo d' uccidere il conte Mieri dentro
di Pisa, onde nascea l'alienazione de' Pisani dalla fazione
imperiale. Tu, tu , diceva egli, sei cagione che i Pisani non
aprano le porte all' imperadore ; perciocché con quelle fraudi
e inganni, co' quali hai soggiogato Lucca e Pistoja, temono
che non abbi ad occupare la loro liberta: perciocché é noto
al mondo appresso te non esser fede né carità alcuna, non
timor di Dio, non sospetto o riraordiraento di quel che si
giudichino o si dicano le genti di te , pure che tu accre-
scendo d'imperio in qual modo tei facci, fondi soprai colli
de' popoli una crudele e spaventosa tirannide. Io sono tale
che non mi ho punto a vergognare della mia progenie, nò
il favorire le cose giuste mi farà temere che della mia fe-
de s'abbia a dubitare appresso de' buoni giudici; perciocché
centra i Fiorentini comparirono 1' armi mie non meno che
le tue a Pcretola, e se io non vi venni, buona cagione ne
fusti tu, che hai sempre nutrito in dubbio della fede tua non
meno gli amici che i nimici. Né in questo tempo mi avrà
alcuno sentito dire che Pisa non si debba espugnare , ma
ben dello che é slata somma scelleratezza e perfìdia il rite-
nere i loro ambasciadori , quando erano da me chiamati per
trattar delle cose comuni. Ma io non mi maraviglio che ti
paia ora cosa strana il credere che si debba osservare la fede
a' nimici, poiché hai slimato sempre per cosa gloriosa il rom-
perla agli amici; e però non é gran fallo che tu giudichile
cose a rovescio, chiamando traditori coloro i quali non ri-
tengano nulla de' tuoi costumi e della tua maligna natura.
Pose line a colali contese il Bavero con poca sua dignità,
essendo passali tanto oltre nell'ingiurie in presenza sua. Né
rimase dubbio che co' cenni e co' falli non pendesse da Ca-
struccio; perché il vescovo si parti mal soddisfatto da lui,
180 dell' istorie fiorentine
e lardi penlilo d'essersi allontanato dall'ubbidienza del ro-
mano pontefice, d' essersi accostato ad un falso imperadore,
e soprattutto di vederne andar Pisa in man sua, da cui tosto
avesse a passare a quelle di Castruccio ; le quali cose giunte
con la novella che Pisa per opera del conte Fazio figliuolo
del conte Gaddo, e di Vanni figliuolo di Banduccio Bonconti
corrotti dalle promesse del nimico avea messo dentro l' im-
peradore , Irafisson gravemente 1' animo suo , e molto più
quando a capo di tre giorni seppe esservi stato introdotto
ancora Castruccio, avendo i Pisani stessi di propria volontà
squarciato le prime capitolazioni fatte con 1' imperadore ,
nelle quali spezialmente si conteneva che nò Castruccio ,
ne alcun d: sua gente, o altro fuoruscito pisano dovesse en-
trar nella città. Trafìtlo da tanti dispiaceri il vescovo cadde
infermo , e morissi più di dolore che di malattia il 21" d'i di
quel mese nel castello di Montencro in Maremma ; « avendo
« preso in Firenze il sommo magistrato Ghino Rondinclli ,
« il quale con la signoria entrata seco, stante le differenze
« che passavano tra la Repulililica e Benuccio de' Salimbeni
« cavaliere sancse, il quale pre!ondeva ragione nel castello
« di Mangone per la contessa Margherita sua moglie figliuola
« del già conte Nerone del conte Alessandro, ne fece arbi-
« tro il duca, come quello che era anche signore di Siena, il
« quale fece poi rendere il caslello al Salimbeni, come rac-
'c conta il Villani, senza però far punto menzione della ri-
« messione fattane nel duca. «
Ma i successi de' Pisani aveano recato non minore ama-
ritudine in Firenze che in Pisa medesima ; perciocché sic-
come durando alcun tempo queir assedio vedevano i Fio-
rentini che per la povertà de' danari le forze del Bavero
erano per consumarsi da se stesse , cos'i ora aspettavano
tutte le cose in contrario; sapendo die olire alla riputazione,
Lodovico con un fcdiace nome di libertà, nella quale pro-
nietlea di voler conservar i Pisani, era per trarre da essi
non piccola quantità di moneta , ancora che in quel tempo
si trovassono in male stalo , e poi quando più non potesser
soccorrerlo di moneta , egli li averebbe venduti a Castruccio ;
il qual nimico da sé solo pur mollo spaventevole, veniva
con queste aggiunte a farsi tremendo e insopportabile: né
LIBRO SETTIMO. 181
SÌ dubitava che avuta Pisa non si avesse il Bavero senza
altra tardanza a volger insieme con Caslruccio contra di
loro. Ma Lodovico avendo in animo di passar a Roma per
incoronarsi, e indi entrare nel regno, lasciata l'impresa di
Firenze , la quale giudicava aspra e malagevol molto , alien-
dea a provvedersi di danari , e a rendersi con benefizi e
con qualunque dimostrazioni d' onore benevolo Caslruccio ,
col mezzo del quale non era impresa così grande che egli
non sperasse poter conseguire, avendo scorto, negli spessi
e diversi ragionamenti tenuli insieme , in queir uomo non
solo animo e ardire grande , ma prudenza maravigliosa. Ve-
(lea che non tanto l' affezion delle parti, o la benignità
della fortuna, quanto il suo senno e la scienza dell'arie
militare l' avca inalzato a così sublime luogo di grandezza e
di riputazione. Non fu punto rozzo Caslruccio in saper ac-
crescere con le apparenze e con le lusinghe la benivolenza
commossa dall' estimazione del vero valore. Il quale avendo
menato Lodovico in Lucca, avea con la magnificenza d'una
masserizia reale , e con lo splendor della tavola, fatto veder-
gli che ci non era in questa parte inferiore a qualunque
principe disceso per lungo ordine da grandissimi re. E in
un medesimo tempo , come se volesse dargli ad intendere
che egli non era per lutto ciò da lasciarsi prendere da mor-
bidezza alcuna, lo condusse a Pistoja. E indi mostratogli la
città e il contado <li Firenze , è fama avergli ricordato quanto
quella città era stata sempre nimica agli imperadori , e che
mentre ella stava in piede ninno impcradore avea a far conto
d'esser libero o quieto signor di Toscana; cercando d' in-
durlo a far l'impresa di Firenze avanti la sua incoronazione.
Imperocché sapendo egli che l'imperadore volea menarlo
con seco , gli rincresceva lasciar lo stalo suo in bocca de'Fio-
renlini , sospettando non meno dell' arme loro che della in-
certa fede degli slessi sudditi suoi, porgendogli ampia ca-
gione di temere l'esempio d' Uguccione della Fagiuola , e la
naturai gelosia di chiunque signoreggia nuovo in alcun do-
minio. Ma Lodovico , il quale avea fermo nell' animo di non
tardar più la sua incoronazione , promettendo grandissime
cose a Caslruccio, deliberò tra tanto per innanimirlo a seguitar
volentieri il suo proponimento, e per rendergli alcun gui-.
182 dell'istorie fiorentine
derdone de' servigi ricevuti, d'onorarlo con titolo di duca di
Lucca, e con comunicar seco l'armi del ducato di Baviera,
quasi per un vincolo di perpetua amicizia , e di parentado
infra di loro. Tornati dunque a Lucca di nuovo, e prepa-
rata solenne e gran festa per il giorno di S. Martino , dì
molto celebre a' Lucchesi , e a Caslruccio stesso per il trionfo
riportato gli anni addietro della vittoria de' Fiorentini, gli
fu dal Bavero posto in capo il cerchio ducale, e con quello
fatto cavalcare armato per tutta la città con gran pompa,
avendo dinanzi e di dietro non solo gran frequenza di ca-
valieri e di popolo , ma portandosi da molti a guisa d' un
nuovo trionfo diverse bandiere segnate dalle nuove insegne
che egli prendea; le quali erano in campo d'oro una grande
banda a traverso a scacchi pendenti azzurri e d' argento.
Solennità certo per la cosa stessa e per la persona a cui si
faceano queste onoranze molto nobile, ma illustre soprat-
tutto per essere stato il primo duca che fosse fatto in Italia
dopo il mancamento di coloro che primi vi furono introdotti
da' Longobardi; onde poi (benché in qualche processo di
tempo, non essendo gli uomini così presto arditi di secon-
dare i magnanimi fatti di Caslruccio ) s' aperse la via ai molti
titoli di duchi, che sorsono in Italia. Ma non volendo il Ba-
vero lasciar cosa alcuna indietro, onde credesse potersi gua-
dagnar r animo di così gran capitano , pochi giorni dopo gli
fece dono del castello di Sarzana, di quello di Ratina in
Versilia, di Monte Calvoli e di Pietrasanta, non senza ram-
marichi grandissimi de' Pisani, i quali con così fatti principj
conoscevano gitlarsi i semi della lor servitù, veggcndo con
quanta rapace liberalità l'avaro imperadnre guiderdonava un
vecchio lor nimico dei beni loro. Stimando il Bavero essersi
in questa guisa impadronito di Castruccio, e avendo cavato
da' Pisani quello che ascendea alla somma di dugentomila
fiorini d'oro ( cosa, considerando la brevità del tempo e l'in-
chinata fortuna de' Pisani, dura a credere) a' 15 di dicembre
appunto quando in Firenze entrava nuovo gonfaloniere Fi-
lippo degli Albizi si partì di Pisa per andare a far la sua co-
ronazione in Roma. Sentita che fu dal duca di Calabria la
partita di Lodovico, e come Castruccio sollecitato da lui si
metlea, benché malvolentieri, in ordine per andargli appresso.
LIBRO SETTIMO. 183
e che facilmente dopo essersi coronato imperadore avrebbe
voluto far l'impresa del regno, conobbe che gli era neces-
sario partirsi di Firenze, essendo allora le cose d'Italia per
colai movimento in gran bisbiglio; « poiché tutti i signori di
« Lombardia, il duca Castruccio, i Ghibellini di Toscana, e
« il re di Sicilia a niuna altra cosa attendevano, che a far
« grande l' imperadore ». Il papa dall' altro canto, il re Ru-
berto e la Repubblica fiorentina con tutte le lor forze s'ar-
mavano per impedire i disegni de' loro nimici. E per questo
il papa avea fatto in Avignone nuova creazione di cardinali,
avea scritto al legalo che era in Firenze che passasse in terra
di Roma, e il re Ruberto, oltre molta gente che tenea in
Roma e per tutti i luoghi vicini per contrastare al Bavero,
avea ancora egli scritto al figliuolo, che lasciata guernita
Firenze il meglio che potesse, egli col rimanente delle genti
che avea se ne venisse nel reame per esser presto a quello
che fosse necessario. Per la qual cosa avendo il duca il dì
della vigilia del Natale del Signore fatto chiamar nel suo pa-
lazzo il gonfaloniere Albizzi, i priori, i collegi, i capitani di
parte guelfa e quasi tulli quelli che erano di qualche ripu-
tazione nella città, essendo accompagnato da tulli i suoi ba-
roni, parlò loro in questa maniera, lo crederei, signori Fio-
rentini, che non solo con voi che sete discreti, e che cono-
scete ottimamente la qualità de' tempi in che ci troviamo,
ma appo qualsivoglia barbara gente avesse a servirmi per
sufficiente scusa, se io dicessi esser costretto d' abbandonar
la cura d' altri per attendere alle mie cose proprie. Ma le
fortune nostre sono congiunte in modo, senza che voi siete
ora cosa mia, avendomi voi elello per signor vostro, che in
ogni tempo e in ogni stato quel pensiero hanno ad avere
i re di Napoli della vostra Repubblica, ehe del proprio rea-
me loro, non altrimente che dovete e che avete fatto voi in
tutte quelle cose che avete potuto; essendo stati non mero
solleciti delle cose nostre che de' fatti vostri particolari. Non
dirò io dunque esser costretto partirmi da voi perchè io
preponga la cura delle cose di quel regno alle vostre , ma
perchè torna comodo a voi, essendo volto il pericolo di To-
scana nel regno, che io lasciandovi però tutte quelle prov-
visioni che sono necessarie, me ne vada nel regno ; percioi-
184- dell' istorie fiorentine
che clii non sa la consulta de' niraici non esser allra che
d'occupar il nostro rcamo, e poi di abbattere questa città,
che essi chiamano la rocca di Toscana, e in questo modo
farsi padroni d' Italia ? Per la qual cosa poiché Firenze non
può stare in piede , massime in questa nuova inondazio-
ne di barbari , se non sta ancora in piede il reame di Na-
poli, io crederei che quando io da me non sapessi , o per
qualsivoglia altro accidente non volessi prendere questa de-
liberazione di partirmi di Firenze, voi sareste i primi a per-
suadermi l'andata. Ma ancora che i bisogni di quelle parti
ove si vede esser volta questa tempesta sien grandi, e quivi
essendone partito ancora Castruccio, non rimanga avversario
alcuno da' quali abbiate a temere , nondimeno io vi lascerò
per mio vicario Filippo di Sanguinelo, della cui fede e va-
lore abbiamo mio padre ed io fatto molte esperienze, e con
seco mille cavalieri; l'opera de' quali so che conoscerete
sempre in tutte le bisogne vostre molto profittevole. Sarà
vostro uficio osservare quella fedeltà e amorevolezza verso
il mio capitano che avete fatto non dalF altro ieri in qua a
me, ma è ormai lo spazio di scssant'anni, che conlinua-
mente e con maravigliosa saldezza di de\ozione avete guar-
data al re Kubcrlo mio pa Ire , e ad amcndue i Carli di fe-
dele memoria avolo e bisavolo mio; promettendovi io quando
losi il bisogno ricercasse di nuovo, e vcl giuro su la parola
di figliuolo di re, che non così tosto vedrò respirare il regno
mio dalle persecuzioni di quel ladrone, il quale essendo pri-
mieramente nimico di Dio e del suo vicario viene a tur-
bare gli stati nostri, che \errò io da capo, se a Dio piacerà
concedermi vita, con tutte quelle maggiori forze che mi sa-
ranno possibili, al vostro scampo, e alla vostra salvezza. E
se nel medesimo tempo, che sarà travagliata la città stessa di
Napoli capo del nostro regno, accadesse ( il che tolga Iddio )
che Firenze col medesimo tenore fosse combattuta da'ni-
mici; onde io ancora che multo il desiderassi non potessi
venire a darvi quel soccorso che alla mia affezione e amor
verso voi, e alla vostra osservanza verso me e la casa mia
si ricerca ; in questo caso vi assicuro , che non rimarrà di
venirci alcuno de' zii o de' cugini mici, spererò con più lieta
e felice ventura ( por non augurarci male ) che non vi venne
MBRO SETTIMO. 185
il conte di Gravina, e Carlo da Tnranlo zio e cugino mio,
ancora che mi giovi grandemenle ricordare che l'amicizia
nostra sia fermata con così illustri e preziosi soggclli. Con-
tinuerete dunque, Fiorcnlini miei, nella vostra fede, e in
quella di santa Chiesa, come per T addietro sete costumati
di fare, senza sbigottirvi per sinistro alcuno che potesse
avvenirvi ; perchè queil' Iddio il quale riguarda dal cielo
l'opere de' mortali, e che al glorioso re Carlo bisavolo mio,
non essendo più che conte di Provenza, diede forza di vin-
cere due antichi e potenti re in Italia, come oppressori e
conculcatori della sede apostolica . e che a voi ha porto
sempre vigore di sapore e di potervi difcmlcre non da uno
o da due, ma da tanti iniperadori voslri nimici, e che final-
mente nel colmo della gloria sua fece vedervi a che sozzo
fine condusse 1' altezza d' Uguccione della Fagiuola, vi farà
anche veder tosto, se sarete forti e avrete speranza in lui ,
in che leggier fumo convertirà questi che ora ci paiono s'i
gran vampi di Castruceio e di Lodovico. Solo rimane che
con la fortezza dell' animo altri si sappia governare e reg-
gere in modo, che uscendo salvo de' pericoli soprastanti ,
come chi si trae a porlo dalle tempestose onde del mare ,
possa goder la quiete delle passate fatiche e riportare un one-
sto frutto della propria costanza. Il non dubitar la qual cosa
da voi, mi fa partire con molto minor ansietà, che non fa-
rei quando a me non fossero noti i costumi e la virtù vo-
stra. Jncrebbe grandemente a' Fiorentini la necessità che
muovea il duca a partirsi, perchè veramente oltre le cose
da lui raccontate, egli si era portato in modo con esso loro
ne' fatti appartenenti al governo civile, ancorché ne' ministri
non avesse molto soddisfallo al popolo, che ciascuno o per
benefizio ricevuto, o per sperarlo da lui per la cortesia che
mostrava negli atti e nelle parole, se gli sentiva obbligato;
la qual cosa avea fallo tollerar loro con meno asprezza la
molla spesa che portava a tutti egualmente la sua signoria.
Cos'i è la natura de' popoli acconcia a sostenere i grandis-
simi pesi, pure che con benigne dimostrazioni da chiunque
signoreggia sia riguardala ; arte a chi la sa esercitare, se
non viene operala naturalmente, che è più da commendare,
molto più profitlevolc che non sono le squadre degli uomini
186 dell' istorie fiorentine
armati, e i ceppi, e le prigioni, e altri simili slrumenli, che
usa la tirannia. Ma conoscendo ciascuno esser 1' andata sua
necessaria alle cose comuni, avendogli promesso di osservare
quella fede a cui di ragione per le stesse convenzioni da lor
fatte eran tenuti, accettarono con pronto animo il vicario da
lui nominato ; né lasciarono indietro sorte alcuna di uficj
amorevoli che si costuman tra coloro i quali per alcuno
spazio di tempo hanno a dividersi. 11 duca fece per lo di
che seguitava al Natal del Signore a lutti coloro che go-
vernavano la Repubblica insieme con le lor donne un so-
lenne convito, e ivi a due giorni essendo accompagnato da
tutta la città, con maravigliosi segni d'affetti si parti per an-
darne quanto prima nel rogno, essendo quasi nel medesimo
tempo per altra via partitosi Castruccio di Lucca per rag-
giungere il Bavero ( da cui con continui messi era slato sol-
lecitalo ) in sul cammino di Roma.
In così fatti movimenti di cose entrò l'anno 1328, es-
sendo venuto in Firenze vicario del duca per amministrare
giustizia Benedello di M. Zaccheria da Orvieto; ne' primi
giorni del quale non restando la fervente cura de'Fioren-
tini (benché fossero sotto il dominio del duca) di fortificarsi,
fu dato ordine che si fondasse la porta di S. Piero Gatto-
lini, e che si cignesse di mura tutta quella parte della città
che guardava verso Siena , avendo veduto di quanto peri-
colo era slato alla Repubblica l'aversi trovata quella parte
poco difesa, quando Castruccio ardendo tutto il contado
s'accostò con l'esercito a Grieve. Ne Filippo di Sanguineto
posava nell'animo, cercando di rispondere al favore usatogli
dal suo signore in commettergli un carico di tanta impor-
tanza, con alcun fatto valoroso , avendo massimamente in-
teso che la parte del re Ruberto favorita dagli Orsini e da
Stefano Colonna era stata cacciata di Roma e , che il Ba-
vero restato come signore della terra, col favore di Sciarra
Colonna fratello di Stefano e di Jacopo Savello, avea a' 16
di gcnnajo fatta la solennità della sua coronazione; e che
avendo maraviglioso concorso di gente si preparava per
l'impresa del regno. Tenendo dunque il Sanguineto l'ani-
mo volto a fare o per occulte pratiche o a guerra scoperta
alcun fatto egregio contra i nemici (ancora che Castruccio
LIBRO SETTIMO 187
tra la guardia di Lucca, di Pisloja e di Pisa raccomandata-
gli dall' imperatore avesse lasciato più di mille cavalli con
latiti fanti, quanti gli parvero esser abbastanza) gli venne
ordito e posto ad esecuzione un trattalo mollo felicemente-
Erano tra le genti de' Fiorentini ' due fuorusciti di Pisloja,
uno detto Baldo Cecchi , e 1' altro Jacopo Bandini, cacciati
dalla patria non per altro che per odio delle parti, essendo
stati sempre di fazione contraria a' Ghibellini. Costoro aven-
do notizia del sito della città , della guardia che vi si face-
va, e in che modo, quando fosse chi togliesse l' impresa, si
potesse occupare di furto , andarono a trovare Simone della
Tosa figliuolo di Rosso cavaliere di grande reputazione, e
sì gli mostrarono la via molto piana a condurre a fine cotale
impresa. Simone la comunicò con Filippo, e Filippo aven-
do dato ordine che si tenesse il trattalo occultissimo , co-
mandò frattanto che si facessero con somma diligenza in Prato
ponti di legname, scale, bolcioni, triboli e altri inslru-
menti militari, ed essendo lulie le cose in punto, la sera dei
27 di gennajo , senza menar con seco alcun fiorentino, eccetto
Simone, si partì con seicento cavalieri di Firenze, ove di
ciò non era notizia alcuna. E giunto innanzi la mezza notte a
Prato, ove erano in ordine duemila fanti e gli apparecchiati
instrumenli già s' erano caricati su' muli , con tutta questa
gente camminando in fretta e con sommo silenzio giunse a
Pisloja un pezzo innanzi all' apparir dell' alba. I fuorusciti ,
sapendo che il più solitario luogo della citla era verso la
porta di S. Marco , e dove era minor acqua , e quella per
agevolar più 1' impresa si trovava allora indurala dal ghiac-
cio, sì che sostenea il peso degli uomini armati, senza per-
der momento di tempo si posono a passar il fosso su per
lo ghiaccio , e appoggiata una scala al muro , per quella
montarono sulla muraglia, per la qual via misero dentro
cento fanti eletti. Costoro messe le bandiere del duca e
della Repubblica sulle mura, co' bolcioni atlendeano ad aprir
la cortina di dentro per introdurre con più facilità i soldati
di fuori, i quali avendo gittato i ponti sul fosso , atlendea-
no con la medesima diligenza a bucar la muraglia dal canto
loro; quando trovali dall' uficiale che andava ricercando le
guardie, vennero seco alle mani, e incontanente 1' uccisone
188 dell' istorie 'fiorentine
Con tutta la compagnia che menava. A questo romore si
destarono coloro che erano più vicini , e subitamente si
sparse il tumulto per tutta la città , come i nimici cran den-
tro. Per la qual cosa i soldati di Castruccio, che erano cin-
quecento fanti e centocinquanta cavalieri senza la guardia
de' cittadini, presono incontanente l'arme, e fatto alto una
parte di essi in su la piazza per sapere ove far capo, un' al-
tra ne fu mandala verso quel luogo, onde i nirnici si diceva
essere entrati , e incontratisi con esso loro attaccarono una
fiera battaglia con tanto vigore di quelli di dentro , che i
soldati di Filippo furono ripinli infino alle mure ; ove la
paura di molti fu così grande , che per le medesime rotture
per le quali erano enti ati, si gitlaron fuor della terra , e sa-
rebbesi facilmente con quell'ardire salvala Pistoja , se la
virtù di Filippo non fosse siala pretta al bisogno de' suoi;
il quale essendo per un' altra rottura entrato dentro, e fatto
rimondare ciascuno de' suoi cavalieri a cavallo (perciocché si
avca ciascuno nell' entrare tirato dietro il cavallo a mano)
urlato ferocemcnie con tra i nimici, due volte li mise in
rotta. Lo spavento della notte, lo strepito delle grida, e i
snoni delle trombe e nacchere, che assordavano l'aria, e
molto più la fama sparsa che i Fiorentini avean già occu-
palo la terra, posero tal terrore negli animi delle donne
pistojesi, che usci'ndo dalle proprie case mezzo ignude
co' piccioli fanciulli in braccio , e chi con le cose che avea
più care in mano, non sapeano esse stesse dove s' andas-
sono. Ne cosa fu che avesse più accresciuto la confusione
di quella notte di questa , mentre quasi prive di sentimento
indifferenlcmenle or davano di petto a' nemici , ed or agli
amici, le quali con pari molestia a quelli ritardavano la vit-
toria volgendosi a far prigioni e a rubare le cose che avea-
no nelle mani, o nel seno, e a costoro erano d' irapcdimcnlo
circa il poter altendere alla difesa. E nondimeno ebbe nella
fine cos'i fallo scompiglio ad esser cagione che di nuovo
s'avesse per le genti di Castruccio a salvar la città : le quali
veggendo i nimici sparti dietro 1' odor della preda , da capo
si raccozzarono insieme , e giudicando che quando vinces-
sero il capitano, il quale restato con pochi solo altendea a
seguir la vittoria , gli altri da per sé stessi erano rolli ,
LIBRO SETTIMO. 189
con grandissima ferocia 1' andarono ad assalire , e sì fiera-
mente il percossono che più volle fu in pericolo di restarvi
morto, non essendo con lui altri che Simone della Tosa ,
e poco più di settanta cavalieri. Ma incominciando a schia-
rire il giorno , e il pericolo del capitano avendo ragunati
molti intorno la persona sua . e il popolo essendo in gran
parte rifuggito al castello, pensarono anche que' pochi che
erano restati alla pugna di salvarsi, i quali entrali nella for-
tezza per la porla Lucchese insieme co' figliuoli di Caslruc-
cio si diedono a fuggir verso Serravalle. In questo modo per-
venne Pistnja in poler dil duca di Calahria il ventottesimo
giorno di gennaio, dove la proda fu grandissima , avendo per
dieci giorni continui duralo i soldati a rubare indistinta-
mente così i Guelfi come i Ghibellini. Grande fu in Firen-
ze 1' allegrezza di cotale acquisto , onde ricevettero il San-
guineo con onori trionfili; essendogli uscito incontro tulle
le compagnie del popolo a piede, ciascuno sotto il suo gon-
falone; andògli innanzi la cavalleria molto ben guernila , e
una gran schiera d' arraeggiatori con bandiere e coverte di
zendadi. 11 gonfaloniere Albizi in compagnia de' priori e col-
legi r aspettarono alla porla del palagio. Nò rimase persona
che non se gli facesse innanzi per onorarlo , parendo che
con r acquisto di lai città i Fiorenlini avessero ragguagliato
tutti i danni e onte ricevute da Castruccio. Fugli oltre a ciò
mandato il palio per riceverlo sotto esso ; ma egli ricusando
questo onore, il che gli tornò a maggior gloria, comandò
che sotto il palio andasse il pennone dell'arme del duca.
Volle bene che gli andassero innanzi molli prigioni pi-
stojesi; tra i quali riguardevoli furono un figliuolo di Filippo
Tedici nato della figliuola di Castruccio , e un nipote di
detto Filippo, amcnduc piccoli garzoni; e benché fosse da
molli stimalo che se Filippo avesse avuto soldati più ub-
bidienti, avrebbe sul corso della \illoria potuto prender Ser-
ravalle , Carmignano , Montemurlo , e Tizzano, nondimeno
non fu per questo slimaia poca aggiunta la resa della Caslel-
lina , che è sopra Pontormo ; la quale grandemente avrà
danneggiato la strada di Pisa.
Ma come in Firenze il giubilo di colai vittoria era stato
incredibile , così altamente penetrò l' animo di Castruccio ,
190 dell'istorie fiorentine
a cui in tre dì per via di mare era stala recala l' infelice
novella a Roma; ne meno del suo quello del Bavero, veg-
gendo per così falli accidenli Ironcati tutti i suoi disegni del-
l'impresa del regno, come quelli che il maggior fondamento
dell'imprese sue avea collocalo sul valore e autorità di Ca-
struccio. La cui fama benché in ogni tempo fosse grande ,
finalmente in Roma era slata grandissima, tenendo non sola
il popolo e baroni romani, ma la stessa corle dell' impe-
radorc, più conto di lui che del Bavero slesso. Avendo
dunque udito la perdita di Pistoja: la quale parca che avesse
antiveduta con due molti che avea poco innanzi cavato
fuori in una sua roba di sciamilo cremisi; l'uno de' quali
dinanzi al petto con lettere d' oro diceva EGLI È QUEL
CHE DIO VUOLE, e l'altro, dietro alle spalle, SARÀ
QUEL CHE DIO VORRÀ: gravemente si dolse di Lodo-
vico , che con levarlo di Toscana avea oltre tal percossa
poslo in manifesto pericolo tulle le cose sue; e senza per-
der momento di tempo entrato il primo dì di febbraio in
cammino, a capo di nove dì per la via di Maremma, rolla
per molti ladronecci che vi si commettevano , non più che
<;on dodici cavalli con grandissimo rischio si condusse a Pisa ,
avendo lascialo per lungo spazio addietro cinquecento cava-
lieri, e mille balestrieri, in compagnia de' quali si era par-
tito di Roma. Frenò grandemente la presenza sua gli animi
di coloro che vacillavano, e giudicando egli il tempo oppor-
tuno in cosi fatta occasione d'insignorirsi di Pisa, come se
con nuovo acquisto fosse coslrelto moderare la perdita fatta ,
fece in modo, oltre la tema dell'armi sue, con l'opera di
que' cittadini che amavano la sua signoria, che prese in
mano il dominio libero della città, recando a se tulle l'en-
trale e gabelle del comune; e per l'impresa di Pistoja (per-
ciocché ninna cosa avea più nell' animo che di ricuperare
quella cillà) incominciò a gravarli di nuove imposizioni di
moneta. In Firenze essendo venuto il tempo della creazione
de' nuovi magistrati, e capo di essi nominalo Bartolo Ri-
dolfi (questi sono i Ridoliì di Borgo), ancoraché la tornala
di Castruccio. l'essersi insignorito di Pisa , e il provvedersi
per ricuperare Pistoja porgessero ampia cagione di sospet-
tare , non si facea però provvisione alcuna che buona fosse
LIBRO SETTIMO 191
per una intempestiva quistione nata Ira Filippo e i cittadini
circa il fortificar Pisloja ; perciocché Filippo allegando che
a lui dovea bastare di avere fuor dell'opinione di tutti fatto
acquisto d' un luogo cosi importante , dicea che il provve-
derla di vettovaglia e delP altre cose necessarie toccava a' Fio-
rentini, e che per questo egli si scusava, e protestava, se
disordine alcuno seguisse, non esserne egli cagione I Fio-
rentini all'incontro dicevano che eglino per questo paga-
vano dugentoraila fiorini d'oro l'anno al duca di Calabria,
acciocché il carico delle cose della guerra andasse tutto
sopra di lui, e nondimeno tener oltre a ciò fuor de' patii
cinquecento fanti nel castello di S- Maria a Monte , e mille
a Firenze. Soggiugnevano aver Filippo cavato tanto dal
sacco di Pistoja, che egli potea a bastanza provederla di
quanto bisognasse. E in somma quando bene essi voles-
sero, non potere più reggere a tante spese. In mezzo delle
quali conlese Caslruccio per mezzo d' un tradimento venne
in speranza d'acquistare Montopoli , essendovi cavalcato
con le sue genti, e per condotta di chi menava il trattato
entrato infìno all' antiporto della terra. Ma i soldati che
v' erano por la Repubblica avendo sentito alcuna cosa del
tradimento, corsono a difender vigorosamente la porta, e
uccisi molli di coloro che erano già entrati, tra' quali con
maravigliosa ventura restò morto il traditore medesimo , co-
strinsono i nimici a tornarsi indietro. Fu similuiente qualche
gelosia nella città per un movimento fatto da Guglielmo
Spadalunga de' conti Guidi ghibellini; perchè con l'aiuto di
trecento cavalieri tedeschi datigli dagli Aretini , (i quali dopo
la morte del vescovo si governavano sotto l'autorità di Dolfo
e Piero suoi fratelli signori di Pietramala) avea preso il ca-
stello di Romena, se quasi in un subito non ne fosse stalo
cacciato da' conti Guidi gueliì suoi consorti. Quasi nel me-
desimo tempo cavalcò Caslruccio in persona infmo a Pi-
stoja , non si sa se per tentare di che animo fossero i
Pistoiesi , 0 se pure gli fosse data alcuna speranza da quelli
di dentro; e senza far altro che munir Montemurlo se ne
tornò a Lucca. Tutte queste cose addormentarono maggior-
mente i Fiorentini , parendo che la fortuna pendesse dal
canto loro, massimamente perchè erano venuti in grande
v^, 192 dell' istorie fiorentine
speranza che le cose del Bavero incominciassono ad abbas-
sare , conciossiachè in Roma fosse seguila una gran zuffa
Ira i suoi Tedeschi e i Romani per conio che non \oleano
pagar le robe che prendevano dai òiltaiiini, i quali sapevano
che l'aver egli preso l'arme conlra Orvieto , e assassinalo
sotto zelo d'amicizia Salveslro dc'Galti signor di Viterbo, a
cui avea tolto trentamila fiorini d'oro, 1' aveano già reso ni-
mico di tutto il paese, veggendo che 1' azioni sue molto lon-
tane dalla dignità e grandezza del titolo imperiale, e pur da
qualunque altro desiderio di gloria militare, ad altro non at-
tendevano che ad ammassar danari. Accrebbe questa trascura-
tezza dc'Fiorontini un prospero accichnle; perciocché avendo
Caslruccio ribellato Monlcmassi in Maremma a' Sanesi , e i
Fiorentini mandatovi due volle soccorso in favore di quella
repubblica, per mezzo dell' opera loro i Sanesi ricuperarono
il castello a patii, ne' primi dì che in Firenze era slato
creato nuovo gonfaloniere Piero Baroncelli. Aggiunsesi a
questo la presa di Pozzo, castello posto in sulla Gusciana
molto forte, mon're le genti di Caslruccio andavano per for-
nirlo, e quelli della terra gli uscivano incontro per ricevere
il nuovo presidio; perciocché le masnade de' Fiorentini , i
quali erano in S. Maria a Monte, essendo entrali in mezzo
Ira il castello e loro, e attaccata la zuffa , sconfìssono i ni-
mici, e avuto il castello, di presente il feciono diroccare in-
fino a' fondamenti. Per la qual cosa avveggendosi Caslruccio
che era necessario far dadiiovero, e considerando che a far
le grandi cose bisognava grand' animo , e non pender tra
due , deliberò d' insignorirsi prima di Pisa più assolutamen-
te che non facea per nuovi accidenti che erano nati , e
poscia lasciato ogn' altro pensiero da parte in ogni modo ri-
cuperar Pistoja , 0 morirvi. Quelli che in Pisa erano stati
nella venula del Bavero fautori di Caslruccio . pentendosi
molto presto che egli avesse ad essere loro signore, si po-
sono a tentare con Lodovico di darsi a lui. Ma egli giudi-
cando che questo fosse un perdersi Caslruccio , sostenne
che questa pratica si tenesse con l' imperatrice , come non
appartenesse a lui quel che la sua donna si facesse ; la quale
avida di signoreggiare accettò prestamente 1' offerta de' Pi-
sani , e a tempo che già Caslruccio avea preso la terra per
LIBRO SETTIMO. 193
se , girando le gabelle e rendite del comune alla camera
sua, mandò ella in Pisa per suo vicario il conte d'Ottinghe
alemanno. Caslruccio riceveltc il conte con allegro viso, più
quasi sopraffatto dalla cosa venutagli addosso fuor dell' 6-
spellazion sua , che per segno alcuno d' amorevolezza. Ma
considerando poi che la grandezza del Bavero non era tale
che egli se gii avesse a dar tutto in preda con danno suo
manifesto , e che il farlo alto o basso non dipendea alla
fine se non dai medesimi Italiani , e che 1' averlo troppo ub-
bidito e fattoselo per idolo era siala la rovina di Galeazzo
Visconte, il quale allora si riparava appresso di lui, e po-
co men che la sua , essendogli stalo cagione di perder Pi-
stoja, spogliandosi affatto in un momento di tanto ossequio,
a capo di due giorni eh' era venuto il conte, corse con tutta
la sua cavalleria e con gran numero di fanti a pie del con-
tado di Lucca, due volte la città di Pisa per sua. Fece pri-
gioni Bavisone d'Agubbio e Filippo di Caprona uficiali e
dipendenti del Bavero, con altri cittadini grandi, de' quali
egli avea sospetto ; e costrinse il popolo a farsi eleggere
per due anni libero signor di Pisa: perciocché queste ap-
parenze e solennità , ancora che violentate , si cercano sem-
pre da chi vuol dominare per titolo di legittima signoria. Al
conte d' Oltinghe non usò forza alcuna , se non quella de-
r oro , come fu opinione, perchè tornandosene in Roma fa-
cesse meno rammarichi in corte della sua presta e vergo-
gnosa cacciata : onde fu detto da un arguto fiorentino , che
al conte d' Oltinghe era stala serrala la bocca da Castruccio
con un chiavistello d' oro. Fatto Castruccio signor di Pisa, e
sapendo che per la poca intelligenza che era in Firenze tra
il vicario del duca e i Fiorentini, in Pistoja non erano tutte
quelle provvisioni che bisognavano, dispose di mandarvi il
campo , e così fece , che a' 13 di maggio vi mandò mille
cavalieri e molto popolo a piede ; essendo egli restato in Pisa
per sollecilare che si finissono l'altre cose , che per espu-
gnazion della terra giudicava necessarie. Era dentro Pistoja
a guardia della città Simone della Tosa con trecento cava-
lieri e mille pedoni, capitano e gente attissima a difender la
terra, se vi fosse stala introdotta vettovaglia abbasianza; la
qual cosa fece queir assedio durissimo ; sapendo gli amici e
Amm. Vol. II. 13
194 DEl.LISTORIK FIORENTINE
i nimici in un medesimo tempo , quanto importava far le
cose tostamente. La città era per se molto forte di mura,
avendola lo stesso Castruccio fortificata prima con ogni dili-
genza , perciocché oltre le spesse torricelle e bertesche,
delle quali ninna città era in quei tempi \Vìh copiosa, era
anche cinta di doppio fosso , e i cittadini di parte guelfa ,
che avea dentro , come non cedeano di vo onta , così non
erano anche inferiori di valore a' soldati in difender la terra ;
anzi uscendo spesse volte ad assalire il campo , davano gran
noia a' nimici , molestati grandemente dalle masnade che i
Fiorentini teneano in Prato- Ma questo travaglio durò infino
all' ultimo di quel mese, che Castruccio venne egli stesso
in persona con settecento cavalieri e con molli altri fanti
all'assedio di Pistoja, il quale attendendo con sollecitudine
maravigliosa non solo a far battifolU per strigner la terra,
ma a tagliar vie e far fossi e sbarre e steccati per non es-
sere impedito da' Fiorentini, raffrenò grandemente così le
sortite de' Pistojcsi stessi, come le correrie della gente che
usciva di Prato; delle quali parendo restar quasi libero, si
volse con lutto 1' animo a combatter la terra, facendo ogni
giorno con gatti e grilli, e con torri di legname, dar nuovi
assalii alle mura. Tardi s'incominciarono ad accorgere i Fio-
rentini dell' error preso a non munire Pistoja, e si conobbe
per isperienza quanto il risparmio sia dannoso nelle cose
della guerra; perciocché essendosi trovato chi con quallro-
mila fiorini si obbligava fornir Pistoja di vettovaglia, nel
qual modo si sarebbe la citlà conservata, se ne spesero po-
scia, mentre durò la guerra, centomila, e non per questo si
ricuperò. 3Ia volendo incominciare a dar alcun rimedio al
disordine che era seguito, mandarono genti per fare spia-
nare il castello di S- Maria a Monte , stimando poter di-
vertire Castruccio dall' assedio di Pistoja. Ma egli il quale
era di saldo proponimento nelle sue imprese, ne da quelle
era avvezzo a lasciarsi rimuovere per grandi contrasti che se
gli opponessono innanzi, perseverò costantissimo a stringer
la città , non permettendo che numero alcuno di soldati si
partisse del campo per vietar la rovina di S. Maria a Monte.
Onde i Fiorentini furon costretti a far mollo maggiori prov-
visioni per soccorrer Pistoja, che infino a queir ora non avean
LIBRO SETTIMO 195
t'aito, riscaldati maggiormente da' nuovi magistrali, i quali en-
trati a mezzo giugno aveano avuto per gonfaloniere France-
sco Acciaiuoli la seconda volta. Ricorsono per questo, come
neir importanti cose eran usi di fare, agli amici e confederali,
e in breve tra del legato di Lombardia, e del comune di
Bologna e di Siena, e dell'altre terre guelfe di Toscana, eb-
bono millcquatlrocento cavalieri , che con gli ottocento di
Filippo di Sanguineto, benché dovevano esser mille, e quat-
trocento sessanta che ne condusse di nuovo la Repubblica
sotto Giovanni Bonville franzese e Vergin di Landa cava-
liere piacentino, si trovarono aver messo insieme più di due-
mila seccnto cavalieri. I fanti a piede , de' quali gli antichi
scrittori rade volte tengono conto, furon molti. Perchè pa-
rendo aver genti abbastanza, a' 13 di luglio « che si trovava
nella città vicario del duca Jacopo Rangoni da Modena » in-
cominciarono a partir di Firenze, per far la massa a Prato;
avendo prima ricevuto il gonfalon della Chiesa con gran pom-
pa nella piazza di S. Croce. Messo che fu insieme l'esercito,
si partirono in ordinanza il diciannovesimo giorno di Prato,
e la sera alloggiarono di là dal ponte Agliana. Il seguente
giorno si posarono alle Capannello a vista de'nimici: e su-
bitamente Filippo mandò un araldo a sfidare Castruccio alla
battaglia, la quale accettò prontamente ; e per questo fu di
comune consentimento de' capitani comandato a' guastatori
(he spianassero fra i due eserciti , perchè come avesse a
tarsi un giuoco, si potesse combattere più agiatamente- Ca-
litruccio 0 che prima avesse deliberalo di fare quello che poi
lece, 0 che pure considerato l'ardir de'nimici, e veduto il
maggior numero delle lor genti, non avesse stimato partito
sicuro il combattere, essendo l'altro giorno stato l'esercito
ile' Fiorentini sempre schierato per venir seco alle mani ri-
cusò la battaglia : e perchè Filippo noi potesse a questo
trarre per forza, con incredibile sollecitudine si diede a for-
tificar il campo di nuovi steccali, essendo molte volte stato
veduto smontar da cavallo , e nella maggior forza del sole
mettersi tra' guastatori e gli altri soldati ordinar] a far opere
manuali, non ischifando fatica ne travaglio alcuno per rin-
cuorar gli altri , e perche le cose fossero condotte bene e
prestamente alla lor perfezione. Filippo veggendo che Ca-
196 dell'istorie fiorentine
stniccio non volea accettar la giornata, e forzarlo non polca,
si mosse con l'esercito tenendo a man diritta verso tramon-
tana, e accampossi al ponte alla Bura , per impedir la vetto-
vaglia, che veniva al campo de' niniici da Serravalle, lascian-
do di tener il cammino di costa all'Ombronc verso la man
sinistra, che sarebbe stalo di maggior profitto. Stelle in que-
sto alloggiamento Filippo otto giorni continui , dove ebbe
spesse scaramuccio con le genti di Castruccio, ma con ninno
avvantaggio ; perciocché oltre che quella parte era molto forte
da sé per lo sito del terreno, Castruccio 1' avea munita con
gagliardissime trincee, e v'avea messo a guardia un grosso
numero di pedoni ; e se pure il giorno perdca alquanto di
terreno, per la gran vigilanza il riprendeva la notte, non ces-
sando mai di riparar a' bisogni, o facendo fossi, o tagliando
alberi, e sbarrando i luoghi aperti per farli inaccessibili al
nimico. Fu a Castruccio di gran beneficio , che Filippo per
esser alquanto infermato non potesse ogni giorno intervenire
alle scaramucce che si faceano ; da che procedo a un altro
disordine, che ogni giorno andavan passando di molti tede-
schi nel campo de'nimici , non senza sospetto che Castruc-
cio avesse corrotto i conneslabili di quella nazione. E quello
che molto più importava fu che tra Filippo e il maliscalco
della Chiesa, il quale avea con se cinquecento cavalieri, era
poco buona intelligenza ; essendo di diversi pareri circa il
maneggiar la guerra ; senza che il legato, il quale slava in
Bologna, sollecitava di riaver le sue genti per servirsene
ncir imprese di Romagna. Tulle queste cagioni feciono risol-
vere i Fiorentini a levar il campo di Pistoja, con animo pe-
rò di correr su quel di Pisa e di Lucca, e di lasciar tanta
gente e vettovaglia a Prato, che se avvenisse che Castruccio
abbandonasse l'assedio per proibir quelle correrie, si potesse
in un momento fornir la terra. Ma prima che si muovessero
vollono di nuovo tentar il nimico se si potesse tirar alla bat-
taglia, sperando che il superbo e feroce animo suo non reg-
gerebbe a cotante provocazioni. Ma tutto fu indarno, per-
ciocché siccome egli era sopra tulli i capitani dell' età sua
audace ad appiccar le battaglie, quando conoscca l'occasione,
e godea nel mezzo del sangue e delle ferite , cosi fu suo
parlicolar costume di tollerar parimente qualunque vergo-
LIBRO SETTIMO. 197
gnoso scherno e dispregio per mandar innanzi i disegni suoi.
Levatisi dunque i Fiorentini a' 28 di luglio da' terreni di Pi-
stoja presono diverse vie, perciocché alcuni se ne tornarono
a Prato, altri presono la via di Signa in Valdarno di Sotto,
e passando la Gusciana corsono il contado di Lucca, dan-
neggiando grandemente il paese. Il maliscalco della Chiesa
con gran cavalleria e pedoni entrò in quel di Pisa, e tro-
vando i luoghi mezzo sprovveduti per esser tutti all' assedio
di Pistoja, prese e arse il Ponladera ; fece acquisto del fosso
arnonico, ove uccise e prese di molta gente ; espugnò Ca-
scina, e trascorso a Sansavino assai presso il borgo di S.
Marco di Pisa, avendo con la celerità anticipato la fama della
sua mossa, fece molti prigioni, e menù grandissima preda, con
gran confusione e spavento de' Pisani. Per tulle queste cose
non si mosse punto Castruccio dall' incominciato assedio, sa-
pendo in Pistoja esser le cose ridotte a mirabile strettezza,
ed esser forzati quegli di dentro in ogni modo ad arrendersi
se non voleano lasciarsi morir dalla fame. Il qual pensiero
non gli venne fallito , poiché Simone veggendo che i Fio-
rentini con così nobile e gagliardo esercito non gli erano
stati d' alcun giovamento , e che Castruccio per qualunque
gran cagione non era per partirsi da quelle mura, pensò poi-
ché non polca salvar la terra, far cosa molto utile se prov-
vedea alla salvezza de' soldati e de' cittadini medesimi. E per
queslo fece intendere a Castruccio che se egli lasciava par-
tir il presidio con tutto ciò che ciascuno potesse portarne con
seco, e che a' cittadini non fosse fatto oltraggio veruno, per-
mettendo che chiunque volesse rimaner nella città si po-
tesse star sicuramente, egli era per rendergli Pistoja. Castruc-
cio ancorché sapesse i Pislojesi esser ridotti a tale , che
poco tempo più si sarebbon potuti mantenere , nondimeno
veggendo l'esercito de' nimici entrato ne' luoghi suoi, e ogni
giorno andar facendo diverse correrie , e che in ogni modo
era sempre miglior partito preporre le cose cerle alle dub-
Ijie, benché con qualche disavvantaggio, concedette volen-
tieri a Simone i patti che addimandava: e così gli fu re-
stituita la città di Pisioja a' 3 d' agosto, con tanto giubbilo e
allegrezza sua, che né l'essersi insignorito di Lucca, né di
Pisa, gli recò mai a gran pezza simil soddisfazione d'animo,
198 dell'istorie fiorentine
parendo che avesse conseguito la signoria di Lucca più per
beneficio de' suoi cittadini che per proprio valor suo, e il
dominio di Pisa stimava che in gran parte fosse oscuralo da
un manifesto tradimento fatto all' iraperadore.
Ma neir aver ricuperato Pistoja, e con non più che mil-
lesecento cavalieri aver fatto resistenza all'esercito de'Fio-
renlini, ove erano tante genti e aiuti . conoscea veramente
non aver altri parte, che 1' industria e virtù sua; godendo
che non solo per mezzo dell'opera de' soldati, ma delle mani
e della persona sua islessa avesse conseguito il fruito di s\
nolabil acquisto. E 1' aver molto temuto che dietro quella
perdita non fosse seguita col medesimo tenore una rovina se-
gualatissima dell' altre cose sue ,, avendo avuto a sospetto
che quello non fosse slato un principio di mutazion di for-
tuna, il rendea oltremodo lieto, come libero d' un molesto
e angoscioso pensiero, ignorando (come è sempre incerto e
poco securo il fato delle cose umane ) non aver quella le-
tizia e felicità a passar il termine di pochissimi giorni. Non
restò di provveder subitamente Pisloja di tutte le cose ne-
cessarie, facendovi rientrare i Ghibellini, riacconciando le
mura guaste dalle macchine, e mettendovi dentro tanta vetto-
vaglia, che per lungo tempo non avesse a temere 1' armi della
fame. Le quali cose fornite, se ne ritornò a Lucca a tempo
che i soldati de' Fiorentini avendo saputo la perdita di Pi-
stoja s'erano ritirati dalle correrie, e che il Bavero con l'an-
tipapa da lui creato, trovala diffìcile l' impresa del regno, s'era
partito di Roma, e per trattati che avca con alcuni Orvietani
s' era accampato sopra il contado d' Orvieto. Perchè giudi-
cando Castruccio che egli ne veniva verso Toscana, e che
per r ingiuria da lui ricevuta del fallo di Pisa, leggiermente
potendo, si sarebbe vendicato di lui, incominciò per render-
selo benevolo a proporgli nuovi partiti, confortandolo che
ne dovesse venire per la via d'Arezzo ad assaltare lo stato
di Firenze, e che il conte d' Oltinghe con gli Ubaldini e
co' Ghibellini di Romagna attendesse a ribellar il Mugello,
ed egli si profferiva con le genti sue per Io piano di Prato
di correre e molestar il paese, e a combatter la città stessa
con mirabil vigore. E che presa Firenze, restando egli senza
sospetto in Toscana, era per tornarne con esso lui nell" im-
LIBRO. SETTIMO. 199
presa del regno, la quale gli dipigneva in guisa agevole che
gli dava per vinto il rearac, e con questa via con grandis-
sima facilità potersi far re d' Italia. E nondimeno è fama ,
che egli nel medesimo tempo tenesse pratiche d'accordarsi
co' Fiorentini, non essendo molto sicuro dell'animo del Ba-
vero, e spaventato grandemente del miserabile esempio di
Galeazzo Visconte, il quale giltato a terra da lui da così no-
tabil grandezza, finalmente avendo nell' assedio di Pistoja mi-
litato con Caslruccio, s'era per disagi palili nella guerra
morto in questi medesimi giorni p(jvcrnraente a Pescia.
I Fiorentini, essendo già entralo nuovo gonfaloniere
Spinello da Mosciano la seconda volta, avendo perduto Pi-
stoja, e sentendo i nuovi preparamenti de'nimici, e non
avendo fede alcuna nelle sospettose proferte di Castruccio ,
ogni loro speranza ponevano , benché sbigottiti da tanti mali,
nella difesa dell'arme. E per questo aveano primamente fatto
intendere al re Ruberto, che egli mandasse loro il duca suo
figliuolo, come egli stesso avca promesso di do\er fare, che
altriraente non intendeano di pagar i dugentomila scudi a
Filippo di Sanguineto, se non tanto, quanto veramente en-
trava nel soldo de' cavalieri che egli tenea ; il che dicevano
non ascendere più che alla somma di centoventimila scudi;
del resto esser necessario che s' assoldassono nuove genti:
e tra questo mezzo munirono di gente e di vettovaglia tutte
le castella di Valdarno , come erano Montevarchi, S. Gio-
vanni, Castelfranco, la Massa, e altri luoghi; cosi simil-
mente fecero di Prato , di Signa , e d' Artimino con lotti-
le castella di Valdarno di Solto, mandando in ciascuno di
questi luoghi così delle masnade a cavallo come de' bale-
strieri eletti, con due capitani per ciascuno presidio, un po-
polare , e r altro de' grandi. Feciono dalle ville e da' luo-
ghi aperti sgombrare tulle le vettovaglie e strame che vi si
trovava, e recarlo a Firenze, o a' luoghi forti più vicini,
perchè i nimici non trovassero onde vivere. Mandarono per
lutti gli amici e confederati, pregandogli che se mai pron-
tamente soccorsono a' pericoli della patria loro, ora maggior-
mente il dimostrassero, che aspellavan sopra di loro sì gran
tempesta. Sopra tutto maravigliosa fu la diligenza delle guar-
die, che furono compartite fra i cittadini e i soldati alle
200 dell' istorie fiorentine
porte, torri e mura della città, e con eguale attenzione s'at-
tese a riparare a' luoghi deboli, ricordandosi che se Ca-
slruccio solo avea ridotto i mesi passati in tante difficoltà
e strettezza la città di Firenze, che dover esser al presente,
che con esso lui si sarebbe congiunto lo esercito del Ba-
vero? E avendo bisogno di danari, feciono in virtù d'una
vecchia lettera del papa un' imposta sopra il chericato , ben-
ché fosse slata esatta per forza. Neil' espettazione di tanti
mali, nuovi accidenti che sorsono liberarono la città o
dell'estrema rovina, o senza dubbio di grandissime noie e
affanni; perciocché scoperto il trattato d'Orvieto, e giu-
stiziati da quel comune i traditori , il Bavero s' era accam-
pato sopra Todi, non ostante che i Todini l'avesser pagato
quattromila fiorini d'oro perchè non entrasse nella terra. E
mentre quivi stava tra la speranza d'occupar la città, e dava
ordine per le pratiche che tenea con Castruccio di far l'im-
presa di Firenze , gii sopraggiunsono ambasciadori di Piero
d'Aragona figliuolo di Federigo redi Sicilia, il quale venuto
con l'armala alla marina di Corneto, il richiedeva che non
gli gravasse di venir alla marina per trattar insieme i fatti
della lega Non è dubbio alcuno che questo accidente
avesse differito la guerra che s' avea a fare contro i Fio-
rentini , ma molto più quello che poi di nuovo avvenne ;
conciossiacosaché mentre accozzatisi il Bavero e Pietro in-
sieme a Corneto, l'uno si doleva dell'altro, Pietro che il
Bavero si fosse partito senza aspettar l'armata, onde era
nata la perdita di Roma ; la quale avea messo dentro le
genti del re Ruberto, e avea cacciata dopo la partita di
Lodovico la fazion imperiale ; e il Bavero della tardità usala
da' Siciliani, la quale era slata cagione di tutti questi disor-
dini ; vennero novelle come di nuovo le genti di Castruccio
avean corso la città di Pisa. Onde dicendo 1' imperadore che
s'avea prima a riparare a questo inconveniente, condusse
a venirne con seco don Pietro, avendo prima concbiuso,
che l'aragonese con l'armala espugnasse Talamone, ed egli
con le sue genti per terra assalisse Grosseto per impedire
a' Fiorentini il porto e passo della lor mercatanzia. E già
Talamone era stato preso , ed era molto vicino a prendersi
Grosseto, quando s' ebbono avvisi della morte di Castruccio ,
LIBRO SETTIMO. 201
e insiememente si seppe la cagione perchè Pisa era stata
ultimamente corsa, avendo egli ciò ordinato a'Ggliuoli che
dovesser fare poco innanzi che egli morisse. Questo nuovo
accidente mise sossopra 1' apparato di tutte le cose; per-
ciocché concorrendo tanto maggiormente l'istesso don Pie-
tro, che si dovesser prima rassettar i fatti di Toscana, i
quali per la morte di Castruccio si credea che avessero a
far grande alterazione , si deliberò . lasciata 1' impresa del
regno, di venirne in ogni modo a Pisa, oltreché così prima
era slato deliberato. E i Fiorentini, non facendo più conto
del Bavero , nò di potenza alcuna , poiché si era tolto loro
dinanzi così Gero nimico, erano entrati in speranza d'aver
grandemente a migliorare le cose loro. Narrasi che fu in
Firenze si grande la letizia di questa novella, che appena
si poteano gli uomini indurre a credere che fusse vera :
la qua! opinione nascea in gran parte per quel che si rac-
contava; cioè Castruccio esser morto a' 3 di settembre, e
non prima che a' 10 esserne saputa fuori la fama , e che
egli stesso sul punto estremo della sua dipartenza avesse
lutto ciò consigliato a' figliuoli e agli amici suoi , perchè
meglio potessero assicurarsi del nuovo stato , facendo quelle
provvisioni che in tal caso si conveniva ; il che tanto più
la facea stimar favola , quanto parca che per abbellirla le
fossero stati aggiunti questi colori. Ma quando rimosso ogni
dubbio , la verità del fatto fu pubblicata esser tale , pensando
i Fiorentini questo esser tempo opportuno a far alcuna cosa
notabile, ora che i nimici erano sbigottiti, e che il Bavero
essendo stato più tardo ad aver l'avviso si tratteneva in-
torno Grosseto, e don Pietro badava a Talamone , delibe-
rarono insieme con Filippo d" assaltar Carmignano ; il quale
benché fosse luogo forte di sito, e di nuovo fortificato per
Castruccio, e dove non s'erano potute far le mura, fossero
tirati steccati e fossi con torri e bertesche di legname ,
nondimeno a ragguaglio della grandezza del giro il presidio
che v' era di cinquanta cavalieri e di settecento fanti non
era slimato sufficiente. Partendosi dunque Filippo di S. Mi-
niato di notte , e così similmente la cavalleria che stava a
Prato , si trovarono allo spuntar del sole intorno Carmignano
ottocento cavalieri , e cinquemila pedoni : comandò il capi-
202 dell' istorie fiorentine
tano a' cavalieri che scendessero a piede, divise a ciascuno
connestabile la posta sua , e volle che ogni capitano di ca-
valli avesse sotto di sé un numero determinalo di fanti , e
oltre l'armi da combattere e i pavesi avessero raffi e stipa
e fuoco, sì per arder le porte come per iscagliarlo dentro
la terra , e addosso ai difensori , per empier ogni cosa di
terrore e di confusione. Dato che fu cotal ordine , a suoni
di trombe e di nacchere fece da più di venti parti assalire
il castello con tanto vigore , che benché il presidio si difen-
desse valorosamente infin a ora di nona, convenne al fine
che egli per vera forza cedesse a' vincitori ; i quali entrati
dentro, dopo che i nimici rifuggirono alla rocca, attesono
a saccheggiar la terra. Ma considerando Filippo se egli non
facea di aver la fortezza, che l'aver preso la terra sarebbe
stato di poco rilievo, con somma diligenza le fece rizzar
intorno di molti mangani, e di giorno e di notte con per-
petua fatica comandò che si tenesser travagliati i difensori-.
Dentro era poca vettovaglia, rispetto alla gente che v'era
rifuggita ; nondimeno il Bavero essendo partilo di Grosseto
era arrivato a Pisa , onde bisognava spedirsi prestamente.
Per questo fu quella batteria la maggior che si fosse fatta
a que' tempi. Talché a'24 di settembre, otto giorni dappoi
che s'era avuto la terra, e tre da che il Bavero era venuto
a Pisa, quelli di dentro renderono la fortezza a Filippo con
patti per questa cagione molto larghi ; perciocché oltre l'es-
ser lasciati andar salvi , e portarsi con esso loro ciò che po-
tevan portare , furono a' cavalieri dati railledugcnto fiorini
d'oro per menda dei cavalU perduti nell'espugnazion della
terra. Il Bavero, non curando de' danni di Carmignano , at-
tendea, secondo egli diceva, a rassettar le cose di Pisa. Onde
avendo cacciato dal governo i figliuoli di Castruccio ( oppo-
nendo loro oltre l'altre cose il tradimento del padre, il quale
trattando amicizia co' Fiorentini nimici dell' imperadore era
incorso nel crimine dell'offesa maestà) si preparava cacciarli
anche di Lucca , se preso dai doni falligli dalla madre de' gio-
vanetti non avesse mutato pensiero. E nondimeno andato a
Lucca, e levatasi la città a romore, perché non volea star
sotto il dominio de' successori di Castruccio, per altra via
quasi senza sua colpa conseguì quello che avea desideralo ,
LIBRO SETTIMO. 203
cacciando i giovani ancora del dominio di Lucca. Ove la-
scialo per suo vicario un barone tedesco, detto il Porcaro ,
tornò a Pisa a' 15 d'ottobre, quando in Firenze prendeva il
sommo magistrato Cecco Spina Falconi.
I Fiorentini, ricuperato Carraignano, e sperando tuttavia
cose maggiori, sollecitavano per continui messi il duca di
Calabria, il quale non potendo venire, vi mandò finalmente
in suo luogo il conte Beltramo del Balzo, slimando per es-
ser marito della sorella del padre, di mandare un della casa
reale, come nel partir di Firenze avea promesso. Questi ar-
rivò alla cillà il primo dì di novembre, e fu ricevuto da' cit-
tadini con singolare allegrezza, quando pochi giorni dopo
s' ebbono lettere della morte del duca di Calabria II quale
infettato dalla pestifera aria del gunldo , ove era stato l'au-
tunno a uccellare , s' era venuto meno di febbre il nono dì
di quel mese. Fu in Firenze sentila la morte sua diversa-
mente; perciocché la miglior parte de' cittadini a' quali gra-
vava la grande spesa che costava il duca, si rallegrarono
d' essersi liberali di quella servitù, massimamente essendo
spenta la paura di Caslruccio che era stata la cagione d' es-
sersi sottoposti alla signoria di lui. Ma dolse ben grandc»-
mente a tutti coloro i quali erano affezionati di parte guelfa,
e che per non rimaner del duca figliuoli maschi, considera-
vano r alterazione, che in processo di tempo polca fare il
regno di Napoli , e per conseguente lo stato de' medesimi
Fiorentini , il quale per quel che si era per molti anni ad-
dietro veduto , andava in modo congiunto con le fortune di
quel reame , che quasi di necessità avea sempre a parteci-
pare de' comodi e degli incomodi suoi. Fu nondimeno egual-
mente da tutta la cillà « alla quale d' Avignone ne scrisse
« il pontefice lettera di consolazione » dato ordine che se ne
celebrassero 1' esequie in S. Croce il secondo dì di dicem-
bre con pompa reale, ove intervenne il conte Beltramo, il
gonfaloniere Falconi co' priori e collegi, e con tutti gli altri
magistrati della citlà, con tanla maggior dignità di quelli or-
dini, quanto che avendo incominciato a esercitar i loro uGci
essendo sottoposti ad altri, ora venivano a rappresentare la
Repubblica tornala in sua libertà, e non da altri dipendente
che da se medesima; perciocché e avanti che si facesse il
204 dell' isroRiE fiorentine
mortorio, e dopo infino alla creazione de' nuovi magistrati ,
che doveano uscire a' 15 di dicembre , a niuna altra cosa
s' attese che a riformar la città di nuovi ordini ; essendo
ogni giorno in palagio in continue consulte della forma che
avea a darsi al reggimento della riavuta libertà. Sopra tutto
attesone con ogni diligenza che lo squittinio de' lor ma-
gistrati procedesse sinceramente ; al che fu trovata questa
via, che tutti gli uficiali che di presente governavano la città,
come priori, consiglieri, gonfalonieri di compagnie, capitani
di parie guelfa, cinque della mercatanzia e consoli dell'arti,
ciascun magistrato con due arroti popolani per sesto , che
vennero a far il numero di novantotto persone, nominassero
lutti coloro che di trenta anni in su erano stimati degni
del priorato, Ciascun de' quali avendo sessantotto fave nere
avesse a imborsarsi di sesto in sesto per esser tratto a' tem-
pi ordinali di mano in mano che si facea la creazione
de' nuovi magistrati. Alla qual cosa procedettono con tanto
riguardo, che olire aver preposto al contar delle fave sei
religiosi forestieri d' ottima fama, voUono ancora che il for-
uiere, ove dette borse si conservavano, fosse portato nella
sagrestia de' Frati Minori, e che di tre chiavi che v' erano
una tenessono i frati conversi di Settimo, 1' altra il capitano
del popolo, e la terza il ministro de' frali, con ordine che
ogni due mesi tre dì innanzi che i vecchi priori depones-
sero il loro uficio , facessero venire il detto forziere, e in
presenza di tutto il consiglio aprirlo, e trarre a ventura tante
bollette quante bisognavano a far i nuovi priori ; i quali
s'intendessero esser subitamente fatli , se non erano impe-
diti dal divieto: il quale a quelli d' una famiglia s'intendeva
esser di sei mesi, e tra padri, figliuoli e fratelli di due anni.
Questo ordine con molte altre circostanze necessarie fermalo
per gli opportuni consigli , fu approvato in pieno parlamento
nella piazza de' priori li 11 di dicembre, nel quale annul-
lati tutti i consigli vecchi, ne furono formati due soli; uno
di trecento uomini , ove non intervenivano altri che popo-
lani, del quale era capo il capitano del popolo, e 1' altro di
dugentocinquanta , ove entravano popolani e de' grandi : « e
« di questo era capo il podestà; e le deliberazioni prese
K dalla signoria doveano, per esser valide, essere prima ap-
LIBRO SETTIMO. 205
« provale in quello del popolo e poi in quello del podestà.
« Al Sanguineto esssendosi portalo bene nella luogotenenza
a del duca , fu data la carica di capitano di guerra per lutto
a febbrajo, con obbligo di tener cinquanta cavalli ollramon-
a tani e cinquanta italiani. Il Rangoni eh' era stalo vicario del
a duca vollero che seguitasse d' amministrar giustizia fin al
« primo di gennajo come podestà e capitano del popolo, che
« nella carica di capitano gli succedetle poi per dieci mesi
'( Engano de' Lambertini da Bologna, e in quella di pode-
« sta, per sei, Tebaldo da Castelnuovo ».
Assetlato in questa guisa il governo della città, il primo
gonfaloniere tratto per i futuri due mesi che davano princi-
pio alla riacquistala libertà, e al nuovo anno 1329, fu Zato
Passavanti la seconda volta ; il quale non avendo a trava-
gliarsi delle cose di dentro per essere siate nuovamente rior-
dinale, tutto r animo volse alle cose della guerra , non po-
lendo niuno più patire che il Bavero avesse dato in Pisa
sentenza di privazione contro papa Giovanni, come se gl'im-
peradori, quando bene egli fosse slato legittimo impcradore,
avessero autorità sopra i pontefici. Ritenevano in un mede-
simo tempo fierissimo sdegno conlra i Pisani, da' quali a'3
di gennajo era sialo 1' antipapa ricevuto nella loro città con
onori divini , ancora che si credesse a' buoni cittadini esser
oltremodo quelle dimostrazioni dispiaciute. Per questo, di
ordine della repubblica fu commesso al conte Beltramo ca-
pitano delle genti del re Ruberto, il quale stava alle fron-
tiere in S. Miniato , che entrasse nel contado di Pisa dan-
neggiando il paese. Cavalcò per Valdera il conte infino a
Pontedisacco , ove in due dì e una notte fece di molte ar-
sioni , e levò gran preda di genie e di bestiame , con tanto
poco riraordimenlo del Bavero, che fu udito dire a' Pisani,
che se eglino aveano desiderio che egli uscisse conlra i ni-
raici , procacciassero d' accomodarlo di danari. Ma si vide
poi che egli cercava di vendicarsi de' Fiorentini per mezzo
d'un trattalo guidato da Ugolino Ubaldini , a cui da certi
uomini di piccolo affare di Firenze era slata fatta promessa
di tradir la città: la cosa si diceva esser composta di tal mo-
do ; che aveano disegnalo una notte , nella quale s' avea a
metter da quattro parti fuoco alla terra, e che in questo lem-
206 dell'istorie fiohentlne
pò , che i cilladini sarebbono stali occupati a siiogncrc i!
fuoco , dugento fanti, che sarebbono per i medesimi ribaldi
stati prima introdotti sotto la guida di Giovanni del Sega da
Garlone , uomo ardito e pratico in simili scompigli, doves-
sono tagliar la porta del Prato, e ricever dentro mille cava-
fiori di quelli del Bavero con mille fanti in groppa, oltre i
fuorusciti fiorentini, e con questi e col maliscalco dell'impe-
radore, che in quella medesima notte dovea venir di Pisa,
correr la terra. Ma scoperto il tradimento alla Repubblica
da' compagni del Sega, furono messe le mani addosso a lui,
e a tre altri suoi compagni che non aveano rivelato la con-
giura, i quali tutti furono faiti mnrire. Ugolino con più suoi
seguaci fu dichiarato ribello, e a Jacopo Marizzini e a Gio-
vanni Bambini , dello Fatica , che scopersono il trattato fu-
ron donati dal comune duemila fiorini d' oro , e conceduta
facoltà di potere in ogni tempo portar arme da offendere e
da difendere per guardia delle persone. « Io so qUello che
« scrive il Villani dell' imposta messa sopra il chericato, ma
« per le scritture pubbliche apparisce imposto ; perchè alli
« 11 di febbraio la signoria avea fatto sindaco Lapo di Dino
« a pigliar danari in presto da Francesco vescovo della città
« e dal clero per servirsene nella fabbrica delle mura , per
« restituirgli in quella forma che avesse poi voluto papa Gio-
« vanni ». L'accidente del tradimento scoperto accese tanto
maggiormente gli animi de' Fiorentini alla guerra, stimolatici
ogni giorno da nuove cagioni ; « perchè sapendo molti es-
« ser malcontenti del governo del Bavero e de' suoi ufiziali,
« e che non gli si ribellavano per paura ( non avendo a chi
« ricorrere) d'esser peggio trattati, fu fatto sindaco del co-
a raune Landò Balducci Pegolotti con autorità di far lega e
« confederazione con ogni persona, luogo e comune che gli
« si volesse ribellare, con rimetter a quei tali ogni ingiuria
« avessero fatto alla Repubblica ». Ma parendo poi che que-
sto non fosse negozio da un nomo solo ne fecero elezione
di quattordici. A Filippo Benci ( questi Benci vanno per il
sesto d' Oltrarno ) nuovo gonfaloniere era stato riferito ' ,
' Nella prima edizione si legge solamente ; qiicito accidente accese
tanto maggiormente gli animi de' Fiorentini alla guerra^ stimolati
anehe ogni giorno da nuove cagioni; perciocché a Filippo Benci nuovo
gonfaloniere era stato riferito ec. ec.
LIBRO SETTIMO 207
come a' 18 di febbraio 1' antipapa in Pisa avoa dato sentenza
di scomunica conira papa Giovanni, conira il re Ruberto, e
contra il comune di Firenze ; onde tre giorni appresso fu di
nuovo mandato il conte Beltramo a fare scorrerie nel con-
tado di Pisa; il quale non sarebbe stalo danneggiato meno
dell'altra volta, se centocinquanta fanti per ingordigia del
predare non fossero restali prigioni delle genti di Lodovico.
Durando tuttavia questa disposizione conira i Pisani e il Ba-
vero, fu in gran parte ritenuta da una tacita tregua, che egli
fece con Volterra e con Sangimignano , veggendo crescer
riputazione al nimico; ma mollo più da una carestia, la quale
incominciala ad apparir mollo grande, crebbe poi in quell'an-
no grandissima ; ma con molla lode della pietà de' Fiorentini,
i quali non solo non cacciarono i loro poveri, come 1' altre
cillà di Toscana avean fatto, ma non guardando a grandezza
di spesa alcuna, quelli che dalle altre città erano stati cac-
ciali, tulli pietosamente raccolse e niilr'i con memorabile ca-
rità insino alla fine ; giudicando con così fatte opere miti-
garsi grandemente l'ira di Dio, e già vederne quel popolo
segni manifesti; poiché non solo era stato liberato dalle cru-
deli armi di Castruccio , e dal tradimento orditogli contro
dal Bavero, ma ancora da alcune insidie che se gli prepara-
vano frescamente da Tano da Jesi. Era costui signore di Jesi
nella Marca, ove per cagion delle fazioni per esser egli capo
de' Guelfi in quelle contrade fu molto temuto , e perchè era
stato stimalo molto intendente dell'arte della guerra, i Fio-
rentini Taveano eletto per lor capitano, « e mandatogli fin
« nel principio di febbraio Giovanni degli Strozzi a presen-
« largii la sua elezione ». Ma assalito e fatto prigione in quel
mezzo tempo che si melica a ordine per venir a Firenze dal
c(mte di Chiaromonte , barone siciliano e capitano de" Ghi-
bellini nella Marca, essendo menato a guastare ' , come ri-
bello e nimico dell' imperio , narrasi che egli riconoscendo il
suo errore, disse. Non esserne menalo alla morte per aver
servito santa Chiesa ; il che facendo sapea non aver fallalo; ma
perchè chiamato capitano da' Fiorentini, ad israossa ^ d' al-
' Cioè a giustiziare^ a morire ec.
2 Ad ismo!sa, ad istigazione, a esortazione ec. ma quel modo non
è bello.
208 dell' ISTORTE FIORENTINE
cuni di quella città avea deliberato mutar lo sialo di Firenze,
e di sovvertir la pace e quiete di quel popolo. Conferraaronsi
tanto più in questa opinione i Fiorentini, quanto che dopo
altri tanti scampati pericoli sentirono alla line l'undecime
giorno d'aprile il Bavero essersi partito di Pisa, e (benché
egli avesse dato a' Pisani e a' Lucchesi speranza di presto
ritorno) con opinione certissima che non avesse a ritor-
nar più.
La cagione della sua partita, perchè tutto ciò mollo im-
porta alla notizia delle cose che poscia accaddero a Firenze,
fu questa. Eransi ribellati da Lodovico, stando egli a Pisa,
ottocento cavalieri tedeschi, i quali dopo che non riuscì loro
d'insignorirsi di Lucca, come aveano disegnato, occuparono
il Cerruglio, luogo posto su la montagna di Vivlnaia e di
Montechiaro, stato già fortificato da Castruccio ( dal qual
luogo fu detta poi la compagnia del Cerruglio ) , e quivi stan-
do e tenendo pratiche co' Fiorentini, costrinsono Lodovico
a mandar loro ambasciadore Marco Visconti per accordarli.
Marco avendo promesso loro in nome dell' imperadore tra
certo tempo sessantamila fiorini d' oro, perchè passassero in
Lombardia, non essendo al tempo determinalo venuti i da-
nari, fu ritenuto da ossi quasi per istalico sotto corlese pri-
gione, quando Azzo Visconti suo nipote, figliuolo di Galeazzo
poco innanzi morto a Pescia, il quale si ritrovava appresso
di Lodovico, fece proferta all' imperadore di centoventicin-
quemila fiorini d' oro per poter soddisfare alle paghe de'suoi
soldati, pure che egli fosse rimesso nello stato paterno; la
qual proferta essendo accettala da Lodovico, ad Azzo fu
conceduta facoltà di potersene ritornar a Milano, menando-
ne con seco il Porcaro: a cui in nome de' cavalieri del Cer-
ruglio dovea pagar la moneta, e Marco fu da lui creato ca-
pitano di quella gente. Il Porcaro ricevuti da Azzo venticin-
queraila fiorini, senza rispondere a quei del Cerruglio se
n'andò a casa sua in Alemagua. Azzo fortificatosi in Milano
non si travagliava di pagar il restante della moneta, tenendo
a mente l' ingiurie fatte al padre e alla casa sua. Onde la
compagnia schernita ritenne Marco Visconti prigione ; e il
Bavero parimente offeso e burlato, lasciando le cose di To-
scana, si preparava di vendicarsi d' Azzo in Lombardia. Que-
LIBRO SETTIMO. 209
sto inviluppo come fu origine della parlila del Bavero di
Pisa, così fu cagione che la compagnia, fatto Marco Visconti
da prigione suo capitano, e caccialo Francesco Castracani
da Lucca, ove era stato lascialo vicario da Lodovico , non
senza saputa d'alcuni Fiorentini, e particolarmente di Pino
della Tosa e del vescovo di Firenze, che promisono loro di
molti danari, s'impadronisse di quella città, il dì appunto
che in Firenze prendea il sommo magistrato Cione Bisarnesi.
Per la qual cosa mandò subito Marco a' Fiorentini, richie-
dendoli che dovessono attener alla compagnia la promessa
fatta de' danari, e egli, pure che i figliuoli di Castruccio po-
tessono rimanere nella lor patria come cittadini, promettea
di dar loro la città di Lucca. Questa è quella profferta la quale
pose allora i Fiorentini in molte dispute, e dopo non lungo
tempo per molti anni in grandissime guerre, le quali oltre
r innumerabili spese condussouo finalmente a divenir la fio-
rentina Repubblica suddita del duca d'Atene; come che
con molta sua lode non indugiasse poi molto a ricoverarsi
la perduta libertà. Cotante e tali alterazioni sogliono far le
venute degli imperadori in Italia, se non in profitto e gio-
vamento alcun dell' Imperio, quel che e molto peggio in ma-
nifesta rovina e guastamento de' popoli e delle repubbliche
che hanno a raccorre i fruiti mortali di quella pestifera cor-
ruzione; ammaestramento utilissimo a'principi italiani a non
dover mai per gare domestiche consentire che impcradore
0 principe alcun forestiere entri mai armalo per mezzo o
per compagno delle loro parzialità; poiché non s'avendo a
sperare in tanta confusione di cose 1' unione delle sparte
membra del lacero imperio, tornerà sempre più comodo che
queste divise parti, quali elle si siano, si conservino il piiì
che si può sane e quiete , che aversi a spezzare , e intorbi-
dar di nuovo.
Udita dunque la profferta di Marco in consiglio, le sen-
tenze furon diverse, essendo altri di opinione che senza du-
bitar punto si dovesse ricever lietamente questa felice for-
tuna che si preparava dinanzi al popolo fiorentino. Altri che
in conio ninno si dovesse la Repubblica impacciare nel fatto
di Lucca. Costoro allegavano per fondamento del loro pare-
re che questo non era tempo , poiché fuor d' ogni loro cre-
Amm. Vol. il 14
210 dell'istorie fiorentine
denza s'erano liberati da Castruccio e dal Bavero, d'entrar
in nuovi travagli, sì per non tirarsi alle spalle maggiormente
r odio e l'invidia de' Ghibellini e dei futuri imperadori, veg-
gendo che troppo ambiziosamente i Fiorentini mettevano
mano agli stali altrui, e sì perchè il popolo stanco delle con-
tinue gravezze e spose non potea più contribuire un pic-
ciolo. E era più ragionevole che se alcuna suslanza fosse re-
stata s' impiegasse a risarcire le ville abbruciale e il contado
disfallo, che in acquistare la signoria di Lucca : la quale era
da credere che al fine senza molta spesa di necessità sa-
rebbe caduta nella potestà de' Fiorentini, pure che s' avesse
alquanto di pazienza. Coloro a' quali piaceva che Lucca s' ot-
tenesse, oltre la gloria grande che mostravano di pervenirne
a' Fiorentini, che quella citlà per mezzo della quale Uguc-
cione prima e poi Castruccio aveano messe in tanto pericolo
le cose loro venisse sotto il lor dominio , aggiugnevano ella
essere di gran giovamento per tener corti i Pisani, non mai
sicuri amici, ma bene spesso dannosi e pericolosi niraici del
nome fiorentino. 11 tirarsi addosso l'odio de' Ghibellini e de-
gli imperadori non esser cosa di niun momento, quando sen-
za questo potea ciascuno rendersi cerio , esser in guisa da
per sé stessi atroci gli odj di quelle parli, che come si po-
tea sperar poca concordia, cosi poco oggimai aversi a dubi-
tar di maggior briga. Ma avendo a durare colai quistione
perpetuamente per la naturale e sempre viva esca che nu-
trisce quel fuoco, esser miglior parlilo l' opporsi a' niraici
grossi che deboli; perchè quando pur Dio avesse disposto
nella mente sua che s'avesse a perder il lutto (la qual cosa
però non si potea innanzi tratto scorgere da mortali) potea
ciascuno necessariamente conchiudere, che più penerebbono
a esser vinti coloro i quali aveano a perder molto, che poco.
E se Firenze s'era difesa dal Bavero, avendo Lucca nimica,
quanto maggiormente potersi per l'avvenire difendere, es-
sendone padrona ? Avendo prima i futuri imperadori a stan-
carsi in prender Lucca più esposta ne' loro viaggi, che la
città di Firenze? 11 dire che i cittadini fossero stanchi, es-
ser cosa vera, poiché ciascuno il sentiva in sé slesso; non-
dimeno doversi patir tulli gli affanni dagli uomini forti per-
grandezza e riputazion della patria. E se inOno a quel tempo
LIBRO SETTIMO. 21 t
aveano cotanto speso per difendersi, non dover ora parere
lor grave se si fosse incomincialo a spender per amplia-
zion dello stato, anzi per sola sicurezza di quello, che indi
a pochi giorni sarebbe potuto succedere ; poiché il Bavero
era ancora in Italia, e non esser da stimare che restando i
Fiorentini di comprar Lucca, non s' avessero di soverchio a
trovare compratori per insignorirsi di così buona e bella
città; e i Pisani medesimi dover esser i primi fra gli altri,
se mai riavessero la loro libertà: a' quali se si aggiugnesse
Lucca, tardi s'accorgerebbono i Fiorentini quello che fosse
giovato loro un goffo e inutil risparmio in cosa di tanta im-
portanza. Parca che fosse per restar in pie questa sentenza,
quando dagli avversari fu dimostrato, quando ben tutto que-
ste cose fosser vere, che non era da por fidanza in Marco
Visconti e ne' Tedeschi, i quali se aveano mancato di fede
air imperadore, principe della loro nazione, e se Marco avea
tradito il proprio fratello, quanto maggiormente da così fatta
generazione d'uomini poter esser ingannati i Fiorentini. Ma
dove pure in sul dubbio di così sdrucciolosa fede altri po-
tesse fermarsi , che sciocchezza esser quella di sperare che
i figliuoli di Castruccio avessero a viver privati cittadini in
quella città ove il padre e essi stessi aveano regnato ; se
pure a' Fiorentini non parca cosa onorata di rimettere in
slato i figliuoli di colui , dal quale aveano ricevute colante
ingiurie ? Vinse finalmente questa opinione, della quale era
stato autore Simone della Tosa , non per carila , siccome
egli s'ingegnava di dar altrui a credere, della patria, ma per
invidia, come fu creduto, di Pino suo consorto, il quale es-
sendo stato quello che co' suoi conforti avea mosso i Vi-
sconti e i Tedeschi a insignorirsi di Lucca, non volea che
egli si potesse mai gloriare d' aver fatto così notabile acqui-
sto alla sua Repubblica.
Rifiutata dunque per allora da' Fiorentini per poco pre-
gio la compra di quella città, che invano poi con tanto te-
soro cercarono d'ottenere, s'incominciò con miglior ven-
tura a prestar orecchi alla pace che cercavano i Pistojesi; la
quale trattata da Francesco de' Pazzi cavaliere figliuol di Paz-
zino, e desiderata da' Panciatichi, da' Muli, da' Gualfreducci
e da' Vergellesi , famiglie pistojesi di fazion ghibellina, ma
212 dell' ISTORIE FIORENTINE
nimiche di Filippo Tedici e de' figliuoli di Castruccio, fu fe-
licemente condotta a fine il ventiquatlresimo giorno di mag-
gio dagli ambasciadori di Pistoja venuti in Firenze. « I quali
« confessando di ribellarsi a Lodovico già duca di Baviera ,
« cosi chiamavano il Bavero, si sottoponevano nello spiri-
« tuale alla chiesa romana, promettendo ubbidienza a papa
« Giovanni , e per lui , alla presenza de' quattordici sopra
« le tregue e paci , a Fredo da Panzano notaio, sindaco in
« quest'atto della Repubblica, oltre la qual promessa, le
« condizioni della pace furono. Che in Pistoja sarebbe inal-
« borato lo stendardo di santa Chiesa , e sarebbero cacciati
« i ministri e ufiziali del Bavero. A' Fiorentini sarebbe re-
« stituito il castello di Montemurlo , gli abitanti del quale
« doveano esser liberali da ogni bando e condannagione ,
« sì per la Repubblica come per la terra di Prato. Che in
« Pistoja sarebbero rimessi tutti i banditi guelfi, ecceltua-
« ione cinquanta da nominarsi da' Pistojcsi , e restituiti loro
« i beni tolti fin dall' anno 1321. Che dalla Repubblica e
« da' Pratesi sarebbero restituiti i beni a'Pistojesi, da' quali
« sarebbe fatto lo slesso. Che fosse a cura de' Fiorentini di
« far fare paci tra' particolari di Pistoja, e che de' debiti
« che il comune di Pistoja poteva avere con la Repubblica non
« sene parlasse per sei anni. Che da' Fiorentini fossero resi
« a'Pistojesi i castelli di Lavicciano , di Valdibiscnzio , di
« Conio e di Lamporecchio, gli abitanti de'quai luoghi fos-
« scro liberi da ogni bando e condennagione fatta loro da' Pi-
« stojesi. Alla Repubblica restassero i castelli di Carmi-
« guano, d'Artimino, di Castellino, di Vilolino, e di Bac-
u chereto. Che il governo di Pistoja si accomunasse con
« quelli che eran fuori , acciocché tutti ne godessero , e per
« sicurezza di ciò i Pistojesi aveano a dare alla Repubblica
« il castello e fortezza di lizzano da guardarsi da un fio-
« remino, da eleggersi dalla signoria di sei che ne nomine-
« rebbero i Pistojesi. Che tulli i prigioni che non fossero
« per debito si liberassero dall' una parie e dall' altra. Che
« facendo i Fiorentini liberare dalle carceri Ugolino e Lo-
« dovico di Ridolfo de'Panciatichi , Simone de'Muli, Siri-
fi manno de' Bellasli e Bartolommco Abagliati tenutivi a
(i instanza del Sanguinclo stato capitano di guerra della Re-
LIBRO SETTIMO. 213
« pubblica senza pagar cosa alcuna , i Pistojesi fossero ob-
« bligati di rilasciar tulli i prigioni guelfi lanlo Fiorentini
« che Pistojesi e Pratesi senz' alcuna pagamento. Che i Pi-
« slojesi non darebbero ricetto a' ribelli e nimici di santa
•( Chiesa, e della Repubblica, la quale restava obbligata a
« procurare che il papa approvasse questa pace , e libe-
« rasse ogni persona si di Pistoja che del contado dalle Sco-
tt rauniche , nelle quali fossero incorse rispetto al Bavero
« e a Castruccio , e che sua Santità volesse mutare il ve-
« scovo di Pistoja. Restò ancora a cura della Repubblica il
« ridurre i Pistojesi in amicizia co' Bolognesi , Sanesi , Vol-
« terrani , e Sanminiatesi. Che tulli i fuorusciti delle terre e
« castelli resi al comune di Pistoja come de' restati a'Fio-
« rentini fossero rimessi alle patrie e a' beni, con altre con -
« dizioni di minor conseguenza ». Contentandosi i Pistojesi
di libera volontà, che il comune di Firenze avessse la guar-
dia della città di Pistoja ', e vi tenesse un suo cittadino po-
polare per capitano, con quella gente d'arme che fosse neces-
saria. I Fiorentini per non lasciarsi vincere di cortesia fe-
ciono lor sindaco Iacopo Strozzi cavaliere molto stimato; il
quale andato a Pistoja per convenire co' Pistojesi con ogni
sorte di umanità, vi fece quattro cavalieri, due de'Pancia-
tichi, uno de' Muli, e l'altro de' Gualfreducci , a' quali donò
duemila fiorini d'oro in nome della sua Repubblica; poi vi
• Il vecchio Aminirato à\cs : Ju JéUcemente condotta a Jine il
<.>entiquattresiino giorno di maggio con queste condizioni : che i Pi-
stojesi rendessero Montemurlo a' Fiorentini^ purché essi pagassero le
paghe de' soldati che v' eran dentro , le quali ascendevano a dodici-
mila scudi; che Carmignano , Artimino ^ Vitolino ^ e tutte l'altre
terre del monte di sotto che erano pervenute in potare de'' Fiorentini
Jussino lasciate loro in perpetuo , cedendo ad ogni azione e ragione
che il comune di Pistoja in quelle avesse. Che i Guelfi Jossero ri-
messi nella città , salvo i Tedici, ammessi e raccomunati agli vj-
fici con gli altri senza differenza , e spezialtà veruna ; e soprattutto
avesser col comune di Firenze amici e nemici comuni : per sicurtà
delle quali cose dettone a'' Fiorentini la rocca di Tizzano, ma desi-
derando i Pistojesi di aver buona amicizia co' Fiorentini , oltre le
dette cose alle quali i' erano obbligati, si contentarono di libera vo-
lontà che il comune di Firenze avesse la guardia della città di Pi'
stola, ec.
214 dell' istorie fiorentine
fece Ircnlasei cavallate , che si dovessero pagare per lo co-
mune di Firenze ; le quali cose piacendo somnaaraenle ai
medesimi Ghibellini pistojesi, vollono per segno di buona
intelligenza che s'abbattessero da tutti i luoghi della città
cosi pubblici come privati tutte l' insegne del Bavero e di
Castruccio , e che si celebrassero per cagione di della pace
giuochi pubblici con singoiar letizia del popolo. Il medesimo
fu ordinato dal gonfaloniere Bisarnesi e compagni che si
facesse in Firenze ; ove furono fatte per tre dì giostre e
altre rappresentazioni militari molto magnifiche. Dietro la
pace di Pistoja seguì quella delle castella di Valdinievole
conchiusa a' 21 di giugno in Pistoja sotto il gonfalonerato di
Giovanni Siminetti la seconda volta. Queste erano Monteca-
tini, Pescia, Buggiano, lizzano, il Colle, il Cozile, Massa,
Monlesomraano, e Montevettolino ; le quali erano confede-
rate tra loro, e coraprendevansi sotto nome della lega di
V^aldinievole. « La prima condizione fu , che sarebbero ve-
li nute nell'ubbidienza di santa Chiesa e di papa Giovanni, e
« che tratterebbero gli amici di essa come amici. Che non
« darebbero ricetto ne vettovaglia a genti che volesser pas-
te sare per offendere i Fiorentini , a' quali si obbligavano di
« dare il passo e vettovaglia col danaro per le lor genti ,
(f ancora che fra esse ne fossero de'nimici delle castella ; e
« la Repubblica volle essere obbligata a rifar loro i danni
a che vi facessero i soldati , i quali non sarebbero entrati
« ne in terre ne in fortezze. Gli altri patti furon di rimetter
« i banditi, e restituire loro i beni, e di non dar ricetto
a a' banditi de' Fiorentini, e cose simili. E i Pistojesi che
« aveano procurato questa pace ne promcssero l' osservanza
« alla Repubblica , la quale per onorar quella città fece cit-
(( tadini fiorentini gli anziani di Pistoja col gonfaloniere e
« il fratello, e il giudice ». Dopo queste due paci seguì la
ribellione di Pisa dall' imperadore fatta con l'aiuto di Marco
Visconti, e de' cavalieri del Ccrruglio ; la qual novella piacque
allora a' Fiorentini grandemente più por veder cacciato il Ba-
vero dalla possession di Toscana, che per rispetto de' Pi-
sani. « Nel qual tempo attendendosi in Firenze a riparare
« a' disordini della città e del contado, fu per la quiete levato
« le licenze dell'armi, con accrescer pene a quelli che nimi-
LIBUO SETTIMO 213
« ci della pace non attendevano che a fare il brigante; e per-
« che si trovavano di quelli i quali succedendo per legge di
« natura nella roba de' parenti alTrcltavano loro la morte, a
« questi come a disnaturati posero pena d'esser strascinati
« a coda di mulo final luogo della giustizia, e quivi irapic-
« cati ' ». Succeduta la ribellione di Pisa, e non volendo
Marco Visconti tornar a Lucca , mandò di Pisa chiedendo
salvocondolto a' Fiorentini per poter venire a Firenze , e
ragionar col gonfaloniere e co' priori di cose attenenti al
benefìcio della loro Repubblica: il quale essendogli ampia-
mente conceduto, egli veinie alla città l'ultimo giorno di
giugno ; e quello che propose alla signoria fu la cosa di
Lucca, promettendo di dar loro liberamente la città, pure
che essi pagassero ottantamila fiorini d' oro per le paghe
de' cavalieri e connestabili tedeschi. Ma la medesima invidia
che avea disturbato questo affare in prima , il turbò al pre-
sente , non lasciando conchiudere cosa alcuna in prò di detta
pratica. Onde Marco ricevuto dalla Repubblica alcuni doni
di moneta per andarsene a casa sua, si part'i nel fine di lu-
glio per Milano , ove dal nipote riportò le pene dell' impietà
commessa contro il fratello.
Mentre si tenevano queste pratiche in Firenze, i Fio-
rentini mandate le loro masnade in Mugello, riacquistarono
il contado d'Ampinana, il quale dal conte Ugo da Battifolle
era stato occupato nel tempo che seguì la rotta d'Altopa-
scio. E i Pisani per tema che, venendo Lucca in potere
de' Fiorentini , le cose loro non si riducessero in maggior
difficoltà, crescendo i nimici di forze, e avvicinandosi tutta-
via più allo stato loro, s' interposono e proffersono sessanla-
mìla fiorini d'oro alla compagnia, pure che desser loro il
possesso di Lucca. Nel qual maneggio furono in guisa fret-
tolosi, ( tanto era il desiderio di levar quella città a' Fioren-
tini, e di aggiugnerla a Pisa ) che sborsati i danari, e non
avendo avuto riguardo di farsi prima consegnare gli statichi,
perdcrono la moneta. Al qual danno s' aggiunse prestamente
lo sdegno de' Fiorentini; i quali veggendo che i Pisani non
' Questa giunta, che pur contiene una notizia importante a cono-
scere, noa poteva essere qui peggio inserita.
216 dell' isTORre fiorentine
coutenti d' esser usciti dal giogo d' una perpetua tirannia, a
cui erano stali soggelti presso a venti anni, ora sotto gl'im-
pcradori e ora sotto Uguccione e Castruccio, volgevano l' ani-
mo orgoglioso a ripigliare 1' antica grandezza, incontanente
scrlssono al conte Beltramo, il quale era a S. Miniato, che
con quella maggior cavalleria e gente a pie che potesse, si
studiasse d'entrare nel contado di Pisa, facendovi quelli
maggior danni e rovine che fosse possibile. Il conte non
perdendo tempo corse infino al Borgo di S. Marco di Pisa,
e non trovanrlo contrasto alcuno penetrò infino all'antiporto
della città, ardendo e guastando tutto il paese con non mag-
gior pietà che avea Castruccio gli anni addietro fatto nel
contado di Firenze. Nò i soldati furono punto pigri a me-
narne prede grandissime di prigioni, di bestie, e d'arnesi.
Poi voltisi per Valdera occuparono per ba' taglia il castello
di Praliglione, e quello di Camporena; il qualf subilo fc-
ciono disfare con sommo spavento de'popoli. « Mentre che
« di fuori si travagliavano con l'armi i Pisani, il gonfalo-
« niere Siminetti co' priori facendo reQessione sopra lo stato
« della Repubblica, e dalle stranezze passale conoscendo
« maggiormente quanto si dovesse stimare la libertà, la quale
« come dono celeste lasciava a ciascuno il poter dire e fare,
<( perchè dovendola come cosa preziosa conservare prov-
« videro a' 27 di luglio, che la città di Firenze, suo contado
« e dominio, non si potesse più sottoporre a persona tanto
« ecclesiastica che secolare, ancora che per minimo tempo,
« né sotto qualsivoglia colore, nò pur di protettore ; raetten-
« do oltre alla pena pecuniaria, privazione di uGci, di cari-
ce che, di onori, e bando della città , con poter esser offesi
« da chi si fosse, a chiunque de' podestà , capitani, consi-
« glieri, priori e gonfaloniere, che in qualsivoglia tempo
« trattasse di dar balia per derogare a questa provvisione:
« non s' accorgendo il Siminetti e i priori che la libertà era
« retta da buoni ordini e governo, e non dalle parzialità, e
« dall' incorrere il pubblico in necessità , nella quale ridu-
ci cendosi, non è legge ne provvisione che tenga, facendosi
« per essa lecito quello che non si vorrebbe, come si vedrà
^( fra non molli anni che si ridusse Firenze ». Veggendosi i
Pisani molto strolli da' Fiorentini, e temendo del Bavero, da
MRRO SETTIMO. 217
cui s'eran ribollali, e trovandosi mollo strelli di moneta, « sì
« per quella the avca in tante volte tolta loro l' ingordo im-
« peradore, e sì per gli ultimi danari pagati alla compagnia,
« mandarono ambasciadori a Firenze, dov'era podestà Fran-
« Cesco della Serra d'Agubbio, cercando la pace; la quale
« fu fermata e conchiusa a' 12 d'agosto nella chiesa della
n pieve di Montopoli, dove intervennero sindaci della Re-
« pubblica Simone della Tosa cavaliere, Forese da Rabatta
« dottor di leggi, Donato dell' Aniella, e Taldo Valori. Vi fu-
« rono ancora i sindaci di Pistoja, di Volterra, di Massa di
« Maremma, di Prato, di Sangiraignano , di Colle, de' conti
« di Collcgalli, di Saiiminialo, di Fucecchio, di S. Croce, e
f< di Castelfranco tutti da una. E Lemrao de' Gualandi cava-
« liere, Albizo da Vico dottor di leggi , e Jacopo de' Talci
« e Bono de' Branchi amendue notai sindaci de' Pisani dal-
« r altra I palli più principali furono. Che i Pisani tra quat-
« Irò mesi mandassero ambasciadori a papa Giovanni per
« chiederli misericordia, e che gli ritornasse in grazia co-
« me erano avanti l'arrivo del Bavero in Lombardia e in To-
-< scana. Che per loro non resterebbe d' essere in pace col
« re Ruberto ; che non s' intrometterebbero nelle cose di
« Lucca e suoi castelli, eccettuato Rotaio e Montecalvoli , i
" quali erano loro avanti la venuta del Bavero, come eccet-
« tuavano Sanrezano diocesi di Lucca; con la qual città , e
<i con chi la tenesse, non farebbono accordo senza licenza
« de' Fiorentini , in mano de' quali procurerebbero che ne
« venisse il governo, con obbligarsi la Repubblica in tal caso
« di farla stare in pace co' Pisani, e di rovinare la torre fab-
« bricata da Castruccio sopra Montepisano. Vollero pari-
« mente i Pisani esser amici o nimici de' Tedeschi, i quali
« erano in quella città conforme che fossero i Fiorentini.
« Promessero di non ricever più il Bavero né sue genti ve-
« nendo conlra la volontà di santa Chiesa ; nel qual caso i
« Fiorentini s'obbligarono d'esser in loro aiuto con gente
« e danaro contra chi per tal conto gli volesse offendere.
'( Che la città di Pisa non si sottoporrebbe più ad alcuno,
'( a che s' obbligò ancor Firenze, la quale dovea restituire
« a' Pisani il castello di Ponliglione. Che fossero rilasciati
<i dall'una parie e l'altra i prigioni e gli ostaggi, e liberali
i*18 dell' ISTORIE FIORENTINE
« i banditi per cagione di guerra. Che il commercio fusse
« libero fra lutti, per il che furono fatti molti patti, con po-
a ter tenere i Pisani in Firenze, e i Fiorentini in Pisa , un
« sindaco per difesa de'lor mercanti; che fossero restituiti
a i beni dall' una parte e dall' altra presi fin dalla venuta del
« Bavero. Vollero ancora i Fiorentini che i Pisani liberas-
« sero da' bandi gli eredi del giudice di Gallura, del conte
« Ugolino , del conte Anselmo , e i conti di Biserno e di
« Monlecuccolo , e quei del comune di Monlopoli con gli
« Upezzinghi che stavano in Montopoli e in Forcoli. E che
« in questa pace fossero inclusi i Pannoccbieschi co' loro fe-
« deli ' ». Sarebbono in questo modo state molto quiete le
cose di Toscana, le quali parca che avessero oggimai ri-
preso la lor prima forma, se non fosse tuttavia durato l' in-
canto di Lucca, e se da che Marco Visconti era in Fi-
renze non si fosse ribellato il castello di Montecatini, nono-
stante la pace fatta con la lega di Valdinicvole ; la qual
ribellione non potendo i Fiorentini , per trovarsi d' ogni
guerra sbrigati, patire, mandarono Amerigo Donati con gran
numero di fanti, e con buona parte delle masnade a cavallo
il Lambertini capitano del popolo a gasligar i ribelli. Il qual
arso il borgo del castello, e presi certi principali di Monte-
vettolino, che andavano a pigliar accordo co' nimici , s' im-
padronì di Moiitevettolino ; e dopo alcune altre scorrerie
s'accampò finalmente con 1' esercito sopra Montecatini.
Stando le cose in questo termine prese in Firenze il
gonfaloncrato Bartolo Benci la seconda volta ; nel tempo del
quale non ostanti tante repulse, di nuovo la compagnia del
Ccrruglio incominciò a praticar la vendita di Lucca co' Fio-
rentini : la qual vendita dispiacendo ad alcuni cittadini di
grand' animo e ricchezze, che prevalesse tanto l' invìdia e
malignità in alcuni, che ella non andasse innanzi, si proffe-
I II veccliio Ammirato dice solamente : mandarono amhasciadori
(i Firenze cercando la pace, ohhlìgandosi a ossen,'ar tutti i patti e
franchigie ^ che negli accordi delle paci altre volte fatte si contene-
vano^ e di aver il Bavero e tutti gli altri amici e nemici del popolo
fiorentino comuni. La qual pace ^fu Jermata^ e conchiusa in Monto-
poli^ ove per questo rispetto erano convenuti con quegli de'' Pisani e
sindachi del comune di Firem.e il dodic:si<nc ^i •no di agosto.
I
LIBRO SETTIMO. 219
rirono di sborsar eglino la rconeta in nome della Repubblica,
e di comprar Lucca , pure che fossero a tempo rimborsati
de' loro danari. Ma opponendosi ogni giorno coloro che po-
leano più a questa pratica, non solo con le parole , ma con
le prigioni, come se ragionar di così fatta materia facesse
contra lo stato, i Tedeschi vcggendosi esclusi del tutto, si
accordarono con Gherardino Spinola gentiluomo genovese ,
e per prezzo di trentamila fiorini d' oro gli consegnarono il
possesso della città di Lucca il secondo di di settembre, ri-
manendo molti di loro a' suoi soldi. « Avendo quei di S. Mi-
« niato riordinato il governo della lor terra conforme alla
'( volontà de' Fiorentini a' quali erano ricorsi, la signoria per
« aiutarli a mantenerlo, non solo volle che fosse porto loro
« ogni aiuto ad ogni cenno di quei quattordici governatori.
« ma che fosse lor lecito di far pigliare ogni bandito di S.
« Miniato fino a un miglio dentro il dominio della Repub-
« blica, la quale oltre all' aver fatto sci ufiziali per provve-
« dere alla mancanza del grano e biade per la gran carestia
« che n' era nella città e dominio, volle ancora che le lirao-
« sine solite darsi de' danari del comune per le mani del-
« r abate di Settimo, del proposto de' frati Umiliati e dei
« capitani della compagnia d' Orsanmichele a' luoghi pii. fos-
« sero divise per metà a' poveri secolari aggravati di fi-
« gliuoli. » Dispiacque tanto a' Fiorentini la compra fatta
dallo Spinola di Lucca, che essendo ricerchi da lui di pace
0 di tregua, ne 1' una ne 1' altra vollono concedere ; anzi per
opera d'un certo Cinello da Collodi gli fecero ne' primi gior-
ni d' ottobre ribellar quel castello assai presso di Lucca, con
animo di non lasciarli godere in pace la signoria di quella
città , che da loro, o con sciocca prudenza, come fu ancora
creduto, o senza dubbio con nota di troppo scellerata invi-
dia era stata rifiutata; nel qual modo si diede principio alla
guerra lucchese, notabile per la lunghezza del tempo che
durò, per la grandezza del dispendio che vi si fece, e per
la varietà de' successi che in essa seguirono. Ma Gherar-
dino venuto con le sue genti a Collodi, con gran biasimo
de' Fiorentini il costrinse ad arrendersi, in tempo che di cin-
que di prima avea preso il gonfalonerato Niccolò Rinucci.
Medicarono questa vergogna i Fiorentini con 1' aiuto oppor-
220 dell'istorie fiorentine
tunamente prestato al legato di Bologna , a cui trovandosi
per congiure civili in pericolo di perder la città che gover-
nava in nome di santa Chiesa, mandarono sotto l' insegna di
Giovanni della Tosa cavaliere trecento uomini a cavallo e
quattrocento balestrieri, molto buona gente, la quale assicurò
in guisa r animo del legato, che mozza la testa a molti dei
congiurati, ritenne in mano il freno della città vigorosamente.
Ebbono ancora i Fiorentini in questi tempi, « essendo dal
« primo di novembre capitano del popolo della città Mellia-
« duso d' Ascoli » il castello di Serravalle conceduto loro
per tre anni liberamente da' Pistojesi per opera delle quat-
tro famiglie ghibelline di sopra nominate, che fu alla Repub-
blica di grande sodJisfazione ; perciocché entrandosi per que-
sto luogo non solo in Pistoia ma in Valdinievole e nel
contado di Lucca, parca a' Fiorentini non solo essersi assi-
curati di Pistoja, ma aver avuto una gran comodità, e di di-
fender le loro frontiere , e di poter vivamente guerreggiar
i Lucchesi e Montecatini, che era quanto in quei tempi si
ricercava. « Vi fu però mandato per guardia del castello Ta-
« lento de' Buccelli cavaliere, per la fortezza Nuccio degli
« Ammirati, e per una torre che v' era forte Matteo Rinal-
« di »). Per la qual cosa avendo a' 15 di dicembre preso il
gonfalonerato Lapo di maestro Rinuccio medico detto di Ser-
guidolotto, e giudicando convenirsi a uomo versato negli
studi della filosofia d' aver cura delle cose militari, e di pro-
curar r onore della patria sua, si pose con gran fervore a
sollecitare che si attendesse a stringer l' assedio di Monte-
catini con maggior forze che da prima non s' era fatto ; la
qual cosa riscaldò anche maggiormente 1' avere udito, che
Gherardino Spinola, da cui era sovvenuto Montecatini, era
in quc' giorni stato in non piccolo pericolo di perdere la
signoria di Lucca, per aver i figliuoli di Castruccio, per molte
ore corso la terra, e fatto un grande sforzo per cacciarne
lo Spinola; benché fosse seguito poi tutto il contrario. Così
entrò l'anno 1330, « nel principio del quale venne in Fi-
« renze podestà Cortesia conte di Casalalto di quel di Bre-
« scia, e volendo i padri far rappacificare le famiglie de' Rossi
« e de' Bardi, le quali per esser numerose d' uomini ed es-
« servenc di valore, come per il seguito che aveano, era di
LIBRO SETTIMO 221
« non piccola conseguenza alla quiete della città, ne dettero
« la balia al vescovo Francesco, a Giovanni dello Scelto, e
« a Jacopo Adimari. «
Di fuori non s" attendea ad altro che a stringer Monte-
catini ; nella qual cura entrò il nuovo gonfaloniere Duccio
Mancini la «econda volta, ventollo anni dopo che avea eser-
citalo il primo gonfalonerato. Ma egli non avea appena preso
il magistrato, che le genti che erano nel campo ebbono a
patire alcun danno, mentre desiderosi di vincer la terra si
posono ad una diffidi impresa, tentando di notte con scale
e con altri istrumenti d' entrar\-r dentro o per forza o di
furto. Né era mancata la fortuna all' audacia ; imperocché
scalate le mura, e entrali parte di loro nella terra animosa-
mente, fur vicini a riportare glorioso frutto del loro ardi-
mento, se i terrazzani imitando la medesima virtìi non aves-
sero fatta gagliarda resistenza, e in poco d'ora ammazzati o
fatti prigioni gli assalitori. Ma non per questo si partirono
eglino dall' impresa; anzi udita la novella di questo successo
in Firenze, vi si mandò gente di nuovo , non dubitando
d' averne alfine a riportar la vittoria. E Ira tanto i padri ri-
cordevoli dell'ingiuria ricevuta dalle lor donne, quando con
importune domande mossone il duca di Calabria a render
loro certi ornamenti vietati dalla Repubblica, e stimando per
opera degna di buoni legislatori di raffrenare l' immoderale
spese che intorno simil vanità si faceano, fermarono in mez-
zo dell' ardor della guerra una legge, che ninna donna po-
tesse portar corona d' oro, ne di qualsivoglia altro metallo
0 lavoro in testa; ne usasse vesti ricamate o intagliate, ne
perle o pietra preziosa alcuna fuor che due anelli in dito;
nò portasse scheggiale, né cintura di più di dodici spranghe
d' argento- Vollono poi per non inasprire fuor di modo la
donnesca morbidezza, che così s'intendesse vietato delle
pompe de' maschi, permettendo solamente alcune cose a' ca-
valieri e alle lor donne per la dignità del lor grado. Passa-
rono poi a ristringere i disordini e l'ambizioni della gola,
comandando che niuno convito si potesse fare di più di ire
vivande, né che a nozze venissero più di venti taglieri, né
la sposa menasse più di sei donne, né che a corte di cava-
lieri novelli si vestisse per donar robe a' buffoni. Permisero
222 dell'istorie fiorentine
bene a' corredi di cavalieri novelli il numero di conio ta-
glieri ; air osservanza delle quali leggi proposoiio per mag-
gior rigore uficiali forestieri. Per simil modo fiiron ricorretle
tulle le corti con ordini lali, che molle ciltà d' Italia segui-
tarono poi r esempio di Firenze, la quale in assettar siffatte
cose itapiegò quasi lutto il magistrato di Duccio Mancini, a
cui succedolte Francesco Baldovinelli ; nel tempo del quale
avea Amerigo Donati in guisa stretto 1' assedio di Monteca-
lici, tirando steccali e fossi per non esser impedito da' ni-
mici, che gli storici di que' tempi ardiscono preporre quel-
r opera alle fatiche romane, perciocché egli avea fatto fare
grandissime tagliale inverso la parte di Lucca, e in quelle
avea volto il fiume della Poscia e della Gora: da pie di Ser-
ravalle infino a Biiggiano avea tirato altre grandissime fosse,
e messovi il fiume della Nievole e della Borra. Oltre i fossi
già ripioni d' acqua avea fallo per tutto alle sponde di dette
fosse, Irinceo, e bertesche mollo forti, e di mano in mano
tra il piano e i poggi tante castellette e battifolli con guar-
die che passavano il numero di venti; tenendo continuamente
molte bande di soldati per tutto, tanto che occupavano delle
opere lo spazio di quattordici miglia. Per la qual cosa non
sperando lo Spinola che per stanchezza i Fiorentini s'aves-
sero a rimuovere dall'assedio, essendogli venuto in aiuto di
Lombardia il marchese Spinetta con gente d' arme, uscì col
marchese e con 1' altre sue genti per tentar di dar nuovo soc-
corso agli assediati. Ma prima die sopra la rocca Vezanese,
nella quale i Fiorentini teneano cinquanta fanti sotto la guar-
dia di due gentiluomini degli Obizi fuorusciti di Lucca, e
la prese ; col qual principio ne veniva mollo vigoroso verso
il campo; ma trovalo i ripari gagliardi, non potè pure per
lungo spazio appressarsi al castello. Cotale impresa benché
avesse tentato due volte, 1' una veiso il fine d' aprile e 1' al-
tra a' primi giorni di maggio, si pose poscia a tentare di
nuovo con maggiore sforzo a' tredici giorni di giugno, es-
sendo egli e i Fiorentini in un medesimo tempo per diversi
accidenti mollo innanimili in favor delle parli. Lo Spinola per
una rolla che aveano gli ecclesiastici ricevuta a Modena di
seicento cavalieri, tra' quali era stato fatto prigione il conte
Beltramo del Balzo, mandato d'alcuni giorni innanzi dal re
LIBRO SETTIMO 223
Ruberto suo signore ia Lombardia in servigio del papa ; e
i Fiorcnlini perchè in un bisogno che il pontefice avea avu-
to in Avignone di gente , per proibire al conte di Annido
suocero del Bavero che non venisse a trovarlo, eran compa-
rili con molto ardire e prontezza a difesa della Santità sua.
Essendo dunque allo Spinola sopraggiunli quattrocentocin-
quanta cavalieri tedeschi di Lombardia, e tra questi e quelli
del marchese Spinetta e suoi, e alcuni avutine segretamente
da' Pisani, trovandosi aver messo insieme un numero di mii-
ledugento cavalieri e popolo innumerabile, ne venne da capo
a soccorrer Montecatini. I Fiorentini aveano eletto di pochi
(lì innanzi per capitano di questa impresa Alamanno degli
Obizi fuoruscilo di Lucca, e gli aveano aggiunto per compa-
gni non solo Amerigo Donati, il quale era slato il primo a
porre Y assedio, ma cinque altri cavalieri fiorentini tutti uo-
mini pratichi nella guerra, e i quali aveano nel campo ca-
rico di fanti 0 di gente a cavallo. Costoro erano Biagio Tor-
naquinci, Giannozzo Cavalcanti, Francesco de' Pazzi, Gerozzo
de' Bardi e Talentino Bucelli. Tulli insieme consultarono, che
lasciato fornito di guardie il procinto alla pieve sotto Mon-
lecalini, con la maggior parte dell' esercito si facessero ir>-
contra allo Spinola, ma di modo che non potessero esser
tirati per forza a combattere; perciocché essendo il lor fine
d'aver Montecatini, ed essendo a ciò vicini molto, per esser
que' di dentro ridotti all'estremo (oltre che tali ordini avea-
no ogni giorno dalla signoria e da Falconiere Baldesi nuovo
gonfaloniere) era cosa temeraria tentar i fortunosi casi della
battaglia- Stettero anche duri al combattere per un disordi-
ne seguito tra'niraici, da che speravano che s'avessero da se
stessi a disciorre senza metter mano all' armi ; conciossiachè
per una briga nata tra Gherardino Spinola e Francesco Ca-
stracani, lo Spinola era stato ferito, il Castracani fuggito a
Buggiano con alcuni suoi seguaci era stato preso, e mandali
prigioni a Lucca n' erano alcuni di loro stali giustiziati. Po-
sonsi per questo i Fiorentini in sul Bruscietto, quasi all'in-
contro de' nimici, avendo per mezzo un larghissimo fosso,
il quale s' avea a passare da chiunque volea combattere col
nimico per forza. Gherardino, a cui importava soccorrer il
castello, sapendo non poter lungo tempo regger a petto con
224 dell'istorie fiorentine
le forze de' Fiorentini, li richiese prima di battaglia, la quale
essendo da essi ricusala, si pose poi a combattere il fosso,
e ogni cosa riuscì vana ; perchè pensò di tenere altra via, o
questa fu d' assaltare le genti che erano alla pieve , senza
che i nimici se ne potessero accorgere. A che, perchè meno
s'avesse riguardo, comandò che il campo si mettesse in or-
dinanza, come se volesse dare alcun nuovo assalto la matti-
na per tempo. E intanto avea commesso la cura a Gobole
capitano tedesco, inlendenle dell' arte della guerra, di quel
che s' avesse a fare. Egli preso con se qualtrocencinquanta
cavalieri e cinquecento pedoni eletti, avendo in sua compa-
gnia Burazzo de' conti de' Gangalandi e altri fuoruscili fio-
rentini, e Luzimborgo fratello di Gherardino, la notte s' era
tacitamente mosso dal campo, e pervenuto senza esser sen-
tita da alcuno la mossa sua presso a Serravalle dirimpetto
ad un luogo detta la magione, ove i Fiorentini non aveano
molto grossa guardia, quella ruppe con poca fatica. Indi pas-
salo per forza il ponte alla Gora sopra alla Nievole, se ne
venne prestamente alla pieve, ove con grandissima furia as-
salì la guarnigione de' Fiorentini; nella quale erano molti
fanti, ma non più che cento cavalieri. Costoro non potendo
sostenere r impeto de' nimici furon rolli, e oltre i morti, me-
natine molli di loro prigioni in Montecatini , tra' quali due
di maggior conto furono Iacopo de' Medici cavaliere, e Te-
daldo di Castilio conncstabile franzese. Gherardino avendo
avuto novelle di quel che era seguito, credette aver vinto la
pugna, e subitamente con tutto il reslo delle genti s' avviò
per quella via, onde Gobole era entrato. Ma i Fiorentini
mandandovi un soccorso di cinquecento cavalieri e di molli
pedoni, ritennero i nimici non solamente che non ne pas-
sassero più verso quella parte, ma impedirono a coloro che
eran passati il tornar indietro. Onde essi si raccolsono in
sul poggio del castello, e da quella parte assalla^a^o i ripari
de' Fiorentini, facendo il simile Gherardino dal lato di fuori.
Udito il successo di queste cose a Firenze, tra per la
colpa che imputavano all' Obizi lor capitano, e perchè egli
0 per le fatiche del corpo, o per il travaglio dell' animo s'era
ammalato, « gli sostituirono Currado de' Trinci da Fuligno
« lor podestà »■ A cui aggiunsono tante genti, che otto gior-
LIBBO SETTIMO 225
ni dopo che fu arrivato nel campo , vcggcndosi Gherardino
a pericolo d'esser rotto, abbandonata l'impresa, si ritrasse
con poco suo onore a Pescia e a Vivinaia, e quindi a Lucca,
perduta affatto ogni speranza d' aver più a soccorrer Monte-
catini. I Fiorentini liberati da cotesto impaccio, si volsono
con ogni studio a stringer l'assedio: e considerando che se
toglievano certe fontane che eran fuor della terra, nelle quali
beveano non solo i cavalli ma gli uomini, avrebbono pri-
vati gli assediali d' un gran ristoro, feciono un battifolle pres-
so al castello ad un luogo detto le Quaranfole, per lo quale
in pochi dì s'impadronirono dell'acqua. Perchè veggendosi
quei di dentro a duro parlilo, patteggiarono di render il ca-
stello liberamente al comune di Firenze , purché ciascuno
fosse lascialo andar salvo con l'arme e cavalli. Il che fulcro
prontamente acconsentito, essendo gli assalitori non meno
degli assaliti stanchi dalle fatiche di cosi lungo assedio. En-
trossi a Montecatini con somma allegrezza il diciannovesimo
giorno di luglio, ove non fu trovata vettovaglia piìi che per
tre giorni solamente. Grandi dispule furono in Firenze se
Montecatini fosse da disfare o da lasciarsi in piede, paren-
do a molli, che quando non per altro, si dovesse spegnere
in vendetla della rotta ricevuta in quel luogo l'anno 1315,
oltre lo sgravar la ciltà d'una grande spesa che sarebbe bi-
sognata in guardarlo. Ma prevalse 1' opinione in contrario ,
vincendo la memoria d'un antico beneficio la fresca cala-
mità succeduta senza colpa degli abitatori di quel luogo ;
perciocché e' fu chi ricordò, quando settanta anni addietro 1
Guelfi cacciali di Firenze e ricoverali a Lucca furono po-
scia mandati via da' Lucchesi, niuno altro castello in Tosca-
na avergli voluto ricevere fuor che 3Ionlecatini , e quindi
esserne derivata la sua calamità ; conciossiacosaché essendo
egli luogo libero, i Lucchesi poi non ma', si posarono fin-
che non r ebbono ridotto nella lor soggezione. E coloro che
favorivano questa impresa, mostrarono ancora, che stando in
piede la guerra tra i Fiorentini e i Lucchesi, era cosa in-
conveniente privarsi d'una fortezza posta nelle viscere di
Lucca; e per questo opporlunissima a tenerli continuamente
infestali. Onde lasciale addietro così fatte questioni, si at-
tese a riceverli in luogo di sudditi, « mandando Bartolom-
AiiM. VoL. IL 15
226 dell'istorie fiorentine
« meo da Castelfiorenlino giureperilo e Cenni Rucellai che
« desser loro il giuramento della fedeltà e facesser l' altre ce-
« rimonie e scritture necessarie in simil atto » ; obbligandosi
fra l'altre cose i terrazzani per la festa di S. Giovanni a
mandar ogn' anno in Firenze un ricco cero con la figura di
detto castello al tempio del lor protettore ; la qual usanza
dura infino a' presenti giorni. Stabilite in questo modo le
cose di Montecatini fu in Firenze, ove avea preso il som-
mo magistrato Cenni Ghetti ( tenuti da' Martelli per lor
consorti), alcuna speranza di far ribellar Lucca allo Spinola
per un trattato che menava un cavaliere de' Quartigiani detto
Paolo, il quale co' Poginghi e Avogadi, famiglie similmente
Lucchesi, tenendosi mal soddisfatti di Gherardino procurava-
no di dar la terra a' Fiorentini. Ma scoperlo il trattato, e
mozzo la testa a Paolo e a un suo nipote insieme con al-
cuni altri , quello che i Fiorentini aveano tentato di fare
contra di lui, fece egli contra di loro , avendo con le me-
desime arti tolto loro il castello di Buggiano ; onde li fu
mandato prigione infino a Lucca Teglia Buondelmonti che
v' era podestà per la repubblica. Mandò poi Gherardino lo
sue masnade a cavallo per cacciar de' borghi le guernigioni
de' Fiorentini, ma furono non senza lor gran danno ripinte
fin dentro il castello. La Repubblica pur da se slessa molto
disposta a far la guerra di Lucca, vi fu anche spinta ardra-
temente da questa occasione, vcggendo che lo Spinola avea
animo di cozzar con esso lei; poiché oltre aver con tutte
le sue forze differita per tanti mesi la presa di Montecatini,
ora avea messo le mani a Buggiano , e s' intendea che egli
era usato di dire, che era per secondare i fatti del grande
Castruccio, e che poiché i Fiorentini aveano ricusato l'ami-
cizia sua, sperava d'averneli a far pentire. Per questo pre-
sero per consiglio, lasciala la contesa delle castella, di tra-
sportar la guerra alle mura di Lucca, la quale stimavano fa-
cilissima , perciocché non appariva chi fosse per dar ajuto
allo Spinola , ed egli da sé stesso non facea dubbio che
non fosse per poter resistere a cos'i falli nimicì. I Pisani
non solo continuavano, per quel che di fuori appariva, nel-
r incominciata pace, ma fattosi conscienza , oltre all'obbligo
della pace , d' ubbidir all' antipapa , e di tenerlo nella loro
LIBRO SETTIMO. 227
città, r aveano su due galee imbarcato e mandalo in Avi-
gnone a papa Giovanni, il quale a' 13 di settembre gli avea
assoluti dalle scomuniche; talché non parea che avessero
di nuovo a prender Tarme contra gli amici di santa Chiesa.
Il Bavero che sotto falso nome d' imperadore avea tenuta
viva la fazion ghibellina in Toscana , succedutegli male le
cose di Lombardia, se n' era de' primi giorni di quest'anno
passato in Alemagna, e in Lucca medesima era Gherardino
anzi odiato che no. Onde con una quasi certa speranza di
vincer la terra, ordinarono che si muovessero tutti i fanti e
la cavalleria la quale si trovava in Valdinievole e in Pistoja,
facendo capitano dell'impresa Alamanno degli Obizi; il quale
essendo risanato dal male contratto i giorni dinanzi, promet-
tea con ampie proferte , secondo è costume de' fuorusciti,
di dar loro in brevissimo tempo in mano il possesso della
città di Lucca. Essendosi dunque mosse tutte le genti a' 5
d' ottobre, in 'tre dì s' impadronirono del Poggio, del Cer-
ruglio , del castello di Vivinaia , di Monlechiaro, di S. Mar-
lino in Colle e di Porcari , poi agli 8 scesono al piano e
alloggiarono a Lunata, e non più tardi che a' 10 d'ottobre
si trovarono accampati intorno Lucca presso a un mezzo
miglio della città. Quivi considerando , benché tenessero
r impresa al sicuro riuscibile , non dover però esser 1" as-
sedio opera di pochi giorni, incominciarono a fortificare gli
alloggiamenti, serrando di fossi tutta quella strada, che va
di Pistoja a Altopascio, facendovi le solite bertesche e molte
case coperte d'assi e di lastre, e quali di tegoli per potervi
▼emare. Essendo in questo modo preparate le cose , e so-
praggiunli qual'rocenlo cavalieri e popolo grandissimo man-
dato dal re Ruberto, da'Senesi, e da' Perugini, per la prima
opera parve a' Fiorentini che si dovesse far la vendetta dei
tre palli falli correre da Caslrnccio intorno Firenze, e vol-
lono che se ne corressero tre altri sotto le mura di Lucca :
dando il primo col medesimo ordine agli uomini a cavallo, il
secondo a' fanti a pie, e 1' ultimo alle meretrici del campo.
Ma perchè essi aveano ancora un altro fine, mandarono
un bando, che chiunque volesse uscire di Lucca a correre
o a veder correre i delti palli, il potesse fare sicuramente;
ed essendone perciò usciti molti, fra gli altri uscì ancora Go-
228 dell' ISTOIUE FIOREJITINE
bole capitano tedesco con dugento cavalieri che avca a
sua condotta: il quale passò tostamente nel campo de' Fio-
rentini, che recò più d'ogn'allra cosa sbigottimento allo Spi-
nola. S'attese poi a dar alcun assalto, avendo intanto preso
il gonfaloneralo in Firenze Lapo Covoni. Ma essendo alcun
dubbio fra i capitani , se si dovea dare il guasto al contado ,
e impedire l'opere de' contadini che non seminassero, fu
deliberato dal consiglio che ciò non si dovesse far in conto
alcuno, perchè veggendosi i Lucchesi ben trattali da'Fio-
reiUini, tanto più si disponessero ad arrendersi; la qual cosa
non sarebbe per avventura del tutto stala inutile , se il capi-
tano non avesse volto il comodo che ne potea sperar la Re-
pubblica in beneficio suo , facendo comporre i Lucchesi in
gran somma di danari , pure che non vietasse loro il poter
seminare. Così similmente s' andava slrignendo l'assedio con
non molta diligenza , sperando che i Lucchesi s' avessero a
stancar da sé slessi ; perciocché in que' dì s' erano dati alla
Repubblica tre loro castelli di qualche importanza, Fucec-
chio , Castelfranco, e S. Croce. Ma essendo opinione che
i Pisani segretamente provvedessero , o consentissero , che
da particolari loro cittadini fosse provveduta Lucca delle
cose necessarie, il nuovo gonfaloniere Pugio Buoninsegna e
priori, che aveano preso il magistrato a' 15 di dicembre, scris-
sono all'esercito che s'attendesse con ogni diligenza a stri-
gner l'assedio. E per questo avendo una parte dell'esercito
valicato gli Osoli , che vanno da Pontetelto , s' accamparono
alla villa di Gattaiuola verso Pisa, ove avea ricchi e belli
casamenti fatti per Castruccio. E Gobole co' suoi cavalieri,
e con molti altri avventurieri che s'erano accostati con lui,
come con capitano molto vivo, si pose nel borgo del ponte
a S. Piero ; e in capo del prato sulla strada che mena a
Ripafralta, fece un bastione ove pose molti uomini d'arme
per impedire che vettovaglia alcuna non fosse condotta a
Lucca. Per la qual cosa incominciava a parer l'assedio molto
duro ; il che fece ravveder lo Spinola quanto sóioccamenle
fanno coloro i quali ponderano il valore de' principi con la
misura degli stali , come se le cose fatte da Castruccio fos-
sero procedute dall' aver dominato Lucca, e non dalla virtù
propria; onde veggendo che per posseder Lucca egli non
LIBRO SETTIMO. 229
era per questo Castruccio, incominciò a pensar in che modo
rimborsandosi de' suoi danari col minor danno che fosse
possibile , si potesse sbrigare di così pericolosa mercanzia.
11 che accaderà sempre a lutti coloro che sono venuti in
possessione d'' alcuno stato per mezzo di danari, e non di
lode alcuna di guerra , o d' industria civile; perciocché avendo
più r occhio all'interesse della moneta, che dell' onore , ogni
volta che si possono assicurar dell' uno , facilmente mettono
in abbandono l'altro ; come si è veduto a' nostri di in coloro
che sono stati condotti da alcun principe per capitani di
galee, più perchè si sono trovali esser padroni di que' le-
gni , che perchè essi avessero cognizione alcuna d' arte mili-
tare 0 di mare o di terra; onde nelle fazioni accade spesso
che si attendano più a salvar le galee che a combattere.
Conosciuto l'animo di Gherardino da' Lucchesi, intanto
che egli pena a risolversi , essi ancora pensarono in che
modo potessono provvedere a' casi loro. E per questo man-
darono segretamente chi dovesse negoziar in Firenze i fatti
della lor travagliata repubblica , e dopo alcune dispute ,
le capitolazioni con che cercavano di convenirsi co' Fio-
rentini eran queste. Che la Repubblica fiorentina pagasse
i trentamila scudi allo Spinola, il quale avutigli tostamente
sgombrasse di Lucca. Disfacesse il castello dell' Agosta ,
rimettendo i Ghibellini nella città , i quali fossero racco-
munati negli ufici insieme co' GuelQ. Creasse ventiquattro
principali gentiluomini ghibellini per sua sicurtà cavalieri ,
donando come si fece a Pistoja cinquecento scudi a cia-
scuno di loro ; e la città di Lucca all' incontro venisse
nella guardia e signoria de' Fiorentini , a' quali si girassero
tutte le gabelle e entrate di quel comune per cinque anni ,
sì per fornir la terra delle guardie che bisognavano, come
per ristorarsi della spesa che si facea nella creazione di detti
cavalieri, e insiememente per soddisfare tutti i ricatti fatti
da quelli Fiorentini che si ricomperarono da Castruccio, la
qual partita sola ascendeva a centomila fiorini d' oro. Pia-
ceva a molti questa sorte d'accordo, se l'invidia o avarizia
di que' cittadini che vedevano, andando la bisogna di questo
modo , non pervenirne loro gloria o comodità alcuna , non
l'avessero interrotto, scoprendo il trattato a Gherardino, e
230 dell' istorie fiorentine
per questo proponendo a lui nuove convenzioni ; la qual cosa
e messe lo Spinola in diffidenza de' Lucchesi, e la faccenda
che era presso che conchiusa differì più che non facea di
bisogno ; tanto che sopraggiunte nuove difficoltà e travagli ,
andò del lutto in rovina. I Fiorentini sdegnati con 1' Obizi
de' danari presi da' Lucchesi per non impedire il seminare
a' contadini, l'aveano con somma sua infamia privato del ge-
neralato e mandato in suo luogo Cantuccio de' Gabrielli
d'Agubbio, il quale « arrivato a' 15 di gennaio dell'anno
« 1331 nel campo » molto presto con maggiori disordini
ebbe a far parere men grave il fallo del suo predecessore ;
perciocché fatto metter le mani addosso ad un borgogno-
ne in quel modo come se fosse stalo Piero della Branca
pur d'Agubbio venuto podestà in Firenze, e volendolo per
lieve errore far impiccare , in quello che il borgognone
n' era menato alle forche, gridando l' aiuto de' compagni e
fratelli suoi, commosse a intollerabile sdegno i soldati di
quella nazione, di cui ve n'avea secento nel campo. Perchè
messe le mano all' arme liberarono tostamente il prigione ,
uccisono e rubarono cui volle contrastare, e spinti da bar-
baro orgoglio corsono in casa del capitano, e non ve lo ri-
trovando ammazzarono quanti poterono di sua famiglia ; né
sazj interamente per questo, misono fuoco nell' albergo ; il
quale dilatandosi facilmente nelle vicine case fatte di travi,
e di simil materia alta ad apprender il fuoco, in poco d' ora
con grandissima strage arse la quarta parte del campo. Era
tuttavia per andar maggiormente crescendo la rabbia de' Bor-
gognoni con la rovina di tutto l'esercito, se i cinque capitani
lìorenlini, i quali erano del consiglio, saltando a cavallo, e
implorando 1' aiuto de' Tedeschi, da' quali furono prontamente
ubbiditi, non avessero raffrenato quella furia più che bestiale.
Non si dubita punto, se le cose de' Lucchesi si fossero tro-
vale in miglior condizione, o almeno avessero avuto Gobole,
il quale coi suoi dugento cavalieri tedeschi s' era poco in-
nanzi partito da loro, che quel dì facilmente s'avrebbe po-
tuto rompere l'esercito fiorentino. Gherardino veggendo non
esser minori i disordini de' Fiorentini in casa che nel cam-
po, servendosi dell' occasione, mandò incontanente suoi am-
basciadori a Giovanni re di Boemia figliuolo dell' imperadore
LIBRO SETTIMO. 231
Enrico, il quale di corto era venuto in Italia, profferendo-
gli sotto alcuni patti la signoria di Lucca. Era il re Giovanni
infin dall' anno passato slato tirato in Italia dalle nostre di-
scordie, perchè non mancasse mai nuova occasione di tener
sempre deste e accese quelle fiamme che abbruciavano così
nobil provincia; e questo fu perchè trovandosi la città di
Brescia molto travagliata da Azzo Visconte, da Alberto e
Mastino della Scala signori di Verona , i quali erano suc-
ceduti a Cane lor zio mortosi i mesi passati , e sopra tutto
da' medesimi suoi fuorusciti, e non venendo loro dal re Ru-
berto a cui s' erano dati, per la distanza de' luoghi, quel soc-
corso che bisognava, mandò a darsi liberamente al detto re
Giovanni, il quale per private faccende che avea a fare col
duca di Chiarentana suo cognato era venuto in Chiarentana.
Non rifiutò la proferla il re boemo, sapendo benché fore-
stiere da' soldati del padre i progressi grandissimi che potea
fare in Italia chiunque arrischiando poco si facea compagno
d' una fazione. E per questo mandato soccorso a' Bresciani,
e da essi fatto lor signore, non molto dopo per la medesi-
ma strada s' era insignorito di Bergamo; perchè correndogli
ora questa altra ventura in grembo di Lucca, stimando con
cosi fatta opportunità aprirsi la via a' fatti di Toscana, come
avea fatto a quelli di Lombardia, accettò prontamente i patti
di Gherardino, e con la maggior diligenza che fosse possi-
bile mandò tre suoi ambasciadori a Firenze, ricercando la
Repubblica, con cortesi parole, che per amor di lui le pia-
cesse comandar alle sue genti che si parlissono dall' asse-
dio di Lucca, la qual era sua; soggiugnendo che per trovarsi
egli in Italia più per liberare gli oppressi che per opprime-
re chi che sia, il che si polca conoscere, che non di sua vo-
lontà ma chiamato da altri s'era partito di casa sua, pre-
gava i signori fiorentini , come uomini giusti e amatori del-
l'altrui libertà, che volessono aver pace o almeno tregua
con esso lui, mostrando loro come non essendo egli più
(he re di Boemia, non avea cagione alcuna d' implicarsi nelle
ragioni o affetti del già morto imperadore Enrico suo padre.
I Fiorentini occupati in quel tempo a venerare con grandis-
sima divozione il corpo di S. Zanobi , trovato dieci braccia
nel profondo della terra sotto l' altare di S. Reparala, e dato
232 dell'istorie fiorentine
ordine che in una testa d' argento si riponesse alquanto del
suo teschio del capo per portarsi più comodamente nella so-
lennità delle processioni , risposono che 1' esercito loro si tro-
vava in Lucca ad instanza della Chiesa e del re Ruberto ,
co' quali essi erano collegati, e per questo non potersi ritrar-
re senza comune consentimcnlo dall' impresa comune. Nel
resto, ove fossero per poter fare alcun servigio al re Gio-
vanni, senza pregiudizio de' confederati, non esser per man-
car mai dell' opera loro. Onde gli ambasciadori senza ripor-
tare alcun frutto della loro venula , per la via di Pisa se ne
ritornarono al re ; il quale non essendo in dubbio della ri-
sposta che avea a cavare da' Fiorentini , ma avendo ciò
voluto fare per giustificare l'azioni sue , si volse alla via del-
l'arme, ordinando al suo raaliscalco, che con ottocento cava-
lieri si mettesse in cammino per soccorrer Lucca. Né i Fio-
rentini furon tardi a provvedere alle cose loro , ricordandosi
da così fatti principj venti anni addietro aver avuto origine
la guerra che si ebbe con l' impcradore Enrico suo padre;
non volendo eglino a lui , che li ricercava a rimanersi di
molestar Arezzo, ubbidire; talché per non incorrere negli
errori poco innanzi causati dall' Obizi e dal Gabbrielli lor
capitani, crearono generale il conte Beltramo del Balzo; il
quale scambiato per lo legato con Orlando de' Rossi cava-
liere parmigiano, tornava allora di prigione di Lombardia:
uomo per lo parentado reale, per aver di lungo tempo mi-
litato in servigio de' Fiorentini , e per la matura età , ancorché
non troppo fortunato nelle cose militari, di grande autorità
e riputazione , essendo commossi gli animi di tutti all' espet-
tazione di questa nuova guerra.
BEH' ISTORIE IIORIffll
DI
SCIPIOIVE AMMIRATO
LIBRO OTTAVO
Anni 1331-1339.
Mn tanto commovimento d' animi , varj erano i discorsi che
si faceano nella città, vaga di colali ragionamenti , e a cui è
stato sempre proprio I' antivedere. Ma alla fine parca che cia-
scuno comunemente inclinasse a credere, di alcun gran male
cagione dovere essere la città di Lucca alla Repubblica fio-
reatina, veggendo non esser molto dissimili le cagioni, che
s' indrizzavano ora a quel fine, dalle passate ; perciocché ac-
coppiando lo Spinola col re Giovanni faceano una certa so-
miglianza con Castruccio e con Uguccionc ; questi ingrandito
per la venula dell' imperador Enrico, e quegli divenuto tre-
mendo per la congiunzione del Bavero ; onde parca che
quegli effetti avessero a surgere dallo Spinola aiutato (Ìal re
Giovanni, che da quelli erano surti, i quali aveano avuto di-
pendenza dai due già detti imperadori. Questi parlamenti
crebbouo molto più quando il conte Beltramo, rubala e arsa
Vivinaia, ebbe condotto 1' esercito a casa in quel dì appunto
che prendeva il sommo magistrato Donato Peruzzi ; il qual
conte ancora che avesse lodevolmente ciò fatto , avendo tro-
vato r esercito in molti disordini, e dal quale Arnaldo capi-
tano tedesco con cento cavalli era passato a' Lucchesi, oltre-
ché il maliscalco del re tuttavia s'appressava , era nondimeno
234 dell'istorie fiorentine
biasimato da coloro i quali ne' falli militari non recano in
mezzo altro che la lingua e il vano discorso , prendendo a
cattivo augurio dell' esilo di lulta la guerra, che il capitano
s'incominciasse a ritrarre prima che vedesse in faccia il ni-
mico; la qual credenza fu ancora grandemente accresciuta,
quando essendo il maliscalco entralo in Lucca il primo dì
di marzo, (benché i giudicj fossero incominciati a variare
per esserne partito Gherardino mal soddisfatto del re Gio-
vanni, il quale per non pagargli i danari spesi nella compra
di Lucca r avea accusato di tradimento ) fu da' Fiorentini
abbandonato il borgo di Buggiano , il castello di Cozile, e
quel dell' Agosta, oggi delta la Costa; e molto più quando
non molto dopo entrato il maliscalco in Greti nel contado
di Firenze con mille cavalieri e duemila pedoni senza tro-
var contrasto veruno prese Cerrctoguidi, Collegonzi, e Aglia-
ua , e scorrendo per tutto il paese ne menò piìi di cento pri-
gioni, e condusse in Lucca quattrocento capi di bestie grosse
e duemila minute; la qual cosa parve tanto brutta a' Fioren-
tini, che essendo venuti in sospetto d'alcuni connestabili, i
quali tenevano in Valdinievole, li licenziarono da' soldi loro.
A così dolorosi principj, s'aggiunsono peggiori novelle del-
l'accrescimento che facea tulio dì il re in Lombardia; a cui
oltre Brescia e Bergamo s' era finalmente data per opera
d' Orlando de' Rossi la città di Parma- siccome poco appresso
fé' quella di Reggio e di Modena- E quello che non meno
di tutte le già dette cose porgea affanno e ansietà a ciascu-
no, si era una opinione che andava attorno per le bocche
degli uomini , che il papa non fosse del tutto nel segreto
discordante dal re Giovanni, « e dubitandone i Fiorentini
« fin dal suo arrivo a Trento , ne aveano scritto in Avi-
« guone al papa, il quale con un suo breve comparso in
« questi giorni alla signoria , assicurava la Repubblica , che
« il re Giovanni non era venuto in Italia né con sua saputa,
« né di sua volontà , né licenza. Ma per quello che poi av-
« venne fu creduto essere una finzione e accordo fatto fra
« loro » '. E nondimeno in tanti turbulenti principj fu sì
• Il testo dice : e quello che non meno di tutte le già dette cose
porgea affanno e ansietà a ciascuno , si era una opinione che an-
LIBRO OTTAVO. 235
grande la magnanimità del £?onfaloniere Peruzzi e de' priori,
che con esso lui in quel tempo sederono , che fu dato or-
dine che s' incominciassero a lavorare le porte di metallo
di S. Giovanni , e furono condotte a flne alcune fabbriche
pubbliche. Poi quasi per addolcire il presente travaglio , e
il sospetto del futuro, si diede in potere della Repubblica
per molti anni Colle di Valdelsa; ove levatosi il popolo a
remore con bestiai rabbia avea quasi spenta tutta la casa
de' Tancredi, i quali sotto nome di capitani di popolo, se-
condo il costume di quo' tempi, se n' cran fatti signori,
avendo ucciso Albico , che n' era arciprete e signore insieme
con Desso, e non molto dopo strangolato in carcere Angelo,
tulli e tre fratelli, e serbato in prigione il figliuolo d'An-
gelo di età di dieci anni, dolendosi che fosse scampato dalle
lor mani un altro suo piecol fanciullo che era a Firenze.
Ma la città nel mezzo di tanti scompigli fu subitamente tocca
da grandissimo fervore di religione per la morte di due
buoni e giusti uomini, Barduccio e Giovanni da Vespignano;
su le cui sepolture per essere apparite opere di sanare in-
fermi e attratti, che eccedevano la potenza della natura,
furono giudicati dalle genti devote essere stati del numero
degli eletti di Dio ; e per questo furono da indi innanzi ri-
veriti dal popolo sopra la condizione degli onori umani,
ancora che la fama loro non avesse di molto spazio trava-
licato il termine di quei tempi. Fu poi tratto gonfaloniere
Bartolo Paradisi , e il sospetto che si avea dell' intelligenza
tra il papa e il re Giovanni subito fu chiarito. Perciocché
essendosi il re abboccato col legalo in sul fiume della Sco-
tenna tra Bologna e Modena , dopo molti e lunghi ragiona-
menti si partirono l'un dall'altro con grandi segni d'amore
e di benivolenza, e il dì seguente mangiarono insieme nel
Castel di Piumaccio con gran festa e allegrezza. Il quale
abboccamento inleso che fu per Toscana e per Lombardia,
dai>a attorno per le bocche degli uomini, che il papa nonjosse del tutti)
nel segreto discordante dal re Gio^ranni , ancora che in Firenze fosse
giunto un suo breve , per lo quale egli mostrava , non essere il re
venuto in Italia né per conto suo impacciatosi ne'Jattidi Lucca;
perciocché tutto ciò, per quello che poi avvenne, Ju creduto essere
una unzione e accordo /alto fra loro. E nondimeno ec.
236 dell'istorie fiorentine
è raaravigliosa cosa a dire quanto avesse commosso e va-
rialo gli animi di tutti, dubitando in un medesimo tempo
di cosi fatta congiunzione non meno 1 Guelfi clie i Ghibel-
lini d'Italia. Perchè s'incominciò a trattar lega (quello che
o non era altre volte avvenuto o molto di rado ) tra i me-
desimi Ghibellini e i GuelQ , facendo la comune paura ami-
ci coloro che di lunghissimo tempo avevano esercitato infra
di loro odj e inimicizie acerbissime: avvengachè il papa
continuando nell' incominciala simulazione , avesse poi scritto
a Firenze non essergli dispiaciuta la lega che innanzi a
tutte l'altre era stata conchiusa tra essi e il re Ruberto; e
nondimeno perchè meglio i Fiorentini fosser conformali nel
sospetto che avevano del pontefice o de' ministri suoi , eb-
bono a tempo l' interdetto messo alla città dal legalo per
conto dell' Imprunela. È questa una pieve posta a sei mi-
glia fuori della città, molto celebre per la grandezza e anti-
quità del benefizio , di cui non si dubita essere stati fondatori
i Buondelmouli ; ma molto più per la divozione d'una ta-
vola , ove è dipintó l' immagine di nostra Donna ; la quale
in diversi tempi ha fatto grandi e diversi miracoli. Ora volendo
il legalo questa pieve per sé, essendo per avventura in
quelli tempi vacata , e i Buondelmonti opponendoglisi con
dire che la elezione siccome a' padroni toccava loro, e non
ad allri, la città prese la protezione in favore de' Buondel-
monti ; per la qual cagione fu dal legato interdetta.
Non era di molti giorni la città stata trafìtta dall' arme
spirituali, che sentì prestamente le temporali; avendo Si-
mone Filippi gentiluomo pistojese , e posto dal re Giovanni
per suo vicario in Lucca, mandato genti per occupare il ca-
stello di Barga in Garfagnana, che si lenea per i Fioren-
tini. Comandò la Repubblica ad Amerigo Donali, il quale
guardava con buona parte delia cavalleria la Valdinievole ,
che con quattrocento cavalieri andasse a far levar l'assedio;
ma essendo, quando fu di notte arrivato a Buggiano , soprag-
giunto inaspettatamente da cinquecento cavalieri di Lucca, fu
con poca fatica rotto : onde egli con perdita di più di cento
a cavallo tra morti e presi convenne fuggendo salvarsi a Mon-
tecatini il sesto giorno di giugno. Quando poco appresso
sudi per certi avvisi il re Giovanni a due giorni di quel
LIBRO OTTAVO- 237
ujesc essersi partito d' Italia, il quale ancorché avesse lasciato
in Lombardia Carlo suo figliuolo con ottocento cavalieri, e
con la possessione di quelle cillà che si trovava di prima
aver acquistato, nondimeno fu stimato che importasse molto
che la persona sua stesse lontana. Era intanto venuto in Fi-
renze il tempo della creazione de' nuovi magistrati, e pigliato
avea il gonfalonerato Teghino di ser Rinaldo Tecchi quando
un fuoco appreso in ponte Vecchio la notte della vigilia di
S. Giovanni sbigottì mollo coloro i quali vanamente sono
usi attribuire gli accidenti che nascono dalla trascuratezza
degli uomini a miracolosi prodigi, come si vide manifesta-
mente ivi ad un mese, il dì appunto dopo la festa di S. Ja-
copo, che la città di Pistoja trovandosi in male slato per-
venne in potere de' Fiorentini: nel qual giorno mentre i l'i-
stojesi contendono insieme del modo e forma del reggimento.
i Fiorentini con intelligenza di quella parte che desiderava
il loro governo, vi mandarono cinquecento cavalieri e mil-
lecinquecento pedoni, i quali introdotti corsono la terra; on-
de la parte contraria per non avvenir peggio fu costretta
darsi per un anno alla Repubblica, « la quale per assicurarsi
« di quella città commesse a Guido marchese del Monte S-
« Maria capitano generale di guerra, e a sei cittadini fio-
« rentini, di far di nuovo l' ufTizio degli anziani e gonfalo-
« nieri, come anche il consiglio dei cento, di cittadini tutti
« guelQ, con mandare a conQno chi a lor paresse, e in par-
te ticolare quelli che ingrati de' beneficj ricevuti da' Fioren-
« tini, che li aveano rimessi in casa, cercavano di scacciare
« i cavalieri ghibellini fatti dalla Repubblica; la quale volle
« poi che il marchese Guido vi restasse come conservatore
« della pace, con autorità di disfar tutte o parte delle for-
ce tezze e rocche di quel contado, e che in Pistoja stessero
« cinquecento fanti per guardia ' ». Poco dopo si perde liz-
zano tolto alle genti che vi teneva il comune di Firenze per
tradimento. E in questa guisa s'andavano alterando le cose
■ Il testo dice •• Per la qual cosa poter fare confinarono centu
«ittadini la miglior parte guelfi: i quali ingrati de' beneficj rice^'uti
dai Fioren ini, che f allevano rimessi a casa, cercavano di scacciare
i cavalieri ghibellini Jatti dalla Repubblica. Poco dopo ec.
238 dell' istorie fiorentine
in Toscana, avendo nel medesimo tempo i Sanesi dato una
sconfitta a' conti di S. Fiore, mentre i conti s'ingegnava-
no di levar i nimici dall' assedio d' Arcidosso ; la qual cosa
per essere que' signori anticamente ghibellini, e per aver in
quel tempo avuto aiuto da' Lucchesi, apportò somma soddi-
sfazione in Firenze , e Arcidosso pervenne in poter de' Sa-
nesi, a' quali nondimeno si ribellò tosto Massa, cacciatane la
casa de' Gozzi e il podestà che v' era per i Sanesi , e det-
tesi a' Pisani.
Nel mezzo di queste variazioni, benché piccole rispetto
a quelle che ciascuno s'avca conceputo nell'animo, prese il
sommo magistrato Ricco d'Avanzi (questi sono i Bartolini
Scodellari), nel cui governo seguirono le medesime varietà,
perchè dentro della città un simil fuoco a quello di Ponte-
vecchio s'attaccò nella casa de' Soldanicri incontro a porla
Rossa; il quale trovato alimento da mollo legname, che era
riposto in certe botteghe di legnaiuoli, fece gran danno ezian-
dio con la morte d'alcuni uomini. E fuori non mancarono
gli stessi accidenti ora prosperi e ora infelici. « Avea il pon-
« lefice con suo breve esortato i Fiorentini ad accordar le
« differenze che aveano co' Pisani a cagione delle fraudi che
« si commettevano delle gabelle nel passo delle mercanzie,
« per non disturbare in tempi si pericolosi la pace fra loro,
« e per facilitarne 1' effettuazione ne avca commessa la cura
« a Simone arcivescovo di Pisa , a Francesco vescovo di
« Firenze, e a Guglielmo vescovo di Lucca, e a ciascuno di
« loro raccomandalo questa faccenda; onde accordatisi i sin-
« daci dell' una repubblica e dell'altra, ne fu falla 1' appro-
« vazione in Firenze, dov' era capitano del popolo Giovanni
'(. degli Oraboni da Imola, e podestà Jacopo de' Gabrielli
« d'Agubbio ». Desiderava Amerigo Donati vendicar l'in-
giuria ricevuta a Buggiano, e per questo sentendo, che i ter-
razzani con guardia di settanta cavalieri di Lucca erano usciti
a fare le lor vendemmie, si partì di notte tempo di Valdi-
nievole con centocinquanta cavalieri e con molti fanti ; e sal-
tato addosso improvvisamente a'Lucchesi e a' vendemmiatori,
li ruppe, cacciandoli infino al borgo della terra. Ma essendo
in quella caccia usciti dugento cavalieri di Peserà, e corso
sopra al Donati, trovando le sue genti sparte dietro la gente
LIBRO OTTAVO. 239
de' Lucchesi, leggiermente lo sconfissone , con avervi fatti
prigioni cinque conneslabili, e più di cinquanta cavalieri.
Questo successo porse ardire a' nimici, talché di là a pochis-
simi giorni uscirono di Lucca dugento cavalieri e mille pe-
doni sotto la condotta di Filippo Tedici, per una intelligenza
che avea d' occupare il castel di Popiglio posto nella mon-
tagna di Pistoja. Era il luogo onde s'entrava nel castello
molto stretto , in guisa che coloro che erano a cavallo fu-
rono costretti lasciati i cavalli di fuori scendere a pie, e
entrar nella terra. Ma sentilo il roraore dagli abitatori del luo-
go, e non essendo se non una piccola parte di essi consa-
pevoli del trattato, l'altra prese l'arme, e attendendo fran-
cameute a difendersi ripinse fuori i nimici. Tostamente il
remore si sparse per tutto il paese, ove i villani che erano
devoti del nome fiorentino trassono a forti passi delle mon-
tagne, e primamente s' insignorirono de' cavalli lasciati da' ca-
valieri lucchesi, poi corsono addosso a' nimici ( i quali accor-
tosi del pericolo cercavano ritrarsi a salvamento ) e dopo
avervi ucciso e fatti prigioni molti di essi li raisono in rotta,
con esservi morto fra gli altri l' istesso Filippo , uomo nota-
bile non meno per essere stato signor di Pistoja , che gene-
ro di Castruccio, e capital nimico de' Fiorentini. Parca che
quando altro non fosse succeduto si fossero scancellati con
questa morte sola tut'i i danni ricevuti per Amerigo Donati;
di che i Fiorentini furono molti lieti , quanto che a' 28 di
settembre Neri da Montegarullo e Bizzarro de' Bizzarri pro-
messero di dar loro la terra di Barga, dove fu mandato a
pigliarne il possesso Coppo de' Medici , e vi si posero di guar-
dia centocinquanta fanti e venti cavalli per non la perder così
facilmente com' era seguito pochi mesi avanti. Aveano essi
dall'altro canto mandali cento cavalieri in aiuto del legalo,
il quale si trovava con 1' esercito intorno a Forlì, non ostante
che erano da lui stati interdetti, e che per la congiunzione
che parca che fosse tra il papa e il re Giovanni non si tro-
vassero allora in quella disposizione che solca esser sempre
tra santa Chiesa e il popolo fiorentino. Perseverò questa
gente a star in servigio del legato insino al nuovo gonfalo-
nerato di Francesco Salviati, nel qual tempo que' di Forlì
se gli arrenderono.
240 dell' istorie fiore^^tine
Ora essendo le cose succedute più prosperamente di
quello che sul principio dell' anno non si era creduto , il gon-
faloniere e i priori proposono che si dovesse proseguire la
nobil fabbrica di S. Reparala , la quale per le guerre pas-
sale era di molti anni stata interrotta senza farvisi cosa al-
cuna. E perchè meglio e con prestezza si conducesse a fine,
ne fu dato il pensiero all'arte della lana, e furonvi asse-
gnate certe gabelle del comune. « Fu anche a richiesta de'ca-
« pitani della compagnia delle Laudi di S. Spirito prov-
« visto di fabbricare un monastero nel quale si potessero
« ritirare molte donne state meretrici , che s' eran ridotte
« al ben vivere , e il luogo per farlo fu eletto nel sesto
« d' Oltrarno il terreno dalla porta rimurata di Sitorno fin alla
« porta chiamata di Gian della Bella in via Chiara. Mona-
« stero oggi mollo riguardevole per essere rifugio e ricetto
« di più di dugentoquaranta donne ritiratesi da una vita in-
« fame a una religiosa e santa ». Parve che Iddio con tacito
consentimento approvasse la pietà de' Fiorentini con fare
quell'anno di tutte le cose abbondantissimo, ove i due pas-
sali erano slati molto sterili. Fu poi creato il provveditore
circa le cose che si vendevano, e statuite pene a' falsatori
di pesi della carne e del pesce , e messo a pregio conve-
niente ogni sorta d' uccellagione. Nelle quali cure s' impiegò
tutto il magistrato del Salviati; come infin di que' tempi
fosse stalo proprio di quella famiglia 1' industria e la parsi-
monia , con la quale sono montati infino a' parentadi de' prin-
cipi , e quasi inalzatisi sopra il grado civile. Succedette poi
al gonfalonerato del Salviati a' 15 di dicembre per i primi
mesi dell' anno 1332 Banco Bencivenni, nel qual tempo es-
sendo i Pisani molestati da' loro fuorusciti, capo de' quali
era il vescovo d'EUera, che in compagnia de' Parmigiani
e con alcuni ghibellini genovesi e con gente di Lucca avea
tolto loro più terre di là dal fiume della Magra , ricorsono
per ajulo a' Fiorentini; il quale fu dato loro prontamente,
mandando dugcnlo cavalieri in servigio di quella repubblica,
e comandando alla cavalleria, la quale stava in Montopoli e
nelle altre castella vicine , che erano intorno cinquecento
uomini a cavallo, che fossero presti ad ogni bisogno de'Pi-
sani; il che fu creduto essere stato cagione che Pisa non si
LIBRO OTTAVO 241
ribellasse. Da questo medesimo tempo si possono veramente
annoverare gli anni che i Pistojcsi vennero a guisa d' ami-
ci e di raccomandati sotto il dominio de' Fiorentini. Impe-
rocché sentendosi eglino ben trattati da loro, e mantenuti
senza il peso di molte gravezze in pacifico slato , senza
aspettar che finisse l'anno, di libera volontà mandarono due
lor cittadini più principali per sindachi al comune di Fi-
renze , con pieno mandato di dar la guardia e signoria
della loro ciflà al detto comune per due anni ; la qual cosa
continuata poi di mano in mano essi venuta lutt' ora con-
fermando infino a' presenti tempi. I Fiorentini desiderosi di
fermar gli animi de' Pistojesi, si disposono a regger quel
governo con gran dirittura , e per questo ordinarono tutte
le cose che a ciò fossero necessarie; perciocché elessono
podestà forestiere per la terra come faceano in Firenze di
sei mesi in sei mesi; un capitano della guardia grande po-
polano di Firenze con sei cavalli e centocinquanta fanti; un
conservadore di pace forestiere con dieci cavalli e cento
fanti , la podestà di Serravalle, due castellani delle rocche
amendue fiorentini, tutti di tre mesi in tre mesi. « Vollero
« che Guido marchese del Monte si chiamasse capitano di
« guerra del comune di Pistoja e delle terre e castella che
« si tenevano per la Repubblica in Valdinievole, avendo per
« il primo di marzo eletto capitano generale per termine di
« sei mesi Ridolfo de' Grassoni da Modena. E Nuccio degli
« Ammirati e Duto di Maghinardo intervennero come am-
tt basciadori della Repubblica in Pistoja a questi accomoda-
« menti ». E perchè con più cura e sollecitudine le cose di
quella città fossero governale , non ostanti colante provvi-
sioni fatte , elessono in Firenze un nuovo magistrato di do-
dici cittadini popolani, i quali non senza il consentimento
del gonfaloniere e de' priori avessero piena balia e autorità
di tutte le cose appartenenti alla città , contado e stato di
Pistoja. Essendo in questo modo ordinate le cose di Pistoja,
parve al seguente priorato, nel quale era uscito gonfaloniere
Giovanni dell' Antella, che per più sicurezza, e perchè meno
si desse a' Pislojesi occasione di ribellione, si dovesse fon-
dare una fortezza, a cui fu dato principio neir uscita di feb-
braio, e postovi quando fu finita la guardia di cento fanti.
AsiM. VoL. II. 16
242 dell'istorie FIORENTINE
Furono oltre a ciò deputali per continua guardia della città
trecento fanti alle spese de' Pistojesi. Parca che tuttavia la
Repubblica andasse riprendendo l'antica riputazione, accre-
sciuta della signoria della città di Pistoja, libera delle guerre
pisane, e sebbene impacciata in quelle de' Lucchesi, ciò fa-
cea ella di sua volontà più per insignorirsi di quella terra
che per tema che avesse delle sue armi , come per 1' ad-
dietro avca fatto. Onde volse 1' animo , secondo 1' esempio
delle antiche e grandi repubbliche, e per quel che ella slessa
era nelle sue felicità usa di fare, alla fondazione di nuove
terre ; « avutane occasione dall' essere ' alia fine di gennajo
<( Maghinardo Novello figliuolo di Giovanni degli Ubaldini
« tornato alla ubbidienza de' Fiorenlini, e depositalo in mano
« di Feo della Tosa il castello e fortezza di Montegemmoli
« per guardarla per la Re[)ubblica , perchè tanto più facil-
« mente si potesse attendere all' acquisto di Roccabruna ,
K Piangnole e di Belmonte castella e fortezze di là dall'alpi
« degli Ubaldini. Erano similmente venute all' ubbidienza
« della Repubblica i popoli di Rivacornaclaro , di Camaiore
« e di Burdignano a' quali tulli fur dati privilegi e csen-
« zioni grandi per dar animo agli altri di venir sotto il do-
« minio de' Fiorenlini. Ma perche gli Ubaldini erano soliti
« di ribellarsi sempre che ne vedevano il lor vantaggio » ,
parve a' senatori esser cosa necessaria come alcuni anni ad-
dietro fu fatto in Mugello con 1' edificazione della Scarperia,
così doversi fondar un'altra terra di là dal giogo dell'alpe
sul fiume Sanlerno, con l'aiuto della quale non solo si
conservassero liberi e franchi tutti i distrettuali e conta-
dini di Firenze che di là abitavano, i quali erano tiranneg-
giali dall' insolente signoria di detti signori , ma perchè si
tenessero a freno gli stessi Ubaldini, che non ad ogni lor
• avutane occasione dall' essere gli Ubaldini tornati all' ubbi-
dienza e Jedeltà del comune. A^'e'.'ano i capi di quella J'amiglia per
gare e dissenzioni nate tra loro supplicato per loro uomini il po-
polo fiorentino a riceverli di nuovo nella sua protezione-, dalla quale
spesse volle poi s' eran distostati. Parve a' senatori., non ostante così
spesse ribellioni, che si dovessero accettare., ìnajii stimata cosa ne-
cessaria ec. Cosi dice il vecchio Ammirato.
LIBRO OTTANO 243
piacimento fosse loro lecito di romper la fede o il giura-
mento dalo a' loro maggiori. « Funne per questo data la cura
con ampissima autorità « Piero Macchiavelli , Filippo Ma-
« galotti, Demando Ardinghelli , Cenni Kuceliai , Benincasa
f( Falchi e a Giovenco Bastari, » e la terra incominciata a
fabbricare sotto felici ascendenti del cielo, fu da Giovanni
Villani scrittore di storie nominata Firenzuola. Feciono
gii abitatori franchi per dieci anni, ordinarono per mercato
un dì della settimana, e perchè stesse sempre nella fede
della Repubblica le dierono per insegna mezza Tarme del
comune e mezza quella del popolo; e come vollono che nel
nome ritenesse l'apparenza d' una piccola Firenze, così di-
sposono, che la maggior chiesa fosse ancor detta S. Firenze.
« Intanto Geri, Cavernello, Ottaviano, Vanni e Ugolino lutti
« degli Ubaldini avendo imparato da Maghinardo s'umilia-
« rono alla Repubblica, e il castello di Roccabruna di Vanni
c( e di Ugolino di Tano fu dato in guardia a Nepo del ca-
« valier Pazzino, quello di Piangnole d' Ottaviano a Anto-
« nio de' Pazzi, e Belmonte di Geri e di Cavernello a Ru-
« berto Adimari, acciocché per il termine di cinque anni
« gli guardassero e tenessero per la Repubblica con render-
« gli poi a' medesimi Ubaldini ». I Lucchesi veggendo pro-
sperare cotanto le cose de' Fiorcnt ni si niisono a procacciare
di tor loro Massa di Valdinievole, e per questo vi manda-
rono con gran segretezza le genti che teneano in Buggiano.
Ma sentita la mossa loro dalle guarnigioni che la Repub-
blica tenea in Montecatini, 1' uscirono addosso, e li ruppo-
no con averne uccisi e fatti prigioni molti, e recatene a Fi-
renze quattro bandiere di cavalli.
In tante felicità solo il fuoco, che spesso facea alcun
danno in casa, tenea in qualche spavento gli animi delle per-
sone, avendo ultimamente, oltre gì' incendj dell'anno passa-
lo , abbruciato quasi tutto il palagio del podestà , il che fu
però cagione che egli si rifacesse in volte infino a' letti di
nuovo. Ma questi lieti successi non aveano però tolto di men-
te a Bernardo Ardinghelli gonfaloniere la seconda volta il
sospetto che avea ne' Fioicntini generato la congiunzione
del papa col re Giovanni, veggendo massimamente che il le-
gato in nome della sede apostolica s'era insignorito di Bo-
244 dell' istorie fiorentine
legna ; che avea in quella città incomincialo a i'orlidcare una
fortezza ; che quei di Forlì somigliantemente se gli erano
dati, e che egli era per questo dal ponleHce stato fatto conte
di Romagna. « Ma non si provvedendo bene alle cose di
« dentro, malamente si possono procurar quelle di fuori; si
« dette però 1' Ardinghelli co' priori suoi compagni, dodici
« buoni uomini, e gonfalonieri di compagnie a riordinare
« l'elezione degli ufiziali maggiori e minori della città, dove
« il primo di maggio venne capitano del popolo Berto degli
« Alberti da Mevania. E perchè le raccomandazioni e favori
« facevano spesse volle diviare dal servizio pubblico, e ^^osì
« neir elezione di podestà si ammettevano de' soggetti del
'( tutto non buoni, fu ordinalo che fosse falla una nomina-
« zione di più cavalieri stimali il proposito, i quali imbor-
« sali si tenessero in una cassa appresso a' religiosi camar-
« linghi della camera in palazzo, e ogni sei mesi ne fosse
« tratto uno, il quale trovalo non aver divieto o per il tem-
« pò, 0 per esser di luogo di dove fosse altro nfìziale, fosse
« podestà ; se no fosse rimborsato e trattone un altro ; lo
« stesso fu fatto del capitano del popolo, dell' esecutore de-
« gli ordini della giustizia, e del proconsolo dell'arti de'giu-
« dici e notai ». Intanto né i Lucchesi restavano ' di tentar
cose nuove; i quali benché fosse riuscita lor male l'impresa
di Massa, aveano nondimeno mandato da capo 1' esercito per
occupar Barga ; il che fu cagione che con tanto maggior di-
ligenza s' attendesse a tirar innanzi la conclusion della lega,
già incominciata a praticare infin dal principio dell' abboc-
camento fallo tra il re Giovanni e il legato, co' Ghibellini
di Lombardia. Ma non essendosi potuta condurre solto il
magistrato dell' Ardinghelli, entrò in quella cura Pero Gu-
glielmi nuovo gonfaloniere, a cui non fu poco sprone l'es-
ser successo poco felicemente il soccorrer Barga, dove es-
sendosi mandata di Pistoja quasi lulta la cavalleria per for-
nire almeno la terra di vettovaglia, non si era potuto far cosa
alcuna ; essendo slati ributtati da' nimici, e costretti tornar-
sene a casa (;on poco onore. Era ancor egli spaventalo dagli
• Né a' Lucchesi ai'evano scemalo l' animo, con il recchio Ammi-
rato, facendo reggere il verbo a^'e^ano da questi lieti succe.isi.
LIBRO OTTAVO 245
spessi incendj che più che in altro (cmpo furono tVequenli
allora in Firenze, perciocché essendo egli gonfaloniere arse
il palagio dell' arte della lana ; e benché non fosse cosa dub-
bia che il fuoco vi fosse stato posto artatamente da uno che
vi stava prigione , il quale credendo scampare vi rimase mor-
to , nondimeno era in ogni modo preso a cattivo augurio che
o per una via o per un' altra avessero a seguire sì spessi
casi di fuochi nella città; e massimamente essendo nell'ul-
time volte stati tocchi due luoghi pubblici, e quasi i due più
principali membri della città ' ; « dove al principio di luglio
« avea preso l'uficio di podestà Normanno della Rocca di
« Chiaromonte. A' 10 d' agosto fu fatto lega per dieci anni
« con Rinieri del già Guglielmo de' Casali signore di Corto-
« na ; il quale si obbligò di far guerra a chi volessero i Fio-
« fantini, eccetto che a Perugia , Siena e a Montepulciano,
« co' quali gli restò libero di potersi collegare, e i padri pro-
« messero a lui di tenerlo come figliuolo, e d' aiutarlo a man-
« tenersi nella signoria. Ma seguitandosi tuttavia di tirar in-
« nanzi l'incominciata pratica della lega di Lombardia, fu
« finalmente, dopo 1' essere stata tolta Rrescia e Rergamo al
« re Giovanni da Mastino della Scala, conchiusa e fermata
« a' 16 di settembre in Ferrara, dove per la Repubblica in-
« tervenne ambasciadore e sindaco Ruonavenlura Monaci ,
« essendo in Firenze gonfaloniere Daldo Marignolli, in que-
« sto modo. Che la Repubblica fiorentina faceva lega con Ri-
« naldo , Obizo e Niccolò fratelli marchesi d' Este, con Ma-
« slino e Alberto della Scala fratelli , con Azzo Visconti si-
« gnore di Milano, con Francesco Rusca capitano di Como,
« con Luigi da Gonzaga capitano della città di Mantova, e
« con Guido, Filippino e Feltrino suoi figliuoli, e con Gui-
« do, Simone e Azzo fratelli daX^orreggio a difesa delti stati
« comuni, non solo contro al re di Boemia, ma contro ad
(< ogn' altro che volesse venire in Italia , e turbare lo slato
« de' collegati, f quali premessero d'aiutare i Fiorentini ad
« acquistare la città di Lucca, e quelli d'aiutare i collegati
« a ricuperare le città e terre che il re di Boemia, o altri in
« suo nome, teneva in Lombardia, promettendosi di non far
' Il testo dice, della Repubblica.
246 dell'istorie fiorentine
« pace 0 tregua l'uno senza l'altro. Riserbando luogo nella
« lega al re Ruberto e accomuni di Perugia, di Siena, d'Or-
« vieto, di Volterra, di Colle, di S. Giraignano, di Prato e
« di S. Miniato. La taglia fu accordala poi d'aprile in nu-
« mero di tremilaquattroccnlocinquanta cavalli in questo mo-
« do. Che gli Scaligeri dovessero tenere milledugento cavalli,
« il Visconti signor di Milano ottocento. 1 Fiorentini setle-
« cento. Gli Estensi trecento. I Gonzaghi dugcnto. !1 signor
« di Como cento. Il signor di Pavia cento. E Giovanni ve-
« scovo e signore di Novara cinquanta. Che in occasione di
a guerra questa gente si mandasse in Lombardia o in To-
« scana, e perchè il re Giovanni stava d' ordinario in Lucca,
« non vollero che i Fiorentini fossero tenuti a mandar in
« Lombardia, in caso di bisogno, che quattrocento cavalli, do-
« vendosene ritener trecento per lor guardia. Vollero che
« da' collegati si tenessero altrettanti fanti quanto cavalli, non
« si comprendendo quelli che si fossero avuti da' procuratori
« del re Ruberto, per servire come i cavalli; e che il capi-
« tano della taglia fosse eletto di mano in mano da quel
« comune o signore nel dominio del quale la gente si tro-
« vasse.Perla Repubblica all'accordo di questa taglia inler-
« vennero Francesco Brunelleschi cavaliere, Giovanni di Mo-
« re giudice e Simone dell' Antella. » '
I Nel vecchio Ammirato si legge così : perchè seguitando tuttavia
di concliiiideie l' incominciata pratica della legajìi Jìnalmente dopo
r essere stata tolta Brescia e Bergamo al re Gio\.'anni da Mastino
della Scala, conchiusa e fermata del mese di settembre nel gonfalo-
nerato di Daldo Ma'ignolli in questo modo : che tra il re Ruberto^
la Repubblica fiorent ina, i signori della Scala., i signori Risconti di
Milano, i signori di Ferrara e quelli di Mantova, sij'acez lega e
confederazione contra qualunque nemico comune, senza eccettuarne
Imperio uè Chiesa, ma ben nominando particolarmente contro il Ba-
vero e il re Giovanni. Clie detta lega a^'esse a tener soldati conti-
nuamente tremila cavalieri, dei quali la rata ottocento ne toccasse
a quei della Scala, seicento per ciascuno al re Ruberto, alla Repub-
blica fiorentina, e a' Fisconti, e quattrocento insieme a Ferrara e
a Mantova. Che particolarmente fosse la lega tenuta ajutare a con-
quistar ad Azza signor di Milano la città di Cremona e il borgo
a S. Donnino, a Mastino la città di Parma, a quei d' Este 3Iodena,
a' Gonzaghi la città di Reggio, e ai Fiorentini quella di Lucca,
LiBRO OTTAVO. 247
Menlrc si Irallavano queste cose in Lombardia, accadde
alla Repubblica occasione di lasciar un esempio di somma
severità e di misericordia insieme a' posteri, per aver i San-
gìmignancsi arso la villa di Camporbiano del contado di Fi-
renze, ove erano rifuggili i lor fuorusciti. Fu per questa ca-
gione fatto chiamar in Firenze il podestà della terra, il qual
era stato capitano dell' impresa con alcuni del luogo de' pri-
mi, i quali non essendo voluti comparire, fu in consiglio dato
sentenza contra la comunità di S. Gimignano in libbre cin-
quantamila, e che il podestà insieme con ccntoquarantasette
uomini più principali fosser condennati alla pena del fuoco.
Per la qual sentenza eseguire aveano preparato genti per
combatter la terra senza voler prestar orecchio a sorte d' ac-
cordo alcuno, se rimettendosi liberamente tutto il comune
alla grazia e libera discrezione de' Fiorentini, non avessero
con abietta umiltà mitigalo l'alterigia dogli animi loro. « In-
« tanto era tornato d' Avignone Alesso Rinucci mandatovi
« dalla Repubblica col vescovo Francesco per chiarirsi mag-
« giorracnle della volontà del papa; il quale avendo ritenuto
o appresso di se il vescovo, avea per il Rinucci scritto alla
« signoria, che sua intenzione non era di tentar cosa alcuna
« in Italia in pregiudizio de' Fiorentini né d'altri. Dall'altro
« canto essendo i Lucchesi con le genti del re Giovanni tor-
« nati all' assedio di Barga » , e volendo i Fiorentini tentar
ogni prova per soccorrerla, e non essendo anche a tempo
di valersi della lega, ' si confederarono col marchese Spi-
netta, il quale tutto che fosse di natura ghibellino, era nondi-
meno capital nimico de' Lucchesi : e promettendo egli vetto-
vagliar la terra per forza, pur che i Fiorentini 1' accomodas-
sero di dugcnto cavalieri, perciocché di dugento altri l'ave-
vano provveduto i signori della Scala e di Mantova, gU fu-
rono mandati spaccialamente; onde egli con quattrocento
cavalieri, oltre i fanti che avea cavati dal suo paese, si trovò
il secondo dì di settembre sopra Barga. Pochi d'i poi si mos-
I Ecco le parole del testo : dall' altro canto durava ancora l' as-
sedio di Barga, e volendo i Fiorentini tentar ogni prova per socco- -
rerla, e non essendo anche a tempo di va'ersi della lega, la qu-ile
non era conchiusa, si conjederarono col marchese Spinetta ec.
-2ÌS dell' istorie fiorentine
sono anche i Fiorentini di Pistoja con oUocento cavalieri e
gran numero di fanti, e senza trovar contrasto presono il
Cerfuglio, Vivinaia, e Montechiaro, sperando poter divertire
per questo i Lucchesi dell'assedio. Ma non facendo quelli
sembiante di volersi muovere in conto alcuno, anzi vi era di
nuovo cavalcalo Simone Filippi vicario del re Giovanni con
luUe le genti che erano restate a Lucca, oltre molte altre
squadre di cavalli fattesi venir di Parma, i Fiorentini abban-
donando con cattivo consiglio i luoghi acquistati, deliberaro-
no tirar tutte le forze in Garfagnana, e veder per viva forza
eglino d'un lato, e il marchese Spinetta dall'altro, se potea
\enire lor fatto di soccorrer Barga. La quale posta sopra un
poggio scosceso e in paese forte ha nove piani nella mon-
tagna. Ma conoscendo per ninno altro modo potere ciò fare
per lo forte alloggiamento che avcan preso i nimici, che col
venire al fatto d'arme, li mandarono richiedendo di battaglia,
sperando d' averne indubitatamente a riportar la vittoria. Ma
Simone Filippi vicario del re non giudicando partito utile
metter le cose certe in dubbio ( perciocché egli era sicuro
che la terra non era per poter tenersi più lungo tempo )
mandò a dire a' Fiorentini che se essi aveano voglia di com-
battere facessero di modo che ve lo tirasser per forza, con-
ciossiacosaché egli si trovava in quel luogo per espugnar
Barga, e non per combatter co'nimici; la qual risposta fece
deliberar i Fiorentini, conosciuto di gittar l' opera indarno, a
tornarsene a casa. « Dove trovandosi Benincasa Lapi maestro
a eccellente d' intagliar i conj delle monete avanti con gli
« anni, gli furono dati aiuti. E perchè gli altri intagliatori
« per ingordigia di maggior guadagno non andassero a ser-
« vire i Pisani e i Bolognesi, i quali si sentiva voler coniare
« nuova moneta, fu accresciuto loro il salario, sapendo molto
« bene quanto alla bontà dell' oro e dell' argento dia credito
« la bellezza dell' impronta del conio, nella quale la città ha
« sempre mostrato particolar cura. Fatta la dichiarazione nella
« lega che si dovessero aiutare 1 Fiorentini all'acquisto di
« Lucca, si cominciò a dubitare che il marchese Spinetta
« fosse per esser contrario a questo acquisto ; il che venu-
« logli a notizia, non solo ne scrisse a Firenze a' padri per
« disingannargli , ma offerse per sicurezza della sua buona
LIBRO OTTAVO. 943
« volontà di dare per statichi i figliuoli e nipoti. E perchè
« si volevano indirizzar le cose per tale acquisto fu dato ba-
« lia al gonfaloniere e priori di elegger quel numero d'uo-
« mini che paresse loro a proposilo per poter dar principio
« a far una fortezza sopra il monte del Cerruglio per mole-
« star tanto più vivamente i Lucchesi ». A' quali quei di Bar-
ga disperati di poter esser soccorsi, avendo prima pattuito
la salvezza delle persone, s'arrenderono il di'cimoquinto gior-
no d' ottobre, giorno nel quale prendeva in Firenze il som-
mo magistrato Maso degli Uccellini, il cui reggimento, ben-
ché la città nel resto si trovasse in felicissimo stato , ebbe
spesse molestie per i diversi fuochi che sentì; il qual s'ap-
prese una volta in S. Martino, e arse la torre e palazzo
de' Giugni con altre vicine case e botteghe, ove per esser
riposte molte balle di lana, e per esservi periti alcuni gar-
zoni, il danno non fu stimato piccolo. La sera che seguì a
questo incendio, come il fuoco volesse visitar tutte le con-
trade della città, passò Arno, e attaccossi all'abitazione dei
Bardi, ardendo nel medesimo tempo altrove alcune case che
erano al canto di Borgo S- Lorenzo. Non passarono poi molti
dì che egli fece sentire la sua violenza al Borgo al Ciriegio,
non potendo coloro che erano proposti a questa cura, per
molte provvisioni che vi facessero, rimediare che i detti fuo-
chi non seguissono. « Si rimediò bene , trovandosi capitano
« del popolo Andrea da Camerino, a' disordini che seguita-
« vano ne' beni delle chiese e date de' benefizi, di molti
« de' quali essendo padroni le famìglie grandi, quando ne
« veniva a vacare alcuno, s'impadronivano de' terreni; furo-
« no però poste pene molto rigorose a simili ladronecci, con
« proibire che non potessero intervenire nelle date de' be-
te uefizi che aveano a comune co' popoli, che per procura-
« tori ». Essendo i marchesi di Ferrara, i quali erano com-
presi nella lega, stati sconfitti nel contado di Modena da Carlo
figliuolo del re Giovanni, si credette dalle genti superstiziose
quelli cotanti fuochi essere stati portenti di quello o d' altro
maggior futuro male, essendo massimamente il medesimo av-
venuto nel gonfalonerato di Cione Falconi d'Oltrarno il 26°
giorno dell'anno 1333, a che nella città era venuto podestà
« Giorgio de' Tebaldeschi d'Ascoli, » nel qual giorno di
250 dell'istorie fiorentine
mezzodì s'apprese il fuoco denlro il campaiiil vecchio di
S. Reparala.
Ma le ambascerie venule a Firenze de' Sanesi e del
legato ingombrarono gli animi di nuove considerazioni. Quelli
pregavano il senato che dovesse per alcun tempo conce-
dere loro le sue masnade per la guerra che aveano co'Pi-
sani, ricordando a' Fiorentini non meno la fedele amicizia
e compagnia che era stala sempre tra la repubblica di Siena
e quella di Firenze, che l'odio e inimicizie capilali che
l'un comune e l'altro avevano quasi sempre tenuto co' Pi-
sani ; e in segno di ciò producevano il capitano de' Pisani
esser Ciupo degli Scolari fuoruscilo fiorentino ; la lor caval-
leria la miglior parte esser di Parma, e di Lucca delle genti
del re Giovanni , e per questo aver poco innanzi i Fioren-
tini mandato aitilo ad ejsi Sanesi senza esserne richiesti ,
veggendo i danni e il guasto che aveano dato al lor con-
tado i Pisani. Fu loro risposto da' padri ; che con quella di-
rittura che il popolo fiorentino s' era sempre ingegnato di
conservar l'amicizia co' Sanesi, e con qualunque altro po-
polo si trovavano in confederazione , con quella medesima
esser cosa ragionevole ora di osservarla co'Pisani, a' quali
non aveano ragione di romper guerra ; e i casi esser molto
dispari : aver poco innanzi mandato aiuto a' Sanesi per di-
fenderli contra i Pisani, e ora dover mandar loro genti per
offendere e per travagliar i Pisani. Gli ambasciadori del le-
gato avendo esposto gli antichi e nuovi beneficj fatti da santa
Chiesa alla Repubblica fiorentina , la natura degli slati guelfi
e ghibellini, e gli umori che ordinariamente producevano
r inclinazion delle parti; il fine che aveano i signori di Lom-
bardia, come vicari la maggior parte d'Imperio, e quello
che aveano i pontefici , i quali aspirano sempre alla libertà
d'Italia: per le quali ragioni era stata sempre tra la sede
apostolica e quel popolo buona e leale amicizia, quasi per
tutti i secoli passati , e all' incontro odj e gare mortali tra
i detti signori lombardi, e la loro Repubblica: li conforta-
vano a partirsi dalla delta indebita lega fatta tra loro, e a
volersi accostare con lui , e unanimi attendere alla distruzion
de' loro nemici ; non cessando di ridurli a memoria che
l'uno de'confederati era Azzo Visconti, il quale insieme
LIBRO OTTAVO. 2o(
con Castruccio s' era trovalo a comballer le mura di Firenze ;
e che tutti insieme erano stati sempre quelli che aveano
chiamato alla loro rovina gì' irapcradori d' Alemagna; avendo
campo d'andar vagando per questa materia molto dififusa-
mentc. Colui, a cui fu dal senato commessa la cura di ri-
spondere , disse : che i Fiorentini non nogavano coleste cose
esser vere ; ma quanto più vere erano , tanto maggior colpa
doversene dare al legato : il quale col modo del suo proce-
dere avea costretto quella città, devotissima alla sede apo-
stolica , a gettarsi in braccio a' nimici suoi. Ma lasciato star
questo da parte ; di che doversi egli lamentare , se la lega
era fatta contra il re Giovanni e il Bavero con consenti-
mento del papa , il quale di costui era nimico , e di colui
avea detto non esser venuto in Italia di suo ordine , e non
essersi di sua volontà travagliato ne' fatti di Lombardia e di
Toscana? Andò poi seguendo molte altre ragioni, per le
quali conchiudeva non potere , nò dovere , o volere in conto
alcuno partirsi della lega; per la qual cosa gli ambasciadori
se ne tornarono a Bologna con poca soddisfazione del le-
gato; e il primo cho ebbe a sentire lo sdegno dell'adirato
animo suo fu Niccolò da Este marchese di Ferrara; il quale
venuto in Causandoli di nuovo alle mani con le genti eccle-
siastiche, fu da' nimici rollo e fatto prigione. Onde i vinci-
tori s'accamparono intorno Ferrara, e a prima giunta gua-
dagnarono il borgo, che è posto contro all'isola di S. Giorgio,
e tutto di strignevano la città maggiormente. Queste novelle
recale a Firenze turbarono grandemente la nuova signoria,
che era enirala col nuovo gonfaloniere Giovanni Arnolfi;
perche alle prime lettere che ebbono dalle genti del mar-
chese del danno ricevuto spedirono quattrocento cavalieri
della miglior cavalleria che avessero ; e sotlo la condotta di
Francesco Strozzi cavaliere e di Ugo Scali li mandarono in
Lombardia ; ma con tanta difTicoltà , che non potendo andar
per Bologna ne per Parma furon forzati tener la via di
mare per Genova , e indi passar a Milano , e di là condursi
a Verona, ove s' aveano a congiugnere con le genti dei si-
gnori della Scala. Subilo che ciò fu noto al legalo , mandò
pregando il re Giovanni , il quale dopo che era stato in Pro-
venza col papa se n' era passato in Francia , e di là con
252 dell' istorie fiorentine
nuove genti era calato in Italia , e allora si trovava in Parma,
che per quanto aveva cara la salute e onore comune non ii
Cosse grave di venirne a Bologna per trattar insieme della
guerra ferrarese. Il re vi venne prestamente , e fatta la pa-
squa col legato, e avuto per suo procaccio da' Bolognesi ,
benché con grande strepito e sdegno di quel popolo , quin-
dicimila fiorini d' oro, si profferì d'andar in persona alla
guerra di Ferrara, e tra tanto che egli si sarebbe posto a
ordine a Parma di quel che bisognava spedi il conte d' Ar-
mignach con trecento cavalieri, che con la maggior pre-
stezza che fosse possibile andasse a dar aiuto al campo. I
capi della lega veggendo venuto il conte , e informati appieno
delle provvisioni che si facevano dal re in Parma , dubita-
rono se punto stavano a badare di non esser più a tempo
di levar l'assedio di Ferrara. Per questo ordinarono con
somma celerità le genti per terra, e venticinque gazzarre (cosi
si chiamavano quelle che ora diciamo burchi) bene armate
nel Po , non solo con animo di soccorrer la terra, ma di
combattere co'nimici se n'avessero avuto occasione. Ma
l'alloggiamento de' nimici era sì forte, che ciascun capitano
affermava l'andare ad espugnarli non esser altro che un
condur i soldati al macello. E per questo parca che ciascuno
schifasse l'impresa. Solo quattro capitani fra tanti presono
il carico di dar l' assalto vigorosamente. Costoro furono Io
Scali e lo Strozzi capitani de' Fiorentini, il marchese Spi-
netta , e un gentiluomo trivigiano di casa Avogadro : i quali
per la porla che va a Francolino uscirono ad assalir il campo
da quella parte ove era più forte di fossi e di sleccati , es-
sendo in un medesimo tempo , poiché così si convennero
di fare , uscita l' altra gente per la porta del Leone , e il
navilio per Po per dar l'assalto al ponte di S. Giorgio. La
battaglia fu molto aspra, e buono spazio si stette senza po-
ter conoscere qual de' due eserciti n' avesse il migliore ,
quando avendo i Fiorentini dal canto loro fatto alquanto di
valico nel fosso , e rotta una piccola parte dello steccalo,
s' udì che con grandissime grida e vigore erano saltali dentro
gli steccali degli nimici, e che incontratisi col conte d' Ar-
mignach si facea da amcnduc le parli una sanguinosa batta-
glia. Quindi avvenne che ciascuno corse a quel lato ; e ve-
LIBRO OTTAVO. 253
rameiite in niun luogo si combattè con maggior fervore ,
essendo in quel dì slata mollo chiara e illustre 1' opera dei
due capitani fiorentini; i quali essendo in casa famosi, e
amendue di pregiate famiglie , come fosse tra loro alcuna
segreta contesa di gloria , gareggiarono in quel giorno con
pari lode del vigore del corpo e dell' animo ; perchè essi
ruppono alla fine il campo e posero con maravigliosa feli-
cilà in volta i nemici, i qsiali seguitati da cavalieri e da fanti
per terra, e dalT armala delle gazzarre per Po , saetlati ora
da un lato e ora da un altro, quasi tulli fur tagliati a pezzi
0 fatti prigioni. Molti altri perirono annegati nel fiume, men-
tre in quello cercavan salvarsi. Allri affogarono con la ca-
duta del ponte di S. Giorgio, il quale non potendo reggere
il carico grande della gente che fuggiva, rovinò con la morie
di quanti ve n' eran sopra. Uimasevi prigione il conte d'Ar-
raignach con lutto il baronaggio di Linguadoca, e insieme-
mente con la miglior parte della nobiltà di Romagna.
Questa vittoria succeduta a' 14 d'aprile, fece, recatane
la novella in Firenze , lietissimo il gonfaloneralo di Kinieri
del Forese , nel quale la plebe rappresentò giuochi e feste
molto solenni, avendo oltocenlo uomini parliti in due bri-
gate per un mese continuo dato dolcissimo spettacolo al po-
polo, non meno con balli e danze piacevoli, che con conviti
ricchi e sontuosi, tenendo corte bandita e menando spesso
il lor re per la città con drappo d' oro sopra capo ; spen-
dendo r impazzata ambizione de' piccoli artefici in poco d'ora
quello che aveva con assidua fatica acquistato nello spazio
di moltissimo tempo; cosa molle volte stata nolata per de-
gna di maraviglia, che in una città, ove sia stata sempre la
parsimonia in tanto pregio, colai generazione d' uomini per
una vana ombra di magnificenza si acconci così agevolmente
a gitlare il suo. Fu in questo tempo dato ordine dal pub-
blico agli ufiziali della torre di rifar le botteghe abbruciale
« sul Pontevecchio. E perchè gli slaluti e riforme del co-
« mune eran molliplicali in mnniera , che molte volte gene-
« ravano confusione e contrarietà, fu eletto il dottor Fran-
« Cesco Buonamici da Siena con due notai per ridurli per
« ordine, dichiarar 1' oscurità , e levar le superCuità , aven-
« do prima giurato di volerlo fare con ogni rettitudine. Ala
254 dell' istorie fiorentine
eorae in Firenze la letizia della vittoria era siala grande ,
così in tutto lo stato, il quale era suddito di santa Chiesa,
fu grande il rammarichio della perdita falla. Onde il legato
fece di nuovo venir a se il re Giovanni a Bologna ; a cui
diede danari per far genti , e melter nuove forze insieme ,
perchè la lega non procedesse a fatti maggiori; essendosi
in questo tempo infin gli Aretini mossi per torre al legato
il castello di Mercalello in Massalrtbaria in Romagna, luogo
onde i Romani cavavan gli abeli, secondo mi disse leggen-
dogli io queste storie il granduca Cosimo , il che fece pre-
stamente tornare il re a Bologna. JMa precedendo lentamen-
te, 0 perchè le provvisioni non fossero a ordine, o perchè
egli, come si dubitò, avesse intelligenza con gli Aretini, il
castello non potette aver il soccorso a tempo , e arrendessi
a' nemici. « Mentre che gli Aretini erano intorno a Merca-
« lello, Piero Saccone da Pietramala generale signore d'A-
« rezzo e Tarlato suo fralollo mandarono a Firenze un loro
'< ambasciadore e sindaco a pregare i signori di voler in cou-
rt fermazione della pace fatta di settembre l'anno 1314 farla
« rinnovare, il che fu loro tanto più facile a ottenere, quanto
« che travagliando il legalo , facevano il servizio della Re-
« pubblica. Fu però a' 13 di maggio , che in Firenze era ca-
« pitano del popolo Pietropaolo di M. Gio. da Terano, con-
te fermata la pace, nella quale s' inchiusero i medesimi Tar-
« lati e i loro consorti ». Ma nato dalla perdita di Mer-
calello sdegno tra il legato e il re Giovanni , perchè il re
se ne tornò a Parma il quindicesimo giorno di giugno , nel
quale in Firenze si traeva nuovo gonfaloniere Cino Mi-
chi '. « Il primo di luglio prese la podesteria Nello de' Guel-
« foni d'Agubbio. E a' 29 fu conchiusa una tregua in Lom-
<( bardia in Castelnuovo de' signori di Coreggio fino alla
« festa di S. Martino, e per dopo non si disdicendo, tra il
(< re Giovanni e i suoi aderenti e collegali da una , e il re
« Ruberto e la Repubblica fiorentina e loro collegati e ade-
« remi dall' altra, con lasciar libero alle parti di poter aiu-
« lare il legato e allri amici non inclusi in questa tregua per
I Al solito qui il giovane Ammirato pone delle parole senza bri-
garsi di rappiccar Lene il senso. Nel testo si legge così : arrendessi
iC nemici . da che nacque sdegno J'ra il legalo, e il re GiOK'anni, ec.
LIBRO OTTAVO. 2oS
« difesa solamenle. Talché a Tommaso conte di S. Severi-
« na stalo eletto a richiesta del re Ruberto generale della
« Repubblica per il tempo di sei mesi restò poco da fare
« per la sua carica ». Considerando il re Giovanni per la
mutazione delle cose non dover poter lungo tempo ritener
Lucca, incominciò a praticare di venderla così co' Fiorenti-
ni come co' Pisani ; ma non si trovando forma da potersi
le parli assicurare, ed egli avendo volto 1' animo a partirsi
d' Italia, pensò cavarne prima cpiel profitto che più gli fosse
stato possibile , e per questo tornò a Lucca a' 16 di luglio,
e statovi poco mcn d' un mese, se ne portò per una impo-
sta fallavi sotto nome di voler pagar le sue masnade quin-
dicimila fiorini d' oro.
Godeva la fiorentina Repubblica di questi scompigli, ve-
dendo vicina la dissoluzione delle genti del re Giovanni,
per la qual via incominciava a ridestarsi di nuovo in lei la
speranza d' insignorirsi di Lucca. Ma giudicando che il pro-
cedere moderatamente non sarebbe a questa volta stalo dan-
noso, stava aspettando a che fine doveano riuscire le cose
del legato ; le quali erano ancor elle dopo la rolla di Fer-
rara mollo alterale. « In questa condizione di cose fu di
« nuovo ordinato che si mettesse mano al ponte popolare o
« reale sopra Arno, con fare una porta simile a S. Nic-
« colò; la porta si vede che fu falla, ed è veramente reale.
« Fu anche sollecitato il ridurre a fine la nuova terra di Fi-
« renzuola, e 1' altra ordinala avanti di S. Pietro nel piano
« d'Assenzio di monte al Pruno. Venuto il lo d' agosto prese
« il gonfalonerato Giovanni de' Medici figliuolo di Bernardi-
« no , il primo pensiero del quale fu di tener abbondante
« la città; perchè dette autorità a' sci ufiziali dell'abbondanza
« di poter forzare chi si fusse a metter il grano in piazza,
(i e non volle che persona potesse esser presa né anche per
■'<■ debiti pubblichi iu andando o tornando da' mercati a ven-
« der grano o biade. Col ritorno d' Avignone del vescovo
« Francesco papa Giovanni avea scritto alla signoria esor-
« taudola , che avendo dato ordine al vescovo di procurare
« di far pace tra' comuni di Pisa e di Siena, i quali erano
« in guerra per conto di Massa di Maremma e delle sue ca-
ie stella , a volerlo assistere di consiglio e d' aiuto , onde
256 dell'istorie fiorentine
« avendo i Pisani e Sanesi mandalo loro ambasciadori a Fi-
« renze, e rimesse le lor differenze nel vescovo come in
« nunzio del papa. La Repubblica avendo ricevuto in gnar-
« dia non solo Massa ma i castelli di Monlerotondo , di
« Gerfalco , di Perolla , di Gavorrano, di Colonna, di Roc-
« clietla , di Pietra, di Caldana , di Campelroso e di Ranì ,
« promesse 1' osservanza di quello che avcrebbe lodalo il
« vescovo per 1' una e 1' altra repubblica. E al vescovo dette
« per aiuto in tal negozio Giovanni de' Gianfigliazzi cava-
« liere, Tommaso Corsini dottore di leggi , Jacopo degli
« Alberti, e Lapo Monaco di Badia, dottore in decreti. Il
« vescovo lodò a' 4 di settembre, che Massa restasse libera,
« rimettendovi i fuorusciti, e che gli fossero resi tutti i suoi
« castelli parie occupati da' Sanesi e parte da' Pisani, fra i
« quali popoli dovesse esser pace , annullando ogni obbligo
« e giuramento fatto tra Siena e Massa l' anno 1276 , come
M ogni compagnia fatta tra Pisa e Massa il 1332 al Pisano.
« Per il che i Fiorentini fecero sindaco Rinieri del Forese
« a lasciar libera Massa e le sue castella ad ogni volontà
« del vescovo '. Appena era conchiusa la pace tra queste
« due nemiche repubbliche con grande soddisfazione di
« tutta la Toscana ( la quale in gran parte parca che rima-
« nesse vola d' odj e d' inimicizie) , che le cose del legato
« incominciate a peggiorare dcltono del tutto all' ingiù; con-
« ciossiachò Francesco OrtlelafTì , il quale era da lui stato
« caccialo di Forlì, entrandovi nascosamente in un carro di
I II vecchio Ammirato dice: Tu questa condizione dì cose prese il
confalonerato Gioi.'(inni de' Medici.) figliuolo di Bernardino , in tem-
po cheniolti ambasciadori de' Sanesi e de'' Pisani attendo Jatto capo
alla signoria per mezzo del ^'escoi'o della città^ per le differenze che
avevano insieme per cagione di Mussa, cerca^'ano la definizione delle
loro contese. Il senato deliberò, che Mussa rimettendo dentro tutti
i suoi Juorusciti do\'esse esser libera, e che né i Pisani né i Sanesi
vi si avesser a int rometter piìi; ma che il vescovo di Firenze, con-
fidente de' Masselani, vi avesse egli per tre anni a metter la signo-
ria a sua volontà, entrando per mallevadore per questa pace la Re-
pubblica., a cui s' era prima ciascuno dei due comuni in caso di con-
travenzione obbligato nella pena di diecimila marche <l' argento, ap-
pena era conchiusa la pace per opera de' Fiorentini., J'ra queste due
nemiche repubbliche ec.
LIBRO OTTAVO 2o7
« fieno gli ribellasse la città». Non più che tre giorni appresso
questo accidente, Malatesta de'Malatesti entrò in Rimini ru-
bando e uccidendo le genti del legalo con ogni crudeltà; col
quale esempio mossi i Cesenati, cacciandone fuori le genti
della Chiosa si ridussono a viver liberi. Queste ribellioni
dettero animo a' figliuoli di Castruccio di ricuperar Lucca,
essf-ndo massimamente il re Giovanni, non meno per lo man-
camento delie cose del legato, e per 1' imposizioni fatte a'Luc-
chesi , che per la fama che si era sparsa di volersene ri-
tornare di là da' monti, per la qual cagione procacciava ili
yendor quella terra, incominciato a scemar mollo della pri-
ma riputazione, e venuto in dispregio quasi di tutti i popoli
<r Italia. Quindi presono i detti giovani ardire a tentar così
nubil fatto, e partitisi prima nascosamente da lui , appresso
la corte del quale vivevano come statichi, se ne vennero in
Garfagnana, e quivi ragunati di molti soldati allievi del pa~
dre , e aliri loro amici, la notte del 25 di settembre entra-
rono in Lucca e corsero la città ; della quale con felici prin-
cipj , se il tìn fosse stalo conforme, toslaraentc s'insignori-
rono, fuggendosene le masnade del re Giovanni senza aver
fatto resistenza alcuna , al caslel dell' Agosta. Ma il re in
questo diligenlissimo , venuto quasi volando su la partita
de' giovani di Parma, senza aspettar altre novelle in Lucca,
ne discacciò i fratelli Interminelli con fatica e prestezza non
molto maggior di quella che essi v' erano entrali, e traendo
nuova moneta da' Lucchesi, poiché il venderla non riusciva,
l'impegnò per trentacinquemila fiorini d'oro a' Rossi di Par-
ma; avendo quella misera repubblica nello spazio di venti
anni, da che pervenne in potere d' Uguccione della Fagiuola,
mutati sette signori. I Fiorentini lieti dell'avversità de' loro
niraici, e ignoranti delle vicine loro sciagure, si rallegrava-
no ancora delle letizie degli amici loro altrove succedute,
avendo in quel tempo mandato « Gerozzo de' Bardi , Simo-
« ne de' Peruzzi, Testa de' Tornaquinci, Lotto de'Cavicciuli,
« Giovanni de' Gianfigliazzi tutti cinque cavalieri, Orlando
« Marini giudice, Donato degli Acciainoli , e Antonio degli
« Albizi » ambasciadori al re Ruberto per onorar le nozze
che egli facea di Giovanna sua nipote in Andreasso nato da
Carlo Martello re d' Ungheria , il qual Carlo era stato cu-
Amm. Vol. il 17
258 dell'istorie fiorentine
giiio carnale di Carlo duca di Calabria suo figliuolo e padre
di Giovanna; ambasceria messa a ordine con lanla pompa
e grandezza, avendo gli ambasciadori menali con seco cin-
quanta familiari vestili tulli ad una assisa, che gareggiarono
di sontuosità non solo con tulli gli altri ambasciadori che
comparirono in quella festa, ma con la morbidezza e fasto
degli stessi baroni napoletani, usi più che tutte l'altre na-
zioni d' Italia a procurare 1' apparente splendore. Fece accre-
scere il cumulo di colante allegrezze la novella che venne
nel goiifaionerato di Lapo Covoni la seconda volta , che il
re Giovanni s' era parlilo di Parma per andarsene in Ale-
magna a' 15 d' ottobre, nel qual dì avoano preso in Firenze
la signoria i nuovi magistrati ; ancor che mortosi quattro
giorni dopo il gonfaloniere Covoni, avesse preso il suo luo-
go Giovenco Bastari.
In tanta felicità e buono stato della fiorentina Repub-
blica, libera afTatlo dalle battiture d' Uguccione e di Castruc-
cio, secura dagli spaventi del Bavero, e del re Giovanni, e
quasi capo e principe di tutte l' altre città di Toscana, il le-
gato loro avversario ridotto a tale che ultimamente avea chie-
sto tregua alla lega, e avea caro di starsi in pace, e di non
molestarli, la rovina che non potea venir dalla mano degli
uomini venne dal cielo ; le cateratte del quale, come se aper-
te fossero state, lasciarono cader tanta pioggia sopra la terra
che quasi sommerse la città. Questa incominciata a ca'en di
novembre « che avea preso l'ufìcio di capitano del popolo Ber-
toldo figliuolo di M. Angeluzzo da Rieti » e continuando senza
cessar mai, anzi più sformatamente ogn' ora crescendo per
quattro giorni e quattro notti continue con spessi e spaven-
tevoli tuoni e baleni, fece in guisa crescer i fiumi, che aven-
do prima inondato quasi tutto il piano del Casentino e quel
d' Arezzo, e il Valdarno di Sopra, scendendo nel piano di Fi-
renze, e ivi accozzandosi il fiume della Sieve coli' Arno ; il
quale per simil modo avea allagalo lutto il Mugello ; in un
momento allagò e coperse il piano di S. Salvi e di Bisarno,
crescendo sopra i campi in molti luoghi insino alla sommità
di dieci braccia. All' abbomlanza e impelo di tante acque
essendo assai piccolo e debole ricetto l'antico letto d'Arno,
il quale benché assai largo parte la città per mezzo, conven-
LIBRO OTTAVO. 259
ne, che soverchiandolo elleno più di sette braccia, a guisa
iV un vincitore esercito, entrassero nella città per la rottura
delle mura, avendo gittato in terra la porla della Croce, e
quella del Renaio, e poi la notte seguente avendo spianalo
più di centotrenta braccia del muro che è sopra al Corso
de' Tintori. Per così laiga entrata occuparono l'acque tutto
il resto della città , montando infino sul primo grado della
scala del palagio de' signori, che è stimato il più alto luogo
di Firenze ; ma altrove crebbe molto più , e a S. Giovanni
alzò sopra al mezzo delle colonne di porfido. Né per questo
essendo punto posato il furore dell'acque s'udì in un su-
bito come la città fosse da un altro lato combattuta, che era
già stata rotta la pescaia d' Ognissanti con più di secento
braccia del muro che è all' incontro di delta pescaia dietro
al borgo di S. Friano. Il trattenimento che per alquanto spa-
zio ebbe l'acqua, mentre penò a gittar la pescaia fece che
il corso dell' acque tornasse all' indietro, onde con molto mag-
gior danno e rovina percolendo giltò subito a terra il ponte
alla Carraia , non gli lasciando altro che due archi dal lato
dell'antica Firenze. Rovinò poi il ponte a S. Trinila salvo
una pila, e un arco verso la chiesa. Il simile fece del ponte
Vecchio, il quale stipalo in su la proda del fiume di molto
legname, onde il fiume vi correa più stretto, e per questo
più furioso, non potette fare alcun riparo. Solo il ponte Ru-
baconte resse a tanta rovina, ma più tosto a somiglianza di
luogo battuto dall' artiglieria, che libero da ogni oltraggio,
imperocché gli ruppe le sponde d' ogni parte, e in modo lo
sgominò, che penò poi molto a rifarsi. Il danno pubblico fu
stimato che ascendesse alla somma di dugentocinquantamila
fiorini d'oro. Quello de' privati accrebbe di gran lunga a
maggior somma, perciocché oltre le biade seminate, egli non
lasciò delle ricolle e riposte in magazzini niuna che non gua-
stasse : non vino, non olio, non lana, non arnesi, non mas-
serizie, che furono di grandissimo valore. Portò via tutto
quel poco terreno che era in su colli per seminare e per
lavorarvi; molte case, molti arnesi, e molle famiglie intere
de' contadini distrusse, come che il numero degli uomini morii
non avesse di gran lunga passato quel di trecento. Ma non
solo i presenti danni furono di travaglio e di spesa a'citia-
260 DELLISTOKIE FIORENTINE
dilli, ma le reliquie che lasciò colanlo male, essendo in gui-
sa guasli i pozzi , e piene le cantine e le strade d' acqua e
di puzzolente mola, che benché somma sollecitudine vi si
fosse impiegala, non bastò lo spazio di sei mesi che elle
fossero interamente sgombrate. Il senato per ovviare per
l'avvenire inquanto l'industria umana fosse bastevole a si-
mil rovine, deliberò che in fra i ponti nulla pescaia né mu-
lino fosse , ne di sopra il ponte Rubaconle per ispazio di
duemila braccia, nò di sotto a quello della Carraia per ispa-
zio di quattromila, sotto gravissime pene, avendo considerato
che r aver le pescaie tenuto in collo aveano fatto maggior
r impeto e il corso del fiume. Penetrala la fama di cosiffatta
inondazione per tutta Italia e fuori , mosse il savio re Ru-
berto come antico amico de' Fiorentini a consolarli con una
epistola piena di grande erudizione e dottrina, e veramente
degna di quel principe, la quale scritta a' 12 di dicembre fu
letta con grandissima attenzione dal nuovo gonfaloniere Bi-
liolto Bilioni: ma il gonfaloniere non ostanti le rovine do-
mestiche, dopo aver fatto ringraziar il re con altre lettere
del pietoso e umano uficio usalo verso la patria sua , veg-
gendo che nel primo dì dell'anno 1334 « che era entrato
« podestà della città Giovanni de' Buonaparti d'Ascoli, » la
tregua fatta col legato spirava, e che egli mollo diversamente
da quel che avea fatto il re Ruberto, s' era di cuore ralle-
gralo delle calamità de' Fiorentini, dicendo in pubblici par-
lamenti in Bologna, coleste mine esser a quella città avve-
nute per aver preso 1' arme contra la sede apostolica , sol-
lecitò che la Repubblica mandasse suoi uomini a Lerici , ove
si facea il parlamento di tutta la lega, per conchiudere se si
avea a prolungare la triegua o a seguire la guerra, con or-
dine e mandato espresso , che con ogni eloquenza e vigore
persuadessero che la guerra incominciala si proseguisse. Gli
ambasciadori tìorentini aiutati da Mastino , a cui similmente
piaceva la guerra, ottennero il desiderio della Repubblica,
perchè furono confermali gli accordi , i quali prima erano
stali proposti circa la divisione dell'acquisto che s' avea a
fare ; perchè ciascuno de' collegati attese a fare il suo sforzo
per quello che se gli apparteneva : e siccome i Visconti cor-
sono sopra Piacenza , e quei della Scala e i Gonzaghi a
LIBRO OTTAVO. 261
Parma e a Reggio, e i marchesi di Fcrfara sopra Modena,
così la genie de' Fiorentini entrò armala in Valdinievole so-
pra Buggiano per poter poi con più facilità accostarsi e far
l'impresa di Lucca. Nò i Lucchesi ritardarono a prender l'ar-
me cavalcando a Fucecchio e a S. Croce; da' quali luoghi il
decimo di di quell'anno levarono gran preda di bestie grosse
In questo modo ardeva la guerra fra il legato e la lega, es-
sendo non solo la Toscana, ma tutta la Lombardia posta in
scompiglio per questa cagione. Nò 1' una nazione nò 1' altra
era senza affanno; perciocché a' 23 di febbraio, essendo in
Firenze gonfaloniere Jacopo degli Alberti, a quei della lega
furon rotti quattrocento cavalieri presso a Correggio, ove re-
stò preso Ettore de' conti di Panigò con altri connestabili di
conto, e la gente del marchese di Ferrara teneva in guisa
assediala Argenta, !erra diciotto miglia lungi di Ferrara, che
era in buona speranza di conseguirla; la qualcosa fu cagio-
ne che ad istanza del pontefice, il quale avca mandato a que-
sto fine l'arcivescovo D. Bruno in Italia, si facesse co' col-
legati nuovo parlamento a Peschiera; ove per parte del papa
tre cose furono dimandate dall' arcivescovo , ed egli promet-
lea che la pace seguirebbe nel resto molto onorevole, e con
gran soddisfazione della lega. La prima che la detta lega si
disfacesse; appresso che si levasse l'assedio d'Argenta, e la
lerza, che il marchese di Ferrara liberasse il conte d' Armi-
gnach, e gli altri prigioni senza costo. Rispose Mastino per
bocca d'uno degli ambasciadori fiorentini, che la lega non
si potea partire, ma in caso che Parma rimanesse in sua li-
bertà, si disfarebbe 1' esercito : e quando il papa si conten-
tasse che Ferrara restasse alla casa da Este col solito censo,
e che d' Argenta si convenisse per una onesta e moderata
imposizione co' medesimi signori di nuovo censo, che allora
si rimetterebbono i prigioni senza tassa alcuna. Ma mentre
l'arcivescovo pon tempo in mezzo per potersi consigliar col
legato, il quale era venuto a trovare a Bologna, Argenta, ve-
nendole meno la vettovaglia, s'arrese a' marchesi, e i soldati
della lega, veggendo riuscir le cose prospere, e non volen-
do perder così fatta occasione, entrarono armati nel contado
di Bologna. Il legato volendo riparare alla tempesta che gli
veniva sopra, comandò che tutta la cavalleria, la quale tene-
262 dell'istorie fiorentine
va al soldo del papa uscisse conLra a'nimici; ma non paren-
dogli che fosse sufBcienle per raffrenare il nimico orgoglioso
(Iella vittoria, volea mandar appresso i due quartieri del po-
polo di Bologna, il quale essendo già armalo in piazza a que-
sto effetto, come nelle ragunanze popolari suole avvenire,
quando riconoscono le proprie forze , fu chi incominciò a
borbottare che la città non dovea mettersi a rischio d'esser
paccheggiata per favorire uno il quale era molto più scer-
bo e crudo nimico di quelli che allora venivano armati , e
che i modi tenuti dal legato erano stati tali , che si dovea
egli anzi tagliar a pezzi, che sfoderar una spada in servigio
suo. Né usarsi per questo tradimento alcuno contra chi cosi
aspramente 1' avca tiranneggiati , anzi doversi fare un sacri-
fizio gratissirao a Dio, che così empio e scellerato uomo ri-
portasse le dovute pene de' suoi misfatti. Al suono di queste
parole commuovendosi a grand' ira la moltitudine, e di lei
fatto capo Brandaligi de' Gozzadini cavaliere nobile, ma po-
vero e vago di novità , seguitato da Beccadelli e da altre
genti non piiì bene stanti di lui, si corse su la ringhiera del
palazzo, ove con le spade ignude in mano fu gridato, viva
il popolo, e muoia il legalo e le sue genti di Linguadoca.
Per le quali grida partendosi ciascun della piazza di pari con-
sentimento si corse al vescovado e al palazzo del grano, luo-
ghi abitati dalle genti del legalo , e quelli predarono e ar-
souo, uccidendo tulli gli oltramontani che vi trovarono. Poi
si addirizzarono verso il nuovo castello, ove slava la perso-
na del legato, e ove si erano ritirate quelle poche genti che
aveauo potute campare dalla furia del popolo, e quello non
potendo così prestamente espugnare, cinsono di guardie per
prenderlo per assedio. La novella di questo movimento suc-
ceduto a' 17 di marzo fu prestamente recata a Firenze ; ove
benché la letizia che si sentì dalla avversità del nimico fosse
grande, nondimeno considerando gli uomini più maturi, e co-
loro che governavano, di quanto scandalo sarebbe stato ca-
gione che la persona del vicario di Cristo fosse violata in
quella del suo legato in una città tanto vicina alla loro, an-
cora che polessono dissimulare il fatto, si disposono a prov-
vedere in quanto le lor forze si distendevano a non permet-
tere che tanto disordine seguisse. E per questo spedirono
LIBRO OTTAVO 263
con grandissima diligenza quattro ambasciadori de' più prin-
cipali cittadini della cillèi, con trecento cavalieri delle loro
masnade, i quali presentandosi in Bologna, e con le forze
e con le parole porgessero ogni aiuto necessario al legato ;
con ordine che bisognando sopraggiugnessero nuove genti
delle Vicherie, che erano a pie del Mugello. Conobbe il le-
galo che non conveniva minor aiuto di questo per liberarlo
da' pericoli in che si trovava: (ancora che gli scemasse il
piacere della propria salute il ricever tal benefizio dalle ma-
ni de' suoi nimici ) perciocché a fatica le genti de' Fiorentini
lo trassono a salvamento a' 28 di quel mese fuor del castello,
essendogli tuttavia dietro e pe' fianchi il popolo di Bologna
con l'arme in mano per fargli ofTesa. Nò minori travagli sentì
per le strade da' contadini ; da' quali infino a Lucignano in
sull'alpe fu stranamente sempre accompagnalo con villanie,
con sassi, e con far ogn' altra prova di mano, se non fosse
stato vietato loro da chi più poteva. Fu finalmente ricevuto
a Firenze 1' ultimo giorno di quel mese , essendo ancora
mollo sbigotlito dalla fresca paura, parendogli appena essere
scampato da così brutto e manifesto pericolo di morte. Quivi
riposatosi il seguente giorno, e rifiutato il dono di duemila
fiorini d' oro mandatogli dalla Repubblica per ispese, per non
fare apparir maggiore la liberaliìà degli avversari, a' 2 d' aprile
si partì per Avignone, accompagnato dalla gente d'arme dei
Fiorentini infino presso a Pisa, e da' cittadini deputati a te-
nerli compagnia per segno di maggior onoranza.
La Repubblica non meno caritevole co' Bolognesi che
fosse stata con lo stesso legato , sentendo che dopo la cac-
ciata sua quella ci'ià s' era divisa in selte , e era venuta a
guerra civile , mandò Giovanni Gianfigliazzi e Francesco
de' Pazzi cavalieri, co' quali andarono dieci cittadini, per an>-
basciadori ad accordarli e rappacificarli insieme ; lieta cosi
d'aver fatto questi ufici, avendo in un medesimo tempo prov-
veduto alla salute del legato, e d'una città tanto principale ,
come d'aver ricevuto in Firenze per procaccio d' un monaco
fiorentino di Vallombrosa di santa vita alcune reliquie di S.
Iacopo e di S. Alesso, e alquanto del drappo che vestì
Cristo nostro Signore. « I pensieri della guerra non lascia-
« vano però scordare a' Fiorentini quei delle lettere e del-
264 dell'istorie fiorentine
« l'arti liberali, essendo a' 16 di marzo stati condotti per
« leggere in Firenze il dottor Recupero da Sanrainiato i
« canoni, e per le leggi il dottor Gino da Pistoja. E aven-
« dosi bisogno d'un uomo eccellente per soprastare e inten-
« dere alle fabbriche , mura , e fortificazioni della città e
« del comune, e in particolare a quella della chiesa di S.
« Reparata , e non si sapendo esser nel mondo il più suflì-
« ciente ne il più universale di Giotto di Rondone , e perciò
« stimandosi onorevole e profittevole il farlo sfare in Firen-
« ze, dove molti avrebbero intanto potuto imparar da lui , fu
« risoluto di provisionarlo. A' frati di S. Maria Novella,
« che domandavano aiuto per finire la chiesa e il dormen-
« torio , fu donato del terreno e delle mura vecchie della
« ciltà. Fu poi provvisto a' disordini che nascevano dal-
« l'esercitare una persona più ufizi , i quali non gli potendo
« far bene, oltre al danno che ne veniva al pubblico , dava
« cagione di doglicnze a quelli che non erano impiegati per
« la mala distribuzione ; fu por questo fatto una nota d' ufizi,
« de'quali chi ne avea uno, non poteva esser tratto , ne ac-
« cettarne altri ». Accrebbe le soddisfazioni e contentezze
della città la novella avutasi nel gonfaloneralo di Gictlo Fan-
toni la seconda volta come la lega avea fatto acquisto di
Cremona, come avea dato il guasto a Modena e a Reggio , e
che deliberava metter l'assedio a Parma. Onde Rellramo del
Balzo capitano de' Fiorentini con ottocento cavalieri cavalcò
sopra il contado di Lucca, aspettando ottocento altri cavalieri
della lega, fermo che fosse l'assedio a Parma, per poter
combattere i Lucchesi , e tra tanto diede il guasto a Buggiano
e a Pescia. Ma il proseguire più oltre fu subitamente impe-
dito da un nuovo accidente ; essendo stato scoperto noi campo
della lega che alcuni conncstabili tedeschi dell' Aloraagna
bassa , per pregio di sessantamila fiorini promessi loro dal
cardinal del Poggetlo legato per santa Chiesa in Lombardia,
(lovcano far prigione Mastino della Scala con altri principali
signori dell' esercito : la qual cosa ancora che fosse venuta
in luce, e molti di coloro che leneano mano al trattalo fos-
sono stali giustiziati, l'essersi tuttavia per questa cagione
partito dal campo ventotto bandiere deTedeschi, e itene a
Parma, vietò in un medesimo tempo che non s'accampasse
i.mRo OTTAVO. 263
J' esercito della lega presso che disfatto ititorno la città ; e
r>iicca, non avendo i Fiorentini le genti promesse, scampò
per allora una dura e pericolosa battaglia: perchè Beltramo
so ne ritornò con le sue genti a Pisloja. La città di Fi-
renze « essendoci capitano del popolo Niccola della Branca
« da Agubbio » provò in casa l'usala violenza del fuoco;
e sentili rinfri'scare gli umori de" Bolognesi per opera del
(igiiuolo di Romeo de'Pepoli, il quale col seguilo della
sua fazione avea cacciato della patria più dj milleottocento
cittadini , mandò di nuovo suoi ambasriadori insieme con
alcuni uomini d'arme a riparo di quella città. Con suo non
minor dispiacere udì le novelle delle civili discordie nelle
quali con egual pericolo ardeva la cillà d'Orvieto; mentre
Currado de'Monaldeschi uccidendo Napoluccio suo consorto
s'era insignorito della propria patria. Ma non potendo prov-
veder a tanto, attese a far i nuovi magistrati ; Ira'quali uscì
gonfaloniere Maso di Valore. Questi veggendo che per al-
lora non si polca attendere alle cose di Lucca « , dato licenza
« al caviiliere Gorozzo del c;ivalier Francesco de' Bardi di
« andare a servir per capitano generale della taglia della
« lega che era fra le cillà di Perugia, di Todi, d' Agubbio,
« di Fuligno , d'Assisi, e di Spoleto», procurò gli orna-
menti della cillà, e sollecitò che si desse principio a fondare
il nuovo ponte alla Carraia, il quale era caduto per il dilu-
vio. Similmente, quella che riuscì opera maravigliosa, pro-
cncciò che si inconiinciassero a gittar i fondamenti del
campanile di S. Reparala, opera di Giotto '; la quale ve-
duta non senza stupore nell'età de' padri nostri da uno
intendente principe ^, disse; che se da' Fiorentini fosse stato
conservato quel campanile in un fodero , e una volta fra
molti anni fosse usato scoprirsi, che da diverse parti del
mondo sarebbono concorsi uomini a vederlo , come a opera
maravigliosa e stupenda «. La podesteria della città era in
« questo tempo retta da Monaldo della Serra d' Agubbio »■
' eccellentissimo dipintore ed architetto di quelli tempi, dice il
vecchio Ammirato; né si sa perchè sieno state lasciate queste parole
dal nipote, che pur tante inutili ne ha aggiunte.
2 Carlo \0.
266 dell' istorie fiorentine
Fu poi fatto gonfaloniere Cecco Spina Falconi la seconda
volta , il quale insieme co' priori e collegi sentendo che
Mastino rifatto e purgato l'esercito già s'era accampato a
Colornia, castello posto nel contado di Parma, mandò Ugo
degli Scali figliuolo di Veri con irecentocinquanta cavalieri
in aiuto della lega; onde nacque che a' 24 di settembre Co-
lornia si arrese a Mastino. Quasi nel medesimo tempo Bel-
tramo per trattato ebbe il castello di lizzano poslo sopra
Pescia in Valdinievole, e poi scorrendo infìno alle porte di
Lucca riportò grandi prede da quel contado, ardendo e gua-
stando tutto quello che a lui e alle sue genti non tornava
comodo di trasportare altrove.
Queste difTicoltà antivedute molto tempo innanzi dal re
Giovanni gli posono in cuore a mostrarsi liberale (benché
fosse tenuta finzione ) di quello che non potea ritenere , do-
nando tutte le ragioni che egli avea nella città di Lucca a
Filippo re di Francia ; il quale essendo più poderoso prin-
cipe di lui s'avesse il carico di difenderla dall' arme de' Fio-
rentini, e della lega. 11 re Filippo ricevendo volentieri il
dono del re Giovanni significò a' mercatanti fiorentini , i
quali erano in Parigi , che dovessero scrivere alla loro Re-
pubblica, che ella per l'avvenire in nessun conto si dovesse
intromettere ne' fatti di Lucca , conciò fosse di sua giuridi-
zione : la qual novella turbò grandemente 1' animo di Lottieri
da Filicaia giudice , il quale era succeduto nel gonfalonerato
al Falconi- Ma il re Ruberto prendendo egli la soma d' acque-
tar il re, mostrò che ingiusta era la sua domanda, non po-
tendo il re Giovanni donare quel che non era suo , e per
conseguente non esser pervenuta a lui ninna azione ne' fatti
di quella città: a' quali conforti avendo il re di Francia prestato
orecchio distolse il pensiero dalle cose di Lucca; e il boemo
ne fece partito co' Rossi di Parma. Ma rimanendo sospetto
tra' cittadini che governavano, che nella elezione de' nuovi
priori , la qual dovea farsi a' IS di dicembre , non nascesse
alcuna conlesa, perciocché alcuni del popolo degni d'esser
ammessi all'uficio del priorato , erano tenuti schiusi dal detto
magistrato , crearono per calen di novembre « nel qual dì
« prese la carica di capitano del popolo Napoleone da Can-
ee tagallo » un nuovo uGcio nella città. Costoro furono sette
LIBRO OTTAVO. 267
capitani di guardia chiamali bargcllini con venlicinquc fanli
armali per uno; i quali di dì e di nolle dovcano guardar
la città, standone uno per sesto, fuor dol sesto d'oltrar-
no, che ve n'erano due. Questo uficio avendo per appa-
renza un bellissimo colore , parendo che fosse introdotto
per proibire le zuffe e brighe che solcano talora succedere
tra' cittadini , e che a' banditi si togliesse 1' occasione di ten-
tare alcuna novità , in sostanza ebbe per fine la sicurtà dclVe
cose loro , volendo spaventar ciascuno che ardisse proporre
cosa alcuna conlra il presente governo. Il che riuscì per
allora felicemente, se l'impeto del fiume solo, quasi sde-
gnando la loro tirannia, non avesse con nuova inondazione
minacciato i passati mali , menandone seco un ponte di le-
gname fatto su grandi pali, il quale era tra il ponte Vecchio
e quello di S. Trinità , e un altro di grosse piatte incate-
nate, che era tra quello di S. Trinila e il ponte alla Carraia,
non senza gran danno di moltissime altre cose. Ma eglino
nulla di ciò curando , ebbono ancora in grado 1' avviso della
morte del papa , il quale per segrete relazioni del legalo ,
ancora che in pubblico avesse molto magnificato il benefìcio
ricevuto da' Fiorentini, e per informazioni avute dal cardi-
nal del Poggetto vescovo d'Ostia suo nipote legato di Lom-
bardia, ma da molti riputato per suo figliuolo , avea l'animo
acceso di grand' ira conlra quella città , e lasciò opinione
che avrebbe con ogni studio procacciato l' abbassamento e
rovina di lei, se più lungo tempo avesse vivuto. Con tutto
ciò il di appresso dopo quello che prese il gonfalonerato
Gerì Sederini fratello d'Albizzo stato ancor egli gonfaloniere
gli anni passati, s'attesono a far l'esequie del pontefice in
S. Giovanni con tutta quella pompa e solennità che nell'al-
tezza di tanto grado conveniva. « E appena era entrato l'an-
ce no 1335, il primo giorno del quale avea preso 1' ufizio di
« podestà della città Mannello de' marchesi di Massa della
« Marca, che arrivò in Firenze un mandato del nuovo pon-
« tefice , il quale stato già monaco e abate di Cestello si
« volle chiamare Benedetto XII, con un suo breve de'9 di gen-
rt naio alla signoria, nel quale dando conio della sua ele-
« zione al pontificato, manifestava assai chiaramente la sua
« umiltà, e la gran confidenza che avea in Dio per regger
268 dell'istorie fiorentine
« sì gran carica. Ed esortando i Fiorentini come devoli e
« parziali fìgliiioli di santa Chiesa a conservar verso di lei
« e di lui la loro devozione, gli prometteva ogni grazia e
« favore ; e in fine del breve diceva ( cosa che parrà forse
« assai leggiera, ma scrivendola un papa non so perchè non
« la possa metter io) di sapere qual fosso l'importunità dei
« portatori di lettere nel domandare , ma che volendo che
« stessero contenti del premio datogli da lui , gli avea fatti
« giurare di non chiedere nò pigliar cosa alcuna ».
Era la città maravigliosamente commossa, com'era ac-
caduto a tutta la Lombardia, dalle prediche d'un frate ber-
gamasco, detto Venturino, uomo di età di trentacinque anni,
di piccola nazione, e di non profonda scienza, ma tanto ef-
ficace e ardente ne' suoi ragionamenti, che traendosi dietro
più di diecimila lombardi, la miglior parte nobili, non era
luogo ove arrivasse, che non fosse ricevuto a guisa d' uomo
divino, e con tanlo concorso di limosino, che per quindici
dì che si fermò a Firenze, non fu quasi momento di tempo
che in sulla piazza vecchia di S. Maria Novella non si ve-
dessono grandissime tavole apparecchiate, ove mangiavano
quattrocento e cinquecento uomini per volta. Conduceva egli
come capitano d' un grande esercito tutta questa gente a' per-
doni di Roma con maravigliosa devozione. Vestiti erano tutti
di colla bianca e di mantello cileslro o perso, secondo l'abi-
to di S. Domenico ; sopra il quale aveano intagliata una co-
lomba bianca con tre f(jglie d' ulivo in becco. Tenevano nel
camminare questo costume, che ne \enivano in varie squa-
dre di venti o trenta insieme a guisa di piccole schiere,
avendo ciascuna brigata una sua croce innanzi, e con non
mai stanchevoli voci, massime ove s'incontravano in nuove
genti , gridando pace e misericordia. Giunti alle città e luo-
ghi abitali, ove chiese di tal ordine fossono , aveansi a ras-
segnare primieramente alla chiesa de' frali predicatori, e quivi
dinanzi all'aliare spogliandosi dalla cintola insù, si batteva-
no con grandi segni d'umilia e contrizione. Il frate nelle sue
prediche rimovendo il parlar dubbio e sospeso, parlava se-
condo l'usanza de'profeti delle cose future afTerinatamente:
onde aggiugncndo a' Lombardi numerosa frequenza di To-
scani e di Fiorentini, quelli con molla onestà e pacienza a
LIBRO OTTAVO. 269
Roma condusse ; dal qual luogo passò poi nella corte in Avi-
gnone, sperando grandi indulgenze per chi seguilo 1' avea di
dover poter conseguire. Ma parendo al pontefice che il frale
benché buone opere facesse, fosse ollremodo per lo favore
de' popoli gonfialo, e che cotanta ambizione fosse in ogni modo
da raffrenare, vietatogli la predica e la confessione , il con-
finò nelle montagne di Ricondona. Altri dissono che il papa
era restato offeso per aver il frate nelle sue prediche detto,
niuno esser degno pontefice ohe non stesse a Roma nella se-
dia di S. Piero ; la qual cosa tanto più penetrò nel profon-
do dell'animo suo, quanto che innanzi che fosse creato pon-
tefice avendo i cardinali deliberato di far |)apa il cardinal di
CiOmingio, uomo savio e valoroso, e di buona vita, pure che
una sola cosa promettesse loro, e questa era di non andare
a Roma, egli con animo fermo conlra la potenza dell'ambi-
zione rispose, che avrebbe prima rinunziato il cardinalaSo che
avea certo, non che il papato, il quale era in avventura, che
si fosse mai obbligato a cosi brutto e disonesto patto. Ma
la città allentato il fervor della devozione, ed entrato nuovo
gonfaloniere Bonaccorso Benlaccordr, fu occupala dal pen-
siero di nuovi successi, avendo sentito che Giannozzo Caval-
canti suo cittadino, il quale era podestà in nome del re Ru-
berto in Genova, era stalo cacciato dal governo di quella città
dalla fazion ghibellina. E quello che molto più le premea per
conto della vicinità, erano i fatti de' Tarlali d'Arezzo, la qual
cosa perchè tornò poi molto a profido della Repubblica è
necessario che noi dimostriamo partitamente in qual modo
ella procedette. Era quella famiglia, dopo che s' avea in un
certo modo impadronita d'Arezzo, andata in guisa crescen-
do per lo valore del vescovo Guglielmino ( il quale mori ni-
mico di Caslruccio ) e per la sagacità e prudenza di Piero
suo fratello ( il quale essendo di maggior età e riputazione
degli altri fratelli avea dietro la morte sua continuata quella
grandezza) e per trovarsi la fiorentina Repubblica impacciala
nelle guerre di Lucca, e nella lega di Lombardia, che era
alla sua signoria pervenuta la Città di Castello, quella di Ca-
gli, il Borgo a S. Sepolcro con tutte le sue castella, e quelle
di Massa Trebara. Avea messo al fondo Neri della Fagiuola
figliuolo d'Ugucciono, i conti di Monlefellro, quelli di Mon-
270 dell'istorie fiorentine
ledoglio, il vescovo d'Arezzo con tuttala sua famiglia degli
libertini; e in somma uscendo i termini di Toscana, e diste-
sasi nella Marca, avca messo insieme un superbo e invidioso
principato. Cotesla grandezza non potendo sopra tutti gli al-
tri sostenere i Perugini , come coloro i quali pretendevano
aver ragione in Cagli e in Città di Castello, facendo segreta
lega co' suoi nimici, con ogni studio si diedono a procaccia-
re di vendicarsi dell' ingiurie ricevute, e venne agevolmente
lor fatto ; perciocché avendo Neri della Fagiuola da essi e da
Guglielmo signor di Cortona avuto dugenlo cavalieri e cin-
quecento fanti, e tenendo egli nel medesimo tempo pratiche
con Rinaldo da Montedoglio, il quale risedeva nel Borgo in
nome de' Tarlati suoi cognati, ma da loro mal soddisfatto,
entratovi dentro l'ottavo giorno d'aprile, tostamente prese
la terra. E benché la rocca, nella quale era Ruberto Tarlati,
non venisse in suo potere, e per lo soccorso mandatovi da-
gli Aretini si dubitasse che l' impresa non avesse ad andare
a lungo, nondimeno venutovi maggior numero di gente dei
Perugini, non più che dodici giorni appresso ancor ella per-
venne nel lor dominio ; essendo in Firenze entrato di cin-
que giorni gonfaloniere Bartolommeo Siminclli la seconda
volta. Il che recò a' Fiorentini incredibil diletto, essendo al-
tre volte stati in lega co' Perugini contra i detti signori quasi
per le medesime pretendenze. Nel mezzo della letizia che
sentivano dell'abbassamento de' Tarlati, « essendo venuto
« nella città nuovo capitano del popolo Angelo di M. Piero
« da Terni , e che 1' esecutore degli ordini della giustizia avea
« dichiarato che la Trappola e Roccaguicciardi, del cavaliere
« Bindo e di Roba de'Ricasoli, e già di Gerozzo de' Pazzi
« rebello fossero nel contado di Firenze e obbligati al co-
« mune per i servizi reali e personali , e allirazioni secon-
« do l'estimo » av\ enne uno strano accidente, il quale porse
gran terrore alla città, che l'arte della lana, onde ella trae
grandissimi comodi, non si perdesse; di che fu cagione un
tremuoto, per lo quale cadde una falda della montagna della
Falterona, della parte che scende verso il Dicomano in Mu-
gello, e venutane giù per lo spazio di più di quattro miglia
infino alla villa che si chiama il Castagno , quella rovinò
tutta; ed essendo poscia venula grande abbondanza d'acqua,
LIBRO OTTAVO 271
e quella per aver passato per dette rovine intorbidatasi a
guisa di lavatura di cenere , oltre aver gittalo infinita quan-
tità di serpi e due serpenti con quattro piedi grandi a so-
miglianza di cane, entrando nella Sieve , tinse tutta 1' acqua
del fiume , e la Sieve mettendo in Arno , guastò per con-
seguente quella d'Arno, la quale durando così torbida per
più di due mesi , oltreché nò ber cavalli ne poteano , ne
altro servigio fiirne che buono fosse , diede da temere
che più non se ne polessono lavar panni lani , perchè 1' arte
ne fu in grande scompiglio e paura. Tra questo mezzo nò
le cose di Lucca posavano , nò i Tarlali nò i Perugini
dormivano ; quelli per vendicarsi , costoro lusingati dalla
presa del Borgo per far maggior progressi. Aveva Beltra-
mo del Balzo posto una bastia tra lizzano e Buggiano e
Pescia, ove era stato con molta gente ; ora tornando da quei
luoghi centocinquanta cavalieri de' Fiorentini dettone in una
imboscata de' nemici , a' quali non solamente feciono resi-
stenza, ma preser di loro vcnlidue prigioni e uccisone un
connestabile, di che tornavano mollo lieti a casa , quando in
un subilo furono assaliti da dugenlo cavalieri lucchesi che
venian di Pescia, e dopo lunga ballaglia furono sconfitti, ri-
manendo un connestabile morto, quattro prigioni, con molti
altri cavalieri presi e uccisi. Miiggiori falli erano quelli de' Pe-
rugini e degli Aretini; perciocché partitisi i Perugini di Cor-
tona per r amicizia contratta con quel signore con ottocento
cavalieri e cinquemila pedoni erano entrali in sul contado
d'Arezzo, guastando la contrada di Valdichiana , senza aver
sospetto alcuno che Piero Sacconi spaventato dalla perdita
del Borgo ardisse uscir loro incontro. Ma Piero falla una
ragunala di cinquecenlo cavalieri e di fanti in maggior nu-
mero de' nimici, era stalo tanto lontano da sorte alcuna di
timore , che fattosi incontro a' Perugini , mostrò che aveva
voglia di combattere : la qual cosa porse tanto sbigottimento
a' Perugini, i quali non s'aspettavano cola! deliberazione,
che avveggendosene Piero, li assaltò ferocemente, e in breve
ora li ruppe, dando loro la caccia infine a Cortona; la qual
fu lo scampo che tutto 1' esercito non perisse. Conlullociò
vi rimason tra morti e prigioni cento cavalieri e dugenlo
fanti ; e non stimando che si dovesse abbandonar cos'i fé-
272 dell' istorie fiorentine
lice occasione, senza perder momento di tempo, corse nel
contado di Perugia, appressandosi infino a due miglia alia
città guaslando e ardendo per cinque di ciò che gli si in-
contrava innanzi. E quello che fu costume di quei tempi
avendo alcuni Perugini prigioni, li fece impiccare ne' luoghi
ove solcano far la lor giustizia, con galle e lasche del lago
intorno per scherno e dispregio di quella nazione. Non fu
cosa che più cuocesse a' Perugini di questa ; i quali accesi
dal desiderio della vendetta, mandarono per mille cavalieri
tedeschi in Lombardia di quelli che erano slati delle mas-
nade del re Giovanni poco innanzi parliti di Parma, che per
essersi fermi alquanto alla badia della Colomba, furono poi
detli i cavalieri della Colomba. I Fiorentini similmente senza
esser richiesti mandarono in loro aiuto centocinquanta cava-
lieri, che furon poi loro di gran profitto , a tempo che ne
aveano al re Ruberto mandati cento per la guerra che egli
avea apparecchiata di fare contra i Siciliani.
Mentre così andavan le cose in Toscana, essondo Lucca,
Arezzo e Perugia , con lo quali città avea Firenze amistà,
sozzopra , « si ristrinse dalla signoria 1' amicizia co" Sanesi,
« avendo fallo lega insieme a' 29 di giugno nella terra di
« Staggia, dove per la Repubblica era intervenuto Tommaso
« Corsini dottore, per termine di dieci anni, con patti che
« non si facessero imprese se non d' accordo. Che non si
« pigliasse al soldo gente sospetta ne dell' una ne dell' a\-
« tra repubblica. Che non si desse ricetto a' banditi; e per
(v levar V occasione a' confinali di far male , vollero che per
« due miglia vicino a' confini i malfaltori fossero puniti dal
« rettore del luogo dove quel giorno fossero rifuggiti ».
Maggiori di quelli di Toscana erano gli inviluppi ' di Lom-
bardia neir esercito della lega, ove non mancavano d' in'er-
venire per conto di Lucca le forze e i danari de' Fiorenti-
ni ; perciocché i Rossi di Parma ( eran costoro tre fratelli
Orlando, Piero e Marsilio lasciati vicari del re Giovanni, ma
quasi liberi signori della lor patria) veggendo non poterla
I II testo solamente dice : Mentre cosi andavano le cose in Toicana
essendo Luvca^ Arezzo e Perugia , con le guidi città a^>ea Firenze
amistà-, sozzopra , maggior erano gf in^'iliippi in Lombardia., ec.
LIBRO OTTAVO. 273
più difendere contro la lega, incominciarono a toner prati-
che di darla insieme con Lucca ad Azzo Visconti signor di
Milano. Il qiial trattato vennto a luce, non solo sdegnò Ma-
stino, a cui per i patii della lega s' avea a dar Parma, ma
turbò tutti gli altri confederati ; onde fu ordinato che si fa-
cesse parlamento a Lerici: nel quale convenendo i signori
della lega, si scopersono i mali umori che erano tra Azzo
e Mastino; perchè dubitando fortemente i Fiorentini, che
avendo il Visconti P.irma , nun conseguisse ancor Lucca, e
quindi venissero essi defraudati di quello che era assegnato
per la lor porzione, con ogni industria si posono a far opera
per accordarli insieme , e dopo molte fatiche lì condussono
in sul fiume dell'Oglio; ove essendo rimessa la quistione
agli ambasciadori fiorentini, fu deliberato che secondo la
prima capitolazione fatta, Parma dovesse esser di Mastino;
ma che la lega fosse tenuta aiutar il Visconti ad acquistar
Piacenza, e 'I Borgo a S. Donnino; la qual cosa approvata
che fu dalle parti, e confermala per solenni iuslrumenti , i
Rossi non aspettando soccorso dal re Giovanni si volsono
per mezzo del marchese Spinetta , e finalmente di Marsilio
da Carrara padovano loro zio, a trattar l'accordo con Ma-
stino e Alberto; i quali aveano poi a procacciare che Lucca
fosse data con qualche onesta convenzione a' Fiorentini. Non
erano ancora queste cose condotte al lor fine , quando in
Firenze a' 15 di giugno fu tratto nuovo gonfaloniere Fran-
cesco di Lapo Giovanni ; nel qual dì appunto passavano al
dilungo della città con le bandiere spiegale, e con le sopra-
insegne imperiali e ghibelline centocinquanta balestrieri ge-
novesi, i quali andavano in servigio di Piero Tarlati manda-
tigli dagli Spinoli parenti della sua moglie. È cosa strana a
pensar quanto possa negli animi eziandio teneri V umor delle
parti. Non così tosto videro i fanciulli e i piccoli garzoni
quelle insegne, che senza comandamento de' magistrali, senza
alcun cenno de' padri, di proprio movimento s'avventarono
co' sassi addosso a' Genovesi; dietro i quali seguendo presta-
mente la marmaglia del popolo minuto, in poco d'ora li
ruppono , e quelli tutti spogliarono e ferirono , e tali feciono
prigioni, senza che pur uno se ne potesse condurre in Arezzo
Onde si potea scorgere che gli Aretini non aveano a far
AaiM. VoL. IL 18
274 dell' istorie fiorentine
meno co' Fiorentini, che con gli stessi Perugini, co' quali
era incominciata la guerra, benché per allora quasi a niuna
altra cosa s'attendesse con lutto l'animo che a' falli di Lucca;
la quale , avendo finalmente i signori della Scala conseguito
il possesso di Parma il di 21 di quel mese, già si tenea in
mano; affermando Mastino aver promessa da Orlando e da
Marsilio , che Piero lor fratello renderebbe per certa quan-
tità ancor Lucca , e assicurava i Fiorentini che non sarebbe
egli mai per posarsi finché tal promessa non avesse effetto ;
e quando pure ella ricevesse alcuna difficoltà , prometlca in
questo caso dover tener pagati cinquecento cavalieri in ser-
vigio della Repubblica per l'acquisto di Lucca. Essendo i
Fiorentini molto lieti per queste promesse, e aspettando
d'ora in ora la tanto bramata signoria d'una città emola, Ira
questo mezzo per singoiar beneficio di Niccolao Pogginghi
s'impadronirono di Pielrasanla, la quale teneva in pegno
per diecimila fiorini d'oro, rendendola egli volentieri, e ri-
tenendosi solamente la guardia della rocca per non poterla
difendere conlra i Lucchesi, ove i Fiorentini mandarono su-
bilamenle cento cavalieri e trecento fanti sotto la condotta di
Gerozzo de' Bardi cavaliere. La lega intanto proseguiva olire
la guerra, e quello che rese più certi i Fiorentini di conse-
guir Lucca, fu che Azzo acquistò Piacenza, parendo che
a' collegati venissono di mano in mano gli acquisti pattuiti ,
ancora che per ribellione della famiglia degli Scotti polenti
in quella terra , fosse ella di nuovo resliluita in sua libertà.
In casa « dove il primo di luglio aveva, preso l'ufizio di
« podestà Nero degli Abbruciati da Brescia » le cose erano
molto quiete, perchè i bargellini non lasciavano innovar cosa
alcuna contra quel governo; se non che quel morbo che
viene a' fanciulli, detto volgarmente il vajuolo, fece grande
strage di quella età, ammazzando di loro in poco spazio di
tempo oltre il numero di duemila. « Data licenza a Bindac-
« ciò de' Uicasoli cavaliere eletto capitano di guerra della
« Chiesa in Romagna d'andarla a servire, comparsero in
« senato lettere del papa , nelle quali pregava i Fiorentini
« d' aiutar Guglielmo Truello suo tesoriere in Romagna a
« conservare il castello di Meldola , il quale i nimici di
« santa Chiesa (erano questi gli Ordelaffi , che solto nome
LIBRO OTTAVO. 275
« di capitani signoreggiavano a Forlì, a Cesena, a Forlim-
« popoli, e ad allre terre di quella provincia) cercavano di
« occupargli ; onde i padri conforme alla solila lor devozione
« verso la Chiesa , vi spediron subilo trecento cavalli ; al-
« l'arrivo de' quali accorgendosi di non aver a fare col
« semplice tesoriere, posero in campo trattato d'accordo.
« il quale fu concluso nel gonfalonerato di Benedetto Gennai
« a' 5 d' ottobre in Forlì da Ugo di Lolteringo giudice (sono
« della Stufa) e da Naddo di Cenni di Nardo (sonoiRucel-
« lai), i quali come ambasciadori della Repubblica convenne-
'( ro con Sinibaldo e con Francesco suo figliuolo , che accor-
« darono anche in nome di Chiara figlinola del già Scarpetta
« degli Ordelaffi, e moglie di Vanni da Susinana. Che per la
« terra e fortezza di Meldola supplicassero il papa a voler far
« loro giustizia senza aver riguardo alle ribellioni e condenna-
« gioni fatte loro da' legati e altri ufiziali di santa Chiesa , e
« che intanto la detta terra e fortezza resterebbe in mano della
« Repubblica per il termine di dicci mesi, al qual tempo fosse
« data a chi il pontefice avesse dichiarato, e non dichiarando,
« a' medesimi Ordelaffi. Che mentre che Meldola slesse in
« mano do' Fiorentini non vi fosse dato ricetto a' ribelli de' co-
« muni di Forh , di Cesena e di Forlimpopoli , a' quali non
« sarebbe ne anche fallo guerra, e che lo slesso si facesse
« verso Fuscherio da Calvulo, e a' conti di Castrocaro; per
« i quali comuni e nobili che osserverebbero lo stesso con
« quei di Meldola, premessero alla Repubblica i marchesi
« Rinaldo e Obizo da Este , Malatesta de' Malalesti , e Osta-
« sio da Polenta ». Nel gonfalonerato del Gennai ' accaddero
due volte arsioni di case in Firenze, e 1' una in quel me-
desimo dì che egli fu tratto gonfaloniere. Molli ciò imputa-
rono a cattivo augurio di quello che poi succedette più in
danno della riputazione de' Fiorentini, che per conto d'altra
loro avversità, per quello che accadde in Massa, e in Lucca-
Tenevano i Fiorentini in guardia la città di Massa per V ac-
cordo fatto gli anni addietro per opera loro tra i Pisani e
i Sanesi, e appunto vi si trovava in quel tempo per pode-
' Segue il gonfalonerato di Benedetto Gennai, nel quale acca d-
dero ec. Così la prima edizione.
276 dell'istorie fiorentine
sia Teghia Buondelmonli figliuolo del cavalier Bindo, e per
capitano Zampaglione de' Tornaqiiinci , quando corrolto come
fu opinione per monela il capitano , i cittadini che amavano
la parte sanese, per trattato tenuto con esso loro , mossone
remore nella città , e incominciaronsi a impadronirà d'alcuni
luoghi forti. I Fiorentini ciò sentendo vi mandarono il ve-
scovo in compagnia d' altri cittadini per ambasciadori , pen-
sando di poter racquetar la terra ; ma essendo la parte sa-
nese fatta molto gagliarda , perchè era venuta in favor loro
gente di Siena, ed essendo già cacciata del tutto quella che
favoriva i Pisani, fece poco conto de' conforti degli amba-
sciadori ; onde i Pisani si dolsono non più de' Sanesi che
de' Fiorentini , i quali essendo mallevadori dell'accordo, non
fecer vendetta di chi avea contravenulo ; ne usarono dimo-
strazione alcuna contra il Tornaquiiici lor cittadino, sos-
petto d'aver mancato a se stesso, e all'obbligo che avea
alla patria sua. Ma non potendo sfogare l'ira co' Fiorentini ,
ft'ciono sentire lo sdegno loro a' Sanesi , porgendo aiuto di
danari e di gente ad un cerio Balino , che avea ribellato
loro la terra di Grosseto , onde nacquono poi molle spese
e danni a quella Repubblica.
Mentre i Sanesi si contrastavano co' Pisani , e Firenze
lusingata dalle speranze di Mastino sperava d'ora in ora di
conseguir Lucca, non mancavano i Perugini di molestare per
ogni via possibile gli Aretini. A' quali finalmente non senza
allegrezza de' Fiorentini, tolsono la Cillà di Castello, me-
nandone prigione Ridolfo de' Tarlati con due suoi figliuoli,
che v' era alla guardia ; avendo riportato gran lode di quello
acquisto Neri della Fagiuola , e uno de' marchesi di Vallano,
il quale avea tenuto trattalo con tre friitelli de'Monterchiesi,
che erano a guardia d' una porta. Nel mezzo di questi suc-
cessi sopraggiunse il tempo della creazione de' nuovi magi-
strati, e toccò d'uscir gonfaloniere a Cambio Salviati , il
quale oltre la cognizione delle buone lettere, essendo perito
nell'arte della medicina, s'era per lo spazio di quaranta
anni impacciato ne' fatti del comune. Questi reggendo che lo
stato difeso da sette bargellini , con più riputazione si sa-
rebbe mantenuto da un solo uficial foresliere , il quale avesse
una suprema autorità, prese ordine insieme co' compagni di
LIBRO OTTAVO 277
creare un nuovo reggimento di signoria. E per questo sotto
titolo di capitan della guardia, e conservador della pace e
dello stalo della città, condussono in caien di novembre,
« avendo preso l'uficio di capitano del popolo Rinicri de' Sen-
tì maritani da Bologna », Iacopo Gabrielli d'Agubbio con cin-
quanta cavalieri e cento fanti a piede , con provvisione di
diecimila florini d'oro l'anno: la cui giuridizione non solo
s'intendea sopra fuorusciti, senza essere astretto da leggi
0 da statuti, ma si distendea di ragione e di fatto sopra ogn'al-
tra signoria, facendo sangue , e molte altre rigorose giustizie
a suo piacimento. Due giorni dopo che il Gabrielli prese
r ufìcio venne in potere de' Fiorentini il viscontado di Val-
dambra, incominciando grandcmenle a declinare le forze
degli Aretini per gli acquisti fatti da'Perugini. Questi furono
Rondine, Mercatale , la Torre di S. Reparata, Rennolc eia
Torriceila, castella tutte de' Tarlati; alle quali la Repubblica
concedette franchigia per cinque anni , obbligandoli secondo
il suo costume del cero, che dovea presentarsi alla festa di
S. Giovanni per ciascun anno; « e avendo Beliramo del
« Balzo finito il tempo della conferma del generalato , fu
« eletto a tal carica Giovanni marchese del Monte S. Maria,
figliuolo del già Guido Collolorto ». Ma la tardanza delle cose
di Lucca incominciava a parer molto noiosa a' Fiorentini,
si perchè s' intendea che Piero de' Rossi ne avea fatto
partito con Mastino , e sì perchè per certi romori successi
a Pisa , si conoscea che Mastino tirato innanzi dal favor
della fortuna incominciava ad aspirare all' imperio di Toscana;
la qual cosa non pareva in que' tempi da non prestarvi fede.
Perchè se bene Mastino non avea in apparenza splendore
alcuno di titolo di principato , nondimeno appresso gli uo-
mini che ponderavano le cose dalla sustanza, non era nasco-
sto , non esser allora principe ne re alcuno tra cristiani ,
salvo che il re di Francia, di maggior entrala di lui, mon-
tando le sue rendile alla somma di settecentomila fiorini d'oro
per ciascun anno. Erano nel suo dominio oltre l'infinite ca-
stella dieci città principali; le quali congiunte col seguilo
della fazion ghibellina il rendevano mollo potente e tremendo
per tutta Italia , e vedevasi che egli avea in animo di favorir
in Pisa la parte de' non reggenti; i quali guidati da Bene-
278 dell' ISTORIE FIORENTINE
detto e da Geo de' Gualandi, da certi de' Lanfranchi, e da
Cola Buonconti , aveano preso 1' arme contra il conte Fazio,
e contra il governo degli anziani. Già si era sapulo che Ma-
slino mandava loro in aiuto quattrocento cavalieri di Lucca ,
i quali erano arrivali in Asciano, benché per essere preva-
luta la parte del conte Fazio non fossero stali a tempo. I
Fiorentini non cessarono di mandar ancor essi trecento de' loro
cavalieri, i quali giunsono infino a Monlopoli per soccorso
del conte , benché l' opera loro non fosse bisognata. Per
colali andamenti allesono i Fiorentini a far maggiormente
sollecitar Maslino alla risoluzione di Lucca, il quale oltre
alle cose dette avea con 1' aiuto e trattati suoi operato che
il marchese Spinetta si fosse insignorito di Sarzana ribel-
landola a' Pisani; ne rimaneva dubbio alcuno che tra lui e
Pier de' Rossi, il quale era ilo a trovarlo a Verona, fosse
seguito l'accordo ; e perciò mandarono oltre quelli che le-
neano continuamente appresso di lui nuovi ambasciadori « Si-
« mone della Toi?a, Francesco de' Pazzi, Simone de' Penizzi
« tutti tre cavalieri , Alesso Rinucci con sedici altri cittadini
« e due notai ' », i quali facessero ogni diligenza d' inten-
dere qual fosse 1' animo suo; e per mezzo degli altri colle-
gati s' affaiicassero che ancora a loro fossero osservali i
patti della lega, tanto più, poiché comparsero lettere de' 16
di dicembre , le quali « scriveva Azzo Visconti alla si-
« gnoria, dando conto che il giorno avanti, che appunto
« avea in Firenze preso il gonfalonerato Rinaldo Casini giu-
« dice, era con le sue genti entrato in Piacenza, della quale
« avendone la libera signoria, la terrebbe a laude di Dio,
« e a esaltazione de' Fiorentini, e degli altri collegali ».
Erano parimente venute nuove come pur a 20 di dicembre
sgombrato già Piero de' Rossi di Lucca , non piìi di nasco-
sto , ma già palesemente n' avea Mastino preso il possesso,
e fattoci entrar dentro le genti sue ^. Onde i primi giorni
' De'' maggiori della città. Prima edizione.
' Tutto questo pezzo, cioè da tanto piìt ec. fino a dentro le genti
sue., è da ridurre così secondo 1' originale .■ tanto più poi che di nuoi'o
f' intendea Piacenza ribellata agli Scotti, esser pervenuta a' Fisconti,
Queste c^se fatte tulle nel tempo del Sah'iati, Jìirono con ditigenni
LIBRO OTTAVO 279
dell'anno 1336 «nel quale avea preso l'uficio di podestà
« Ugolino de' Guelfucci da Città di Castello » furono tutti
pieni di querimonie contra Mastino , e contra i collegati, do-
lendosi gli ambasciadori acerbamente del torto manifesto
fatto alla loro Repubblica. Mastino mostrando la difficoltà
procedere da'Rossi, i quali vi pretendevano sopra interesse,
fece dire agli ambasciadori da Orlando , il quale era stato
fatto mezzano in questa pratica, che gran quantità di mo-
neta facea di bisogno per potere aver F^ucca, bisognando
accordar prima il re di Boemia , da cui i Rossi riconosce-
vano quella città come vicarj. E finalmente la somma fu di-
chiarala che dovea essere Irecentosessantamila fiorini d' oro,
sperando che i Fiorentini non fossero per comprar una città
pressoché disfatta per cosi ingordo pregio. E veramente fu
cosa che avanzò l'opinione di tutti gli uomini, che i Fio-
rentini a capo di non aver l'anno 1329 voluto da' soldati
del Cerruglio prender Lucca per ottantamila fiorini, e per
molto minor prezzo rifiutatala Tanno seguente da Gherar-
dino Spinola , finalmente dopo tanta moneta spesa per que-
sto medesimo effetto in servigio della Irga , per la quale
aveano i compagni ottenuto in parte i fini loro , si condu-
cessono a volerla avere per somma tanto notabile. Di che
essendo Pino della Tosa fieramente trafitto , fu più volte
sospirando udito dire, che in tal modo era di necessità Lucca
pervenuta in podestà della Repubblica senza spesa, tome
gli avversari suoi s' erano affaticati di mostrar gli anni ad-
dietro , quando pareva loro gran somma ottantamila fiorini.
Ma i Fiorentini senza sbigottirsi dalla grandezza del danaro ,
e tollerando con forle animo l' indignità usata loro dal di-
sleale Mastino, fecer subitamente intendere a' loro ambascia-
dori, che accettassero l' offerta, imperocché essi averebbon
pagato fedelmente la moneta; essendo dall'altro canto in quel
tempo molto soddisfatti che i Colligiani compiuto il termine
per il quale s' erano dati alla Repubblica, di nuovo fossero
non minore sollecitate da Rinaldo Casini giudice nuovo gonfaloniere^
essendoci nuove come a' 20 di dicembre sgombrato già Piero de' Rossi
di Lucca, non più di nascosto-, ma già palesemente n' ai'era Mastino
preso il possesso, e fattoci entrar dentro le genti sue.
280 dell' istorie fiorentine
tornali a darsi per Ire anni futuri con più liberi palli di pri-
ma ; soffercndo che ella fondasse una forle rocca nella lor
terra, ove stesse un castellano fiorentino e quaranta fanti di
guardia, de' quali la metà s'avesse a pagare per i medesimi
Colligiani. Ma Maslino sentendo fuor della sua credenza la
deliberazione de' Fiorentini, rcsLò quasi sbigoltilo, rincre-
scendogli di lasciar Lucca, ancora che ne cavasse (ani' oro;
e dall' altro canto non veggendo in che guisa potesse uscire
da questa ultima promessa, parendogli allo prime ingiurie
d'aggiugnere e fiir loro un torto mollo grande e manifesto,
credesi che consigliandosi di ciò col marchese Spinella, gli
fosse da Ini fatto intendere, come i principi nelle cose, ove
si traila di signoreggiare, non debbono star suggelli a certe
vane apparenze d'onore; a' quali slan sottoposti i privali uo-
mini ; e che per questo mettendo egli in mezzo nuove con-
siderazioni, negasse audacemente di volere consegnar Lucca
per danari ; ma che desse intenzione di farlo in caso che si
disponessero di dargli aiuto in acquistar Bologna; con pen-
siero che nò questo dovesse attener loro , impadronito che
si fosse di quella città. Tulio ciò consigliava il marchese;
perchè già in corte di Mastino s' era incominciato a mormo-
rare dell' impresa di Bologna, per poter egli continuare il suo
imperio dalle città di Lombardia con una terra di tal qua-
lità, onde venendo a Lucca e a Pisa, ove s'avea ancora po-
sta la mira, con poca fatica si potesse poi metter il giogo
a' Fiorentini; avendolo a tanto innalzato la credenza della sua
felicità, che non arrossiva di sperare di aver finalmente a cac-
ciar il re Ruberto dal reame di Napoli, e pareggiando la glo-
ria sua a quella degli antichi principi, farsi re d'Italia. Né
fu dubbio che egli facesse in quel metlesimo tempo far una
ricchissima corona d' oro e di pietre preziose per coronarsi
prima re di Toscana e di Lombardia. Credetlono molti che
questo, 0 un così fatto consiglio, gli fosse slato ancor dato da
Azzo Visconti, e da alcun altro signore di Lombardia, non
per bonivolenza che portassono a Maslino, o che stimassero
queste cose averli a riuscire, anzi a fine molto diverso, per
renderlo per tal conio nimico de' Fiorentini : i quali essen-
do danaiosi e fermi nelle loro imprese, e convenendo di con-
giugnersi co' Veneziani o con altri , meltessono in qualche
LIBRO OTTAVO. 281
«liflìcollà lo slato di quelli della Scala, o almeno raffrenassero
per allora il troppo veloce corso de'lor prosperi avvenimenti.
Fallo dunque da Mastino intendere a' Fiorentini che egli
non avea bisogno di danari, ma che farebbe loro dar Lucca
ogni volta che l'aiutassero ad acquistar Bologna, mosse a
tanta ira la Repubblica, con la quale i Bolognesi dopo la cac-
ciata del legalo s'erano confederati, che fu scritto subito agli
arabasciadori che protestando a Mastino l'ingiuria ricevuta,
so ne tornassero a casa. Mastino recandosi quoslo scompi-
glio a guadagno, diede ordine alle masnade che tenea in
Lucca, che senza altro sfidamento entrassero in Valdinievole
e in Valdarno di Sotto, che era tenuto da' Fiorentini, e quello
trattassero come luogo di ni mici, comandando che nello stes-
so tempo le genli che aveva a Modena facessero il medcsi-
rao nel contado di Bologna; perchè Filippo Buoniìgliuoli nuo-
vo gonfaloniere s'incominciò a preparare alla guerra, sentendo
che il d'i innanzi che egli prendesse il magistrato era stato
danneggiato il tenilorio de' Fiorentini, il quale molto ben
avea compreso dagli ambasciadori a bocca ( i quali torna-
rono a Firenze a' 21 di febbraio); oltre quel che n' avea rap-
portato la fama, qual fosse il furor di Mastino, il quale agli
ambasciadori quando si partirono da lui usò così fatte pa-
role. Andate pure a' vostri Fiorentini, e dite loro che si
mettano a ordine, perchè non vogliamo che sia passalo il
prossimo mezzo maggio, che li verremo a visitare infino alle
porle di Firenze con quattromila armadure a cavallo. Per
questo s'attese dal canto de' Fiorentini a far le provvisioni
gagliardamente. Si scrisse in prima al re Ruberto, a' Peru-
gini, a' Sanesi, e a tulle l'altre terre guelfe di Toscana, ai
Bolognesi, e altre terre guelfe di Romagna, e a lutti i si-
gnori lombardi, co' quali erano collegali, il torto ricevuto
da Mastino, scusandosi se erano per muovergli guerra, e ri-
chiedendoli d'aiuto, e con la miglior parie feciono lega, e
nuova confederazione. Appresso crearono sei cittadini uno
per sesto sopra la cura delle cose della guerra, « i quali fn-
« rono Ridolfo de' Bardi, due Simoni, che uno della Tosa e
« r altro de' Peruzzi lutti Ire cavalieri. Acciainolo degli Ac-
ci ciaiuoli. Giovenco de'Bastari, e Chele de'Bordoni ». A tro-
var danari ne deputarono quattordici tulli popolani con am-
282 dell'istobik fiorentine
plissiraa autorità; dopo i quali provvedimenti si rincorarono
tanto , che sentendo che Piero Sacconi per la guerra che ave-
va co' Perugini, trattava di far lega con Mastino della Sca-
la, « senza aver riguardo alla fatta con la Repubblica tre anni
« prima » deliberarono d' incominciare ancora aperta guer-
ra alla città d'Arezzo, e furono bandite le strade nell'ulti-
mo giorno del gonfalonerato del Buonfigliuoli, a cui succe-
dette Coppo di Stefano Buonaiuti. Questi « e insieme con
« lui gli eletti della guerra » veggeiido che se Mastino non
veniva infestato in Lombardia, la guerra di Lucca polca po-
co nuocergli, trovarono occasione prontissima a molestarlo, -
essendo venuto a loro notizia lo sdegno e quistione che ave-
vano i Veneziani presa seco per conto che egli tenea loro
occupate le saline di Chioggia, oltre molti divieti di mer-
catanzie fatte da lui contra la loro libertà a Padova, e in
molte altre cose oltraggiatili in Trivigiana. Sperando dunque
poterne conseguire il loro intendimento mandarono segre-
tamente « Francesco Baldovinetti stato gonfaloniere nel 30,
« e Salvestro d' Alamanno ( questo è il Medici , che fu
« poi sì grande nella Repubblica ) » ambasciadori a Vinegia,
per far con quella repubblica lega e compagnia contra Ma-
slino; i quali essendo uditi volentieri dopo aver fatti lunghi
e molti discorsi circa il modo della capitolazione, finalmente
conchiusono la lega a' 21 di giugno, avendo in Firenze di
sette giorni preso il gonfalonerato Ubertino Strozzi « e tre*
« vandovisi capitano del popolo fin dal primo di maggio Gio-
« vanni de' Mazzetti dal Borgo a S- Sepolcro ». Il tenore de'ca-
pitoli tratto dagli atti del comune fu tale. Che i detti due co-
muni faceano tra loro lega, compagnia e unità, la qual do-
vesse durare dal detto dì infino alla festa di S- Michele di
settembre, e dalla detta festa a un anno, e per li delti co-
muni si soldassero duemila cavalieri e duemila pedoni al pre-
sente, i quali stessero a far guerra in Trivigiana e Veronese,
e quando parrà a' detti comuni, se ne conducessero maggior
quantità; e che tutte le mende de' cavalli, e ogni sposa che
occorresse, si dovessero pagare comunemente ; e che per la
detta guerra fare, si tenesse un capilano di guerra a comuni
spese ; e che per lo comune di Firenze si mandasse uno o
due oiltadini a slare in Vinegia, o dove bisognerà, e abbia-
LIBRO OTTAVO 283
no balia con quelli che si eleggeranno per lo comune di Vi-
negia di crescere o raenovare i delti soldati, come a loro par-
rà, e a potere spendere per fare ribellare le terre che si
tengono sotto la signoria di quelli della Scala; e che sia le-
cito al comune di Firenze e di Vincgia poter tenere per fare
la detta guerra due cittadini e sue bandiere, come a' detti co
munì piacerà. E abbia il capitano della guerra pieno d'arbi-
trio. E che per tempo di tre mesi avanti la fine della detta
lega, si convcgnano insieme ambasciadori de' detti comuni a
prolungare, e non prolungare la lega predetta. E che il co-
mune di Firenze faccia una guerra alla città di Lucca, e se
ella s'avesse ', facciano guerra a Parma ; e che i detti comuni,
0 alcuno di quelli, non faranno pace o tregua , o faranno, o
terranno alcun trattalo con quelli della Scala, se non fosse
di scienza o volontà di ciascuno comune. « Sapendo i Pio-
te rcntini che in simili congiunture ciascuno è bastante per
« far male, massime quando gli umori e siti ne possono por-
c< gere occasione, mandarono un lor cittadino a lutti i roag-
« giori di casa Ubaldini ricercandogli a dichiararsi, se nelle
« novità che seguiranno, e erano per seguire per opera dei
« nemici della Repubblica, essi fossero per esser da lei, o
« da quelli. Gli Ubaldini fatti savi a loro spese risposero al
« mandalo, d'esser pronti ad ogni servizio della signoria, e
« che a quella volevano ubbidire, e a quella si raccoman-
« davano. Buoso degli Ubertini vescovo d'Arezzo, avendo
(( sentita la risoluzione della Repubblica di far guerra agli
« Aretini e a' Tarlati, mandò Francesco degli Ubertini a Fi-
« renze, perchè in nome suo e di lulla la famiglia si offe-
« risse per servidori del popolo e comune di Firenze, e che
« delle terre che possedeva, sì di patrimonio come del ve-
« scovo, voleva che la Repubblica ne potesse disporre a suo
« modo fin a finita la guerra d' Arezzo, e che lo stesso se-
te guisse di quelle che i Fiorentini o il medesimo vescovo
« pigliassero, le quali attenessero al vescovado, bastandogli
'( che gli fossero lasciale le ragioni de' fitti e rendite spet-
« tanti al vescovado ; per il quale pregò i signori a voler pa-
té rimente lasciare le rendite di Genuina e di Galalrone. E
' Cioè si conquistasse, si ottenesse ec.
28i dell'istorie fiorentine
'< che in conformila che si volesse, il vescovo e lutti gli L'ber-
« tini eran pronti a far guerra alla città d'Arezzo, e a chi
« la teneva, purché in occasione di pace vi fossero inclusi
c< con le lor terre e fortezze ; le quali offerte come molto
« giovevoli al pubblico furono accettate , con incaricarsi i
« senatori di darne conto al papa rispetto alle terre del ve-
« SCO vado ».
Mastino Ira questo mezzo non era stalo a perder tempu,
essendo massimamente per trattato de' Fiorentini stato in pe-
ricolo di perder Modena, e per questo avea fatto calar a Forlì
per passar ad Arezzo inlìno al numero di ottocento cavalieri;
ma i Fiorentini avendo presentito questo ordine furono pri-
mi a mandar secenlo cavalieri in Romagna di loro masnade
sotto la condotta di Pino della Tosa e di Gcrozzo de' Bar-
di, i quali congiuntosi co' Bolognesi e con gli altri guelfi
romagnuoli « tra questi Francesco e Riccardo de" Manfredi
« signori di Faenza, che ricevettero molto volentieri le genti
« de' Fiorentini e de' Bolognesi » conlesono il passo in mo-
do a' uimici, che non potettono in conto alcuno per quella
state passar ad Arezzo : onde eglino assicurati che il nimico
non passerebbe, entrarono a' 4 di luglio « che in Firenze
« avea preso la podesteria Francesco de'Cnmporeni da Asco-
« li » dall'altro canto con settecento cavalieri e assai po-
polo nel contado d Arezzo; ove accozzandosi con l'esercito
de' Perugini fcciono in tutto quel paese e intorno alla città
stessa gran guasto di biade e d' arsioni di possessioni infìno
a' 7 d" agosto. Le genti di Mastino, che erano in sul Luc-
chese, per non star ancor elleno a bada, essendo già stata
pubblicala la lega a' lo di luglio in un dì medesimo a Firenze
e a Vinegia, e sentendo che le genti de' Fiorentini che era-
no a Cerretoguidi la miglior parte era a Pistoja por veder
celebrare la festa di S. Jacopo, uscirono subitamente di notte-
tempo di Baggiano, e vennero a Cerretoguidi, e quello tro-
vando sprovveduto combatterono e vinsono ; ne furono punto
pili pietosi di quello che gli stessi Fiorentini erano slati nel
contado d' Arezzo; perciocché il danno che feciono di biade
e d'arsioni di poderi e di case fu molto grande. Cinpo de-
gli Scolari nobile fuoruscilo fiorentino mandalo da Mastino
per capitano delle genti che teneva in Toscana, avendo tro-
LIBRO OTTAVO. 285
vaio i soldati lieti e animosi per questo successo, pensò di
far ancor egli alcuna altra nobile impresa ; e per questo uscito
di Lucca a' 5 di agosto con ottocento cavalieri, e con gran
numero di fanti a pie passò Arno ; e non trovando intoppo
alcuno, diede il guasto al boigo Santafìore, e fermandosi per
due notti nella villa di Martignano sotto S. Miniato, fece gran
danno a tutte le ville vicine. I soldati de' Fiorentini, i quali
erano sparsi per Empoli e per le castella di Valdarno, e in
Valdinievole, desiderosi di vendicar la prima ingiuria, usci-
rono in campagna francamente con animo di venir con cssf)
loro alle mani. Ma i nimici non essendo provveduti di vetto-
vaglia, e per questo dubitando di non esser colti in mezzo,
senza aspettar l' incontro, si partirono con gran disordine
a'7 d'agosto, non avendo ardire di metter fuoco al borgo di
santa Gonda, onde passarono; perciocché i Sanminialesi calati
a' balzi, e alle tagliale e sbarre fatte, faceano vista di venirli
a trovare con grande impeto : la qual cosa porse loro tanto
terrore, che disordinandosi in tutto e postosi a fuggire, di-
vennero molti di loro preda di chi li seguitava. Alcuni per
stanchezza e per il gran caldo morirono per lo contado di
Pisa. Molti spasimati per la sete annegarono nella Gusciana.
E fu opinione che se la cavalleria de' Fiorentini avesse più
studiato il cavalcare ', non ne campava pur uno di tutto quel-
l'esercito. Raffrenato e domo l'ardir de'nimici, veggendo gli
eletti della guerra che per tante cavalcate che si facevano
le castella di Valdarno e di Greti , o poco o del tutto non
murate, erano esposte a grandi danni e calamità, diedono or-
dine che si mnrassono, e spezialmente ordinarono che fos-
sero rifatte le mura d'Empoli e di Pontormo, e che per ca-
gione del diluvio passato erano mollo danneggiale; commi-
sono che si cumpicsse di murare il borgo di Monlelupo , e
quel di Cerretoguidi : il che fu l'alto in pochissimo tempo ,
concedendo la Repubblica alcune immunità e franchigie ai
terrazzani. « Mentre si provvedeva così alle cose, essendo
« nella città Goffredo vescovo di Malta, e Niccola Moricj da
« Napoli giurisperito, ambasciadori del re Ruberto, e gli am-
• J>Iodo elegantissimo: clie vale affrettarsi co' cav'aìli : e viene dal-
l' altro modo studiare il passo^ desunto, come è noto , dal latino.
286 dell'istorie fiorentine
» basciadori di Bologna e di Perugia , Alamanno Adimari
« cavaliere, Bartolo de' Ricci dollore, e Bindo degli Allovili
« come sindaci e procuratori del comune di Firenze ferma-
« rono lega con loro per un anno agli 11 d' agosto nella
« chiesa di S. Eusebio sul prato a difesa delli stati comuni
« e esaltazione di parte guelfa, e di santa Chiesa: con patti
« che la taglia fosse di tremila cavalli, de' quali il re ne
« contribuisse settecento in tempo di state, e trecentocin-
<( quanta di verno, da stare Ira la Lombardia e i monti fin al
« mare ; che Firenze ne tenesse ottocento , Bologna cinque-
« cento, Perugia quattrocento, e il restante si distribuisse
« fra gli altri che fossero venuli nella lega. Vollero che la metà
« di delta cavalleria fosse oltramontana, e il resto buon soldati
« e non banditi da alcuno de' collegati, eccettuandone li sel-
« tecento del re Rubarlo, al quale restò libero il pigliarli di dove
« gli fosse tornato bene. Gli amici e nemici de' collegati fos-
« sero trattati da tutti come tali. Che capitano generale della
« taglia fosse Beltramo del Balzo conte di Monteseagioso ;
« e la cavalleria fosse all' ordine per tutto settembre. Che
« ciascun collegato tenesse un buon consigliere esperto in
« arme appresso del generale ; al qual generale si dovesse
« dare quattrocento fiorini d' oro il mese , co' quali restasse
« obbligato di tenere un dottore, due compagni, due notai,
« due trombatori , un trombetta, un nacchero, e altri simili
« ufiziali. Che il generale conducesse seco cento cavalli ar-
ce mali da delrarsi della taglia , e per ciascuno cavallo avesse
« di soldo dicci fiorini d' oro il mese da' collegati ; e delta
« cavalleria dovesse aver cavalli di valuta almeno di venti
« fiorini d' oro V uno , e restandone in battaglia morti , o
« inutili, i collegati gli dovessero pagare, e tra un mese
« dovea con essi esser in Firenze e farne la mostra. Che
« durante la lega non si potesse far pace ne accordo senza
« il consenso di tulli, e che due mesi avanti finisse 1' anno
« si mandassero ambasciadori a Firenze per risolver se la
« lega si dovea prolongare. Furono ricevuti in essa i capi-
« tani e comuni di Faenza e d' Imola con obbligo di con-
ce Iribuire cinquanta cavalli per ciascuno. Doveano i colle-
« gali mandare ambasciadori al papa per dargli conto della
« lega, e pregarlo a favorirla e a riconciliarsi con la città di
LIBRO OTTAVO. 287
« Bologna. A' Sanesi fu lascialo luogo, con 1' obbligo di con-
« venire con dugenlo cavalli , e 1' ambasciadore di quella
« citlà se ne conlentò, purché il capitolo degli amici e ni-
« mici non avesse luogo per il comune di Siena con quel
« d' Arezzo, col quale voleva osservare i patti che erano tra
« loro. I sindaci di Firenze premessero del proprio che il
« re Ruberto averebbe oltre li settecento cavalli tenutone
« cento altri fra tre mesi. La pena fu di mille marche d' ar-
ce gcnto a chi mancasse ». Gherardo Paganelli ' (sono i Pa-
ganelli consorti de' Canigiani ) , il quale a' 15 d'agosto era
succeduto al magistrato dello Strozzi , senza sbigottirsi che
siccome l'anno passato era in quel di medesimo succeduto
nel principio del gonfalonerato del Gennai un fuoco appreso
a casa Toschi, che abitavano in mercato Vecchio , avesse
fatto gran danno a' vicini pizzicagnoli , ma attendendo con
gli eletti della guerra a provvedere tutto di che Mastino
fosse travagliato in Lucca e in Lombardia, adempiva il ca-
rico del suo uficio con grande sollecitudine. Ma perchè le
cose di Lombardia erano di molto maggior importanza, fu
dato ordine che in Vinegia dimorassero al continuo due
cittadini fiorentini per provvedere il danaro , perchè i sol-
dati fossero di mano in mano pagati. Due altri in compa-
gnia d' un cavaliere e d' un giudice sotto nome d' ambascia-
dori risedessero appresso il doge e nel consiglio per le cose
della guerra. E similmente due cavalieri di grande autorità,
r uno de' grandi e 1' altro del popolo , dovessero star nel-
r esercito, e intervenire nel consiglio del capitano generale.
La provvisione de' danari , essendo la camera molto stretta
per le continue spese fatte nella lega passata e per quelle
avute in Toscana , fu presa sopra le spalle de' cittadini pri-
vati, pervenendosi a loro delle gabelle della città non pic-
colo utile per conto de' loro interessi.
Stando le cose in questo termine , e non essendo ancor
uscito il mese d'agosto, Piero de'Rossi, il quale insieme
' Il senso tagliato da questa lunga giunta si rannoda così : il che
fu fatto in pochissimo tempo, concedendo la Repubblica alcune im-
munità e franchigie a' terrazzani, e sollecitando queste cose gran-
demente Gherardo Pasanelli ec.
288 DELL ISTORIE FIORENTINE
co' fratelli aveva dato a Mastino Parma e Lucca , incomin-
ciando non solo a mancargli le promesse fatte , ma essendo
cacciato da tutte le fortezze e possessioni che aveano in
Lombardia ( e questo per conto dell' inimicizia che essi avea-
no con la famiglia di Coreggio , con la quale Mastino avea
stretto parentado) e finalmente essendo assediati nel castello
di Pontremoli, se ne venne a Firenze , avendo prima fatto
intendere a' senatori che egli venia con animo di congiu-
gnersi con esso loro conlra Mastino : il quale introdotto
nella presenza de' padri , parlò loro in questa maniera. Io
non dubito, eccelsi signori, che a coloro i quali hanno poca
esperienza delle cose del mondo sia per parere strano che
io , che poco innanai sono slato nimico vostro e amico di
Mastino, venga ora a pregarvi che mi riceviate per compa-
gno neir odio e nella vendetta che apparecchiale contra Ma-
stino. Ma sono dall' altro cauto ancora ben certo che a voi,
a' quali per lo lungo governo di questa Repubblica non sono
nascosti i vari successi e mutazioni del mondo, non solo non
sia tutto ciò per dar maraviglia, ma parrà un fatto mollo
usato e quasi ordinario ; accadendo ogni giorno, che i con-
sigli degli uomini si mulino per la mutazion delle cose; e
poi chiunque di ciò si maravigliasse, averebbe anche a ma-
ravigliarsi di questa Repubblica, di cui ninno signore o co-
mune è stato più amico con Mastino. Di che, ed io, e i miei
fratelli, e la casa mia può rendere ottima testimonianza; che
cercando di convenirci di Parma e di Lucca con Azzo Vi-
sconti, come quelli che di Mastino non faceano molto retto
giudizio, voi , che avevate più fede in Mastino che in Azzo,
vi metlesle di mezzo , e tanto operaste con gli altri confe-
derati per la sollecita cura de' vostri ambasciadori , che ac-
cozzaste amcndue in sul fiume dell' Oglio , e faceste opera
che al fine Azzo consentisse che Parma secondo il vigor
de' capitoli fosse data a Mastino; onde noi fummo costretti
farne parlilo con Mastino , a cui io tirato dalle persuasioni
de' miei fratelli convenni poco poi render ancor Lucca. Ora
se io da questo mancator di fede ingannato, ricorro a voi,
che non meno di me sete dal medesimo stati ingannati e
traditi , e mi profferisco per vostro compagno a vendicar il
comune scherno e ingiuria , avrò a temere di far cosa con-
LIBRO OTTAVO 289
tra r onor mio ? o che non convenga a questo stalo nel
quale io mi ritrovo? o che ella sia tale, che voi possiate so-
spettare della fede mia ? quasi sia questa una favola ordita
tra noi per ingannarvi? Ohimè rhe troppo sono abbastanza
pur note le nostre ingiurie, e niuno il sa meglio di voi; per-
chè se cosi sta veramente il fallo , come intendete, potete
credere che quello sdegno che serbale voi conlra Mastino,
il medesimo, anzi molto maggiore, 1' è serbato da noi ; per-
ciocché voi \i dolete che Mastino non v'abbia osservalo
quello che vi aveva promesso; ma noi ci rammarichiamo
che egli ci abbia tolto quello che era posseduto da noi , che
era Parma e Lucca, e che ci sia venuto meno del cambio ,
che obbligalo si era di darci, che fu di cinquantamila flori-
ni d' oro 1' anno; oltre averci privato delle possessioni e delle
castella già di lungo e antico tempo slate possedute dalla ca-
sa nostra, e ora tenerci 1' assedio intorno a Pontreraoli, ove
sono le donne nostre. Per questo vi è facil cosa giudicare,
signori fiorentini , che se le comuni ingiurie fanno slabile al-
cuna amicizia, slabilissima debba esser la nostra, per esser
siali così notabilmente ingiuriali da questo ladrone. E ben-
ché niuno debba aspettare che i meriti altrui l'abbiano a
render grato appresso alcun popolo, nondimeno se pure ve-
diamo cotesto luogo essere spesso messo innanzi da coloro
che alcuna cosa desiderano ottenere, io non mi avrò a ver-
gognare d'addurre in favor mio la buona memoria, e la quale
so esser a voi gratissima, d'Ugolino de' Rossi fratello d'Or-
lando mio avolo: il quale essendo vostro podestà, e non
avendo a impacciarsi de' fatti della guerra, vcggendovi non-
dimeno involti nelle guerre aretine , volle in ogni modo tro-
varsi nella battaglia di Cerlomondo , nella quale non fu ,
come ne vive ancor la fama, desiderato punto il valore e ar-
dir suo. Ingegnerommi io, che mollo meno abbiate a desi-
derare la fede e sollecitudine mia nelle guerre che avrete
con Mastino, perciocché il zio di mio padre fu tratto a ser-
virvi da un onesto desiderio di gloria. Io a questo sprone
ho aggiunto stimoli ardcnlissimi d'ingiurie troppo acerbe e
troppo mortali ; avendoci il nostro avversario softu speranza
d'ampie promesse da grandi e ricchi signori condotto ad
estrema necessità, se non ci ingegnamo di provveder col va-
Amm. Vol. II. 19
290 dell' istorie fiorentine
lore alle cose nostre : e forse abbiamo noi questo patito, per-
chè avevamo macchinato contra la vita e lo slato suo ? anzi
perchè l' avearao fatto padrone di Parma e di Lucca ; e per-
chè conoscea così grandi e segnalali benefici "or» potersi
pagare, se non con altreitanla ingratitudine. Onde io ardo
d' incredibil desiderio di ritrovarmi ove siano forze e armi
contra Mastino, e per conseguente d'esser a parie con voi
del bene e del male che è per poterci da così falla impresa
venire. O voi vi vogliate servire di me in Lucca, o in Lom-
bardia, neir un luogo e nell'altro ha la casa nostra dei par-
tigiani e degli amici ; abbiamo cognizione de' siti e del paese;
insomma non è dubbio che siccome a me è per giovar gran-
demente l'autorità e riputazione del nome vostro, e le forze
e prontezza del vostro danaro, così non sia per recare a voi
grandissima utilità la vigilanza mia e de' miei fratelli, e il
seguito che ha la famiglia nostra in questi due luoghi , in
Lucca per la fresca signoria, e in Lombardia per gli antichi
stali posseduti da' nostri maggiori. Datemi dunque occasio-
ne, prestantissimi senatori, che io aiutato da voi possa a co-
mun beneficio esercitar le giustissime armi contra questo
serpente ; avvenga che per quel che toccherà alla persona
mia, non ne attenda io licenza da alcuno; avendo già fermo
nell'animo mio, o nel campo vostro, o di qualunque sentirò es-
ser nimico di quei della Scala, d' avermi a ritrovar sempre,
benché come privato cavaliere, e non con altra compagnia
che con quella de' miei scudieri, a combattere contra essi.
Nò cercherò mai altro se non che la fortuna m' abbia a gui-
dar in luogo , ( quando per le leggi di chi governa non sarò
sottoposto a più stretto carico ) ove io da persona a perso-
na abbia a riscontrarmi con Mastino , ovver con Alberto ; ai
quali se non il mio valore, almeno la loro scelleratezza po-
trebbe facilmente insegnare quanto sia empia e inumana
cosa, fuor d'ogni dovere, e conlra tutte le leggi divine e
umane ingannare chiunque alla lor fede si trovava aver avuto
ricorso. Desidero bene, che voi quanto prima mi porgiate al-
cun aiuto, col quale io possa levar 1' assedio da Pontremoli;
la qual cosa benché riguardi per ora il mio privato comodo,
non è però, signori, che impadronendoscne Mastino, non se
n'accresca forza al vostro nimico, e che le cose di Lucca
LIBRO OTTAVO. 291
non si mettano per conseguente in maggior difficoltà; dove
se mi concederete non più che ottocento cavalieri, e alquanto
numero di fanti, io spero non solo liberare Ponlremoli dal-
l' assedio, ma travagliar tanto i Lucchesi, che per avventura
ci potrebbe venir fatto qualche gloriosa impresa. A voi sta
il deliberare, se al nimico s'abbia a metter freno, o pure la-
sciarli ancor fare questo altro acquisto, perchè egli baldanzo-
samente possa vantarsi, e non scioccamente sperarlo, d'aver
fra pochi mesi a coronarsi re di Toscana e di Lombardia.
A me basterà in qualsivoglia tempo poter dire di non esser
mancato a me stesso, e di non aver lasciato passare occa-
sione alcuna, come farò sempre infino che avrò spirito e vi-
gore di maneggiar questa spada, affinchè onoratamente po-
tessimo riacquistar quello che fellonescamente ci è stato
tolto, e d'avere tentato con nobile ardimento di rintuzzare l'or-
gogliosa superbia del nostro troppo fiero e potente nimico:
conciossiacosaché questo solo mi pare che stia in potere de-
gli uomini, essendo il fine dell' imprese o lieto o misero che
egli si sia, come ignoto a noi, così fuor della nostra pos-
sanza, rimesso solo nel libero e assoluto arbitrio della divi-
na volontà.
Fu ascoltato Piero con grande attenzione, e con molto
più favore de' voli, fu creato capitano generale de' Fiorentini
neir impresa di Lucca centra Mastino. Perchè avute le genti
che da lui erano state richieste, il penultimo di d' agosto si
partì di Firenze; e parendogli che per levar l'assedio di
Pontremoli non fosse migliore strada che travagliar Lucca ,
il primo giorno si pose a Capannole , guastando intorno
tutte le vigne e villaggi de' Lucchesi; e poi passato Lucca, oc-
cupò il ponte a S. Quirico , ove si fermò per tre giorni,
sempre danneggiando il paese. Il maliscalco di Mastino , il
quale era dentro di Lucca, uscì con molti pedoni e con sei-
cento cavalieri, e pensando d'impedir la vettovaglia e il passo
alle genti de' Fiorentini, s' accampò sul Cerruglio, poiché per
la meno gente che egli avea, non stimava partito da com-
battere con Piero in campagna aperta. Piero conoscendo il
consiglio de'nimici, deliberò tornar indietro, e quando fu
sotto il Cerruglio, dove era il fosso che avea fatto Ramondo
di Cardona, quando fu rotto ad Altopascio, trovando quello
292 dell'istorie fiorentine
munito da oUo bandiere di cavalieri de'nimici, comandò alla
schiera de' feritori che attaccassono la scaramuccia , e sfor-
zassero il passo. Il che feciono con tanta vigoria, che pen-
sando nel mezzo delio sbigottimento de' nimici, a' quali avea
dato la caccia infino al Cerruglio, di potere anche in quella
occasione guadagnare il Cerruglio, senza aspettare l'ordine
del capitano e il cenno delle trombe che sonavano a rac-
colta, entrarono nella terra , ove trovando i nimici grossi e
in ordinanza furono prestamente gastigali della loro temerità,
rimanendovi morto Gherardo da Viterbo tedesco , il quale
avea il pennone di quella schiera, con lutti quelli che seco
furono primi a entrar nella terra, fuor di quattro connesta-
bili, e d'alcuni altri, che veggendosi rotti si reson prigioni.
Il maliscalco di Mastino credendosi aver vinta quella gior-
nata, scese con grande ardire dal poggio per venire addosso
a' Fiorentini. Ma Piero avendo fermato la maggior parte delle
sue genti, e con brevi parole dimoslrato loro quello che non
era ubbidire a' comandamenti del capitano, e come nella
guerra la pena corre velocissima dietro all'errore, aspettò a-
nimosamente l'incontro del maliscalco feroce non meno per
il felice principio della viltoria, che per lo vantaggio della
scesa, e fu l' incontro s'i impetuoso, che furono alquanto i
Fiorentini ributtati. Ma gridando per tutto il capitano con al-
tissime voci che ciascuno tenesse il suo luogo , e che era
gran vitupero che i molti si lasciassero vincer da' pochi, e
che il maliscalco di Mastino non era Uguccione della Fa-
giuola, 0 Castruccio Castracani, ma un capitano ignobilissi-
mo, di nessun nome e riputazione, accese tanto i suoi di ver-
gogna e di ira, che inanimiti dalle sue parole incominciarono
prima a far gagliarda resistenza ; poi riprendendo tuttavia
maggior ardimento, urtarono i nimici , e alla fine percoten-
doli fieramente li misero in rotta, uccidendo e facendo pri-
gioni cento cavalieri ; tra' quali venne a Firenze prigione il
maliscalco di Mastino con tredici connestabili , oltre due
morti, e con otto bandiere, « e di più quella do' tiranni della
« Scala; cos'i gli nomina Piero nella Ictlera che ne scrive
« alla signoria. Avendo quella sconfitta fatto celebre il quinto
« giorno di settembre. Di questa vittoria avendone i Fio-
« reiilini dato conto al papa, sua Santità se ne rallegrò con
LIBRO OTTAVO. 293
ft SUO breve, mostrando però prima in esso di abborrire si-
« mili riscontri per il pericolo dell'anime di qnei che vi re-
te stavano morti ' ». Piero essendo dimorato infino alla notte
con le torce accese sul campo, facendo sonar a vittoria, la
notte albergò a Gallena , e 1' altro dì se ne ritornò con le
sue genti a Fucecchio, avendo ricevuto lettere da' Veneziani
che col consentimento del consiglio deputato da' Fiorentini
era slato creato capitano generale della lega ; onde egli ve-
nuto a Firenze senza pompa alcuna, con buona licenza della
Repubblica verso l' uscita di settembre si parli per Trivi-
giana , ove gran parte dell' esercito della lega era ragunata ;
e in suo luogo fu da' Fiorentini creato lor capitano generale
in Toscana Orlando suo fratello, uomo feroce, ma per capa-
cità d' ingegno e di disciplina militare molto dissimile dalla
virtù de' fratelli. « Tra tanto gli eletti a far leghe non re-
ti stando di fortificar la Repubblica con esse, ne aveano con-
« elusa una per termine di due anni a difesa comune a' 4
« pur di settembre con gli ambasciadori venuti in Firenze di
« Malatesta e di Galeotto Malatesti signori di Rimini, di Pe-
« sarò, e di Fossombrone, e di Ostasio da Polenta signore
« di Ravenna, di Cervia, di Lugo, e di Berlinoro; nella qual
« lega concorsero i Bolognesi: e facendosi nella ciltà a gara
« a chi più poteva operare in benefizio del comune ^ » gli
eletti della guerra aveano fatto fortificare di nuovo il castello
di Lalerina già sialo destrullo dal vescovo d' Arezzo, e in-
trodottovi i primi abitatori, che divisi in tre borghi, s'erano
posti ad abitare al piano di sotto. « Ma trovandosi il pub-
« blico in Firenze scarso di moneta per pagar la soldatesca
« e per comprar grani, si ricorse al solilo rimedio di dar
« campo a' banditi e condannali di potersi liberare, con pa-
« gar per tulio novembre quei della ciltà dodici denari per
« lira, e quei del contado sei, e tal liberazione si potesse
« fare ancor per quei che fossero morti ; non volendo però
« che si potessero liberar quelli che pagando li dodici e sei
« danari per lira, facessero maggior somma di cinquanta e
' Con gran numero di cai'alteri, e con molte bandiere^ avendo
quella sconfitta fatto celebre il quinto giorno di settembre. Piero
essendo dimorato insino alla notte ec. Prima Ediz.
* L' Ammirato vecchio dice; Tta tanto gli eletti della guerra ai'C-
jano fatto Jortificare ec.
294 dell' istorie fiorentine
« di venticinque lire. Vollero bene che si polessero liberare
« quelli che erano stali condannali ad essergli taglialo alcun
« membro , avendo però la pace , con lire cinquanta della
a città, e venticinque del contado. Escludendo da simil gra-
« zia i condannati per essersi trovali nclli eserciti delli im-
« peradori, i ribelli del comune, i falsari, i soddomili, gli as-
te sassini, i barallieri, e quelli che avessero rollo paci fatte
« per contratto, fatta vendetta in altra persona che nell'of-
« fendente, i banditi come uliziali del comune, i grandi per
« aver offeso popolani, i cessanti e fuggilivi, i rubalori alla
« strada, gl'incendiari, e i violatori de' mandali del comu-
« ne ». Vennero in questo tempo in potere della Repubblica
il castello del Terraio in Val d'Arno, lutti i borghi di Gan-
ghereto, le Conie, le Cave, Balbischio e Moncione, che sono
parte nel viscontado e parte in Chianti , ribellatesi a Guido
figliuolo che fu del conte Ugo da Baltifolle, per mal reggi-
mento che il giovane facea a' suoi fedeli d'opera di femmi-
ne. Il simile feciouo al conte Ruggieri da Doadola Viesca,
e Filinno, benché recata la cosa poi in giudizio, la Repub-
blica avesse a Guido dato ottomila fiorini d' oro per le ra-
gioni che egli v' avea , ancora che per il torlo ricevuto dal
padre, quando nella rotta d' Altopascio si riprese di propria
autorità le ville d'Ampinana in Mugello, non fusse stimato
degno di colai grazia. « E perchè nella città non era luogo
« da conservare le provvisioni del grano che si facevano dal
« comune, la signoria il primo d' ottobre dette ordine che
« fusse fallo il palazzo su la piazza d'Orlo S. Michele, in-
« caricandone la cura a' consoli e università dell'arte diporta
« santa Maria, fabbrica per tutti i rispetti degna della gran-
te dezza dell'animo de' Fiorentini ». Fu commesso a Geroz-
zo de' Bardi e a Pino della Tosa, i quali con seicento ca-
valieri aveano guardalo il [tasso di Romagna, che con le me-
desime genti, e con mille fanti ultimamente falli passassero
in Lombardia: ove erano quasi avvenuti i medesimi successi;
perciocché i conti da Collalto in Trivigiana, ribellatisi a quei
della Scala, diedono la Motta e altre loro castella alla signo-
ria di Vincgia, e fuor che la perdita di dugento cinquanta
fanti de' Veneziani, che furono presi da Mastino, mentre era
stata data loro sotto trattato di moneta speranza d'insigne-
LIBRO OTTAVO. 293
tirsi di Mestri, le cose andavan bene. Conciosiacosachè Pie-
ro partitosi dalla Motta a' 20 d' ottobre ( cinque di da poi che
in Firenze avea preso il gonfalonerato Zato Passavanli la terza
volta ) e venendone francamente per Trivigiana con mille-
cinquecento cavalieri e tremila pedoni, per dieci giorni avesse
corso e predato con molto ardire tulio il paese : ora ardendo
e guastando le ville, e ora all' improvviso assaltando le porte
di Trivigi e di Meslri, ove pose fuoco ne' borghi. Baslogli
l'animo d'entrare nel padovano infino alla Pieve di Sacco,
avendo con seco Marsilio suo fratello, della cui virtù e va-
lor molto confldava ; ancora che egli sapesse quei della Scala
aver dentro Padova ridotto il numero di quattromila cavalieri.
Ma Marsilio pose terrore a Mastino, il quale era uscito per
incontrarli, solo con far comparir molle lettere nel campo
de'nimici, per le quali erano richiesti di battaglia: perchè
tornatosene Mastino con molla fretta a Padova , al Rossi fu
dato agio di potere spogliare d' ogni sostanza le grasse vii-
late di Pieve di Sacco, e di tutto il paese d'intorno. S'ac-
costò poi Piero a Bovolenlo, selle miglia presso a Padova,
e quello fortificò per non essergli impedita la vettovaglia di
Vinegia e di Chioggia. Finalmente si presentò con tremila
cavalieri e cinquemila pedoni per espugnare le saline di Pa-
dova, cagione e origine della guerra; alla cui difesa venne
subito Mastino con bellissimo esercito , e dubilossi che si
avesse a far fallo d'armo; per lo qual rispetto e in Vinegia
e in Firenze si fecero per tre d'i solenni processioni per
la vittoria. Ma Mastino non volendo tentar la fortuna della
battaglia, diede comodità a Piero di combatter le fortezze
fattevi da lui per guardia delle saline: le quali vinse per
forza il 22" di di novembre « che in Firenze era capitano del
« popolo Francesco de'Parisiani da Castagneto ». Non avea
Orlando secondalo in Toscana alla fama e valore delle cose
che faceano i fratelli in Lombardia; perciocché andato per
levar l'assedio di Pontremoli con millelrecenlo cavalieri e
tremila pedoni avea trovato che i terrazzani s'erano arresi,
né per questo danneggiò molto , come avrebbe potuto al-
meno fare in vendetta, il territorio de' Lucchesi. Onde egli
se ne tornò a Fucecchio, e le donne de'frafelli e sua uscite
da Pontremoli furono ricevute a Firenze con ogni sorte di
296 dell' istorie fiorentine
amorevolezza. « Quello che si è scritto d'Orlando de'Rossi
« è stato conforme al Villani scrittore di quei tempi. Ma non
« si deve già da noi lasciar di avvertire che fin dal princi-
« pio di giugno era stato eletto per termine di sei mesi ca-
« pilano generale di guerra della Repubblica Giovanni mar-
ce chese del Monte S- Maria, il quale con una lettera de' 25
<( di novembre, dove s'intitola tale, e è soscrilla parimente
« da Orlando de'Rossi, ma senz' altra qualità, ancora che
« egli già fosse eletto generale per un anno, come si è detto,
« che al certo dovea entrare in carica dopo spirati i sei mesi
« del marchese, e se Piero fratello d' Orlando era stato di-
ce ehiarato generale de' Fiorentini in tempo che il marchese
« era in carica, è necessario dire che fosse slato eletto solo
(( per r impresa di Lucca. Il marchese dunque e Orlando
« avvisavano di Sanminiato alla signoria, che a' 20 di novem-
« bre di buon' ora eran passati per il ponte della Gusciana
(( alla parte de'niraici, e che stati la notte al Gallena, il gior-
« no dopo erano andati al ponte di Muriano, dove accampa-
« lisi avean per due notti col ferro e col fuoco danneggiato
« molto i nimici. Di quivi partiti in adunanza, e andati a S.
« Angelo in Campo in coda de' prati vi si erano fermali pur
« due notti, e fattovi gran danni, i quali sarebbero ancora
« stati maggiori, se non fossero stali impediti dalla gran piog-
« già, mediante la quale furono costretti a ritirarsi, e che si
« erano tanto avvicinati a Lucca, che le balestre de' nimici
ce arrivavano ; che ripassato poi il ponte delia Gusciana , le
(( genti si trovavano quivi intorno. Riuscendo la spesa della
« guerra in Lombardia assai grave a' Fiorentini , non so se
« per provare qual capitale potessero in bisogno maggiore
« far del papa e del re Ruberto { al quale eran soliti di dar
« danari, e non di riceverne) a questi mandarono a' 27 di
« novembre Renedetto Ardinghelli , e a quello Giovanni di
« More giurisperito per domandarne in aiuto a mantener
(( quello esercito. Il papa se ne scusò come di cosa insolita
« della Chiesa, e per non servir come dicea, d'esempio ai
« re di Francia, d'Inghilterra, e di Spagna; e il re Ruberto
« per la spesa che faceva nell'apparecchio delle galee. Se
ft ne scusarono ancora i Perugini, e i Montepulcianesi, a' quali
« ne furono domandati. Ma i Bolognesi, i Sanesi, i Voller-
LIBRO OTTAVO 297
< rarii, quei di Sangimignano e di Colle molto prontamente
'( accomodarono la Repubblica di danari e di gente. Il gon-
'( faloniere Passavanti volendo onorare della cavalleria Fran-
« Cesco, Lapo, e Vannuccio de' Salvucci da Sangimignano
« figliuoli del cavaliere Gualtieri, fece sindaco a armarli in
« nome della Repubblica il cavaliere Niccolò degli Strozzi,
« con ricever il giuramento d' esser Guelfi e nimici de' Ghi-
« bellini. Ma non sentendo bene, e non tornando ne anche
'< bene a' Fiorentini le nimicizic che erano tra Malatesta, e
« Galeotto suo fratello, e la città di Riraini, e gli altri luoghi
« che possedevano con i lor seguaci da una banda, e Fer-
« ranlino pur de'Malatesti da Pietrabuba, e i conti di Mon-
'( tefeltro, il comune d'Urbino, i castelli di Mondavio, di S.
« Laudizio, di Montevetulo, di Melito, e di Montepettorino
« co' loro seguaci dall'altra; e perciò volendo procurare di
« metter quiete tra loro, mandarono su' luoghi Simone del-
t l'Antella, perchè facesse ogni opera per accomodargli in-
« sieme, con ricevere bisognando in accomandigia e custodia
« della Repubblica i castelli di Melito e di Montepettorino:
« ma non essendo riuscito all' Antella il tirar a buon fine
« questo negozio, fu poi effettuato il giugno appresso con
« l'autorità della Repubblica da Ostasio da Polenta ». 11 go-
verno della Repubblica quanto alle cose di dentro era in ma-
no de' medesimi; i quali come che avesser veduto partirsi
Jacopo Gabbrielli d'Agubbio ricco de' loro danari, e molti
stimassero che a torto egli avesse fatto mozzar il capo a
Rosso Buondelmoiiti figliuolo di Gherardino, e usate altre ri-
gidezze e crudeltà nel suo magistrato, nondimeno per gelo-
sia di non perder lo stalo, con somma diligenza procuraro-
no che nel medesimo tempo che egli partiva venisse il nuo-
vo conservadore. Questi fu Accorimbono di M. Giovanni da
Tolentino, uomo il quale essendo pervenuto all' età di ottan-
tacinque anni, era altre volte stato in Firenze podestà, e per
questo stimato per buon rettore ; se in processo di tempo
per vaghezza dell' oro, di cui queir età è molto cupida, non
fosse trascorso a far alcune ree opere.
In questo modo terminò 1' anno 1336,(»verso il fine del
quale avea preso il gonfalonerato Alesso Rinucci giudice; e
le genti della lega aveano rotto quattrocento cavalieri di Ma-
298 dell'istorie fiorentine
stino, che mandava a Monselici; e in questo stato si die
principio all' anno 1337, « per i primi sei mesi del quale ven-
« ne podestà di Firenze Niccolò della Serra di Agubbio, »
notabilissimo per molte cose degne di memoria, che in esso
seguirono, siccome chi andrà leggendo potrà vedere. Piero
de' Rossi desideroso sopra lutto d' acquistar Padova, e di spo-
gliar il nimico d' una città così importante, quasi nel fine del
primo mese dell' anno si partì di Bovolento con duemila ca-
valieri e molti fanti, e non senza intelligenza di Marsilio da
Carrara , della sorella del quale egli era nato , stato già si-
gnor di Padova, e quella poi rinunziata a Cane zio di Ma-
stino e d'Alberto, ma mal trattato da' nipoti, assalì la porta
del borgo d'Ognissanti, e avendo quella affocata, con parie
delle sue genti era entrato dentro, non tanto con animo di
acquistar Padova, il che egli sapea mollo bene non potere
allor fare, quanto per potersi accampare e fortificare nel
detto borgo per molestare i Padovani più d' appresso. Ma la
gente d' Alberto, il quale si trovava a Padova, veggendo quel
che r inimico cercava , saltò fuori, e pose fuoco al borgo
mezzo occupato ; onde Piero senza poter far altro fu costretto
tornarsene a Bovolento. Ma non restando per questo di far
ogni opera possibile, avendo nuove pratiche d' aver il borgo
di S. Marco, si parti di nuovo dopo alcuni pochi giorni di
notte dal campo con alquanti pedoni e con trecento cavalieri
eletti , ma con ordine che milledugento cavalieri richiesti il
seguissono appresso. Giunto al borgo, e quello secondo il
preso ordine avuto, vi si pose dentro con la sua gente, aspet-
tando l'arrivata degli altri, i quali fallita la strada, impediti
da' fiumi e da' canali, e molto combattuti dal freddo , dopo
essersi tutta notte ravvolti, tornarono il di stanchi a Bovo-
lento. Piero avendo atteso i suoi infino ad ora di nona, e
non avendo di loro novella alcuna, dubitò di non esser as-
salito da' nimici, se egli partendo senza far nulla facesse
cenno dell' error preso. Onde per rimediare al fallo de' com-
pagni, prese un partito di somma audacia, assalendo la porta
della città , e quella animosamente combattendo, come se
avesse il soccors.^ vicino. La qual cosa fece pensar Alberto
più a difender la terra, che a combatter Piero, cui mollo fa-
cile era di vincere. Onde egli per non tentar più la fortuna
LIBRO OTTAVO 299
dopo aver fatto alcuna forza, messo fuoco al borgo, accioc-
ché i nimici noi polesser seguire, se ne tornò al campo, sde-
gnato che per 1' errore de' suoi gli fosse uscita di mano cosi
fatta occasione. Ma non per questo si ritrasse egli dall' im-
presa, confortato ogn' ora non solo da' Veneziani e da' Fio-
rentini a far qualche opera notabile, ma accesovi in un me-
desimo tempo da'proprj slimoli; di qua tratto da desiderio
di gloria, di là cacciato innanzi dal desiderio della vendetta:
affetti i quali in lui eran potentissimi. Ma mentre sta pen-
sando per che via potesse occupar Padova, avendo a' 20 di
febbraio, dopo che in Firenze era uscito nuovo gonfaloniere
Giovanmanno Rinaldelli giudice , mandati cinquecentocin-
quanla cavalieri a predare in sul Padovano, e avendo quelli
levato gran preda, ebbe a ricever non piccol danno ; concios-
siacosaché ottocento cavalieri usciti di Padova, colto ad unorj
stretto passo i nimici carichi della preda, dessero loro fiera-
mente addosso ; e ricuperata più che mezza la preda ucci-
dessono e facesser prigioni intorno a cento di loro. Questo
accidente infiammò Piero d'intollerabile sdegno; perchè tre
giorni appresso con millecinquecento cavalieri s' accostò alle
mura di Padova, e con incredibil valore e industria partico-
lare della sua persona prese un borgo, misevi fuoco, e ar- ^
sevi pili di quattrocento case. Ma fu molto maggior il danno
che egli ricevette nel campo di Bovolento, ove appiccato il
fuoco da certi ribaldi per opera di Mastino , arse bene il
quarto del campo , e la camera dell' oste ; e facilmente era
per arder lutto, se per somma diligenza di coloro che v' era-
no restati alla guardia non fosso stato riparato. Piero tor-
nato al campo attese a rimediare al danno ricevuto, ed aven-
do fatto ribellar quattro villate a Mastino, tuttavia attendeva
a molestar Padova e il contado. A Mastino veggendo 1' ar-
der di Piero cadde nell' animo una somma scelleratezza,, la
quale però era spesso usata in quei tempi da così fatti ti-
ranni. Ciò fu di far ammazzar Piero da alcuni connestabili
tedeschi, i quali eran seco nel campo a Bovolento; il qua!
tradimento come che fosse scoperto, fu nondimeno di gran
turbazione all'esercito della lega; perciocché i connestabili
avendo il seguito di più di mille cavalieri, per non esser pu-
niti, poiché la congiura fu venuta a luce , si partirono dal
300 dell'istobie fiorentine
campo, e in quello lasciarono acceso il fuoco, dalle cui fiam-
me fu gran parte di esso consumato. Perchè essendo in Piero
tuttavia la voglia di vendicarsi, a' 5 d' aprile con tremila ca-
valieri cavalcò inaspetlatamcnte insino alle porle di Trevigi,
ove il danno dell' arsioni e delle prede fu grandissimo.
Mentre cosi andavano le cose della lega in Lombardia ,
non erano minori i progressi che faceano i Fiorentini in
Toscana, lenendo in un medesimo tempo infestati gli Aretini
e i Lucchesi; e maravigliosa fu stimata la lor potenza in
quel tempo , non veggendo gli uomini come una quasi
sola città potesse reggere a cotante spese; « perchè se bene
« per r entrate pubbliche vendevano le gabelle a' cittadini
« particolari , acciocché il comune non fosse defraudato nel
« riscuoterle, tenevano però sei cittadini , i quali avean cura
« che i popoli non fossero aggravati più del dovere da' me-
« desimi compratori ». Gli Aretini veggendo andar le cose
loro in declinazione , e da Mastino per trovarsi egli impac-
ciato a difender lo stato suo non poter aver soccorso , e fi-
nalmente esser costretti ad andarne in preda de' Perugini
o de' Fiorentini , incominciarono col sentimento de' Tarlati
a trattar prima alcuna sorte d' accordo con la repubblica di
Perugia, per avere eglino molti de' suoi cittadini prigioni;
ma trovavano molte difficoltà, facendo i Perugini iramode-
rate domande , alle quali né i Tarlati consentivano per i
loro interessi , né i medesimi cittadini avrebbono potuto
corrispondere. E quello che interruppe del tutto la pratica
dell' accordo , fu che mentre vegghiava la pratica da ambe
le parti, i Perugini con intendimento d'alcuni della ter-
ra, vennero di notte con gran forza di gente a pie e a
cavallo alle mura d' Arezzo , e entrati dentro la città per
una fogna, furono in vicina speranza di vincerla, se i ter-
razzani, sentito il romore e prese animosamente l'armi, non
avesser con morte di quanti ve n' erano entrati dentro
punito quell'ardimento. Questo accidente fece volger l'ani-
mo degli Aretini a' Fiorentini , a' quali anche i Tarlati di-
scendevano volentieri, per esser Piero e Tarlato nati per
madre di casa Frescobaldi , e sperare per questo parentado
ottime convenzioni con quella Repubblica. Ma le capitola-
zioni fatte tra il comune di Firenze e di Perugia eran tali,
LIBRO OTTAVO. 301
che non potea 1' un popolo trattar tregua , o pace , o sorte
alcuna d' amicizia o accordo, senza espressa sapula e con-
sentimento dell' altra , quando per un oppoiluno errore fatto
da' Perugini, fu a' Fiorentini aperta la strada di poter se
non giustamente, almeno con 1' esempio dogli stessi confe-
derati, provvedere a' comodi loro. Quelli di Lucignano es-
sendo continuamente infestati dalle masnade che i Peru-
gini tenevano a Sansavino , mandaron loro arabasciadori a
Firenze pregando quel comune a riceverli, perciocché si
voleano costituire lor sudditi; ma negando i senatori di po-
terli ricevere per lo vigore de'ca|)itoii della lega, se n'an-
darono a' Perugini , i quali disposero facilmente al voler
loro, senza farne intendere cosa alcuna al comune di Fi-
renze. Il vescovo d'Arezzo similmenle, il quale era ancor
egli compreso nella lega, si prese Montefocappio , il quale
era un forte castello degli Aretini; perchè instando segreta-
mente gli ambasciadori de' Tarlati e degli Aretini afTmchè
la Repubblica accettasse il partito, e volesse ancor ella pen-
sare agli avvantaggi suoi, volentieri cominciò a prestar orec-
chio , e finalmente a metter la cosa ad effetto ; sapendo
quanto 1' avea nociuto, e di quante intollerabili spese 1' era
stato cagione il non essersi deliberata a prender Lucca,
quando se le profferiva « Furono dunque i capitoli accor-
« dati a' 7 di marzo da Galizio giudice e da Luzio de'Gua-
« sconi cittadini aretini, sindaci e procuratori del comune
« d'Arezzo, e di Pietro Saccone da Piclramala, alla pre-
« senza de' priori e gonfaloniere Rinaldelli in questa ma-
« niera. Che la città, contado, e distretto d' Arezzo si sot-
« toponeva al comune di Firenze per termine di dieci anni
n dandogli la signoria, imperio e libera giuridizione. Che
« Piero Saccone e Tarlato rinunziavano a ogni imperio , giu-
« ridizione , e vicariato, che in qualunque maniera avessero
« in detta città, distretto, e contado, dove nessuno da Pie-
« tramala potesse usare giuridizione. Che il comune di Fi-
« renze potesse eleggere un capitano di custodia e di guar-
« dia d'Arezzo e distretto, il quale fosse cittadino popo-
« lare guelfo , con tener dugento cavalli e altrettanti fanti
« italiani per guardia, i quali non fossero d' Arezzo, ne del
(( contado ; e per i primi duo semestri ne facesse la nomi-
302 dell' istorie fiorentine
« nazione Piero Saccone , e per il resto del tempo ne fosse
« fatta r imborsazione da' Fiorentini , i quali vi dovessero te-
« ner un podestà, da farsene l'elezione come del capitano
« di custodia, e un giudice dell'appellazioni. Che la città
« d' Arezzo fosse retta a popolo s'i guelfo come ghibellino.
« Che gli esuli della città e del contado fossero rimessi
« a' beni e agli onori. Che per il pacifico sialo d' Arezzo nes-
« suno degli Libertini, la maggiore parte de'Pazzi diValdarno,
« i conti di Montedoglio, i Beccognani dal Borgo a San-
« sepolcro, Neri delia Fagiuola, e i figliuoli del conte Fe-
n derigo da Montcfeltro , né i lor figliuoli e discendenti per
« linea mascolina potessero per delti dieci anni andare né
« stare vicino alla città d' Arezzo a dieci miglia, sotto pena
a d' esser offesi còme ribelli. Che nel contado d' Arezzo
« non si potesse far alcuna fortezza, salvo che il cavaliere
« Lealetto da Pietramala e i figliuoli potessero risarcire le
« fatte. Che i cavalieri Piero, Ridolfo, Tarlato, Ruberto,
« Bertoldo, Uguccione, e Manfredi, e tutti i loro consorti
« sì legittimi che naturali da Pietramala, fossero cittadini po-
« polari fiorenlini , e ne godessero i privilegi , come ancora
« popolari d' Arezzo , e godere degli ufici come gli altri.
« Che tutte le lor terre , castella, e luoghi del contado
a d'Arezzo e di fuori (passavano il numero di cinquanta)
* con i loro fedeli fossero esenti e liberi da ogni gabella
« e gravezza si reale che personale , e che in dette lor terre
« e luoghi potessero esercitare il mero e misto imperio senza
« essere impediti da alcuno ufiziale d' Arezzo. Che i figliuoli
« d'Andrea da Montauto de'Barbolani per il detto castello
(( e per le loro persone e fedeli, e i figliuoli e nipoti di
« Griffolo di Guglielmo da Valenzano avessero quanto al
« comune d'Arezzo le medesime immunità e esenzioni che
« aveano i suddetti da Pietramala, e che nel castello di Mon-
« tanto e ne" suoi fossi non potesse entrar persona contra
M la volontà dedctli figliuoli d'Andrea de'Barbolani , volendo
« però che il podestà e giudice d' Arezzo potessero in aì-
« cuni casi esecutare conlra detti luoghi e abitanti. Che i
« comuni di Firenze e d' Arezzo fossero per i medesimi
« dieci anni obbligati a difendere e mantenere Piero Sac-
« cene e i suoi consorti in tutti i loro castelli e giuridizioni,
LIBRO OTTAVO. 303
'< che come privati tenevano nel contado d' Arezzo e fuori,
i con aiutargli a ricuperarne alcuni che di ragione erano
« loro , e ribellandogliesene alcuno dovessero essere aiutali
« a ricuperarlo. Che il sindacato fatto dal comune d'Arezzo
« di poter vendere o impegnare i castelli di Pontenano e
a di Caprarone contado d' Arezzo per la somma di dodici-
« mila fiorini d' oro a effetto di pagare i soldati stali al ser-
c< vizio d' Arezzo e del medesimo Piero, stesse fermo e
« avesse effetto senza averne a render conto. Che Piero e
« Tarlato suo fratello avessero e tenessero per dieci anni
« Castiglione Aretino e il suo distretto, e i comuni di Fi-
« renze e d' Arezzo glielo dovessero difendere e mantenere
« in ogni caso di molestia- Che delti fratelli dessero al co-
« mune di Firenze tutte le castella che tenevano del ve-
« scovado d' Arezzo , eccetlualone tre da nominarsi da loro,
« nelle quali i Fiorentini non potessero intromellersi. Che
« Piero e i suoi consorti , come né anche altro cittadino si
« guelfo che ghibellino, potessero esser mandati a confino
« fuor della città d' Arezzo dal podestà , capitano di guar-
« dia, 0 da altro ufììziale. Che i beneficiali ecclesiastici sì
« della città come del contado fossero mantenuti ne' loro
« benefizj. Che per dieci anni il comune d' Arezzo desse
« allo stesso Piero per distribuire a suo modo fra' suoi con-
« sorti trentadue paghe di cavalli stipendiati italiani , e di
« dugento fanti, e queste paghe si dessero per metà ogni
« mese. Che il podestà e capitano di guardia d' Arezzo
« avesse per raccomandato Piero e i suoi consorti. Che al-
« cuni de' Contiguidi, di quei di Pietragutola, il conte
<t Jacopo da Sanlaflore, e i nobili di Baschio fossero libe-
« rati da ogni bando e condennagione , e potessero andare
« e stare in Arezzo come gli altri cittadini popolari. Che
« Regolino del cavaliere Cuccio de' Tolomei da Siena, e
« donna Sofia sua moglie fossero difesi e mantenuti ne' beni
« e giuridizioni che aveano nel contado d'Arezzo, e go-
« dere d' ogni immunità ; e che il medesimo Regolino per
« dieci anni, e per più se i Fiorentini averanno la città,
« avesse dicci paghe de' dugento cavalli che si doveano te-
« nere per custodia d' Arezzo, senza averne a dar mostra.
« (Questo Regolino secondo Orlando Malevoli! è quello che
304 dell' istorie fiorentine
« persuase a Piero il dare Arezzo a' Fiorentini). Che Piero
« e i suoi consorti potessero aiutare i loro parenti e amici,
« e in particolare Paolozzo della Fagiuola, e i conti Jaco-
« pò , Guido e Stefano di Santafiore contra ogni ghibellino
« non collegalo co' Fiorentini. I quali Fiorentini dovean pro-
« curare che i Perugini liberassero il cavaliere Ridolfo e i
« suoi flgliuoli dalle carceri; nel qual caso Piero rilascerebbe
« de' Perugini che avea prigione. Doveano ancora i Fioren-
te tini procurar che i fuorusciti del Borgo a S. Sepolcro fos-
« sero rimessi e restituiti a' loro beni , come dovean vedere
« che facesse la città di Cortona a Chiara moglie di Lealetto
« da Pielramala, e in ogni caso di negativa, a questa e a
« quelli fossero assegnati de' beni che i Borghesi e i Corto-
« nesi aveano nel comune d'Arezzo. Che Piero e i suoi con-
« sorti potessero far portar armi offensive e difensive per
« la città e contado d' Arezzo fin a novanta loro familiari.
« Che il medesimo Piero e i suoi uficiali del tempo che
« avea tenuto la signoria d' Arezzo , non dovessero ren-
« dere alcun conto, e che le loro sentenze tenessero, ec-
« celto che conlra quelli che avean ad esser rimessi in
« Arezzo. Che il podestà, che sarebbe d' Arezzo, dovesse
« regger e governar quella città conforme agli statuti di quel
« comune. Che i primi gonfalonieri, podestà, capitano del
« popolo, e esecutore che per i tempi governassero Firenze,
« fossero tenuti a giurar 1' osservanza di questa capitola-
» zione, e in oltre quel che fosse dichiarato da Regolino To-
« lomei , e da Naddo de' Cenni ( è de' Rucellai ) arbitri da
« eleggersi dal comune di Firenze, e dal sindaco d'Arezzo
« e procuratore di Piero, e le giurassero ancora cinquecento
« popolari fiorentini da nominarsi dal comune d' Arezzo
« e da Piero , il quale co' suoi consorti non potesse essere
« astretto a comparir personalmente, se non in caso d' omi-
« cidio e di Iradiracnto; e che i frulli de' beni che posse-
« devano a comune fra loro non potessero esser molestali
« per mallevadoria d' alcuno di loro. Che il podestà d'Arezzo
« dovesse giurare di far pagare agli stessi Piclramalesi in
« capo di quattro mesi quello che doveano avere dal co-
« mone d'Arezzo per le spese fatte in guardare i castelli
« nella presente guerra , purché la spesa non eccedesse la
LIBRO OTTAVO. 305
« somma di qualtromila fiorini d' oro. Che i forestieri ila-
« liani fino al numero di dodici , che avessero abitalo Arezzo
'( per due anni famiharmente , non ne potessero essere cac-
« ciati. Che il podestà che fosse di mano in mano dovesse
« procurar di far fare paci e tregue tra gli Aretini ; che
« in Arezzo e suo comune non si potesse mettere alcuna
« prestanza, se non conforme alia lira che vegliasse, e la
« lira non si potesse alterare se non conforme all' estimo.
« Che ogni \oIta che Anghiari fosse tornato all'ubbidienza
« del comune d'Arezzo gli si dovesse rovinar lo mura e la
« fortezza, acciocché non fosse più cagione di scandali, come
« era stalo per il passato. Che i Fiorentini per quiete d'Arezzo
« procurassero che al vescovo Buoso fosse dato altro ve-
« scovado , e che vescovo di quella città fosse fallo l'arci-
« prete Barloloramoo Tarlali. Che gli Aretini e i sudditi di
« quel comune fossero liberati da' Fiorentini da ogni bando
« e condennagione avute per due anni passali , e lo slesso
« fosse fatto de' Fiorcnlini dagli Aretini ' ».
Fatte le scritture furono mandati a pigliar la possessione
della città d'Arezzo dodici cittadini di Firenze Ira grandi
e popolani con piena autorità, « accompagnati da Orlando
' La descrizione di questi capitoli è fatta dal Tecchio Ammirato
ne' seguenti termini : / patti adunque con che la città d' Arezzo ve-
Tiii'a per dieci anni un mero e misto imperio in podestà de' Fioren-
tini ,J'urono questi: che i Fiorentini pagassero primieramente a' Tar-
lali, i quali n' eran signori, t.'enticinquemila Jìorini d'' oro per la
translazione del dominio e rinunziazione , che sfacevano ad eSjsi Fio-
rentini della detta città ; quattordici ne pagassero per quella ra-
gione e parte, che i detti fratelli de'' Tarlati a^>ei>ano nel vescovado
compralo già per lo vescovo d' Arezzo lor Jratello da' conti Guidi,
ancora che egli si fosse prima reso al comune di Firenze; e tre-
milaottocento se ne contassero al conte Guido per la quarta parte
che aveva nel delta vescovado; oltreché dovesse la Repubblica fioren-
tina dare in pretto al comune d' Arezzo fiorini dicioft ornila per po-
ter pagare le sue masnade a pie e a cavallo; che dovevano avere
le paghe di presso sei mesi. Rimasero a' Tarlali tutte le loro pos-
sessioni e castella, che per eredità paterna possedevmo ; ed eglino
trasferita la signoria d' Arezzo, divenissero cittadini e popolani di
Firenze, con goder tutti quelli privilegi e prerogative che gli ali ri
cittadini Jìorentini golevano. Fiitfe le scritture re.
Amm. Vol. II. 20
306 DELLISTOKIE FIORENTINE
« de' Rossi generale di guerra della Repubblica » con cin-
quecento cavalieri in arme e tremila pedoni del Valdarno di
Sopra. Il popolo aretino uscì loro incontro due miglia fuori
della città con rami d'ulivi in mano , e con lieti applausi,
gridando pace e perpetua felicità e conservazione alla Repub-
blica fiorentina. Piero li rirevctle su la porta della città « e
« andati insieme nella chiesa maggiore , quivi con grande
« allegrezza di canti e suoni fu dato a' sindaci de' Fiorentini
« il gonfalone della giustizia, e le chiavi della città M) , e
da chi ebbe la cura di parlamentare con ornata diceria, fu
chiamato il decimo giorno di marzo d'i felicissimo e memo-
rabile a tutti gli Aretini; il quale mettendo fine a tante guerre
e tempeste, desse principio alla loro quiete, venendo sotto
la guardia e protezione del popolo fiorentino , le cui lodi
con amplissime parole magnificando, mostrò per molti esempi,
che egli era degno per valore, per clemenza, e per indu-
stria d'esser comparato agli uomini dell'antiche lodate re-
pubbliche. « De' venlicinquemila fiorini che il Villani scrive
« essere slati pagati a' Tarlati per la data d' Arezzo , e quindi-
« cimila per le terre del viscontado, ne' capitoli non n' è
« fatta menzione, e ad altra scrittura che lo dica non mi
« sono abbattuto più di quel che si dirà ». Fornite queste ce-
rimonie i sindachi si volsono a riformar la terra, e primie-
ramente la provvidero di podestà , e per i patti avuti fra loro,
fur i due podestà per i primi due sei mesi vegnenti nomi-
nati dagli Aretini. L' uno fu Currado de' Panciatichi pistojese,
dal lato guelfo , e dopo lui Giovanni suo fratello, amendue
ornali del titolo della cavalleria, dovendo gli altri podestà
per r avvenire esser Fiorentini all' elezione della Repubblica.
Crearono poi nuovi anziani, così de' Guelfi come de' Ghi-
bellini , secondo a lor medesimi piacque. Feciono nondimeno
capitano di guardia e conservadore di pace, il quale i Fio-
rentini vollono che fosse lor cittadino ; e questi fu Bonifa-
zio Peruzzi ; a cui per termine di sei mesi , come doveano
• li testo dice: Piero li ricevette sulla porla d' Arezzo , e per
solennità e alto di traslazion di dominio consegnò al maggiore de'do-
dici sindaci di Firenze le chiavi della città d"" Arezzo. In sul pala-
gio del comune J'u gli poi dato il gonjalone , e da chi ebbe la cura
di parlamentare ec.
LIBRO OTTAVO. 307
poi far gli altri, assegnarono venticinque cavalieri con al-
cuni fanti- Rifeciono popolo e diedono i gonfaloni delle com-
pagnie secondo il costume di Firenze. E perchè fosse quella
città dirittamente governala , fu oltre alle dette cose , sic-
come feciono di Pistoja, creato in Firenze un magistrato di
dodici consiglieri popolani , i quali avesser la cura di tutti
i fatti attenenti allo stato e governo d'Arezzo. Costoro ordi-
narono che vi si facesse una fortezza sulla piazza di Perei,
ove stessero continuamente due castellani fiorentini con cento
fanti. Provvidero che per guardia della terra vi si tenessono
sempre almeno trecento cavalieri delle loro masnade. Né
molto tempo passò che feciono fare un altro castello sulla
V porla del piano che va a Lalerino , per aver sicura queir en-
trata . impiegando in meno spazio d' un anno in quella terra
la valuta di più di centomila fiorini d'oro-
In questo modo venne sotto la podestà e dominio
de' Fiorentini la ciUà d'Arezzo , nobile non meno per la fre-
sca potenza, e competenze state tra loro, che per la ripu-
tazione dell' antiquità ' ; di cui e forse non senza ragione
si sogliono gli Aretini molto gloriare , solendo spesso ad-
durre in testimonio della loro grandezza, che infìno nelle
memorie degli antichi Romani apparisce per le private di-
scordie di quella sola città essersi tutta la Toscana ribellata :
e per questo creato un dittatore da' Romani , e mandatolo
con r esercito nel paese , con aver composto le discordie
degli Aretini , e pacificato la famiglia de' Licinj con la plebe .
aver quietala tutta quella provincia. Il suo acquisto aggrandì
' A' anta Arezzo la sua origine dagli antichi Greci nell'anno a55;,
al tempo in cui regnavano i Giudici in Israele. Tito Livio 1' annove-
ra fra le più antiche, nobili e potenti città di Toscana, avendo colle
altre città collegate fronteggiato più volte 1' ardire de' Romani. Dallo
stesso Livio sappiamo , che avendo Arezzo insieme con Rosella e Pe-
rugia ( tutte e tre città gagliardissime ) domandato la pace, Fabio Maì-
simo glie la concedette con condizione di non più ribellarsi ; il che
non avendo osservato, fu nuovamente assalita, indebolita di forze, e
sottomessa all' alto dominio de' Romani; i quali per più abbassarla, vi
mandarono una colonia. Intorno all' antichità e potenza d' Arezzo è da
leggere la cronica della Vernia del P. Salvatore Vitale, e ciò che Fi-
lippo da Bergamo ne scrisse nel suo Supplemento Storico.
308 dell'istorie fiorentine
molto per tutti i luoghi d'Italia la fama e magnificenza de' Fio-
rentini ; essendo ancor fresco nella memoria di ciascuno ,
che non più che sei anni addietro s'erano insignoriti, ben-
ché sotto nome di raccomandati , della città di Pistoja , e
ora più che mai studiarsi per impadronirsi di Lucca. « Lo
« stesso giorno che fu preso il possesso di Arezzo , Salve-
« stro Baroncelli cavaliere , Luigi de' Mozzi e Francesco
« di Borghino (sono i Baldovinetti) ambasciadori e sindaci
« della Repubblica in Venezia, volendo entrare nella lega
« con queste due repubbliche i signori di Milano , di Fer-
« rara, e di Mantova conlra li Scaligeri, accordarono prima
« co' sindaci di Venezia, durando ancora la lega fra loro
« fino a S. Michele: che la guerra contro Lucca fosse e
«. dovesse esser sotto il governo de' Fiorentini, e che non
(( ostante la lega da farsi co' suddetti signori, il comune di
« Venezia non se ne dovesse impacciare, se non di volontà
« del comune di Firenze , al quale dovesse toccare la signo-
« ria di quella città , e 1' una e 1' altra Repubblica promesse
« di osservarsi i patti fatti; dichiarando che i mille cavalli
« che 1 signori di Lombardia volevano che Venezia e Fi-
« renze tenessero a spese proprie nelle parti inferiori del
« Padovano e Trivigiano , fossero del numero di quelli che
« si dovean tener da loro mediante la lega che era in piedi.
» Che dopo S. Michele, che spirava la lega vecchia, e da-
te rerebbe quella co' signori lombardi , vollero queste due
« repubbliche essere obbligate a tener a comune mille fanti
« per guardia de' luoghi e castelli datisi, e che si darebbero
« a' Veneziani e alla lega nella Marca Trivigiana , oltre
« a' sopradetti, mille cavalli; il lutto a spese comuni. Accor-
« date in questa maniera le cose tra Venezia e Firenze • e
« protestatisi gli ambasciadori fiorentini con gli ambasciadori
« di Milano, di Ferrara, e di Mantova , che avendo la loro
« Repubblica altra lega con loro , non intendeva con quella
« che si voleva far di nuovo di derogare all' altre , conchiu-
(( sero lo stesso giorno do' 10 tra Venezia , Firenze , Azzo
« Visconti signor di Milano, Obizo marchese d' Este , e
(■(. Luigi Gonzaga signor di Mantova, e Guido Filippino e
« Feltrino suoi figliuoli, lega da durare fin all' intera distru-
« zione delli Scaligeri. I patti furono che si tenessero tre-
LIBRO OTTAVO 309
« mila cavalli, e fanti quanti fossero bisognati in Lombardia,
« 0 nella Marca Tri\ igiana , secondo che sarebbe giudicalo
« più utile. Che un terzo de' cavalli e fanti fossero a spese
« de'Veneziaui, un terzo de' Fiorentini, e 1' altro terzo a spese
« degli altri collegali. Che i comuni di Venezia e di Firenze,
« oltre a'suddetti, tenessero nelle parli inferiori del Trivi-
« sano e Padovano almeno mille cavalli con quel numero di
« fanti stimato necessario, per tener occupati gli Scaligeri in
« quelle parti, acciocché i collegali potessero spedir più presto
« le cose di sopra ; e occorrendovi più genti Venezia e Fi-
« reuze concorressero per i due terzi , e gli altri collegali
« per r altro terzo. Che il comune di Firenze avesse il go-
« verno di Lucca, e che i collegati non vi s' introraeltes-
« sero in conto alcuno ; e per questo rispetto i Fiorentini
« non dovessero avere cosa che si acquistasse in Lombar-
« dia e Marca Trivigiana. Che essendo gli Scaligeri soc-
« corsi in maniera che potessero travagliare alcuno de' col-
« legati, questi dovean mandare a quel collegato aiuto ba-
« stante per difendersi a spese come sopra. Che la strada
« e via del Po fosse tenuta aperta e nella solita libertà, e
« occorrendovi spesa, fosse a comune. Che le città e terre
« che si acquistassero sopra li Scaligeri, fossero tenute e go-
te vernate per la lega , eccetto che la città di Lucca e suo
« contado , che dovea essere de' Fiorentini , e salvo le ra-
« gioni de' marchesi da Este in Scodilrà e Padovano, ne' quali
« luoghi se i marchesi entrassero durante la lega , i colle-
« gali promettevano di non dare aiuto a' Padovani ». Un me-
se dopo essersi preso la signoria d' Arezzo venne in Firenze
con nobile e pomposa compagnia Piero Tarlati , la cui ve-
nuta fu molto celebre, sì per veder inviso colui, per la cui
opera aveano i Fiorentini avuto il dominio di così nobil città ,
e sì perchè egli con signorile apparato in sei dì che di-
morò in Firenze , fece splendidissimi conviti a' cittadini ,
fra' quali molto memorabile e illustre fu l'ultimo fatto in su
la parlila in S. Croce il dì che entrava gonfaloniere Ugo
Altovili, essendo stati annoverati alla prima mensa più di
mille de' più principali ed orrevoli uomini della città. Me
egli fu tosto richiamato a casa per un avviso venuto , che i
marchesi del Monte S. Maria aveano occupato il castello
310 dell'istorie fiorentine
di Monterchi posseduto da un gentiluomo della casa de'Tar-
lali suo parente ; benché avendovi subilo Bonifazio Peruzzi
mandato trccencinquanla cavalieri delle masnade di Firenze,
avesse per forza ricuperato il castello dalle man de' mar-
chesi, i quali scusandosi di non esser venuti conlra la Re-
pubblica fiorentina , ma contra i Tarlali , cercavano meller
tempo in mezzo fin che sopraggiugnessero in loro aiuto i
Perugini. Costoro sdegnati fieramente che fossero, secondo
essi dicevano, stati scherniti da' Fiorentini , tentavano tutte
le vie per vendicarsi; ma slimando l' impresa molto dura, si
volsono a instrumenli meno aspri; mandando loro ambascia-
dori a Firenze i quali parte dolendosi e parte allegando i
patti della lega vedessero di disporre quel comune a con-
ceder loro la participazione dell' acquisto fallo. Gli oratori
con gran querimonie rammaricandosi domandavano a' Fio-
rentini se conlra il lor costume erano novellamente dive-
nuti imitatori di Mastino , il quale avea essi Fiorentini in-
gannato ne' fatti di Lucca ? O se pure slimavano esser cosa
ragionevole, che essendo eglino stati ingannali da altri, po-
tessero senza tema d' alcima vergogna ingannare ancor altri?
E che i Perugini fossero tenuti pagar le pene de' manca-
menti di quelli della Scala? Che scusa poter eglino allegare
in queste cose ? Confederati erano i Fiorentini e Mastino :
confederati similmente i Fiorentini e i Perugini: contra i
patti della lega Mastrtìo aver ritenuto Lucca a' Fiorentini :
contra i palli della lega i Fiorentini aver occupato Arezzo
a' Perugini. Ora se essi Fiorentini aveano chiamato inganno
e tradimento quello di Mastino, come doversi chiamar il loro?
e se eglino scrivendo a lutto il mondo il torto ricevuto da
Mastino, aveano pieno la terra e il mare delle lor querele,
non dover altresì i Perugini esclamar infino al ciclo il torlo
che veniva lor fatto da' Fiorentini ? Con sì fatti carichi s'in-
gegnavano gli ambasciadori de' Perugini di spaventare gli
animi de' Fiorentini da colai ingiusto acquisto. Ma eglino
con maggior veemenza rispondevano le cose esser mollo
dispari ' , essendo i Perugini stati j primi a insegnar loro in
I II testo dice: ma eglino con maggior veemenza rispondevano ^
le cose esser motto dispari ; perciocché Arezzo s'' era dato a' Fio-
LIBRO OTTAVO 311
che modo si doveano governare , avendo lascialo d' insigno-
rirsi d'Arezzo, non per religione di giuramento, o per vin-
colo di confederazione che fosse Ira loro , ma perchè gli
Aretini non voleano acconsentire alle loro disoneste doman-
de : nò questo potersi negare in conto alcuno, quando erano
presti i testimoni a provar il contrario , sapendosi i segreti
ragionamenti e pralithe fra essi tenute, e come da quelle
isclusi gli Aretini , erano finalmente venuti a Firenze ' , o
pur darsi a intendere , che a' Fiorentini convenisse d' aver
a star sempre al di sotto? e ingannati da Mastino esser ne-
cessario e di dovere che s' abbiano a lasciar girare ancora
da' Perugini? Ingannarsi eglino di gran lunga, se ciò folle-
mente credevano; perchè come la Repubblica fiorentina non
era usata a ingannar alcuno , così non era tanto debole e
impotente che avesse a patire d' esser senza gasligo ingan-
nata da chi che sia. E se Mastino era a lei venuto meno non
esser nascosti a' popoli d'Italia gli affanni e le calamità, nelle
quali Mastino dall'arme e forze de' Fiorentini era stato ri-
dotto, e esser tuttavia le lor genti e eserciti intorno Padova
e Trivigi molestando il tiranno , e sperare ben tosto di fargli
conoscere con quanto suo danno s'era posto a schernire co-
tal nazione. « Ma non aver già i Fiorentini ingannato i Peru-
« gini , perchè nella lega fatta tra loro non era obbligo che
« Arezzo dovesse esser de' Perugini , o che tolendosi dare
« a' Fiorentini non lo dovessero ricevere. »
Queste parole andavano attorno con gran commovimento
d'animi; quando per opera d'alcuni cittadini, venendo gli
ambasciadori a più umili petizioni , fu trovata una via di
rentini a tempo che il termine della lega era spirato ; onde essi non
erano più obbligati a convenzione alcuna; ma esser dal canto loro
tanta ragione , che eziandio durante la lega , senza timore alcuno
d* injamia , avrebbon potuto J'ar quello che ultimamente ai.'evano
Jatto i essendo i Perugini ec. — Queste parole sono state lasciate dal
giovine Ammirato.
I tanto tardi , che il tempo prejìsso alla lega era spiralo, Mu
oltre a ciò non aver eglino preso Lucignano senza saputa alcuna
de'' Fiorentini , e quel che è peggio durante il termine della lega '>
O pur darsi ad intendere ec. Ancora le qui riferite parole sono state
tralascrate dal giovane Ammirato.
312 dell' istorie fiorentine
mezzo. Ciò fu. « Che gli Aretini e Tarlati facessero pace
« coi Perugini e signor di Cortona e loro aderenti, che era-
« no i figliuoli del conte Federigo da Monlcfeltro , il mar-
« chese Ghino di Civitella, e il vescovo d'Arezzo con tulli
« gli Ubertini ; e per autenticar questa pace , la quale fa
« fatta a' 29 d' aprile in Perugia, dov' era podestà Giovanni
« de' Tosinghi cavaliere fiorentino , e per tanlo maggior-
« mente conservar la riputazione a' Perugini, la quale dice-
« vano di cercare, e in quella aver premura, v' intervennero
« Ugo de' Lotleringhi dottor di leggi, e Antonio degli Al-
« bizi, sindaci del comune di Firenze, i quali dettero l'au-
« toritù agli Aretini e a' Tarlati di poterla fare ; protestan-
« dosi intanto di non intendere ne volere che con essa si
« diminuisse in conto alcuno la giuridizione e signoria che
« la Repubblica fiorentina avea della citlà d' Arezzo e suo
« contado. Onde i medesimi Tarlali poterono rinunziare a' Pe-
ce rugini ogni signoria che aveano in Arezzo , e accordarono
« che per il termine di sette anni stesse in Arezzo per la
« città di Perugia un suo cilladino guelfo da eleggersi da'Fio-
« renlini di sei in sei mesi , il quale avesse 1' appello delle
« cause tanto civili che criminali, conforme alli statuti d'Arez-
« zo. Che per le differenze che erano tra '1 vescovo d'Arezzo
« e Piero si rimettessero in due fiorentini o perugini: e
« gli Aretini promessero per i Tarlati 1' osservanza di quel
« che fosse lodalo. Che per otto anni e mezzo il comune
« di Perugia avesse il governo di Foiano , di Lucignano ,
« del Monte a Sansavino , e d' Anghiari , e dopo detto tempo
« li restituisse liberamente al comune d'Arezzo, i banditi
« della qual città non doveano esser rarcettati in alcune di
« quelle terre. Che gli altri castelli e luoghi del comune
« d'Arezzo, che fossero tenuti da' Perugini, o da' loro ade-
« renti, gli fossero restituiti , come si rendessero anche gli
« altri a di chi erano. Che i Tarlati per il termine di venti-
« cinque anni non potessero avere ne accettare alcuna si-
« gnoria , podesteria, o uficio in alcuna terra del ducato di
« Spoleto, in Città di Castello, in Cortona, in Cagli,
« in Todi , in Orvieto , e nel Borgo a Sansepolcro ; e li
« trentaduc cavalli e dugento fanti, i quali doveano avere
<( per guardia de' loro castelli, non potessero stare in Arezzo.
tlBRO OTTAVO. 313
« Kel qual moJo furono per allora terminate le loro diffe-
« renze. Alla fine di maggio Paolino de'Tolomei come pro-
« curatore del eonle Gnido Alberto, e de' conti Giovanni
« e Francesco suoi nipoti de' Contiguidi, vendè alla Repub-
« blica per tremilaottocento fiorini d' oro le ragioni che
« aveano nelle terre del viscontado , e Piero Saccone con
« Tarlato suo fratello dettero a' Fiorentini quello che viave-
« vano per ventimila fiorini d' oro , e così restò il viscon-
« tado alla Repubblica ». Non si poneva già alcuno assetto
alle cose di Lucca ', anzi preparavansi i Fiorentini con giu-
sto esercito d'assaltarla e di f.ir ogni prova per vincerla;
il che sentendo Mastino, mandò per il suo vicario Azzo da
Corcggio con trecento cavalieri alla guardia di quella città.
Per la qual cosa affrettando i Fiorentini 1' esecuzione delle
cose proposte , il penultimo giorno del mese di maggio co-
mandarono a Orlando de' Róssi lor capitano, che s'inviasse
con l'esercito in sul Lucchese: nel quale essendo venuti gli
aiuti degli amici furono conti duemila cavalieri e diecimila
fanti. Piero de' Rossi dall'altro canto restato a guardia del
campo di Bovolenlo commise a Marsilio, che con la mnggior
parte dell' esercito prendesse il cammino verso Mantova, ove
avca a congiugnersi con gli altri confederati per far l'im-
presa di Verona. Qui arrivò Lucchino Visconti il vigesirao
dì di giugno ( cinque dì dopo che in Firenze avea preso il
gonfalonerato Strozzo Strozzi), al qual Lucchino era com-
messo il carico di tutta la guerra : e avendo con le genti sue,
e con quelle che avea menate Marsilio, e de' marchesi da
Este e de'Gonzaghi più di quattromila cavalieri , e infinito
numero di fanti, con così fatto esercito si mosse per assal-
tar Verona. Ma la viltà di Lucchino e 1' ardir di Mastino fe-
' Nella prima edizione leggesi solamente : Ciò fu : che il comune
di Perugia avesse in Arezzo un giudice rf' appellazione per termine
di cinque anni sofia il titolo di conservadore di pace, con salario di
cinquecento Jiorini d' oro ogni sei mesi : e che Ji/ìito detto termine
di cinque anni, dovesse rimanere a' Perugini il castello <i' Anghiari,
Foj'ano, Lucignano, e Monte Sansavino. Nel qual modo furono per
allora terminate le loro differenze : ma non già cosi leggermente st
poni€¥a assetto alcuno alle cose di Lucca, anzi ec.
314 dell' istorie fiorentine
ciono vani tulli quelli apparali, conciofossechè uscito Masti-
no di Verona con tremila cavalieri , e avendo richiesto di
battaglia Lucchino-, egli la ricusasse; e la notte de' 27 di giu-
gno fu da tulli abbandonalo il campo, partendosi ciascuno
chi per una parte e chi per un' altra con grandissimo disor-
dine. Quelli che vollono scusare Lucchino dissero che egli
ebbe sospetto di tradimento ; altri stimarono che ciò fosse
fatto perchè veramente egli non volea, spegnendo Mastino ,
far tanto grandi i Veneziani, che mettesse in maggior perì-
colo lo stato de' Visconti. « Ma non avendo i collegati altra
« mira che la distruzione degli Scaligeri non lasciavano oc-
« casione né congiuntura di nuocergli. E perchè Carlo mar-
« chese di Moravia, e Giovanni duca di Carintia suo fratello
« e figliuoli del re Giovanni di Boemia si tenevano offesi
« da Mastino per tener loro occupato la città di Bellune,
« di Feltro, e di Cadubrio , a' 28 di luglio furono ricevuti in
« Venezia nella lega, al qual ricevimento intervennero per
« il comune di Firenze Giovanni GianGgliazzi cavaliere ,
« Ale«so Rinucci giudice, Antonio degli Albizi, Bernardo de-
« gli Ardinghelli, e Guccio da lizzano. Le condizioni furo-
« no che la lega durasse fin all' intera rovina degli Scaligeri,
« i quali doveano esser trattati da questi principi come ni-
« mici, e perciò aveano ad impedire il passo ad ogni genie
'( che volesse venire in lor soccorso- Che i collegati tenes-
« sero al soldo trecento cavalli dello slesso marchese Carlo,
« il quale gli dovesse far comandare da persona capace e
« con la sua bandiera, per maggior riputazione della quale
« i collegati vi dovessero metter sotto dugento de'lor cavalli,
« e tutti a cinquecento col loro connestabile ubbidire al ge-
« nerale della lega. Che volendo i collegati condurre al ser-
« vizio della lega il marchese Carlo , dovesse venire con
« quella condotta che paresse a' collegati, e non polendo egli
« per manifesta cagione, venisse il duca Giovanni suo fra-
« tello. A' quali fratelli fu proibito il far pace né tregua con
« quei della Scala senza il consenso della lega, la quale in
« ogni accordo che facesse con gli Scaligeri ce li dovea
« includere. Che al marchese Carlo restasse la città di Bel-
« lune dataglisi ultimamente, come doveano rimanergli, acqui-
« standosi, Feltro e Cadubrio. Degli altri acquisti che si fa-
LIBRO OTTAVO 3i5
« cessero dalla gente di questi fratelli , e aiuto de' collegali
« se ne disponesse conforme alla lega di marzo. E Brescia
« venendo in mano de' collegati si dovea nel disporne aver
« riguardo all'onore di Carlo, e di Giovanni ». Qual se ne
fosse la cagione, Mastino riprese ardire, e lasciala Verona
ben fornita, s'accostò con le sue genti sette miglia presso
a Mantova, senza essergli contrastato il passo da alcuno. Ivi
sentendo che i Padovani tenevano pratiche di darsi a Piero
de' Rossi, pensò d'avvicinarsi a Bovolento, sì per impedire
i pensieri di Piero, e vietargli la vettovaglia, e sì per op-
porsi a Marsilio, che non potesse congiugnersi col fratello.
E eragli felicemente venuto fatto ciò che egli avea propo-
sto, se Piero con sottile astuzia non avesse trovato rimedio
a sì gran difficoltà. Egli sapendo che 1' esercito di Mastino
pativa alquanto d'acqua, non avendone altra che quella del
canale tra Bovolento e Chioggia , comandò che tutte le lor-
dure del campo fossero gittate nel canale. Oltre a ciò avendo
notizia che nel paese nascea gran quantità di cicuta , diede
ordine a' guastatori del campo, che quella continuamente mie-
tessero, e gittassero nel canale; con la quale industria venne
in guisa corrotta l'acqua nel campo di Mastino, il quale era
alloggiato ivi a tre miglia, che non potendo berne i cavalli,
nò uomini , convenne per forza che disloggiasse il terzode-
cirao giorno di luglio , e se ne tornasse a Verona. Onde il
dì seguente Marsilio si potè congiugnere col fratello ; i quali
liberi da ogni impedimento di Mastino, e sollecitati ogn' ora
da quei di Carrara, a' 22 di quel mese con tutto 1' esercito
s'accamparono intorno le mura di Padova. È veramente cosa
provala, ninna maggiore e più gagliarda fortezza esser in-
contro l'armi de'nimici, che la fedo de' sudditi, la quale con
ninna altra arte s' acquista, che con la mansuetudine e con
la giustizia : le quali virtù essendo molto lontane da Alberto
della Scala ( il quale era restato alla guardia di Padova, e
co' suoi cattivi modi avea fieramente sdegnato l'animo dei
Carraresi, da' quali il zio di lui avea la signoria di quella
città avuta in dono ) furono cagione che poco a lui poteltono
giovare i ripari delle mura e l'arme de' soldati ; perciocché
fatto prigione nel proprio palagio da' Carraresi, e aperta la
porta verso la quale era il campo attendato, il terzo dì di
316 dell'istorie fiorentine
agoslo fu Piero de' Rossi inlroclolto nella città, ' della quale
restò signore Marsilio da Carrara. « Andarono poi gli am-
« hasciadori fiorentini con quei di Venezia a Padova per
« rallegrarsi con Marsilio e co' Padovani della lor liberazio-
« ne , e per esorlar l' uno e gli altri, per onor delle re-
« pubbliche di Venezia e di Firenze, a dar nelle lor mani
« Alberto della Scala , il quale conforme che ne scrive il
« doge Dandolo alla signoria di Firenze fu condotto a' 27
« dello stesso mese a Venezia ». Fu Alberto memorabil
esempio a' tiranni a non doversi mattamente fidare, secondo
il volgo è uso di dire, ne' favori della trabocchevol fortuna.
Ma forse con non ^ miseria ( benché la gloria degli uomini
valorosi non sia ristretta dai brevi termini della vila) po-
chissime ore goderono poi i fratelli de' Rossi il pregio del-
l' acquistata riputazione, e le vicine speranze di riacquistar
il perduto principato della lor patria: perciocché non si stan-
cando Piero per 1' acquisto di Padova a far maggiori progressi,
e conoscendo questa esser la via con guadagnarsi la grazia
de' Veneziani e de' Fiorentini di pervenire a' suoi desiderj,
senza fermarsi un' ora, n' andò subito a Monselice, castello
fortissimo tenuto da Mastino. Quivi facendo dare continui
assalti e battaglie da piìi lati, s' era già insignorito d'una parte
de' fossi e degli steccati- Era egli presente a tutte le cose ,
e combattendosi 1' antiporto, per dar animo a' suoi, gli parve
smontar da cavallo, quando mettendosi ove era maggiore il
pericolo, fu percosso nella giuntura delle corazze d'una corta
lancia manesca nel fianco. Non si sbigottì punto egli per que-
sto, ma trattosi dal lato il troncon della lancia, si gittò nel
fosso di costa all' antiporto per passar alla terra, la quale si
tenea già presso die guadagnata : ma essendo il fosso pieno
d'acqua, e quella entrando per la ferita, incrudeU sì fatla-
menle la piaga, che tra per questo e il molto sangue uscito,
1 L' Ammirato vecchio non dice così : ma sì bene : // terzo dì di
agosto Ju Piero de' Rossi introdotto nella città; dalla quale man-
dato egli prigione a f'inegia, e Jatto signor della città Albertino
da Carrara, e nel medesimo tempo ricevuto nella lega con quattro-
cento cavalieri, Ju memorabile esempio a' tiranni ec.
* Con non minor miseria ec. dice il testo.
LIBRO OTTAVO. 317
Piero sentendosi venir meno, comandò che fosse tratto dal
fosso, e messosi in burchio per il canale, non fu così tosto
a Padova arrivato che con grandissimo dolore de' suoi soldati
r ottavo giorno d' agosto passò di questa vita. Molto mag-
giore fu il dolore della sua perdita, poiché ella si seppe in
Vinegia e in Firenze. Perciocché Piero fu stimato per il più
savio e valoroso capitano che fosse a' suoi tempi, non che in
Lombardia, ma in tutta Italia. All'arte militare avea egli ag-
giunto costantissima fede e sincerità d' animo. E combattendo
in un medesimo tempo per la gloria e per 1' interesse pro-
prio fu lontanissimo da quel peccato, che suole spesso mac-
chiar la fama eziandio de' famosissimi capitani, che è il la-
droneccio. L'onore che si potè far maggiore al suo merito,
fu fatto da' soldati in Padova , da' Fiorentini , e da' Veneziani
nelle lor città, celebrando con ogni magnificenza e pompa
signorile il mortorio di cotanto capitano. Ma con incomodo
non minore di tutta la lega, non più che ivi a sette giorni
morì anche Marsilio , caduto malato in Padova per i disagi
paliti nella guerra, e peggiorato poi mortalmente per il caso
del fratello, a cui siccome egli fu vicino di sangue, così fu
sirailissimo alla virtù e al valore, e però congiuntissimo di
benivolenza e d'affetto.
Con la morte di così illustri capitani fu mitigala gran-
demente '1' allegrezza che i Fiorentini e i Veneziani arca-
no sentito dell' acquisto di Padova, ma a' Fiorentini parula
tanto più grave, quanto fu ancor ella accompagnata in casa
dalla morte di Pino della Tosa chiaro e illustre lor cittadi-
no : il quale oltre essere stato sempre amantissimo della Pie
pubblica, e di parte guelfa, fu quello per cui facilmente Luc-
ca sarebbe venuta in mano de' Fiorentini , se per i conforti
di Simone suo consorte, non si fosse il contrario persuaso.
Ebbe baronaggio nel reame di Napoli, e caro fu molto al r>?
Ruberto, il quale della sua opera si servì fedelmente in molti
affari. Imprenditore fu per l'altezza del suo animo di grandi
imprese ; il che ad alcuno il rese per avventura sospetto.
Aggiunsonsi alla morte di Pino alcuni rumori civili cagiona-
ti per l'orgoglio d' Accurimbono , il qual vietando che si
procedesse in certe condannagioni conlra Niccolò della Serra
d' Agubbio slato podestà di Firenze, «e al quale era succe-
318 dell' istorie fiorentine
« dillo il primo di luglio nella podesteria Fidesmido da Vara-
« no di Camerino » , mosse a tanta ira la plebe, che cu' sassi
ferirono e uccisono alquanti dell'una e dell'altra famiglia. E
volendo egli molti di coloro che aveano mosso il tumulto ,
i quali avea fatti prigioni, far morire, il -omore fu per es-
ser molto maggiore, se egli sgomentato alla fine dall' ira del
popolo non avesse convertita la pena personale in danari ; e
non avesse insiememenfe permesso che il vecchio podestà
fosse condannato , facendosi per questo decreto che in fra
dieci anni nullo rettore di Firenze potesse esser d'Agubbio
o del contado. Ritornò poco poi l'esercito, che era andato
a Lucca, a casa : i! quale benché avesse dato il guasto a Pe-
scia, a Buggiano, e a molte castella di Valdinievole , e ap-
pressatosi a Lucca, e passalo di là dal Serchio senza con-
trasto alcuno, nondimeno considerando le geni! e apparati
che in esso erano, e come si era fermo nel lenitorio dei
Lucchesi per lo spazio di due mesi interi, fu giudicato che
il capitano si fosse portato con poca vivezza, dovendo di ra-
gione aver fatto opere di maggior profitto. Scrivono gli au-
tori di que' tempi (cosa ridicola a dire se non fosse noto
di minor cose di queste aver i llomani tenuto grandissimo
conto ) che nacquero in questi dì sei lioncini in Firenze ; il
che recò tanto diletto al popolo per l'augurio felice che
traea da colai nascimento, che non capiva in se medesimo;
e mandonne a far presenti (di che cose era vaga quell'età)
cresciuti che alquanto furono , a repubbliche e signori con-
federati con singoiar letizia di ciascuno; entrati in una quasi
certa speranza che un parlo tale avesse ad annunciare
l'acquisto di Lucca; talché a Pistoja e ad Arezzo s'avesse
ad aggiugnere in tanto breve spazio di tempo il guadagno
di cos'i nobii repubblica Vennero in questo medesimo tem-
po ambasciadori di Taddeo de'Pepoli, il quale cacciali i Goz-
zadini di Bologna, da' quali il legato era stato caccialo, s'era
insignorito di quella città, e cercando l'amicizia de' Fioren-
tini fu ricevuto nella lega. Prese poi il gonfaloncrato Nerone
Diolisalvi; il quale insieme co' priori e collegi diede ordine
che nel Valdarno nel piano di Giuffrena s'edificasse una
nuova terra, facendovi tornar dentro tutti gli uomini delle
villate e castella vicine, dando lor alcune franchigie per tor-
LIBRO OTTAVO. 319
gli in tutto dalla giuridizione de' conti Guidi; alla qual nuo-
va terra fu posto nome S. Maria. Ma Accorimbono non po-
tendo posare per 1' ingiuria che gli parca aver ricevuta, non
lasciò passar molti giorni delia prima temerità commessa ,
che con nuova occasione cercò di vendicarsi de' Fiorentini,
mettendo alia fune il figliuolo di Pino della Tosa sotto pre-
testo che insieme col padre già morlo , con Feo e Tebaldo
della Tosa suoi parenti, e con Maghinardo degli Ubaldini
avesse tenuto Iraltato con Mastino di tradir Firenze; la qual
inquisizione si per la memoria onorata di Pino, e sì perchè
si vedea che egli procedea con animosità , venne in tanto
orrore e schifo de' cittadini, che per molto che prevalesse la
porte reggente, che avea introdotto tal uficio, non bastò mai ad
ottenere, nò che Accorimbono seguisse più il suo magistrato,
ne che altri in suo luogo succedesse; onde quella signoria
come arbitraria e di fatto, e senza ordine di legge o di sta-
tuto alcuno, fu tolta via e annullata con gran piacere del po-
polo; a cui parca essersi liberato d'una grave e insolente
tirannia.
Le cose intanto di Lombardia nonostante la morte
de' Rossi proseguivano oltre con la medesima felicità ; essen-
dosi ne' primi dì di settembre rosi alla lega il castello di
Mestri , gli Orci, e Canneto in Bresciana; e quello che fu
cosa notaliilissima l'ottavo dì del medesimo mese pervenne
a' confederati la città di Brescia, la quale per procaccio par-
ticolarmente de' Fiorentini , essendone tra i signori lombardi
grande quislione, fu consegnata ad Azzo Visconti, « il quale
« scrivendo a Firenze, che la mattina de'7 di ottobre v' era-
K no entrale le sue genti, dice che terrebbe quella città a
« onore de' Fiorentini e della lega ». La Uepubblica veg-
do per questo farsi ogni dì più vicina la speranza di conse-
guir Lucca, creò suo capitano generale Malalesta il giovane
de' Maiatesti « avendo mandato in Lombardia a richiesta dei
« Veneziani Orlando de' Rossi dopo la morte de' fratelli ».
Malatesla arrivato il lerzodecimo giorno d' ot'.obre a Firenze,
senza intromettersi nelle parzialità civili, aspettava il coman-
damento de' magistrati per esser operato ne' falli della guerra;
quando avendo già preso il gonfalonerato Tano di Chiarissi-
mo ovver de' Cionacci, con importuna dimora, a lui fu vie-
320 dell'istorie fiorentinb
tato d'esercitar il suo valore, e alla Repubblica per avven-
tura in tanto scompiglio del nimico d'insignorirsi di I.ucca.
Mastino vcggendosi prigione il fratello ; di dieci principali
città, senza tante altre castella perdute, toltesi Padova, Bre-
scia, Feltro e Civita di Belluno; il suo tesoro scemalo, e
ogni dì i suoi falli andarsi in maggior difificoltà riducendo ,
incominciò per suoi ambasciadori, essendo alquanto sbigot-
tito, sotto vista di trattar della liberazione del fratello, a pra-
ticar co' Veneziani alcuna sorte d'accordo, non avendo spe-
ranza alcuna di potersi pacificar co' Fiorentini senza ceder
Lucca; ma queste pratiche venute a notizia de' Fiorentini,
e però entrali in dubbio della fede de' Veneziani, si ramma-
ricarono, per mezzo di coloro i quali erano deputati ad as-
sistere in Vinegia per le cose della guerra, di quella signoria;
il che tolse via per allora la pratica di lutto quel maneg-
gio , scusandosi i Veneziani che ciò che faceano e tratta-
vano era per utile e benefizio de' collegali ; e che in segno
di ciò vedessero che Mastino non avea voluto acconsentire
a' patii che gli si proponevano. Incominciossi per questo a
pensare per le preparazioni della guerra che si avea a fare
l'anno seguente del 1338 « nel principio del quale prese
« la podesteria della città Rolandino de' Sali da Brescia, tro-
« vandosi capitano del popolo Tommaso de' Rinaldi da Mc-
« Vania ' »; essendo tra questo mezzo trailo nuovo gonfalo-
niere Giorgio di Barone ; mi tempo del quale essendo verniti»
in Firenze Benedctlo Lanfranchi ribello di Pisa, e soldalovi
con gran segretezza trecento uomini a cavallo, fu per pren-
dere Castiglione della Pescaia, ove era entralo per una porta
datagli da coloro che l' aveano chiamato, se non fosse subito
dagli altri, che non erano consapevoli del trattato, vigorosa-
mente cacciato fuori; di che i Pisani si dolsono mollo de' Fio-
rentini ; benché il gonfaloniere e priori si scusassero che
ciò non era stato fallo di lor volontà. Vennero poi in po-
tere della Repubblica CivilcUa consegnala dal vescovo di
Arezzo che la tenea, di propria volontà, e insiememente Ca-
stiglione degli Libertini di Valdarno ; e i padri eljbero pen-
' Queste giiinie seguitano sempre ad esstre un grande inciampo al
filo del discorso.
LIBRO OTTAVO 321
siero di pacificar il vescovo co' Tarlali, acciocché le cose di
Arezzo procedessero più quielameute. Xaslagio Bucelli suc-
cessore nel gonfaìonerato a Giorgio stimò con la nuova si-
gnoria di assicurare il popolo d;illa potenza de' grandi con
una nuova legge; e questa fu, che iiiinio cittadino fiorentino
comprasse castello alcuno alle frontiere del distretto di Fi-
renze, parendo che la potenza de' Bardi, per aver Gualler-
rollo di quella famiglia compro gli anni addietro Dicomano,
e poi Piero e Andrea suoi figliuoli V^ernia e Mangone, fosse
venula molto grande, e da soverchiare in ogni accidente le
forze delia comune e privala cittadinanza. « Avendo il Ma-
« lalesta finito i sei mesi delia sua conilotla venne in suo
« hiogo il cavaliere Guglielmo Novello da Montepulciano.
« L' ultimo di marzo, facendo gii ambasciadcri di Malatesta
« e di Galeotto fratelli signori di Rimini, e quelli d" Ostasio
« da Polenta signor di Ravenna inslanza a' padri di prolon-
« gar la lega fatta con la Repubblica nel 36, gli fu posto il ter-
« mine ancora per dopo cinque anni ».
Essendo in questo modo assettate le cose, e acquetala in
parie la guerra di Toscana por aspcllar gli esili della lega, sii
animi di tutti si volsor.o a rimirare i successi di Lombardia.
Onde la nuova signoria, di cui era uscito capo Rinieri di Fo-
rese giudice, non ebbe a impacciarsi mollo ne' falli di casa.
E le nuove che venivano dall' esercito erano tuttavia piene
di gi'ibiio e di letizia; perciocché avvisavano i due cavalieri,
che seguitavano il campo come governatori ( non era ancora
trovato il nome del comraessario ), che a'18 d' aprile l' esercito
della lega avea vinto per forza Soave, terra posta presso a
Verona, con morte di trecento nimici. Non molti giorni dopo
aggiugnevano, essersi il ventunesimo accampati intorno Ve-
rona al tiro d'un balestro, e quivi aver corso il palio con
grandissima gloria della lega. Ne passarono molti altri di,
che nel tempo del medesimo gonfaloneralo arrivarono i terzi
avvisi, come disloggiato l'esercito di Verona, s'era a' 3 di
maggio insignorito di Montecchio castel grande e forte ; e
il quale per esser tenuto la chiave Ira Verona e Vicenza .
era giudicato acquisto di grande importanza. E che ridottosi
il campo a Lungara, il quale era a quelle frontiere, di là si
preparava a far alcun' altra cosa notabile. « Era morto Mar-
Amm. Vol. II. 21
322 dell' istorie fiorentine
« silio da Carrara in tempo che trattava di entrare in lega
<i co' Veneziani e Fiorentini; ed essendogli nella signoria di
i Padova succednto Ubertino, il quale volendo vivere sotto
« la protezione di queste due Repubbliche mandò ambascia-
« dori a pregarle di volervelo ricevere. Perchè a' 5 di mag-
« gio, che in Firenze era capitano del popolo Pietro dei
i< Lamberlini da Bologna, ne fu fatto il contratto in Vene-
" zia nel palagio del doge, al quale intervenne per il co-
« raune di Firenze Simone della Tosa cavaliere, e Bindo
« degli Altoviti. Le condizioni principali furono: che il ca-
« valiere Ubertino da Carrara fosse generale e libero signo-
« re della città di Padova, di Monselicc, d' Estc, di Munta-
« gnana, di Castelbaldi, di Cittadella, di Bassano , e di tutto
« il resto e distretto solito tenersi dalla città di Padova, ec-
« celtuatone Pollicino, Lendinaria e Abatia, e salve le ra-
« gioni de' marchesi di Ferrara- Che i comuni di Venezia e
« di Firenze dessero a Ubertino e comune di Padova ogni
« aiuto per ricuperar le suddette castella e distretto, con
« tenerlo sotto la loro protezione e difenderlo contra qual-
(f sivoglia. Che Ubertino e comune di Padova sarebbero in
« lega co' Veneziani e Fiorentini e loro collegjti contra i si-
« gnori della Scala fin a guerra finita con dare ogni aiuto
« possibile. Che i fuorusciti di Padova, ancora che stessero
« ftiori, godessero i loro beni. C'ie non si mettesse ne ri-
« scuotesse in Padova alcuna gabella sopra le robe e raer-
« canzie de' Veneziani e de' Fiorentini, se non conforme che
« si faceva quando Padova era comune. Che le chiese, mo-
« nasteri e particolari di Venezia polesser godere i frutti
« de' beni che aveano in Padova e Padovano, e fargli can-
« durre a Venezia senza alcuna gabella. E che Ubertino a
« lutto suo potere dovesse aiutare e difendere i Veneziani
« e Fiorentini ». Raccontavasi Mastino esser fortemente sbi-
gottito e ridotto a tanto estremo di danari, che avea impe-
gnato tutte le sue gioie, e tra esse la ricca e famosa coro-
na fatta per coronarsi re di Toscana e di Lombardia. Onde
Chele Bordoni la seconda volta prese il gonfulonerato a' 15
di giugno con certa speranza d'aver in quell'anno a veder
la sua Repubblica padrona di Lucca. Ne furono men felici
le nuove del tempo suo di quelle del gonfalonerato passato,
LIBRO OTTAVO 323
se quallro bandiere di gente a cavallo andando verso Bug-
giano per far preda, non fossero siale svaligiale da'nimici
con la presa di due conneslabili. Camminava nondimeno
prosperamente la guerra in Lombardia, essendoci avvisi, co-
me uscendo Mastino di Verona a' 2o di giugno con mille-
dugento cavalieri per riacquistar Montecchio, e già postosi
intorno al caslello, duemila di quelli della lega partendosi
di Lungara, andarono con le schiere falle a trovarli, e che
egli ricusando la battaglia si partì con tanto disordine, che
lasciò le bagaglio in preda del nimico. Ma che pensando po-
tere in quel disordine prender Lungara , ove non credea
che vi fosse restalo presidio siifTiciente, cadde in un secondo
male, essendo stato ributtato dalle mura non senza perdita
de' suoi; talché disperato di potere star in campagna a petto
del nimico, ritiratosi a Verona, e quivi ritenuti alquanti ca-
pitani con seco, il resto della cavalleria divise per le guar-
(lie e guernigioni de' luoghi che gli rimanevano ; tardi accorto
quello che fosse slato l' ingannare i Fiorentini ; poiché le
genti della lega eran venute in tanto avvantaggio sopra di
lui, che trecento cavalieri ebbono ardire di partirsi di Lun-
gara, e scorrere insino alle porte di Verona predando il paese.
Accrebbe queste prosperità la deliberazione de' Collegiani,
i quali non potendo più reggersi da se slessi, il duodecimo
giorno di luglio, o che in Firenze reggeva la carica di po-
« desta Piero de' Culbi da Spoleti » si dettero con tutto il
loro distretto per quindici anni alla Repubblica, Segue il
gonfalonerato di Simone Guasconi non differente dalla for-
tuna de' passali, « essendogli nel principio comparse lettere
« di Palamino de' Rossi , capitano delle bastie falle intorno
« a Monselice, che dicevano che il mercoledì 19 di agosto
« le genti di Venezia e di Firenze con quelle di Ubertino
« signor di Padova erano entrale in quella terra, e con le
« torri e fortezza la tenevano a onor della lega ; e a' 29 di
0 settembre le genti di Mastino ricevettero non piccol danno
« a Montagnana ' ». Era egli venuto in speranza d'insigno-
• Il recchio Ammirato dice : Segue il gonfalonerato di Simone
Guasconi ; non differente dalla fortuna de^ passati ; perché a' 19 di
agosto s'arrendè ad Albertino da Carrara^ il qua'e era compreso
324 dell' istorie fiorentine
rirsi di questo luogo per un trattalo, che di sua parte me-
nava il marchese Spinetta con due soldati fiorentini , i quali
scoperta la cosa ad Ubertino , e Ubertino ali" esercito che
era a Lungara, cbbono ordine che allendessero con la me-
desima simolazione a tirar il trattato innanzi. Mastino essen-
do venuto il giorno disegnato, e non sospettando d'inganni,
commise al marchese che con cinquecento cavalieri e mille-
cinquecento pedoni andasse a far 1' effetto. « Ubertino avuto
« da quei della lega cinquecento cavalli armigeri, con que-
« sii e con i suoi che bastavano a vincer i nimici » ', si po-
sono in aguato aspettando la venula del marchese, e quando
videro il tempo opportuno gli dotlono addosso, e dopo al-
cun breve contrasto lo posero in rotta, avendogli ucciso tre-
cento cavalieri tra annegali e morti nella zuffa, e quello che
non fu slimato minor danno, fatti prigioni ventidue conne-
slabili delle miglior genti e capitani che avesse Mastino ,
« con perdita di venlidue bandiere di tedeschi. Rotta della
€ quale il doge Dandolo ne scrisse alla signoria, raccontando
« che tra' prigioni consegnati in Venezia a quel comune e agli
« ambasciadori fiorentini vi erano alcuni della casa di Foglia-
« no ; e della quale Mastino restò molto abbattuto. Nel mezzo
« di tante prosperità fu fatto far pace tra Taddeo Pepoli
« conservadore di Bologna e Manfredi e Piero conti di Cu-
«( nio con Oslasio da Polenta signor di Ravenna, col quale
« erano in lile per conto di sali , imponendosi silenzio per
u cinque anni a ogni pretensione che fosse tra loro ; dopo
« il qual tempo non essendo d' accordo si cimentassero le
« ragioni per via di giustizia senza venire all'armi.
Preso ^ il gonfalonerato Bellincione degli Albizi, non
più lardi che il di appresso ricevette Mastino un' altra per-
cossa di centocinquanta cavalieri, i quali mandati da lui per
nella lega, il castello di lìfonselice, * a' 29 di settembre le genti di
Mastino ricevettero non piccai danno a Montagnana. Era egli ve-
nuto ec.
I Quei della lega con settecento cavalieri de"" quali dugento ven-
nero da Padova, e con tanti fanti che bastavano a vincere i nemi-
ci^ ec. Prima ediz.
* Nel mezzo di tante prosperità prese il gonjalonerato Bellin-
t;ione degli Albizi. Prima Ediz.
LIBRO OTTAVO. 325
soccorrer Vicenza, dove s' aspettava l'esercito della lega, in-
contrati con le gemi che stavano a Montecchio furono rotti,
molti di loro morti, e quasi tutto il resto fiitli prigioni, Irai
quali furono cinque connestabili. A questo seguì, che a' 18
r esercito s' appresenlò a Vicenza, ed entralo in ire borghi
fu mollo presso a guadagnar la terra. Il che fu il fine del-
l'allegrezze de' Fiorentini ; perciocché Mastino veggendosi
ridotto a così strani termini, e considerando che se perde-
va Vicenza, riraanea assediato in Verona, incominciò con più
diligenza che non avea fatto prima, a trattar accordo co' Ve-
neziani, e per questo a promelter loro ampi e grassi partiti.
Json schifarono i Veneziani il loro avvantaggio, veggendo
che l'acquisto fatto infino a quell'ora era tornato più a' co-
modi d'allri, che proprio; essendo Padova pervenuta a'Car-
raresi e Bresci.i a' Visconti, onde dando loro al presente Ma-
stino Trivigi, Castelfranco e Basciano , parca che si doves-
sero contentare : e giudicavano che il medesimo dovesser
fare i Fiorentini, in poter de' quali, se bene non perveniva
Lucca , eglino aveano nondimeno trattato che pervenissero
molte castella de' Lucchesi. Conchiuso dunque 1' accordo con
Mastino il 29." dì di dicembre essendo entrato gonfaloniere
Lione Guicciardini fratello di Simone stalo gonfaloniere nel
2, mandarono loro ambasciadori a Firenze facendo inten-
dere a' senatori in pieno consiglio, come essi per pubblico
e comune benefìcio aveano fatto la pace con Mastino; alla
quale se essi voleano acconsentire, farebbono dar loro , e
confermar da Mastino e dal comune di Lucca tutte le castella
che i Fiorentini tenevano de' Lucchesi. Queste erano Fucec-
chio, Castelfranco, Santacroce, Santa Maria a Monte , Mon-
topoli, Montecatini, Monsommano, Montevcttolino, Burano,
e Castelvecchio ; parte delle quali erano in Valdarno, parie
in Valdinievole, e alcune in Valle di Lima. E se non vo-
levano di ciò contentarsi, che parea pur loro che fosse di
dovere, facessero a lor modo ; perchè i Veneziani in quanto
a essi non poteano ritirarsi dalla pace fatta. Poche cose
sentì quel senato più gravi, parendogli esser maggior ingiu-
ria questa che ricevevano ora da' Veneziani , che non era
stalo r offesa ricevuta già da Mastino : onde furono diverse
opinioni tra' padri del parlilo che s'avesse a pigliare. Molti
326 dell'istorie FIORENTIM!
eran d'opinione che in conto nessuno s'avesse a far cosi
vituperosa pace ; ma che le forze che s' erano tenute im-
piegale nella lega si volgessero tutte a Lucca, e quivi si fa-
cesse ogni estremo sforzo; perciocché Mastino indebolito
di danari e di riputazione non avrebbe lungo tempo potuto
resistere alle lor arme. Oltre che la pace con un vicino tato
non sarebbe mai stata sicura ; ed esser meglio in così fatti
casi l'inimicizia scoperta, che un'amicizia poco fedele. Co-
loro che non si lasciando trasportare dall'impeto dell'ira,
consideravano le cose più maturamente , mostravano come
la Repubblica era in debito di qualtrocentocinquantaraila scu-
di , le spese fatte in Lombardia per la lega e in Toscana
per r acquisto d' Arezzo essere slate grandissime , Mastino
avendo dato Trivigi a' Veneziani, di ragione dover esser ri-
cevuto nella lor protezione, onde 1' entrar di nuovo in una
guerra di simil qualità esser di sommo travaglio , e di non
minor pericolo. Miglior consiglio essere posarsi alquanto, e
doversi contentare per ora dell' acquisto d' Arezzo e di tante
altre castella poste nel cuor di Lucca. Rinfrancatisi, e respi-
rata un poco da tante spese la città, non mancar tempo e
opportunità di vendicarsi del nimico. Giudicar bene esser
cosa necessaria di mandar ambasciadori a Vinegia, e far ogni
opera perchè i primi patti della lega si dovessero osser-
vare, o migliorar almeno il partito delle castella: ma quando
niuna di queste cose s' ottenesse, dover in ogni modo ac-
cettar la pace, secondo le cose proposte. La qua! sentenza
restata in piede , furono mandali ambasciadori a Vinegia
Francesco de' Pazzi, Alesso Rinucci doitor di leggi , e Ja-
copo Alberti ; ma non avendo potuto disporre i Veneziani
all'osservanza de' primi patti , li condussono ad arrogere alle
castella già delle Pescia, Buggiano, il Colle e Altopascio ', e il
ventiquattresimo giorno di gennaio dell'anno 1339, «che in
« Firenze era podestà Niccolò de' Tabula da Ferrara, e capi-
« tano del popolo Giovanni di Vigonza da Padova » fu con-
fermala la pace tra le due repubbliche e Mastino « nella
« chiesa di S. Marco alla presenza Ira gli altri di Andrea pa-
I Neir origia;ile si legge soUmeute ; Asciano e 'l Colte posto so-
pra Buggiano ec.
LIBRO OTTAVO. 327
« triarca Gradense primato di Dalmazia, di Niccolò vescovo
« Castellano, Piero vescovo Equilinio, e di Andrea vescovo
« Caprulense e i tre ambasciadori fiorentini, poiché come sin-
« daci della Repubblica a farne il contratto v' intervennero
« Cipriano Gianni e Dietifeci di ser Michele notaio. I patti
« furono: che gli Scaligeri dessero al comune di Firenze i
« castelli di Pescia, di Buggiano, del Colle, e di Altopascio
« con le loro fortezze e giuridizioni, gii abitanti de' quali
« luoghi non potessero per le cose passale esser molestati.
« Al comune di Venezia la città di Treviso con tutte le ca-
« stella, con lasciar che i sudditi delli Scaligeri potessero
« godere i beni che vi aveano. Dessero ancora a' Veneziani
« il castello di Baldo con lasciar libero il transito sopra 1' Adi-
« ce , e si levassero la catena e '1 rastrello dai ponte , e il
« castello e fortezza di Bassano. Che dalli Scaligeri fosse
« lasciato libero il passo alle barche sopra del Po e ad Ostia,
« né altrove fosse fatto pagar cosa alcuna per qualsivoglia
« mercanzia che portassero. Che i patti antichi tra' comuni
« di Venezia , di Verona e di Vicenza fossero osservati. E
« che i danni fatti avanti la guerra alle chiese, monasteri e
« sudditi de' Veneziani, non passando corta somma, e con
« altre condizioni, fossero rifatti , e lo stesso si facessero de!
« tolto dagli ufiziali de' Veneziani a' sudditi delli Scaligeri.
« Che Ubertino da Carrara signore di Padova fosse incluso
'< nella pace con il castello di Bassano e castcl di Baldo da-
« tigli ultimamente da' Veneziani. I quali Veneziani, Pado-
« vani, e Trivigiani polesser godere i beni che aveano nel
« dominio delli Scaligeri. Che il vescovo di Parma godesse
« liberamente de' beni gìuridizionali e onori dovuti al suo
« vescovado, come faceva avanti che li Scaligeri fossero si-
« gnori di quella città. Che i Rossi e Lupi di Parma fossero
« inclusi nella pace con godere de' loro castelli e beni che
« vi aveano conforme facevano avanti la signoria delli Sca-
« ligeri , con essere esenti con le lor famiglie da ogni gra-
« vezza , tanto in Parma che nell'altre signorie delli Scali-
'< gerì ; e a Rolando de' Rossi , subito che avesse accettata
'i questa pace, fossero pagati dalla camera di Parma, o da-
-< gli stessi Scaligeri, cento fiorini d'oro il mese, e a An-
« dreasso de' Rossi cinquanta^ lor vita durante. Che il cavaliere
328 dell' istorie fiorentine
« Vivano de'Vivaij possedesse tulli i castelli e luoghi che
<( possedeva avanti V invasione falla da lui nel borgo di Vi-
ce cenza, e che erano de' suoi antenati, né i Vicentini, ne
<( quelli che aveano seguitalo il Vivario in quella invasione,
« potessero patirne in alcuna maniera , ma fossero liberi da
c( ogni bando e esenti per cinque anni da ogni gravezza ,
'I con godere i lor beni , e al Vivario fossero pagati cento
(( fiorini d'oro il mese dell'entrate di Vicenza, con stare
(( dove più gli tornasse comodo. Che gli uomini di Mon-
« liccio maggiore fossero liberati da ogni bando e pena per
« la ribellione falla a' signori della Scala, e per dieci anni
« da ogni gravezza, e per cinque da ogni molestia da' lor
« creditori. Che il vescovo di Vicenza avesse la possessione
« di tutti i suoi beni con la giuridizioiie temporale e spiri-
« tuale come avea prima, non intendendo del temporale
« sopra Vicenza. Che il castello di Morostoge restasse nelle
« mani e forze del cavaliere Siro da Castelnuovo , il quale
« co' suoi fratelli, nipoti, e luoghi fosse incluso nella pace.
« Che Alberto della Scala subito consegnalo la città di
« Trevisi e i castelli a' comuni di Venezia e di Firenze
« fosse liberato e condotto salvo nella città di Verona o di
« Vicenza come più li piacesse. Che tutti i prigioni fossero
(( da tulli liberati. Che Mastino e Alberto restassero liberi
a signori della città di Verona, di Vicenza, e di Parma , e
« loro distretti, salvo i luoghi de' Rossi, e degli altri nomi-
'( nati. Rimanessero ancora signori della città di Lucca e suo
« distretto, eccettuatone quei luoghi che avanti la guerra ,
« e allora si tenevano per il comune di Firenze , e eccet-
« lualone le terre e fortezza di PesciaTdi Buggiano , del
« Colle, e d'Altopascio da darsi a' Fiorentini. Che i prin-
« cipi Carlo primogenito del re di Boemia e Giovanni duca
<( di Carintia suo fratello che sono stati in lega co' comuni
« di Venezia e di Firenze , fossero inclusi nella pace con
« le città di Feltro, e di Belluno, e loro castelli, terre,
« luoghi e fedeli. Che Azzo Visconti signor di Milano, Obizo
« e Niccolò marchesi d'Este signori di Ferrara e di Mo-
« dena, Luigi da Gonzaga con i figliuoli signori di Mantova
« e di Reggio, Ostasio da Polenta signor di Ravenna e di
« Cervia, e Siro di Caldenazo, ovvero di Castelnuovo fos-
LIBRO OTTAVO. 329
« sero compresi nella pace come aderenti de' comuni di Ve-
« nczia e di Firenze; e lo stesso seguisse de' signori di
'( Castelbarco, di Federigo e fratelli marchesi di Villafranca,
« di Francesco degli Ordelafiì signor di Forlì e di Cesena ,
« de' Beccaria da Pavia , di Pallavicino e de'fìgliuoli, di Spi-
« netta marchese Malespina, e de' nobili di Correggio e di
« Fogliano , i quali aveano aderito e prestato aiuto alli Sca-
« ligeri. E per l'osservanza di questa pace fu messo pena
« centomila fiorini d' oro. La qual pace tornati gli ambascia-
« dori a casa a' 7 di febbraio, e avuta la consegnazione delle
« castella fu poi pubblicata l'undecimo dì di quel mese, con
« tanta poca soddisfazione de' Fiorentini ; a' quali crebbe
K ancor più per trenlunoraila scttecentodicianiiove ducati cin-
« que grossi e piccioli diciasetto , che pretendevano i Vene-
« ziani dover aver da loro, ed essi allegavano aver contri-
« buito per la guerra ducati quattrocentosettanlottomila tren-
« tanove, grossi otto e piccioli diciaselte , da che nacquero
(( poi rappresaglie, e convenne a' Fiorentini di pagarli ' ». In
questo modo a capo di dieci anni fu terminata per allora la
guerra di Lucca ; la quale rifiutata e desiderata oltre ogni
dovere con eguale pazzia sarebbe stata meno disavventurata
alla Repubblica , se con pessimo consiglio indi a poco tempo
non fosse stata ripigliata la guerra di nuovo , perchè si co-
noscesse ne'Fiorentiui con così chiara esperienza esser vero
quel peccato della natura umana , che gli uomini sono tanto
ardenti a conseguir quello a che non possono aggiugnere ,
quanto spesse volte sono lenti a pigliar quello che possono
avere.
' I Capitoli di detta pace sono taciati dal Tccchio Ammirato ,• il
quale dice solamente : J'u confermata la pace Jra le due repubbliche^
e Mastino ; la quale tornati gli ainbasciadori a casa il dì 7 yeb-
braio , ed avuto la consegnazione delle castella ^ J'u poi pubblicata
V undecimo dì di quel mese ^ con tanta poca soddisjazione de"" Fio-
rentini ( ai quali increbbe ancor più per trentaseimila fiorini cht
pretendevano i Veneziani dover aver da loro, ed essi allegavano non
esser più che venticinque ) che ne nacquero poi rappresaglie , e ri-
mase sempre poca confidenza tra l'nn comune e l'altro.
DEH' ISTORI FIOREJITIl
DI
SCIPIOIVE AMMIRATO
LIBRO NONO
Anni 1339-1343.
/m danni pubblici s'aggiunsono prestamente i privali, avendo
la famosa compagnia de' Bardi e Peruzzi, ricchissimi sopra
tutti i mercatanti de' Cristiani , incomincialo a crollare. Co-
storo tenendo in mano le rendile del regno d' Inghilterra , e
essendo allora quel re intrigalo nelle guerre co' Francesi, si
trovarono creditori della corona , i Bardi di cenlottantamila
marchi di sterline, i Peruzzi di centotrenlacinquemila , che
facevano la somma di un millione e Irecentosessantacinque-
mila fiorini d' oro. Onde per il danno di molti altri racrca-
Unti, che come piccioli rivi entravano in questo gran mare,
il male divenne tosto pubblico, e in particolare la città di
Firenze e i suoi cittadini ne sentirono allora , e molto più
nppresso, gran nocumento. Era già nuovo gonfaloniere Tad-
deo dell' Antella, quando Mastino, perchè si vivesse in con-
tinuo sospetto, venne a Lucca. Né la città si guardò mai con
tdnla cura, e ciascuno delle castella, che erano alle fron-
tiere . quanto allora. Così avea fatto cauti i Fiorentini il pro-
cedere poco sincero di quel principe ; benché egli , cavato
daLiirchesi ventimila fiorini d'oro per una nuova imposizione
latta, se ne fosse spacciaiamciite tornato a Verona. Ne' li-
bri del comune trovo che in questo tempo si dettero a'Fio-
332 dell'istorie fiorentine
« rentiui le castella che restavano in Valdinievole, come Sti-
« gnano , il borgo di Buggiano , Massa , Cozzile , Uzzano e
« |Joi anche Avelhno; e ancora che la guerra fosse finita fu
« data la carica di capitano generale a Iacopo de' Gabrielli
te d'Agubbio ». 11 resto di quella primavera si slette quiela-
lamente. talché nel gonfalonerato di Barlolortìrtico Sirainelti
la terza volta non accadde cosa degna di memoria, « se però
« non fossero le doglicnzc de' Perugini arrivale in senato .
« che Neruccio bastardo de' conti di Sartiane soldato della
« Repubblica con alcuni Aretini avea in quei giorni cercato
« di torre lor Chiusi; e se bene era slato con gli altri messo
« in fuga , e cosi restato burlalo , pregavano in ogni modo
« i senatori a volerlo far gastigare- Fu risposto che Ncruc-
« ciò non era più al soldo della Repubblica ; ma che per
« dar lor gusto aveano ordinato che in Firenze e in Arezzo
« ne fosse falla inquisizione e dato gastigo a' delinquenti ».
Bene n'accaddero ' in quello di Consiglio d' Ughi: nel qual
tempo i Romani avendo fatto pace in fra di loro , essendo
in contesa la nobiltà e il popolo , mandarono loro ambascia-
dori a Firenze , pregando quella RepubbUca a fare lor copia
delle leggi da lei fatte sopra lo stato de' grandi e del popolo;
acciocché co' medesimi ordini si potessono governare an-
cora essi. A tale scherzo della fortuna sono sottoposte le
cose umane ; che la Repubblica domatrice e dominatrice
dell' universo , spogliata di senno e di valore ricorresse a un
debol popolo, a tanta comparazione, per esser retta da quello,
e ammaestrata. Questi discorsi si facevano allora , ma chi
volea in un medesimo tempo favorire i Fiorentini, e scusare
i Romani, dicevano non esser cosa nuova che i Romani
in molte cose si servissero dell' industria e dell' invenzione
de' Toscani; avendo infin da' suoi primi principj molti co-
stumi appreso , e molti ordini intorno i fatti militari e in-
torno la religione da quella provincia : e nel colmo della sua
grandezza aver i più nobili senatori tenuti i loro figliuoli in
Toscana per apprender la lingua ; nella quale erano scritti
i riti, le leggi, i costumi e 1' osservanze de'sacrificj, degli
' Sottintendi: iof:e deiine di tnemorin; senso interrotto, al solito,
dalla giunta.
LIBRO NOXO. 333
augurj , e di lutto il nervo dell' antica religione. La Uepub-
blica mandò per suoi ambasciadori . perchè Je cose proce-
dessero con maggior aiilorilà , gli ordini sopra i grandi al
senato e popolo romano. Ma la mala soddisfazione della pace
fatta, il dubbio del credito di così ricchi cittadini, e l'anno
che incominciava ad essere molto caro per la mala ricolta,
facca interpretare a' Fiorentini alcuni segni del cielo a cat-
tivi augurj , essendo natura degli animi afflitti il prender a
male ogni cosa; perchè la città fu tosto ripiena d'ansietà,
ancorché altra novità non fosse apparila, se non che a' 7 di
luglio il sole dopo il merigge era alquanto oscuralo : e ne'primi
giorni d'agoslo essendo stati grandi tuoni e baleni, una saetta
caduta sulla porta a S. Gallo dopo aver abbattuto un merlo,
p arso dell'uscio della porla, avea fulminato tre uomini.
Prese in questo timore il gonfaloneralo Forese da Rabatta, « a
« cui comparsero lettere de' 17 d'agosto di Giovanni vescovo
« di Novara, e di Lucchino de' Visconti suo fratello, nelle
« quali gli davano conto , che la sera avanti era morto Azzo
« signor di Milano , e che quel giorno essi avean preso
« quella signoria ' » ; ma non per questo si toglievano dal-
l'animo il terrore de' successi prodigi, essendo di nuovo
venuti maggiori tuoni, e uno tra quelli aver percosso la
torre del palagio del popolo. Per questo i padri provedendo
a'que'mali clie poteano nascere se non da' proprj disordini
almen da' vicini , si diedono a procurar pace e concordia tra
molli signori romagnuoli, non mirando più a' Guelfi che
a' Ghibellini, essendo quelli di Forlì, di Cesena, d'Ariraino,
e di Ravenna in gara e inimicizia co' signori di Faenza,
d' Imola , e co' conli Guidi. Fu fatta la pace tra i sindachi
di tutte le parli in sul palagio de' priori; a' quali di comune
consentimento s' erano rimessi. Essendo poi tratto gonfalo-
niere Antonio degli Albizzi, e restando pur vivo alcuno ran-
core tra'Fiorcnlini e Perugini per le cose d'Arezzo. « li primo
« di novembre che in Firenze era podestà Simone di M. Cur-
^ Qui il ijiovine Ammirato, per farci saper poco più di quel che
dice lo zio, altera il testo: il quale dice. Prese in questo timore il
gonfaloneralo Forese da Rabatta^ a cui le nof,'elle venute della morte
d' Azzo Fisconti^ e d' essergli succeduto all' imperio di Milano Lue-
chino suo /'rateilo, non toglievano dall' animo il terrore ec.
334 dell'istorie fiorentine
* rado d'Ancona, e capitano del popolo Monaldo da Biltonio,
« Francesco vescovo di Firenze essentlosi messo di mezzo,
« fece far lega in Lucignano Ira' sindaci dell' una ciltà e
« dell'altra per dieci anni a difesa comune, dichiarando che
« tra gli amici comuni fosse Rinieri de' Casali signor di
« Cortona, avendo i Perugini ceduto prima per mezzo dello
« stesso vescovo a' Fioreniini ogni ragione che pretendevano
« sopra d'Arezzo, e i Fiorentini a' Perugini quelle che
« aveano sopra le terre di Lucignano, del Monte a Sansa-
« vino, di Foiano , e d' Anghiari. Poi nel gonfalonerato di
« Piuviccese Brancacci primo della sua famiglia veggendosi
« la s'reltczza dell'anno circa le veltovaglic esser grande, fu-
« rono creali ufìziali a provveder la città di grano , e a Pisa
« fu mandato Tommaso di Diotaiuli perchè in nome del
« pubblico facesse compagnia con quelli anziani a comprarne.
M E cos'i di dicembre fu accordato che le compre fossero a
« metà per ciascuna città; che i Fiorentini non ne potessero
« comprare nel contado di Pisa ne in porto Pisano o a
« Livorno , o altro luogo di spiaggia pisana da vascello dove
« non ne fosse sopra più di cinquecento staja , e che di
* quello che comprassero in condurlo a Firenze non pagas-
« sero gabella. Che i Pisani dovessero tenere armate due
«f galee per un anno per sicurezza del mare a loro spese ,
« due ne tenessero a frenello in Portopisano o in Livorno,
« e per ajuto di detto armamento i Fiorentini gli dessero
« cinquemila fiorini d'oro, ogni mese la rata; che non
a stando le dette galee armale , o mandandole i Pisani ol-
« tre Portovenere, Corsica, o Civitavecchia per loro negozi,
« i Fiorentini non fossero tenuti a pagar cosa alcuna. E
« facendo in questo tempo per altro modo alcun guadagno
« n'andasse la terza parte in diminuzione di quello che do-
« vesserò i Fiorentini » Con tutte queste diligenze perde il
comune in tal Iraflìco cinquantamila fiorini d'oro, non tanto
per la valuta de' prezzi, quanto per quel che si credette per
la malizia del magistrato che ne avea la cura, il quale in-
tendendosi con Jacopo Gabbrielli , fatto presso che tiranno
della città , frodò in segnalala somma il comune. Fu poi
corretto l'ordine dell'elezione de'priori; parendo che il modo
che si tenea prima facesse quasi i magistrati a vita , per ri-
LIBRO MONO. 335
mettersi i nomi degli eletti priori di borse in borse, senza
squarciarsi mai, e dar luogo agli altri. Onde nascevano le
querele -di coloro i quali erano tenuti schiusi dagli ufici '.
In questo modo si diede principio all'anno 1340 « essen-
« do venuto per podestà della città Maffeo da Poniecarali da
« Brescia », anno calamitoso quanto allro mai fosse slato alla
Repubblica , perciocché in esso non mancò l' abbondanza
di tutti que'mali che maggiormente sogliono affliggere la na-
tura umana, mortalità, carestia, e guerre civili ^ «E i Tar-
« Iati furono i primi a patirne, perchè o non potendo vi-
ti vere dopo la data della città d' Arezzo a' Fiorentini den-
« tro a quo' termini circonscritti loro, o non essendo la-
« sciati vivere , come quelli che apparivano ancora troppo
« potenti, sì per il numero e qualità delle persone, come
« per i castelli che possedevano; e avendone la Repub-
* Che gtiazfabiiglio è in queste giunte, le quali interrompono il
senso , e guastano la grammatica. Il testo dice così : Fu J'atta la pace
tra ì sindachi di tutte le parti in sul palagio de' priori ^ ai quali di
eomune consentimento s' erano rimessi. E reggendosi la strettezza
dell'anno circa la vettovaglia esser grande ^ J'urono creati ufficiali
a provveder la città di grano. Costoro ne J ecero venire per mare ^ e
provvidero che il popolo non perisse affatto; avendo la camera per-
duto in quel tiaffico cinquantamila fiorini d' oro non tanto per la
valuta de' prezzi quanto per quel che si credette per la malizia
del magistrato ; il quale intendendosi con Jacopo Gabbrielli , fatto
presso che tiranno della città, JVodò in segnalata somma il comune.
Ed essendo poi tratto gonfaloniere Antonio degli Alhizzi, e restando
vivo alcun rancore tra' Fiorentini e Perugini per le cose d"" Arezzo
si Jece di nuovo buona amicizia e lega tra i due comuni per mezzo
del vescovo di Firenze .^ quel andò i Perugini a' Fiorentini ogni
ragione dell' acquisto d'Arezzo, e i Fiorentini lasciando liberi
a' Perugini Lucignano , Sansavinu , e l' altre castella promesse. Poi
nel gonfalonerato di Piuvichese Brancaccio primo di sua J'amiglia ,
Jfu corretto V ordine dell' elezione de' priori ; parendo che il modo
che si tenea prima, facesse quasi i magistrati a vita, per rimet-
tersi i nomi degli eletti priori di borse tn borse, senui squarciarsi
mai, e dar luogo agli altri. Onde nascevano le querele di coloro, i
quali erano tenuti schiusi dagli ujìci.
^ ; e come tanti mali insieme non fossero abbastanza , segni, e
presagi di ftture angosce per una cometa ec- Coil il vecchio Am-
mirato.
336 dell' istorie fiorentine
« blica bene spesso de' faslidj in fargli rappacificare co' vi-
te Cini '. Trovo che il primo di febbraio, esbendone stata
« data balia a quaranta cittadini d' Arezzo , con la qual città
« i Tarlali erano in dispula , alla presenza del podestà , e
« del capitano del popolo, e di Forese da Rabalta, e di
« Marco Marchi dottori furono accordati di nuovo per olio
'( anni con mollo loro scapilo; obbligandosi per detto tempo
« a pagar le gabelle come gli Aretini , a' quali lasciarono in
« in mano fino al numero di diciaselle caslella , con riservo
« però di potervi tenere gli ufiziali , i quali potessero con-
« dennarc e assolvere fino a venticinque lire conforme alli
« statuti d'Arezzo, al quale comune le dette terre doveano
« per S. Donato dare il cero. E perchè i Tarlali eran restati
a ad avere delle paghe de' cavalli e fanti promesse loro, di-
ce chiararono che per il passato e per gli otto anni di que-
« sto accordo la somma fosse di quarantamila lire danari
« usuali, la qual somma fosse lor pagata a cinquemila lire
« l'anno ». Una cometa che apparve all'uscita di marzo nel
gonfaloneralo di maestro Michele medico , per la supersti-
zione e curiosità degli uomini variamente inlcrpetrata, dava
da sospettare di maggior mali. Ma innanzi ad ogn' altra cosa
la pestilenza era quella che entrando per le case de' nobili
parimente, e degl'ignobili, e non perdonando a sesso ne a
età distruggeva con crudel rabbia la misera città. Onde non
si polca per luogo o per contrada alcuna passare ; che con-
tinualmente non s' udissero i pianti de' parenti , e i mortori
de' cittadini. Questa inOuenza prendendo forze col caldo della
stagione fece non meno infelice e infausto il gonfaloneralo
di Neri di Pagno; a cui s'aggiunse una gragnuola caduta dal
cielo il seslodecimo giorno di maggio si grossa e spessa,
che avendo a guisa d'una grandissima neve coperto tuttala
terra, guastò i frutti che s' aspellavano la prossima state.
« Questi mali non solo non impedivano che si pensasse a
« far del bene, ma ne davano maggior cagione. Onde a' 26
« d'aprile s' era risoluto col vescovo Francesco di far la
« canonica di S. Reparata per abitazione de' canonici dalla
« banda di mezzo di verso la piazza de' Bonizi ». I rimedi
I Io questo pezzo manca la sintassi.
LIBKO NOXO, 337
presi allora dalla Repubblica intorno a' mortori furon que-
sti; che come il morto fosse recato alla chiesa, le genti si
partissero subilo , essendosi veduto per esperienza che ag-
giunto air affanno del dolore il disagio del caldo e 1' afa
de' panni bruni ne facevano ammalar molti. Appresso, quello
che altre volte era usato , fu data commissione che non
andasse banditore per morti , come cosa di sommo spavento
non meno a' sani che agli ammalati. Ma perchè la provvi-
denza umana non parca che a ciò bastasse, continuando la
mortalità tuttavia con maggior impeto, nel gonfalooerato di
Naddo Casini il vescovo della città ordinò che generale
processione si facesse in Firenze ; ove benché concorressero
lutti quelli che erano sani, accompagnando con torchi ac-
cesi il miracolo del corpo di Cristo, che si truova a S. Am-
brogio , la rarità nondimeno de' vivi mostrava il notabile
mancamento de' morti; e la pallidezza di coloro che di corto
erano usciti di malattia, o di fresco erano per cadere in-
fermi, rendeva un crudo e miserabile spettacolo a se me-
desimi. « In questo spavento della città, dov'era venuto ca-
« pilano del popolo Offreduccio da Collefiorito, stimarono i
« padri tempo opportuno a riformarla dalle superfluità, e così
« a' 2 di maggio fu ordinato di eleggere cittadini savi e di-
« scroti per riordinare le spese che si facevano nelle nozze,
« conviti, nel far cavalieri, nelle doti, ne' doni che si fa-
« cevano alle spo«e , e le spese de' mortori ; riforme alle
« quali era posto ninno tanto più spesso , quanto che 1' am-
« bizione degli uomini e !a vanità delle donne, essendogli
« allentalo punto il freno della pena, trascorre, ancorché con
a la propria rovina , a volersi mostrar sempre grande e po-
« tenie. Intanto conforme all' obbligo della lega del 35 fatta
« co' Sanesi, si mandò a Staggia Antonio degli Albizi e
« Jacopo degli Alberti, i quali co' sindaci di Siena accor-
« darono che per mantenimento del buono slato e governo
« dell'una e dell'altra repubblica, sempre che 1' una fosse
« avvisata dall'altra di correre alcun pericolo, dovesse su-
« bilo la richiesta mandar gente d' armi per soccorrerla , e
« uomini per consigliarla; obbligandosi in occasione di con-
« giura contro al governo e lo stato d' alcuna di esse , di
« farne 1' altra inquisizione e processo come fatta contra la
Amm. Vol. II. 22
338 dell' ISTORIK FIORENTINE
« propria; e quando fosse occupato luogo dell'una, 1' altra
(( aiutarla a ricuperare, con star tanto nel campo a ban-
« diere spiegate, quanto ne stessero le genti del comune
« che avesse a far la ricuperazione ». Ma non scemando in
Firenze il male , il quale durò infino al verno, con morte
di quindicimila corpi solamente dentro il cerchio delle mura,
senza quelle de'borghi e del contado, nuovi segni appariti
turbarono la città; la quale afflitta per le battiture di co-
tanti mali, e piena di religione, tutte le ragioni dell' avver-
sità riputava dalla mano di Dio- I signori delia moneta
( erano gli ufìziali della zecca, i quali con quelli della con-
dotta de' soldati, e quelli sopra le gabelle erano chiamati
con titolo di signori ) mandando a offerire un ricco cero
a S. Giovanni la mattina della sua festività su un carroc-
cio , stravolgendosi subitamente il carro senza vedersene
alcuna cagione su i gradi della porta de' priori , ruppe e
spezzò bruttamente ogni cosa, come S. Giovanni disdegnasse
ricevere quel dono. Nella medesima mattina , e nella stessa
solennità cadde un palchetto, ove erano i cantori e cherici,
che uficiavano, e molti ricevettono danno nelle persone; tal-
ché il popolo sbigottito diceva chiaramente , che Iddio era
adirato co' Fiorentini sprezzando i loro sacrifici e i loro
voti. Il che fu tanto più leggermente creduto , quanto che
in meno spazio d' un mese un fuoco appreso in Parione
saltando nella ruga di S. Brancazio, ove si facea l'arte
della lana , arse quarantaquattro case con danno notabile di
tutte le cose. Per questo consultandosi da' senatori in che
modo si potesse placare l' ira d' Iddio , fu per conforto
d' uomini religiosi proposto che si dovesse trar di bando
alcun numero di sbanditi , e che a' figliuoli pupilli fossero
restituiti i beni de' padri ribelli. Dietro a questi ordini uscì
gonfaloniere Giovanni de' Medici la seconda volta, verso il
fine del cui magistrato benché le continue morti andasser
mancando, crebbe nondimeno la carestia , non ostante tanta
diminuzione di popolo ; il che facea pensare in che modo
si sarebbe potuto vivere, se non fosse mancata tanta gene-
razione d'uomini: sì fattamente che parca (come suole ac-
cadere nelle grandi miserie , che alcune disavventure a rag-
guaglio dell'altre son riputate felici ] che la passata pestilenzia
LIBRO NONO. 339
fosse stata necessaria ; poiché a ogni modo , se colanti uo-
mini fossero sopravvivati infino a questo tempo , si sareb-
bono periti di fame; e similmente slimavano esser slato
utile che non si fosse trovata dovizia di frutte ; conciosia-
cosachè riempiendosi i corpi famelici di colai nutrimento
avrebbono prodotte nuove malattie.
In questi medesimi giorni vennero novelle come in Vol-
terra era stata guerra civile, e che Ottaviano di Belforte cac-
ciatone il vescovo, il quale era della contraria fazione, ben-
ché nato d' una sua sorella, se ne fosse insignorito. A' quali
romori invidiando per avventura i Fiorentini , mostrarono
prestamente , essendo entrato gonfaloniere Taldo Valori, ra-
mo de' Rustichelli, che i loro ingegni feroci ninno male per
grande che fosse, può interamente domare. Jacopo Gabbrielli,
ministro altissimo delia rabbia e crudeltà di coloro che go-
vernavano (i quali tenendo lontani dalla Repubblica non solo
i due ordini de' grandi e dell' infima plebe , ma molti del-
l' istesso ordine popolare, s' aveano parlilo il reggimento tra
pochi) fra 1' infinito numero di coloro che condennava e of-
fendeva ogni giorno a torto in avere e in persona , aveva
finalmente ingiuriato due nobilissime e principali famiglie
Bardi e Frescobaldi, condannando Jacopo de' Bardi figliuolo
di Piero in seimila lire per certa lieve offesa fatta ad un suo
vassallo da Vernia, che non era del distretto di Firenze ; e
Bardo Frescobaldi in lire tremilaseltecento per conto della
Pieve a S. Vincenzo; oltreché coslrigneva Andrea de' Bardi
fratello del già dello Piero a rendi r Mangone, che egli avea
compralo da' comi da Porciano, alla Repubblica. Per la qual
cosa non potendo 1' altiero animo di costoro per la nobiltà
e per il caldo delle ricchezze, onde gli uomini si fanno na-
turalmente superbi , sofferire che da un forestiere ingiusla-
raenle e a contemplazion di gente nuova, come essi dicevano,
fossero in questa guisa trattati , di vendicarsi e uscir una
volta di cotanta tirannia in ogni modo proposono ; e il modo
che voleano tener fu questo- Aveano tiralo dalla loro molte
famiglie de' grandi, e alcune di que' popolani che non erano
ammessi al governo; oltre a ciò aveano intelligenza col conte
Mercovaldo, e altri suoi consorti de' conti Guidi , co' Tarlati
d'Arezao, co' Pazzi di Valdarno , con gli Ubertini , con gli
340 dell'istorie fiorentine
Ubaldini, co'Guazzagliotri di Prato, co' Belforli di Volterra
e con altri molti. Tutti costoro doveano venire con gente
armata a pie e a cavallo in gran numero a un giorno deter-
minato a Firenze. Il che dovea essere nella solennità del
giorno de' morti, quando il popolo diviso per le chiese sì
trovava occupalo in pregar Iddio per le anime de' suoi pa-
renti. Quel che doveano fare era levar subitamente il romo-
re, correr la terra, ammazzare il capitano insieme co' primi
di quelli che reggevano, e abbattendo Y uficio de' priori in-
trodurre in Firenze nuova forma di reggimento. Il che era
per riuscire facilmente, se Andrea de' Bardi (come il più
delle volte interviene in tutli i partili pericolosi, ove altri
ha tempo di far lungo discorso ) mosso più dalla paura della
pena, che dalla speranza della vendetta, non avesse il filo di
tutta la congiura scoperta a Jacopo Alberti suo cognato , il
quale 1' anno addietro era stato ambasciadore a Vinegia , e
era de' primi cittadini tra coloro che reggevano. Costui rife-
rita la congiura a' priori, e i priori a tutto il senato insieme,
subitamente fu ogni cosa di gelosia e di sospetto ripiena; e
nella considerazione della grandezza del pericolo fu con la
medesima prestezza dato ordine, che ciascuno d' arme e di
gente si provvedesse, e slesse apparecchiato a ogni delibe-
razione del senato. Era venuto il dì d' Ognissanti, e si sa-
peva che non più lardi che la mattina seguente , doveano
a' congiurati venire i loro aiuli ; perchè ragunali i senatori ,
e coltro i quali participavano del governo nel palagio pub-
blico, incominciarono a disputare del parlilo che s'avesse a
a pigliare ; la miglior parte volea che si sonasse la campana
e il popolo all' armi si convocasse , e con quello le case
de' Bardi si combattessero, e vivi o morti si cercasse d' avere
i traditori in mano. A Taldo Valori gonfaloniere e a Fran-
cesco Salviali, il quale era uno de' priori, o per amicizia, o
per parentado che avessero con alcuno de' congiurati , o
perchè così slimassero veramente esser da procedere, parca
lutto il contrario; allegando non esser uficio di prudenti
governatori per ogni piccola e leggier relazione metter
l'armi in mano del popolo; dover prima tenersi la via ci-
vile, citar i congiurali, e quando essi non comparissero, o
facesscr movimento alcuno, allora passar a più severe deli-
LIBRO NONO 341
berazioni ; conciò fosse cosa facilissima aprir la porta agli
scandali, ma serrarla non esser in potestà di ciascuno. Delle
quali parole fallo pochissimo conto, anzi presi a sospetto ti
Valori e il Salviati, s' andò con violenza a sonar la campa-
na. Al cui suono in poco spazio di tempo infinita moltitu-
dine di popolo chi a pie e chi a cavallo armalo sotto i suoi
gonfaloni trasse alla piazza de' signori, gridando con altissi-
me voci che i traditori fosser tagliati a pezzi. E perchè la
furia non impedisse i buoni consigli, fu spacciatamente dato
ordine, che tulle le porte della città si serrassono, e da po-
polani confidenti sollecitamente si guardassero, perchè l'aiuto
promesso a' congiurati non fosse ricevuto dentro. I congiu-
rati veggendosi innanzi il tempo scoperti', e per questo nel
soccorso di fuori non dover porre alcuna speranza, e da molli
di quelli di dentro che avean promesso d' esser con loro,
per lo subilo caso esser abbandonati , a prima vista si sbi-
gollirono ; poi fatto animo tra loro, deliberarono di difender
gagliardamenle il sesto d' Oltrarno , abbruciar i due ponti di
legname, per i quali in esso s' entrava, che ancora non erano
dopo il diluvio fatti di pietra, guardar gli altri, e metter in
somma tanto tempo in mezzo, che il soccorso fosse venuto;
il quale forzando eglino le porle di questo sesto, averebbono
con non molla fatica potuto introdurre. Ma avendo il popolo
di là d' Arno prese 1' armi in favor de' priori , si trovarono
fuor della loro opinione colli in mezzo dagli avversari, i
quali insignoritisi de' ponti , tolsono loro quella prima spe-
ranza d' aver a difendere tutto il sesto d' Oltrarno. Nondi-
meno si rilrassono combattendo nella via de' Bardi; la quale
essendo molto forte per esser da un lato difesa dal fiume, e
dall' altro dall' altezza de' palagi e dall' arme loro, allendeano
valorosamente a guardare. E era la conlesa per durar lungo
tempo; perciocché Jacopo Gabbrielli, come è la natura degli
uomini vili, che nella quiete sono crudeli e ne' pericoli pau-
rosi, circondalo da' suoi armati , non ardiva d' abbandonar la
piazza de' priori, non dava ordine che la cavalleria andasse
a combatter le case de' Bardi, né persuadeva che il popolo
si fermasse o andasse oltre ; se non che tulio stupido, e pau-
roso della morte parca uscito del senlimento. La virtù d'un
solo uomo , senza abbruciamcnto di case , senza ruberia di
3*2 dell' istorie fiorentine
beni, e senza spargimento di sangue lolse allora salutevol-
mente e con molta sua lode queir inviluppo Questo fu Maf-
feo da Ponte Curradi bresciano , podestà di Firenze, il quale
posponendo il pericolo della propria salute alla pubblica, con
pochi armati a cavallo si pose a passar il ponte Rubaconte,
ove era maggiore l' impelo e la forza de' Bardi. Ed essendo
venerabile per la presenza, ma molto più per le sue buone
qualità, distendendo la mano disarmata, e facendo segno che
si posassero, fece a un tratto fermar 1' armi ; e essendoglisi
ragunati attorno quasi tutti i capi de' congiurati, i quali eran
corsi a vedere quello che egli voleva dire, parlò loro in
questa maniera. Se io avessi offeso alcuno di voi, o nobilis-
simi cittadini , o da alcuno di voi fossi io stalo offeso , men-
tre io mi sono trovato nel magistrato, che voi mi avete con-
ceduto nella vostra città, certa cosa è che io non sarei venuto
quasi disarmato a mettermi nel cuore e nel nervo delle vo-
stre forze ; perciocché o il desiderio di vendicarvi essendo
stati offesi , o il sospetto di non esser da me ingannati es-
sendo stali oflfenditori , v' avrebbe mosso a volger le vostre
arme contro la persona mia. Per la qual cosa siccome la mia
innocenza ha fatto me sicuro a venirvi a ragionare nel mezzo
delle vostre armi , così desidererei che la coscienza vostra
del non avermi mai fatto dispiacere , facesse credere a voi
che io non per altro sono qui venuto a parlarvi, che per be
neficio vostro ; perciocché gli uomini ordinariamente si met-
tono a far mal uficio a coloro da' quali hanno ricevuto al-
cuna offesa, e solo gli animi efferati e bestiali procurano
male a quelli da cui niun danno e oltraggio riconoscono. Se
voi dunque avete tal credenza di me, fate a mio senno , ri-
ponete giìì quest' armi , non più nocive a' vostri avversari
che a voi medesimi, non dico quando voi perdeste, siccome
vedete d' avere a fare, ma quando foste certi d' avere a vin-
cere. Sperate voi che ninna delle vostre case abbia ad esser
lieta vincendo? Certo avendo voi in casa donne, nuore e
cognate del sangue di costoro, contra i quali avete prese l'ar-
me, io non veggo in che maniera dopo questa vittoria ab-
biate ad esser lieti , mentre elleno piagneranno i padri , i
fratelli, i nipoti e gli altri loro congiunti uccisi da voi. E so
voi riputale così fatte genti d altro sangue e legnaggio del
LIBRO NONO 343
vostro, e i parentadi delle vostre donne non vi muoveranno,
non vi avranno a nouovere i parentadi de' vostri fìgliuoli, che
sono vostro sangue e viscere vostre ? Se voi riputate che i
fratelli delle vostre mogli non vi appartengano nulla , per-
chè non ci siale nati, ma fatti parenti, cotesto però non
possono dire i vostri figliuoli i quali nascono nipoti, e pres-
soché figliuoli dc'zii e degli avoli loro. Riponete giù dunque
quest'armi; poiché la vittoria quando fosse certissima, in
man vostra è piena d' infelicità e di miseria. Ma voi non
siate in questi termini, se io non voglio con vostro danno,
e con mia vergogna adularvi in tanto pericolo. Gli aiuti clve
voi speravate non vengono ; e se venissero, come entreranno
eglino nella città, le porte della quale sono in guardia del
popolo ? I ponti sono stati occupali. Il sesto d' Oltrarno è
tulio in mano dei vostri avversari fuor che questa contrada.
Or credete voi che questa sola contrada abbia a far lunga
resistenza a lutto il popolo fiorentino? Scioccamente credete,
se così credete. Ma se credete d' aver a perdere , come è
necessario che voi legnate per fermo, ditemi che pensiero
è il vostro? Sarà possibile , che sia entrata tanta furia negli
animi vostri, che non dico de' parenti, ma che di voi me-
desimi non vi caglia? o pure non visi rappresentino dinanzi
agli occhi le ruberie, gli incendj, gli strazi e 1' uccisioni che
s'avranno a fare in questa contrada? o credete che il po-
polo abbia ad essere più pietoso con esso voi di quello che
e' si persuade che per le vostre congiure voi avevate pro-
posto e conchiuso d' esser centra di lui ? Anzi cosi fatte
genti saranno tanto più crudeli contra di voi , che voi non
sareste stali contra di loro , quanto la plebe e '1 popolo mi-
nuto è per lo più più crudele e più rabbioso , che i nobili
non sono. La povertà li farà rapaci , l' ira crudeli , e la li-
cenza e impunità farà far loro ogn' altra cosa per fiera e or-
ribile che ella si sia. Vi vedrete rapire dinanzi l' antiche
masserizie e arnesi di casa, abbruciar i palagi fondali da' vo-
stri maggiori ; ma che dico io ? Queste son cose , che col
tempo si possono ristorare ; vi vedrete uccider dinanzi al
cospetto vostro i vostri figliuoli , le vostre donne, e voi me-
desimi. Per questo provvedete a' casi vostri , prima che si-
mili mali , i quali mi raccapriccio a raccontare , vi vengano
344 dell' istorie fiorentine
addosso. Io con tulle quelle forze e ingegno che in me sarà
maggiore, se voi non schiferete I' opera mia, mi profferisco
d' essere intercessore per voi , e se non potrò impetrarvi
perdono o grazia alcuna , v' impetrerò almeno, che senza pe-
ricolo 0 danno d' alcuno di voi possiate sicuramente cedere
a questo furore. La verità delle cose che erano state dette,
e r autorità e fede di chi le diceva fece ammorbidire 1' or-
goglio de' congiurati; i quali supplichevolmente pregarono
il podestà , che con quella sincerità che 1' avea mosso a ve-
nir da essi , abbracciasse la causa loro , e ingcgnasstsi d'im-
petrarli perdono dal popolo. 11 qu;ile tornando ad affermare
che se ne sludierebbe con tutto il cuore , tornò volando
a' signori, e mostrando che non era da nsar crudeltà co'lor
cittadini massimamente in simil caso , ove molti innocenti
avrcbbono partecipato della pena, e dove convenia che molto
sangue si spargesse, e molli maìefirj si commettessono, tanto
operò, che a lui medesimo fu concedula facoltà di accom-
pagnar la notte i Bardi fuor della terra , e liberi lasciarli an-
dare alle loro castella, la ciando del resto di giudicare della
lor causa larghissimo campo a' senatori. Disputossi varia-
mente, partiti che furono, circa il modo che s'avea a tenere
nel procedere in questo accidente; e alla fine fu giudicato
per lo migliore, che non si dovesse f.ir lunga inquisizione,
ma solo condannar coloro i quali erano stati capi , che avean
preso l'arme, e che pubblicnmente erano siali veduti in que-
sti scompigli. Costoro essendo citati, e non comparendo,
ebbono come ribelli e traditori della loro Repubblica sen-
tenza di condannagione nell' avere e nella persona, essendo
ristretto il numero a tredici della famiglia de' Bardi, e a tre-
dici altri della famiglia de' Frescobaldi. A costoro furono ag-
giunti Andrea Ubertelli, Giovanni de' Ncrli , Tomagini degli
Angiolieri , e Salvcslrino e Ubertino de' Rossi. Contro altri
loro consorti, come che fosse certo d' essere slati consape-
voli della congiura, per non essersi quel d'i fatti vedere,
non si procedette altrimenti. I palagi e beni dei già delti
condannati , cosi in città come in contado , a furore di po-
polo furon tutti guasti e disfalli; e quel che recò non pic-
col danno alla Repubblica presesi ordine con le terre guelfe
di Toscana e co' collegati di Lombardia , che per nessun
LIBRO NONO. 345
conto dovessero ricettare i detti nuovi ribelli; « de' quali
« andati molti a Pisa fecero poi lega con quella città contro
« al governo di Firenze, obbligandosi tra le altre cose, co-
« me fossero ritornati alla patria, di fare che la città di Lucca
« con le castella che anticamente avca nella Valdinievole
« sarebbe de' Pisani; e Jacopo Frcscobaldi prior di S. Ja-
« copo andò in Avignone in corte del papa , dove procurò
« poi molti danni alla patria ' ». Parendo la città esser cam-
pata d'un grande pericolo, il 26 di novembre fu ordinata
una grandissima processione , e offerta a S. Giovanni , con
deliberazione , che così si dovesse seguire ogn'anno in per-
petuo per la festività d' Ognissanti, nel qual dì era avvenuto
questo successo : e che con una modesta gabella in fortifi-
cazione e difesa del popolo si dovessero trar di bando alcuni
sbanditi meno colpevoli. Dopo le quali provvisioni fu tratto
gonfaloniere Ruggieri Gianni per infino a mezzo febbraio
dell' anno 1341; « al principio del quale era venuto in Fi-
« renze podestà Dondaccio Malvicini da Fontana di Piacenza »
e continuando tuttavia gli ordini per trovarsi il popolo forte
in simili casi, e esser meno esposto all' ingiurie de' grandi,
furono tolte Vernia e Mangone a' Bardi, pagandone nondi-
meno !a Repubblica il prezzo a' loro signori. Fecesi legge
di nuovo che nullo cittadino venti miglia almeno fuor del
contado dovesse tenere o acquistare castello o fortezza al-
cuna. Comandossi che ogni popolano, che potesse, fosse
armalo di corazza, e di barbuta alla fiamminga. Fu fatta
un'imposta di seimila balestre, le quali furono distribuite
alla plebe , senza 1' altre che s' apparecchiavano di fare ap-
presso. Poi ancora che si fosse deliberato che non si do-
vesse procedere se non contra coloro che erano comparili
armati, furono nondimeno condannati nove de' conti Guidi,
come favoreggiatori de'congiurati. A quali poi con dodici
di casa Bardi, due de' Rossi, dieci de'Frescolialdi e Ciupo
degli Scolari fu messo taglia, come a palricidi, di mille fio-
rini d' oro per ciascuno che fosse ammazzato , volendo che
' de' quali andati molti a Pisa, e Jacopo Frcscobaldi prior di
5. Jacopo, in corte del papa, procurarono poi molti danni alla pa-
tria loro. Prima ediz.
346 dell' istorie fiorentine
potessero guadagnarla fra <li loro. Intanto i popoli di S. Go-
denzo a pie dell' alpi, di S- Maria di Fecciano, della Pieve
di Sambabillo, e di S. Niccolò di Casale si sottoposero alia
Repubblica. Essendo venute le calende di febbraio , che Ja-
copo Gabbrielli avea finito il suo ufficio , e se ne tornava
molto ricco in quel d' Agubbio , in suo luogo , come un ca-
pitano non bastasse, ne furono con nuovo esempio creali
due, r uno per la guardia della città, e questi fu Currado
della Bruta parente di Jacopo ; e l'altro benché fosse di mag-
gior grado meritevole, Maffeo da Ponte Curradi di già uscito
di podesteria , per guardia del contado.
Assettate in questo modo le cose della città , incomin-
ciarono i Fiorentini a vigilar per le cose di fuori; percioc-
ché i Guazzagliolri col caldo d' alcuni fuorusciti fiorentini .
come fu credulo, cacciali i Pugliesi e i Rinaldesehi, s'erano
insignorili di Prato. Similmente era succeduto in Lucca al-
cuna novità , avendo Francesco Interminelli tentato col fa-
vor de' Pisani di tor la terra a Mastino ; benché Guglielmo
Canacci vicario di Mastino , presi alcuni cittadini che te-
neano mano al trattato, avesse provveduto interamente a
quel che bisognava. Per questo si slava in Firenze con gli
occhi aperti, che per questi movimenti la Repubblica non
ricevesse aUun danno. E in prima fu cura di Porcello da
Diacceto nuovo gonfaloniere, considerando quanto importa
alle comunità e a ciascun principe di conservar l'autorità e
riputazion loro, che fosse vendicato l'oltraggio che il co-
mune avea ricevuto da Guido de'conti Guidi ' signor di Sam-
bavello. Questi essendo i dì addietro stato citato per un messo
dalla Repubblica che dovesse comparir in Firenze , fece or-
gogliosamente mangiar al messo la citazione con tutto il sug-
gello, avendo dopo molle villanie dettogli che se egli o
altri ardisse mai capitargli innanzi in simili atti , che li fa-
rebbe impiccar per la gola. Fu per ciò comandato che Toste
andasse al castello, il qual non avendo riparo s' arrendè salve
le persone ; e in pena dell' orgoglio del cojite fu subita-
mente diroccato. Ma per sludi di lettere molto più si ren-
■ Il veccbio Ammirato dice: Guido de'conti Alberti: errore cor-
retto dal nipote.
LIBRO NONO. vii
dea altrove illustre la gloria de' Fiorentini, essendo in questo
tempo coronato in Roma di corona d' alloro Francesco di
Petrarco ciltadin fiorentino, chiaro allora per essere stato
de' primi illustratori della romana eloquenza, e in quella
avere scritto poemi latini, se riguardi la rozzezza di quel
secolo non disprezzabili , ma il quale divenne appresso i
posteri di mano in mano più celebre per l'eccellenza de' versi
toscani; nella purità, leggiadria, e bellezza de' quali, tanto
egli Dante suo predecessore in opera di poesia sopravanzò,
quanto da Dante lutti gli altri scrittori stati innanzi a lui
furon superati '. In Firenze in tanto per una nuova sciagura
succeduta, ancorché privata, grandemente fu ciascuno sbi-
gottito ; dubitando che alcun gran male non succedesse
alla Repubblica con troppo spessi portenti del cielo : coii-
ciosiacosachè in calen di maggio , essendo già stato tratto
gonfaloniere Jacopo Acciainoli figliuolo di Donato , s'apprese
il fuoco in Terraa in casa di Francesco Buondelmonti figliiiol
di Rinieri , e non potendovisi alcun riparo trovare arse tutta
con quattro fanciulli maschi che egli avea ; che fu tenuto
miserabile e lacrimoso accidente. Ma non andò guari di
tempo che alcune speranze frescamente suscitare d' aver
Lucca implicarono da capo la città in nuovi travagli , e fi-
nalmente neir altrui servitù la condussono : onde parve al
suo tempo che con così grande e segnalata sventura si
fossero verificati tutti i passali prodigi Mastino i mesi ad-
dietro che venne a Lucca, passando prima di Parma, avea
data la signoria di quella città ad Azzo da Coreggio suo pa-
rente ; volendo però che egli fosse riconosciuto da lui , come
sovrano signore. Ma Azzo ricordandosi che Giberto suo
padre n'era stato libero padrone, e per questo rincrescen-
dogli che egli n' avesse a riconoscere come superiore Ma-
stino, sotto altre dimostrazioni, era stato a Napoli, ove col
1 Questo giudizio non è esatto, die Petrarca in generale riescisse
più forbito scrittore di versi toscani , che non era stato Dante, non
•v'ha dubbio alcuno; ma che facesse verd più belli di esso Dante, non
si potrebbe dire. Chi è mai giunto all' altezza di quel poeta sovrano'
Ma a^li uomini della fine del cinquecento, ass^i più che Dante, era in
grazia il Petrarca; come quello che avendo meno severità, e più leggia-
dria, secondava meglio l'ammorbiJita indole del secolo.
3tó dell' istorie fiorentine
re e con gli arabasoiadori di Lucchino avea trattalo, avendo
aiuto da loro, di ribellar Parma a quei della Scala, e di
far lega e confederazione col V^isconli, e col re. E per con-
dur meglio le cose sue a buon porto , essendo nel ritornar
di Napoli passalo di Firenze fece intender ad alcuni prin-
cipali senatori, che per beneficio comune il venissero se-
gretamente a trovare nella Scarperia; ove per non dar so-
spetto della dimora di Firenze , avrebbono ragionalo di cose
utili a se, e alla Repubblica. Andovvisi, e veggendo i se-
natori che per conseguir Lucca non era più facile via di
questa, perciocché a Mastino non si lasciava più comodità
di soccorrerla, promisero ad Azzo ogni aiuto e favore; e
egli giunto a Parma, con participazione di Luigi Gonzaga
signor di Mantova suo suocero, il ventiduesimo giorno di
maggio prese l' assoluto dominio di quella città. Mastino
trafitto ogni giorno di nuove punture , accorgendosi che con
la perdila di Parma, ne sarebbe ila tostamente ancor Luc-
ca , essendogli tolta la chiave e porli da poter entrar a sua
posla in Toscana , prima che la tempesta gli venisse più
sopra, prese partito di farne mercato co' Fiorentini, o co' Pi-
sani. A ciascuno de' quali comuni per la vicinità importava
molto l'esser signore di quella ciltà, oltre che l'uno e l'altro
parca averci una certa azione ; i Fiorentini per averci lanlo
speso, i Pisani per averla una volta compra ; benché con no-
labil perfidia de' venditori fossero stati ingannali del danaio.
Non era dubbio che i Fiorentini, per esser più ricchi, avreb-
bono più facilmente ottenuto; onde i Pisani si profferivano di
torlaa mezzo con esso loro. Lucchino Visconti dall'altro canto
divenuto nimico di Mastino , profferiva a' Fiorentini mille
cavalieri fermi , pure che eglino lasciando la via della com-
pra, si raetlessono ad assediar Lucca, contentandosi che
per le genti che egli dava loro, fosse riconosciuto di certa
somma di moneta. Per queste proferte furono in Firenze
grandi dispule ; perciocché alcuni volevano che per vendi-
carsi delle vecchie ingiurie ricevute da Mastino fosse più
onorevole alla Repubblica, avendo massimamente una tal oc-
casione quale era quella di Lucchino, d'aver Lucca per via
di guerra. Altri proponevano i partili più sicuri , ciò era di
comprar la città, e non secondar gli appetiti di Lucchino,
LIBRO NONO. 340
il quale per l' odio che avea con Mastino, melica in mezzo
questi garbugli. Assai rimaner vendicali i Fiorentini, se per
conto loro quelli della Scala erano slati spogliati di Brescia,
di Padova, di Feltro, di Civita di Belluno e di Parma; e fi-
nalmente esser costretti a vender Lucca. Alcuni mettevano
in considerazione la compagnia de' Pisani nella compra, non
lauto perchè i Fiorentini non potessono far tutto il danaio,
quanto per non averli affatto nimici , e esser di qualche im-
pedimento alla pratica. Nelle quali dispute fu consumato il
rimanente del tempo del gonfalonerato dell'Acciaiuoli. « Nel
« principio di quello di Strozza Strozzi la seconda volta vi-
« Vendesi in sospetto dalla parte guelfa del Bavero, fu con-
« chiusa a' IT di giugno in Napoli una lega tra il re Ru-
« berlo, i Fiorentini, Taddeo Peppoli dottor di leggi, con-
« servadore di giustizia e del pacifico stato della città e
« comune di Bologna, Obizzo e Niccolò fratelli marchesi
« d'Este, i Sanesi, e i Perugini, e per Firenze v' interven-
« nero come ambasciadori e sindaci Matteo degli Albizzi
« giureconsulto, e Chiarozzo di Bene di Chiaro. La lega fu
« per quattro anni a difesa comune centra del Bavero e suoi
« complici, e conlra ogn' altro che volesse entrare in Italia
« armato, o chi volesse molestare alcuno de' collegati , o la
« Chiesa ; lasciando al re Ruberto dopo che si fosse con-
« venuto della taglia, l'elezione del capitano, e che senz'altro
« congresso volendo entrare nella lega i signori di Milano ,
« di Mantova, o altri amici, vi fossero ricevuti. Non vollero
a i Sanesi esser tenuti d' andar contro alcuno loro amico ,
« e il Peppoli conlra i patti che avea con la Chiesa. Lega
« più chiara per i testimoni che v' intervennero , essendo
« fra essi Andrea duca di Calabria, Carlo duca diDurazzo,
« Ruberto principe di Taranto e d'Acaia, Lodovico fratello
« del duca di Durazzo, Guglielmo arcivescovo di Bari, Bar-
te lolommeo arcivescovo di Trani , Goffredo vescovo di
« Malta, Ugo vescovo di Suessa e Piero vescovo capua-
« chense , che per gli effetti che avesse prodotti. A' 29 poi
« di luglio che era podestà di Firenze Gherardo de' Guidoni
« da Modena, e capitano del popolo Bernardino dc'Bernar-
« dini da Città di Castello , fu dato balia per un anno »
« venti cittadini popolani a far sopra il negozio di Lucca
3bO DELL ISTORIE FIORENTINE
« lutto quello che paresse loro più profittevole , e con tanta
rt ampia autorità anche a quattordici di loro, così circa al
« comprarla , come al far guerra , pace , confederazioni e a
« trovar danari, sin con mettere nuove gabelle, che non
« vollero che di cosa alcuna avessero a render conto , o
« t.tarne mai a sindacato, e per corroborazione de'loro or-
« dini gli dettero un sigillo proprio ; onde meritan bene , e
« per la loro autorità , e per il lor mal governo , e peggior
« riuscita delle cose , che i lor nomi siano noli. Questi fu-
« rono Neri di Boccuccio (sono i Vettori) Vanni Manelti,
« Luigi de' Mozzi, Gherardo Corsini, Salveslro de' Baron-
V celli cavaliere , Pacino de' Peruzzi , Coppo di Borghese ,
« Berto di Cecco, Jacopo degli Acciainoli, Francesco di Bor-
« ghino , Bartolommeo de' Simonelti , Chele de' Bordoni ,
« Paolo degli Strozzi , Luigi Aldobrandini ( sono i Bellin-
« cìoni) Lorino di Buonaiulo (sono i Lorini] Michele
« de' Rondinelli , Giovanni di Conte de' Medici , Antonio
« degli Albizi, Taldo Valori e Uguccione de' Ricci. Costoro
« essendo inclinatissirai al fatto della compra , la fecero con-
« chiudere a' 4 d'agosto da Tommaso de' Corsini dottore,
M e da Jacopo degli Alberti , sindaci del comune nella città
<( di Ferrara , con Buonaventura da Castagneto procuratore
« d'Alberto e di Mastino della Scala; il qual Buonaventura
« vendè non solo la città di Lucca col castello dell' Agosta,
« fortezza della medesima città, ma Pietrasanta e Barga , e
« tutte r altre castella e luoghi del contado di Lucca, che si
« tenevano per gli stessi Scaligeri, eccettuandone quelli che
« cran posseduti dal marchese Spinetta, e tutto per prezzo di
•< dugentocinquantamila fiorini d' oro. E tenendosi i Fioren-
« tini ingannali altre volle dalli Sraligeri, e forse questi non
« si fidando per il denaro » , avendo gli Scaligeri mandato a
« Ferrara in potere del marchese Obizo sessanta gentiluo-
mini tra Veronesi e Vicentini con un figliuolo bastardo di
Mastino per statichi fintanto che fosse seguita la consegna
di Lucca, la Ripubblica ve ne mandò cinquanta per sicu-
rezza del pagamento , e in questo numero ne furono due
di'' venti , e diciotto tra nipoti e figHuoli degli stessi , e fra
gli altri trentasette ne furono cavalieri, e dieci donzelli. « Il
«. pagamento si dovea fare di centomila fiorini d' oro uà
LIBRO NONO. 351
« mese dopo che fossero stali consegnati gli ostaggi , e li
« centocinquantamila in trenta mesi, ogni dieci mesi la rata,
« Le condizioni furono ; che i Fiorentini dovessero dare
« aiuto di gente a chi li Scaligeri mandassero per dar loro
« il possesso di Lucca , dopo il quale non volevano esser
« tenuti alla difesa se non per fatto proprio; che facessero
« lega insieme per dieci anni, nella quale doveano i Fio-
« reiitini procurar di fare entrare i signori di Bologna , di
« Firrara e allri , ma non il re Ruberto, se non in termine
« di tre mesi dopo che ne fosse stato richiesto , e di due
« Ubertino da {Carrara. Che se Francesco Castracani o i
« figliuoli (li Caslriiccio occupassero alcun luogo del Luc-
« che^ìe dopo la consegna degli ostaggi, non fosse di pre-
« giudizio alla compra, se perù non seguisse per falta degli
« uQziali delli Scaligeri, nel qual caso si dovesse sbattere del
« prezzo a dichiarazione del marchese Obizo. Che i Fiorentini
<( e li Scaligeri per occasione della lega fossero obbligati d'aiu-
<i tarsi r un Y altro conlra i nimici di dugentocinquanta cavalli
« armati. Che i Fiorentini dovessero aiutare i nobili di Fo-
«. gliano e di Villafranca contra chi molestasse i loro castelli,
« e operare che il marchese Obizo desse il passo per il
<( Ferrarese e Modanese alle genti delli Scaligeri che an-
.1 dassero a Lucca. A' 12 poi pur d' agosto nella stessa Fer-
« rara accordarono che non si pagasse danaro alcuno della
M compra fin tanto che i Fiorentini non avessero avuto il
« possesso di Lucca e della fortezza, e il marchese promesse
« la restituzione degli ostaggi a' suoi tempi. Fu nello stesso
« giorno fatta da' sindaci della Repubblica la compra dal
M marchese Spinetta, e per Ini dal medesimo Buonaventura
« d,ì Castagneto suo procuratore, di tutti i suoi castelli e luo-
« gbi che avea in Garfagnana, i quali di numero quaranta
« nel vicariato di Camporeggiano distretto di Lucca, e venti-
« quattro nel vicariato di Castiglione di Garfagnana, per prezzo
« di dodicimila fiorini d'oro, da pagarsene un quarto fatto la
« consegna di Lucca, e gli al(ri tre quarti in trenta mesi con-
« forme al pagamento da farsi per Lucca alli Scaligeri, con
« restare tutti i medesimi castelli e luoghi in feudo retto legale
« e onorevole allo stesso marchese Spinetta e suoi figliuoli e
c< linea mascolina ; e mancando il marchese Spinetta senza fi-
3o2 dell'istorie fiorentine
« gliiioli legittimi succedesse nella mela del feudo il cava-
t liere Isinardo suo fralello, e nell' altra mela il cavaliere
« Gabriello, Antonio, Guglielmo e Galeotto figliuoli del già
« cavaliere Azzolino fratello dello Spinella e loro eredi ; dal
« qual feudo non potesse né egli ne i suoi cadere che per
« tradimento o fellonia, e così i sindaci fiorentini ne invesli-
« rono col bastone il procuratore del marchese Spinella, il
« quale procuratore ne delle ginocchione il giuramento di
« fedeltà agli slessi sindaci ». I Pisani veggendosi esclusi
da' Fiorentini nella parte della compra di Lucca, non stet-
tero a perder tempo. « Ma ancor essi in Milano fecero lega
« con Lucchino Visconti, co' Gonzaghi signori di Mantova
« e di Reggio, e con quei di Coreggio signori di Parma,
« nelle quali leghe il conte Rinieri di Donoralico è nomi-
« nato capitano delle masnade e custodia della cillà di Pisa,
« e signore generale ». Scrivono gli autori di quel tempo,
che i Pisani, olire all'aver promesso a Lucchino cinquanta-
mila fiorini d'oro perchè l'aiuto de' mille cavalieri, i quali
aveva offerto a' Fiorentini , fosse conceduto a loro , mer-
catarono anche questa amicizia, olire la sicurezza de' dodici
slalichi de' più nobili giovani di Pisa, con una somma scel-
leratezza , ' mandando prigione a Lucchino Francesco d.t
I In questo affare di Lucca, tanto ampliato dal giovane Ammirato,
così il Tecchio Scipione se ne spaccia : Nelle quali dìspute essendosi
consumalo il rimanente del tempo del gonfalone' afo dell' Acciajuoli ,
e parte di quello di Strozzo Strozzi la seconda <>olta^ fu finalmente
del mese di luglio dato balia a venti cittadini popolani a Jare sopra
di ciò tutto quello che loro paresse piìi profìtte\''ole con tanta ampia
autorità, così circa il comprarla, come HJar guerra, o pace, e con-
federazione per simil cagione , che non vollono che di cosa alcuna
eh* essi facessero, n' avessero in tempo alcuno a render conto, o starne
mai a sindacato. Costoro essendo inclinatissimi aljatto della com-
pra conchiusero per loro procuratori il partito con Mastino per du-
genlo cinquanta mila fiorini d'' oro in più paghe. Ed essendo di que-
sto maneggio mezzano il marchese di Ferrara, perchè le cose pro-
messe dall' una parte e dall' altra Jossero osservate. Martino mandò
a Ferrara per istatichi un suo figliuolo bastardo con sessanta gen-
tiluomini tra Veronesi e Vicentini, e il comune di Firenze cinquan-
ta, tra''l qual numero erano due de'' venti deputati, e diciotto tra
figliuoli e nipoti de'' rnedeòimi-, e tra gli altri trenta, de' quali setti.'
LIBRO NONO. 353
Posteria nobile cavaliere milanese con due suoi figliuoli , il
quale tornando dalla corte del papa, ove era ito a lamentarsi
de' torti ricevuti da Lucchino, e volendo venir in Toscana,
assicurato per un salvo condotto da' l'isani , e ricevuta da
loro una galea armata a Marsilia, non fu così tosto a Pisa
arrivato, che fu co' figliuoli mandato a Milano ; ove a lutti
e tre per ordine di Lucchino fu mozza la testa. Io non so-
no interamente certo se tante coso scritte da autori fioren-
tini in diverse eia delle crudeltà de' Pisani fossero tutte vere.
Ma se essi soffrirono finalmente di metter il collo sotto il
giogo fiorentino, e di cedere all'arme loro, patiranno con
egual disavventura, che in qualunque modo siano stati trafitti
dalle penne degli ingegni di quella nazione ; se non che co-
tali piaghe come da durar più , così sono da essere stimato
ancor più gravi e men tollerabili.
Oltre gli aiuti di Lucchino, ebbono i Pisani dugenlo ca-
valieri di Mantova, centocinquanta di Parma, dugenlo di Pa-
dova ( nonostante che '1 Carrara e quel da Coreggio fossero
stati aiutati da' Fiorentini ) e altri molli da' conti Guidi, dagli
Ubaldini, da' signori di Forlì, e da' simili Ghibellini di Ro-
magna e dal doge di Genova, che con trecento delle loro
cavallate, e milledugenlo soldati, oltre la fanteria, misero in-
sieme un buono e poderoso esercito. I Fiorentini sentendo
gli apparecchi de' Pisani ricorsero ancor eglino a' loro amiri
e da' Sanesi, da' Perugini, d'Agubbio, dal signor di Bologna,
dal marchese di Ferrara, da Mastino, dalle terre g'jclfe ili
Romagna, dal signor di V^olìerra, da' Tarlati, e dalle terre
guelfe di Toscana insieme con le lor genti fecero uno eser-
cito di tremilaseicenlo cavalieri e diecimila pedoni, del quale
fur cavalieri j e dieci donzelli. I Pisani reggendosi esclusi nella parte
della compra de' Fiorentini., non stettero a perder tempo. Ma tra tanto
che con ogni diligenza essi attendono ad aver per qualunque modo il
possesso di Lucca,e innanzi che mandassero alcuno a Ferrara., s"* ac-
cordarono con Lucchino avendogli promesso cinquanta mila fiorini
d' oro, purché l^ aiuto de'' mille cavalieri che aveva promesso ai Fio-
rentini, Josse a lor conceduto. Scrivono gli autori di quel tempo,
che i Pisani mercatarono questa amicizia, oltre la sicurezza de' do-
dici statichi de' pili nobili giovani di Pisa con una somma scellera-
tezza ec.
Amm. Vol. il 2.3
354 dell' istorie fiorentine
creato generale Maffeo da Ponte Curradì , ordinarono che
s' inviasse a Fucecchio. Ma prima che procedessero ad altra
novità, essendo già entrato nuovo gonfaloniere Francesco
Fiorentini, mandarono loro ambasciadori a Pisa, richieden-
do e protestando a quel comune in vigor de' patti della pace,
che non si dovesse impacciare de' fatti di Lucca, imperoc-
ché ella per legittima vendita, che n' avea fatto Mastino, era
già de' Fiorentini. I Pisani allegando, che non dovea esser
meno lecito a loro d'aver Lucca di quello che era a' Fio-
rentini, senza aspettar più tempo uscirono in campagna, e
preso il Cerruglio e Montechiaro si accamparono con tutto
il loro esercito intorno Lucca ; perchè i Fiorentini coman-
darono che le lor genti entrassono nel contado di Pisa per
costringere il campo de' Pisani a venir a difender le cose
loro. Ma perchè prendessero il Pontadera, e il fosso arno-
nico, e ardessono il borgo di Cascina, la villa di S. Savino
e di S. Casciano, e scorressono infino al borgo delle capan-
ne due miglia presso a Pisa ; e poi volgendosi per la via che
va in Valdera, penctrassono infino a Ponte di Sacco, e fa-
cessono ogni di di molle prede e arsioni, non fu mai cosa
ninna bastante a fargli levar dell'assedio; il quale essendo
posto con molta diligenza speravano avergli a dar tosto l'a-
cquisto di Lucca. Imperocché essi aveano affossato e stec-
cato con bertesche tutto quello spazio, che dalla Guscianella
verso Pontetclto mena infino al fiume del Serchio che era
più di sei miglia, e similmente tutto il procinto che piglia
dalla Guscianella inlìno a! Serchio di sopra, che non era mi-
nore spazio ; e oltre a ciò aveano tirato un altro fosso con
steccati intorno la terra, e il campo tra i detti serragli s' era
diviso in tre parti per modo che nullo potea entrare o uscire
di Lucca senza gran pericolo , poiché essendo in una quasi
certa speranza di guadagnar la terra , non volcano, benché
sentissero lutto il loro contado andarne in rovina , partirsi
da quelle mura. I Fiorentini non \eggendo riuscir loro il
disegno per infestar il contado pisano, né in quello potendosi
più iralleiiere per averlo d'ogni bene spogliato, furono so-
praggiunti da nuovi pensieri, sollecitando Mastino che essi
dovessero prender il possesso di Lucca, perché altriraente
egli ne farebbe partito co' Pisani. Onde vcime in considera-
LIBRO NONO. 355
/ione in senato V errore che s' erano messi a fare in com-
prare una città assediata, stimandola maggior superbia di
quella di quel romano che compio il podere sul quale era
attendato Annibale col medesimo prezzo che avrebbe fatto
in tempo di pace; perciocché se Annibale vinc('\a sarebbe
importato poco a colui perder i danari della compra fatta,
dove avrebbe perduto la patria, la vita, e ogn' altro bene.
Ma qual cosa sforzar 1 Fiorentini a far mercato di Lucca,
di cui per ragione di guerra non si potea ormai più chiamar
padrone Mastino di quel che si fossero i Pisaiii, che la te-
nevano assediata: e che per questo era molto meglio lasciarla
da canto, e far la guerra nel contado di Pisa. Né potersi dir
mai che i Fiorentini fossero mancati della loro parola ; per-
ciocché Mastino avea promesso di dar la città di Lucca con
le sue castella libera e spedita, e non presso che occupata
e vinta dall'arme de'nimici. Ma tutte quelle e molte altre
ragioni furono ripulfite vane, allegando quelli della balìa, che
questo sarebbe un perdere la ripulazione affatto; come se i
Fiorentini non fossero buoni a contendere co' Pisani, tante
volte superati da loro, per una causa poi tanto ragionevole:
ma che si doveano bone mandar ambasciadori al marchese
di Ferrara, il qual era mediatore del partilo, perchè si mi-
gliorassero i patti, poiché era mutata la condizione; essendo
oltre r assedio di Lucca perduto il Cerruglio e Montechiaro.
(( Questa sola sentenza andò innanzi, e gli ambasciadori ot-
« tennero che il marchese lodo; che per tutto il dì 8 di no-
te vembre i Fiorentini avessero pagato alli Scaligeri cinquan-
« tamila fiorini d'oro, e altri cinquantamila alle caien di gen-
« naio, e fossero liberali quindici ostaggi, che sette alla prima
« paga e otto alla seconda: e se i Pisani un mese dopoché i
« Fiorentini avessero preso il possesso si fossero levati d' intor-
K no a Lucca e lasciatola libera, in questo caso ne dovessero
« pagare altri centomila in termine di cinque anni , se no ottan-
« tamila con rimaner dodici ostaggi, i quali andarono poi a Ve-
« rona; e così dalla prima somma ne vennero scemati settanta-
« mila fiorini d' oro. E tra tanto li Scaligeri durando 1' assedio
« di Lucca fossero obbligati di tener al lor soldo in aiuto dei
« Fiorentini quattrocento cavalieri per sei mesi, e continuan-
M do il bisogno tornare a mandargli secondo che dicesse il
356 dfll' istorie fiorentine
« marchese ' ». Conchiuse queste cose furono creati dodici
cittadini per consiglieri della guerra, i quali andato a trovar
il capitano, gli portarono ordine per parte dei venti, che
dovesse condur 1' esercito sopra Lucca, veder di prender il
possesso della città, introdurvi dieci mila fiorini d' oro per
le paghe de' soldati che v' erano per Mastino, i quali ne do-
veano uscire, e lasciarvi trecento cavalieri e cinquecento fanti
de' Fiorentini. L'esercito entrato in sul Lucchese parie per
la via di Valdinievole , e parte per Altopascio , s'accampò
sul colle delle donne, prese il possesso di Pietrasanta e di
Barga , ebbe molte scaramucce co'nimici, i quali ridotto i
tre campi in uno, s'erano posti a S. Romigno e in S. Gen-
naio, e con cenni di fuoco fatti a' Lucchesi, avendo in un' ora
medesima con quelli di dentro assaliti i ripari e superatili ,
introdussono il nuovo presidio. Arriguccio Pegololti fuoru-
scito fiorentino, e sindaco per Mastino a questa solennità,
consegnò la possessione del castello dell' Agosta e della
città a Giovanni de' Medici, a Naddo Rucellai , e a Rosso
de' Ricci sindachi per lo comune di Firenze. De' quali Gio-
vanni de' Medici, che vi dovca rimanere per capitano, fu
fatto cavaliere: il Rucellai e il Ricci presono come camar-
linghi la cura di pagar le masnade a cavallo e i fanti, e di
provvedere per la grascia, con somma allegrezza che si fosse
alla fine acquistato il tanto desideralo possesso di quella città,
la quale poco tempo aveano a godere.
Parendo a quelli della balla, che per lo possesso preso
della terra, si fossono anche impadronili del campo de' ni-
mici , entrati in una confidenza di se stessi maravigliosa, or-
dinarono che il campo scendesse al piano verso Lucca, e
che in ogni modo si venisse al fatto d'arme: comandamento
J Ecco le parole della prima edizione. Questa sola sentenza andò in-
nanzi\ e gli amhasciadori ottennero che dalla prima somma si scemas-
sero settanta mila scudi, sicché la compra rimanesse per cento ottan-
tamila; cento de' quali si dov'esser pagare injra un anno, per il qual
conto dove\fano rimanere ventisette stalichi, e il resto in cinque ;
per i quali entrava malleva lore il marchese di Ferrara, e il signor
di Bologna; e tra tanto Mastino Jin che durasse l' assedio, Josse ob-
bligato tener a suo soldo cinquecento cavalieri nel campo de'' Fio-
rentini.
LIBRO NONO. 357
nel quale infallibilmente si scorge il fallo di chi governa ;
perciocché o il capitano eletto intende il bisogno della guerra,
e se gli deve lasciar la potestà libera, o egli non è suffi-
ciente, e non si dee patire che con tanto pericolo sia pro-
posto alla cura d'un esercito. Fu ubbidito subitamente l'or-
dine de' venti; e del primo d' ottobre si scese al piano, es-
sendosi la notte accampati alla Ghiaia a meno d'un miglio
presso al campo de'nimici; nel secondo fecero la spianata;
di che accorgendosi i Pisani non solo non impedirono il la-
voro, ma spianato ancor eglino una parte del loro steccato,
richiesono i Fiorentini della battaglia, la quale accettata che
fu, attese ciascuno a metter le genti in ordinanza. Maffeo
fece di tutto 1' esercito due schiere , la prima di mille du-
gento cavalieri, e in questa mise Bonetto tedesco con le genti
di Mastino, Giberto da Fogliano, Frignano da Sesto con un
signor alamanno , e tutte le genti di Siena, delle quali molti
donzelli si feciono quel dì cavalieri, e a' fianchi 1' aggiunse
tremila balestrieri, riserbando il guidar questa parte a sé me-
desimo. Nella schiera grossa pose il resto de' fanti con mil-
lesecento cavalieri, l'insegna reale de' quali portava Gian
della Vallina cavaliere borgognone, e quivi era Tarlato, un
figliuolo del signor di Volterra, e cittadini fiorentini di grande
autorità Alberlaccio da Ricasoli, Giovanni della Tosa, Fran-
cesco Brunelleschi e Berna de' Rossi. I Pisani avendo mag-
gior numero di cavalieri fecero tre schiere; 1' una de'feditori
di ottocento cavalieri fasciala da molli balestrieri genovesi e
pisani; l'altra di mille ottocento sotto il governo di Giovanni
Visconti figliuolo di Lucchino, che fu la schiera grossa, e l'ul-
tima di quattrocento, la quale fu posta a guardia degli stec-
cati, perchè le genti che erano uscite di Lucca non assalis-
sono il campo, a cui propose Ciupo degli Scolari, che quel
dì si fece cavaliere, e Francesco Castracani. Chi si fosse il
capitan generale di queste genti non apparisce. Ordinate in
questo modo le schiere , e ricordate da' capitani a' soldati
quelle cose che stimarono necessarie per infiammarli a por-
tarsi valorosamente, fatto il cenno delle trombe, fu attaccata
la battaglia Ira i primi squadroni: l'incontro de' Pisani ben-
ché fossero meno gente, fu mollo feroce, tanto che ripinse
addietro per buono spazio la schiera de' Fiorentini, ma non
358 DELL ISTORIE FIOREXTI.NE
durando rao'to questo impeto, perciocché i balestrieri mi-
schiali tra loro davano gran travaglio a' cavalli, e tuttavia se
ne vedeva cader alcuno per terra, incominciarono con molto
d sordine a ritrarsi, parte rifuggendo alla seconda schiera e
parte salvandosi dentro gli steccati. Onde la battaglia rimase
tra la prima schiera de' Fiorentini vittoriosa . e la seconda
{grossa de' Pisani, dove era Giovanni Visconti. Quivi fu una
lìera battaglia e durò buono spazio senza conoscere da qual
parte pendesse il favor della fortuna Ma essendo abbattuta
r insegna di Lucchino e Giovanni il qual combatteva tra'pri-
rai essendo fatto prigione, e con esso Arrigo figliuolo di Ca-
slruccio e Bardo Frescobaldi fuoruscito di Firenze con al-
quanti giovani della nobiltà pisana, già si potea chiaramente
conoscere che la vittoria era dal lato de' Fiorentini, ancora
che i nimici levando su un altro stendardo de' Visconti sì
sforzassero di rimetter 1' ordinanza, e di star fermi nel luogo
loro. Ma questo sforzo fu finalmente ancor rotto dall' osti-
nazione de' vincitori ; onde pensando ciascuno a salvarsi, parte
si pose a fuggire per quella via che prima gli mostrava in-
nanzi il timore, e parte si raccolse con più ordine alla schiera
di Ciupo. il quale avendo in guardia la cura del campo, per
amcndue le rotte delle sue schiere, non s' era mai voluto
muover di luogo. Ma veggendo i Fiorentini sparsi dietro la
caccia de' suoi, pensò esser venuto il tempo che egli potesse
esser d' alcun beneficio all' impresa perduta. E per questo
ordinò a certi saccomanni e ragazzi del campo, che metten-
dosi tra la schiera grossa e tra la salmeria de' Fiorentini, la
quale aveano innanzi al fatto d' arme fatta caricare, levassero
voce che la schiera de' feritori fiorentini fosse rotta. Coloro
i quali erano a guardia delle bagaglio udendo questo romore,
e credendo per questo che i feritori che correvano dietro al
nimico fuggissero, ancora che la schiera grossa fosse intera,
e non punto entrala nel fatto d' arme, si diedono bruttamente
a fuggire: la qual cosa mise in disordine quelli della schiera
grossa , né per mollo che da'capi fosse gridato che ciascuno
tenesse il suo luogo, e che fossero feriti e ammazzati alcuni
di coloro che più vili degli altri aveano anticipato la fuga ,
fu possibile a fermarli. Onde Ciupo non giudicando che fosse
più da star a bada, lasciando andar via la seconda schiera,
LIBRO NONO. 359
percosse ne' feritori, divisi tulli per essersi sparsi seguendo
i niraici, e stanchi per aver corabatluto ilutì volle; onde egli
fu facile il superarli; avendo olire a ciò Iclicemcnle riscosso
tulli i prigioni, eccello il Visconli, il quale menalo alla schie-
ra grossa se n'andava a Pescia. Questa fu la batlaglia falla
Ira i Fiorenlini e i Pisani per 1' infelice acquisto di Lucca;
nella quale come che non restassero morti più di trecento,
né prigioni molto piìi di ottocento, e fosse certo che de' Pisa-
ni fosse morto molto maggior numero , nondimeno si potè
chiaramente conoscere che la riputazione di chi resta nel cam-
po, e non il numero de' morii o de' prigioni è quella che dà
le vittorie. Non morì in questa battaglia persona di conto, altri
che Frignano da Sesto, e certi conncslobili di Mastino e del
marchese di Ferrara , i quali si portarono valorosamente. Ja-
copo Gabbrielli, il quale era venuto con le genli d'Agubbio,
fu fallo prigione fuggendo in Lucca; ove Tarlalo similmente
fuggendo si era salvalo. Furono falli prigioni combattendo
nel mezzo dei niraici il capitano generale , il figliuolo del
signor di Volterra, Bonetto tedesco, e i quattro fiorentini
nominati di sopra con alcuni nobili sanesi ; benché molti di
costoro si fossono poi fuggili di Pisa senza pagar le taglie.
In Firenze udito il successo della batlaglia, ma non saputi
di essa i particolari , la lurbazione fu grande , e fecesi guar-
dia di notte e di giorno , come s' aspettasse il nimico vinci-
tore alle mura. Ma poiché il seguente giorno s' intese il
poco numero de' morti e de' prigioni, che Lucca non era
perduta , ma si teneva tuttavia francamente , e che gran parte
dell'esercito s" era ridotto a Pescia, s'apersono le botteghe
che erano serrate, ciascuno tornò a far il suo mestiere, e i
venti riprendendo animo con tutta la Repubblica incomin-
ciarono a far nuove provvisioni. Scrissero al re Ruberto
che gli riat'esse conceder loro uno de' suoi nipoli, e per
aver le mani in più luoghi, dubitando che il re già vecchio
non fosse per entrare in queste contese, avendo altre volle
dissuaso a' Fiorenlini l'impresa di Lucca, scrissono in Avi-
gnone a' lor mercanti , che nella venula che facea in corte
il duca d' Atene , il quale era fama , che partendosi di Fran-
cia per venir in Italia , era per andar a baciar i piedi del
pontefice in Avignone, facessero opera di condurlo per lor
360 dell" ISTOKIE FlOnEMTINE
capilano. E sopra tulio s' altese ad aver danari , e a soklar
nuove genti forestiere. Erano appena finite di far queste prov-
visioni, che vennero alla Repubblica ambasciadori del mar-
chese di Ferrara, il quale consolando i signori della rotta ri-
cevuta, profferiva in lor servigio oltre le forze e lo stato, la
persona sua propria, o quella del fratello. Poco poi giunsono
quelli di Mastino, e alquanto innanzi erano venuti quelli del
signor di Bologna , che feciono i medesimi uffici, a' quali tutti
furono rese infinite grazie, accettando in parte la prontezza
delle loro proferte, e riserbandosene a servire a tempo nuovo.
Tra tanto prese il sommo magistrato Lapo Sirigatti , ma dal
nome del padre, che si chiamò Niccolino, delti poi Niccolini.
« Il quale co' priori per trattar co' Lucchesi come con sud-
« diti, levò loro ogni rappresaglia, e dette licenza che po-
« tessero venire , e slare liberamente in Firenze. Ma non
« rilardando i travagli che si aveano per le cose di Lucca,
« le provvisioni per la quiete e buon governo d' Arezzo ,
« furono imborsati una mano di cittadini slimati de' più pru-
« denti , perchè ogni due mesi ne fossero tratti due e an-
ce dassero a risedere in quella città come ambasciadori , e
« avessero 1' occhio che il podestà e capitano con gli altri
« ufiziali facessero bene il loro uficio. Conforme all' accor-
« dato nella compra di Lucca Giovanni Gianfigliazzi, Jacopo
« degli Alberii e Romolo di ser Trircolo notaio , sindaci
« della Repubblica trovandosi in Verona fecero lega a' 22
« di novembre per dieci anni con Alberto e Mastino della
« Scala, co' marchesi Obizo e Niccolò da Este e con Taddeo
« Peppoli signor di Bologna a difesa comune senza pregiudi-
« zio della lega fatta altra volta, dichiarando che se Ubertino
« da Carrara avesse mosso guerra ad alcuno de' collegati ,
a gli altri dovessero aiutare il collegato attaccato , ma non
« si fosse già obbligalo se alcuno de' collegati la rompesse
« al Carrara. Prese poi a mezzo dicembre il gonfalonerato
((. Gherardo Corsini , e al principio dell' anno 1342 che era
« capilano del popolo Pietro figliuolo d' un altro Pietro da
« Bolsena, venne nella città per nuovo podestà Pino de' Gab-
« briclli d' Agubbio. »
In questo tempo arrivarono in Firenze due ambasciadori
del re Ruberto, uomini molto principali, fra Giovanni arci-
LIBRO NONO. 36i
vescovo di Corfù e Giovan Barile cavaliere, gran razionale
della camera regia; i quali introdolli nel senato richiesono
a' senatori in nome del lor re la possessione e signoria della
città di Lucca, conciò fosse ella sua infin dall'anno 1313,
che quel comune di sua libera volontà se gli era dato, e che
quando Uguccione della Fagiuola gliela rubò , egli vi tenea
per suo vicario Gherardo da S. Lupidio Marchigiano , come
a molli di essi Fiorentini potea esser m.inifeslo. Che facendo
ciò eglino , come alla loro antica amicizia s'aspettava, il re
promettea loro tutte le sue forze per mare e per terra per
vendicarsi de' Pisani ; e in ciascun' altra impresa che i Fio-
rentini volesser tentare. Credesi che il re facesse questa do-
manda, non tanto per desiderio o speranza che avesse
d' aver Lucca , quanto che non volendo i Fiorentini accon-
sentire alle sue domande, egli fosse legittimamente scusato,
se non mandava loro alcuno de' nipoti, ne rispondea con
altra sorte d' aiuto alle loro richieste. Ma i Fiorentini accor-
gendosi del pensiero del re, e desiderando dopo tanti tra-
vagli di rimaner vincitori dell'impresa, piìi per riputazione,
che per il dominio di Lucca, il quale nondimeno avendolo
il re, speravano un giorno di aver a conseguir da lui con
nuova moneta , risposono esser presti a dar ad un re, a cui
aveano altre volte dato la signoria della propria lor città,
quella di Lucca; e alle parole aggiunsero gli effetti. «Perchè
« Ventura Monaci uno degli otto sindaci del comune eletti
« a' 13 di gennaio per darne il possesso a gh ambascia-
« dori e procuratori del re, alla presenza del gonfaloniere
« Corsini e de' priori, disse alli ambasciadori che il comune
« di Firenze teneva la città di Lucca e suo contado per
« il re fin a tanto che gli stessi ambasciadori ne piglias-
« sero la corporale tenuta, e in segno di ciò ne dette loro
« il bastone ». A questa funzione uno de' testimoni fu Nìc-
cola degli Acciaiuoli , onde non so perchè il Villani se lo
metta ambasciadore. Mandati poi i sindaci con gli amba-
sciadori del re a Lucca , li feciono con tutte le solennità che
si ricercavano consegnare il possesso della città, essendo
r assedio alquanto allargato per la difficoltà e asprezza della
stagione. Fornito che ebbono, gli ambasciadori se n'anda-
rono a Pisa, richiedendo quella signoria da parte del re
362 dell'istorie fiorentine
Ruberto a levarsi dall' assedio di Lucca , la quale era sua ,
perchè altriraenli egli sarebbe stato costretto difender le cose
sue da chiunque cercasse occupargliele. I Pisani stimando
queste essere un ingatuio fatto loro dal re ad instanza de' Fio-
rentini, dissono che risponderebbono al re per loro ambascia-
dori, i quali di presente manderebbono alla Maestà sua; e
tra tanto attesone maggiormente a strigner l'assedio, dubi-
tando al tempo nuovo d' aver contro anco le genti regie. I
Fiorentini non conseguendo per tanta loro liberalità , cosa
che volessero, mandarono nuovi ambasciadori al re pregan-
dolo , poiché essi tanto pronlaracnlc aveano dato il domi-
nio di Lucca alle genti sue, a mandar loro uno dei suoi
nipoti per capitano con alquante genti ; perchè di questa im-
presa, della quale l'utile, e il beneficio tornava a lui, ne
restassero essi vincitori almeno per segno d'onore, e per
ricuperare la riputazione perduta nella passata rolla. Il re
benché desse intenzione agli ambasciadori di dover mandare
in aiuto de' Fiorentini il duca d' Atene con seicento cava-
lieri, de' quali la metà avesse a pagarne la Repubblica, e
ella non potendo far altro ne rimaneva contenta, né questo
finalmente volle osservare ': rammaricandosi i venti di que-
sto torto, che parca loro ricever dal re, con Mastino, fu-
rono da lui confortati a spiccarsi dall'amicizia del re, mo-
strando non mai esserne venuta loro miglior occasione che
al presente. Perciocché il Bavero era calato a Trento, e
egli mostrava che se i Fiorentini si congiungevano conl'im-
peradore assai presto arebbono fatto conoscere al re Ruberto
quanto ingratamente s' era portato ad abbandonar gli antichi
amici in così importante bisogno, e che egli per facilitar que-
sta impresa inducendosi i Fiorentini a mandargli ambascia-
dori, li farebbe accompagnare da ambasciadori suoi, e si
rendea sicuro, che troverebbono maggior fede nell'impera-
dore di quella che nel re non aveano trovata; si fattamente
che come non fosse mai egli stato colui, il quale avea messo
i Fiorentini in queste difìTicoltà, li dispose a mandar due
ambasciadori al Bavero per aiuto. « Non avendo alcun ri-
' Qui manca : onde avendo j>reso il gonfalonerato Gherardo Cor-
sini^ ed essendo già entrato l' anno i34a, rammaricandosi i venti ec.
LIBRO NONO. 363
<< guardo alla lega falla il giugno passalo in Nupoli nominala-
(( mente centra del Bavero, o di chi altri fusse voluto ve-
« nire armato in Italia ; tanta forza ha d' ordinario il desi-
« derio di superar 1' apparenza del dispregio. Impediva la
K guerra che si avea co'Pisani il transito alle mercanzie olirà-
« montane che venivano per i Fiorentini : perchè furono
« eletti sei cittadini per trattar accordo co' Genovesi e co'Sa-
« nesi, e con questi per farle venire al porto di Talamone,
« 0 alla spiaggia di Grosseto. Nel gonfalonerato di Maso
« dell' Antcila giunse opportunamente in Firenze Malatestii
« de'Malatesli da Rimini, stato fin sotto i 12 di febbraio eletto
« capitano generale di guerra per sei mesi , avendo con se
« dugento cavalieri de' migliori uomini di Romagna e della
« Marca ' , e tra essi alcuni ollramonlani, con dugento fanti
per guardia della persona sua; il quale fu ricevuto dalla città
con somma allegrezza e onore, sì perchè confidava molto
nel valor suo, e sì perchè scoperto di que' giorni un trattato
convenne mozzar il capo a Schiatta Frescobaldi , e condan-
nar per ribelli Paniccia e Jacopo della medesima famiglia,
Biordo e Giovanni de' Bardi, Antonio degli Adimari e Bindo
de'Pazzi; talché nell'esecuzione che s'ebbe a fare di tali
sentenze per frenar i tumulti che poteano nascere, non par-
ve punto fuor di tempo la sua venuta.
Acquetalo in questo modo il movimento di dentro, s'at-
tese alle cose di fuori, mettendo in ordine l'esercito per li-
berar Lucca dall' assedio. Alle quali provvisioni fu tanto
pronta la diligenza di quelli delia balia, che essendo appunto
la domenica dell' ulivo , si diedono l' insegne dell' esercito :
nel quale erano stali annoverati quattromila cavalieri e die-
cimila fanti pagati senza i contadini e distrettuali. Il dì se-
guente, non meno celebre per la festivilà della Nunziata,
l'oste ebbe ordine che si muovesse per andarne in Valdi-
nievole. Tre giorni dopo s'accampò, parte sul poggio di Gri-
gnano e parie sul colle delle donne, ove fu 1' altra volta, con
grande espetlazione d' ogni uomo, che sì potente esercito
' Dice il testo: e ^frattanto giunse opportunamente in Firenze
Malatesta d' Arimino con dugento cavalieri de' migliori uomini di
Bomagna e della Marca , e tra essi ec.
364 dell' IStOftlE FIORENTINE
dovesse senza fallo rimuover l'assedio dì Lucca. Ma il ca-
pitano essendo entrato in speranza di corromper i soldati
de'nimici, consumò tutto il resto del gonfalonerato di Masct
e parte di quello di Francesco Acciaiuoli la terza volta suo
successore, senza far cosa alcuna degna di memoria. Impe-
rocché Nolfo da Montefeltro generale de' Pisani, figliuolo già
del conte Federigo, facendo pascere di vane speranze Mala-
lesta, che era suo parente, avea care le dilazioni, come quegli
che avendo meno genti non facea per lui il comI)atlere, ol-
tre che era corto a Lucca andar tuttavia mancando la vetto-
vaglia; quindi fu messo in proverbio per somiglianza del
giuoco degli scacchi, che Malatesta avca trovalo il rocco a
petto del cavallo. Di questa tardanza si disse che ne fossero
anche in parte stati cagione i Fiorentini medesimi ; mentre
per un contrasto nato tra loro stavano sospesi, se dovevano
accettare una proferta de'Pisani; i quali pure che Lucca fosse
lasciata loro in pace, si profferivano di pagarne il prezzo dei
centoottantamila scudi, che i Fiorentini erano debitori a Ma-
stino, in sei anni. E oltracciò si obbligavano di dar ogni
anno per omaggio per S. Giovanni diecimila fiorini d' oro,
e un palio con un cavallo coperto di scarlatto di valuta di
dugento fiorini d' oro. Alle quali proferte come che tutti
quasi acconsentissero, fu nondimeno tanta l'autorità di Ben-
civenni Rucellai stato gonfaloniere l'anno 1326 e padre di
Naddo, il quale era camarlingo in Lucca, potentissimi citta-
dini amendue , e molto cari al popolo, che elle furono rifiu-
tate, e convenne che l' impresa si seguisse, riprendendo gra-
vemente il capitano, che con le sue dilazioni avesse dato
occasione a queste intempestive dispute, quando si dovea
menar le mani più che la lingua ; perchè gli fu fatto ordine
che senza perder momento di tempo movesse il campo verso
i nimici, che che avvenir ne potesse. Nel qual tempo furo-
no recitate lettere in senato di Guglielmo Altoviti capitano
d'Arezzo, per le quali avvisava; come s'era scoperto un
trattato che Piero Tarlati in compagnia di Ridolfo di Lu-
xeraburgo e di Guido e d'altri di quella famiglia aveano vo-
luto ribellare Arezzo; che egli s'era assicuralo de' congiu-
rati , i quali avea in prigione , e che per ciò la Repubblica
comandasse quello che in ciò s' avesse a eseguire. 1 senatori
LIBRO ?J0>0. 303
fecero venire i prigioni in Firenze, e tenuti lungo tempo car-
cerali nel proprio palagio de' priori, furono più volte per con-
dannarli a morte. A Giovanni de' Aledici fu scritto in Lucca
che sotto cortese prigione tenesse sollecita guardia di Tar-
lato. Riljcllaronsi nel medesimo tempo gli Ubaldini , i quali
con alcune genti di Lucchino si posono ad assedio a Firen-
zuola, ruppono un condottiere della casa de' Medici mandato
in soccorso degli assediati, e finalmente presono e arser la
terra, sopra della quale riposono e fortificarono Montecolo-
reto, e ebbono Tirli per tradimento: « le quali insolenze e
« rubamenti volendo reprimere in qualche maniera , dettero
« la carica di vicario di là dall' alpi con ogni autorità al conte
« Guido da Battifolle ». Gli libertini e i Pazzi ribollarono
Castiglione, Campogiallo e la Treggiaia. « Diversamente trat-
« lava il conte Marcovaldo da Dovadola, non solo nimico
« de' Fiorentini, ma taglieggiato da loro fin l'anno passato:
« perchè desiderando di tornare in grazia della Repubblica
« compromesse in sei cittadini fiorentini ogni sua differen-
« za. Questi avuto considerazione al conte Ruggieri suo
« padre e a' suoi antecessori, che furon sempre devoti al po-
« polo fiorentino, l'assolvettero dal bando della testa, e
« da ogn' altra pena nella quale fosse incorso per essere stato
« nella congiura de' Bardi. Gli liberarono ancora alcuni po-
« poli i quali erano stati messi a' libri della camera del co-
« mune, come cosa della Repubblica, alla quale vollero che
« restasse libero quello che il conte pretendeva su' popoli
« di Valdarno ; proibendo al conte e a' suoi eredi il poter
« ricevere in alcun modo, e sotto qualsivoglia colore e ti-
« tolo che importasse servitù, alcun suddito della Repubblica,
« e che fosse obbligato co' suoi successori a offerire ogn"an-
« no per la festa di S- Giovanni Batista di giugno un palio
« di seta alla chiesa del santo in Firenze in seguo d' osse-
« quio e di riverenza, ma non già di soggezione, verso il
« comune di Firenze, col quale dovesse far lega perpetua,
« con obbligazione di far sempre conlra nimici della Rrpub-
« blica quel che i Fiorentini avessero voluto, e a questi di
« difendere il conte e i suoi luoghi da chi si fosse ». Oltre
queste cose di fuori vacillò mollo il credilo de' mercanti fio-
rentini, laiche fallirono Peruzzi , Acciainoli, Bardi. Bonac-
36ti dell' istorie fiorentine
corsi, Cocchi, Ant(;llesi, da lizzano, Corsini, Castellani, e
Perendoli, e con esso loro molti altri di minor conio. Il clic
avvenne perchè sapulo in Napoli, che i Fiorentini aveano
contratto o erano per conlrarre amicizia col Bavero, e du-
bitando per questo, che quella città non diventasse ghibel-
lina, e discostasscsi al tutto dall' amicizia del re, i baroni e
signori che aveano i loro danari depositati ne' banchi e com-
pagnie de' Fiorentini, rivollono tulli insieme subitamente il
loro. Nel mezzo di questi scompigli avendo Malatesta avuto
r ordine di muoversi, il nono di di maggio, « che in Firen-
« ze era capitano di custodia Rodolfo da Varano di Came-
« rino, e capitano del popolo Guglielmo dì Ciuccio d' Assi-
« si » scese nel piano, e accarapossi a S. Piero in Campo
di costa al Serchio, avvicinandosi a due migJa presso a'ni-
raici, con poco felice augurio di quello cbe avea a succe-
dere, perciocché le masnade de' Tedeschi rubarono il pro-
prio campo de' Fiorenlini, da' quali erano soldati. Giunse
nondimeno in quel giorno il duca di Tecchi, il Borgomastro
c'I Porcaro, baroni del Bavero, con cinquanta annadure e ven-
ticinque cavalieri a spron d' oro, che per piccolo numero fu
tenuta bellissima gente. Nel medesimo dì con cento cavalieri
franzcsi arrivò medesimamente il duca d' Atene condono da
Uguccione Buondelmonti e da Manno Donati; la cui giunta
fu tanto più cara quanto si sapea che egli v'era venuto
senza chiederne licenza al re ; a cui arrivalo che egli fu a
Napoli, e veduto che il re non si disponeva ad aiutar i Fio-
renlini, avea dato ad intendere che egli si melica a ordine
d'arme e di cavalli per voler passare in Grecia ad acquistare
il suo stato. Il seguente giorno mollo {)er tempo Malatesta
ordinò le schiere, e con quelle in ordinanza s'inviò un mi-
glio e mezzo verso i nimiei, ricercandoli di battaglia, la quale
non vollono accettare ; perchè non potendo egli sforzarli,
pensò d'andare ad assaltar un batiifoUe, che i Pisani avea-
no fallo sul eolle di S. Quirico per guardia del poggio e del
ponte. Ma avendo a passar Ire rami del Serchio, nel terzo,
il quale era mollo ingrossato per acqua ritenuta per i nimiei,
trovò tali difficoltà, che quella sera noi potè passare; e aven-
dovisi a fermar la notte, vi ricevette molte molestie, non
solo dal mancamento della vellovaglia, e dal disagio dell'ai-
LIBRO NONO. 367
loggiare, ma eziandio dagli assalti de' Pisani. 11 dì appresso
avendo la nolte fallo fare un ponte di legname, passò il fiu-
me, e accostossi al colle per combatter il baltifolle ; ma i
Pisani sapendo di quanta importanza era difender quel pas-
so, vi mandarono buona parte dell'esercito; la quale avute
più scaramuccie co' Fiorentini, li costrinse lasciandosi addie-
tro il colle di S. Quirico, ad accamparsi sopra un poggio
incontro al prato di Lucca; non avvertendo di scender a!
piano verso il prato, per la qnal via avrebbe potuto fornir
la terra delle cose necessarie, e forzar il nimico a disloggiare,
non avendo da quella parte fatto chiusa ne fortezza alcuna.
Perchè perdendo inutilmente quei giorno, e dato tempo al
nimico di poterla notte fortificare il baltifolle di S. Quirico,
e di sleccar molto bene il prato presso al Serchio, e di con-
durvi quasi tutte le genti per difesa ,• tra per queste provvi-
sioni, e perchè la nolte sopraggiunsc grandissima pioggia
dal cielo, quando poi volle non potette passar o!tre e far
cosa alcuna di momento. Perde pt'r questo tempo quattro
giorni in quel luogo, aspettando che l'acqua scemasse. Nei
quinto r aria alquanto si rasserenò, e Bruschino capitano dei
Tedeschi ebbe ardimento di passar il fiume, e di appiccar
animosamente la scaramuccia co'nimici. Il medesimo fece il
duca d'Atene, il cui esempio essendo seguitato da molti, in
breve oltre queste compagnie di cavalli, più di millecinque-
cento pedoni si trovarono aver passato il Sinhio. Costor(^
ruppero gli steccati di nuovo fatti, misero in fuga i nimici,
e se non fossero slati ritenuti dalle tenebre della nolle che
venne, o se nel principio fossero slati sfguilali da tutto il
campo, non era dubbio che quel dì avrobbono rollo i Pisani.
Malatesta fece sonar a raccolta, e i Pisani avendo la nolte
con grande affanno e sollecitudine fortificato gli alloggiamenti,
e essendo aiutali dalla pioggia, che fece ingrossar il Serchio,
aggiuntavi la dappocaggine o la mala fortuna de' Fiorentini
0 de'lor capitani, privarono al tutto i nimici d'ogni speranza
d'aver a soccorrer più Lucca. Per la qualcosa il dicianno-
vesimo giorno di maggio, ripassato il fiume, per la via d'AI-
topascio, onde eran venuti, vituperosamente tornarono indie-
tro. Pure cercando per alcun modo di riparare alla ricevuta
vergogna, il ventunesimo s'accamparono sopra il Cerrualio;
368 dell' isToniE fiorentine
ma né in quello si portarono più felicemente, perciocché da-
togli alcune battaglie in vano, e non facendo alcun profitto,
pieni di doppia vergogna e di scorno passarono nel Valdar-
no. Partironsi poi di Fucecchio il nono giorno di giugno
duemila cavalieri con molti pedoni, e cavalcarono sul con-
tado di Pisa danneggiando il paese, ove, quanto successe di
buono in quella impresa, feciono prigioni cencinquanta cava-
lieri, che i Pisani mandavano a Marti; frutto nondimeno molto
leggiero di cotanto apparecchio e di si grande spesa, quanto
fu messa da' Fiorentini in questa ultima guerra. « Perchè
« trovandosi in bisogno d' aver danari ebbero in Firenze ri-
« guardo sopra molte famiglie tanto della città che del con-
« tado, alcuni delle quali , nonostante il viver quietamente ,
« erano siali descrilti nel numero de' grandi, e ora con pa-
ce gar ccrla somma di danari fiiron rimessi Ira' popolari. Mes-
ce sero anche una gabella sopra i fuochi della città e de'bor-
(( ghi, la quale fu chiamala de' Fumanti, e era ch'ogni capo
« di famiglia dovesse pagar certi danari il giorno. Erano in
« questo mentre comparse in senato lettere scritte de' 2 di
« maggio dal collegio de' cardinali adunato in Avignone per
« creare il nuovo papa, essendo morto il buon Benedetto,
« nelle quali esorlavano e pregavano i senatori a voler far
« pace co' Pisani mandando a questo effetto Guglielmo ve-
ce scovo di Lucca e Guido vescovo, mi par che dica di Cagli,
ce Poco appresso arrivò un breve de' 10 dello stesso mese,
ce scritto per il medesimo effetto dal nuovo papa chiamato
ce Clemente VI , al quale premendo pure che questa pace
ce si facesse, non aspelU') d' esser coronato, e perciò diceva
ce nel breve, che non si maravigliassero se nel piombo della
;e bolla non era il suo nome, costumandosi di così fare dagli
ce eletti pontefici avanti la solennità della loro benedizione
ce e coronazione. Vacava in questo tempo la chiesa (ìoren-
<e lina per morte del vescovo Francesco, e il capitolo avea
'c eletto Filippo dell' Antella prior della chiesa di S. Piero
<c Scheraggio contro l'ordine di [lapa Benedetto, che se n'era
u riserbata 1' clczio'ie ; onde Clemente annullando tale ele-
ce zione dette il vescovado a frale Agnolo ( questi è degli
ce Acciainoli) fiorentino slato vescovo dell' Aquila, e scrisse
(c a' 26 di giugno alla signoria, della quale era capo Luigi
LIBRO NONO 369
« Aldobrandini, che lo volesse ricevere. Volevano i padri
« favorire e aiutare i marchesi Obizo e Niccolò d'Esle, per-
« che conseguissero dalla Chiesa in vicariato la città di Fer-
« rara; elessero però Francesco degli Acciaiuoli, Simone
« dell' Antella, Alessandro de' Bardi e Sandro degli Alloviti
« per andare in Avignone a supplicarne in nome della Re-
te pubblica papa Clemente e '1 collegio de' cardinali, e a pro-
« mettere che i marchesi ne paghcrebbono diecimila fiorini
« d' oro di conio di Firenze di censo, e che sarebbero fe-
« deli a sua Santità; la quale contentandosene, sarebbe presa
« dal sindaco de'Fiorenlini la terra d'Argenta dagli stessi
« marchesi per guardarla alla Chiesa o per l'arcivescovo di
« Ravenna ». Veggendosi intanto quelli ' eh' erano in Lucca
abbandonati dal soccorso aspettalo, e ridotti a molto estremo
di vettovaglie, impetrala da' Pisani la salvezza delle loro per-
sone con ciò che vollono trarre % lasciarono Lucca. c< La
« quale fece pace co' Pisani con patti che si liberassero i
« prigioni fatti in quella guerra dall' una parte e dall' altra,
« e nominatamente dovessero i Pisani liberare Giovanni della
« Tosa cavaliere fiorentino ; che per il termine di quindici
« anni i Pisani avessero la guardia del caslello dell' Agosla
« della città di Lucca, e della medesima città e borghi, come
« di Pontetelto e della torre di IMontuolo, e tutto a spese
« de'Lucchesi, a' quali restava per altro il governo, l'entra-
« te, l'elezione degli ufiziali forestieri, e in ogn' altra cosa
« libertà. E passali i quindici anni i Pisani doveano restituir
:( loro la detta guardia, lasciandogli in tulio e per tutto li-
« beri, obbligandosi nello slesso tempo i Pisani di non dare
« né alienare la detta guardia a persona per qualsivoglia ri-
« spetto ».
Questo infelice fine ebbe la seconda volta l' impresa di
Lucca: la quale dannosa al pubblico e al privato, si tirò
dietro assai prestamente mali molto maggiori. 1 Fiorentini
veduta riuscir male quest' ultima guerra, e quel che parca cosa
più dura l'essersi scoperti amici del Bavero, ancora che li-
' Per la qual cosa veggendosi quelli di' erano ec. Prima Ediz.
2 L' undecimo giorno di luglio nel gonfalonerato di Luigi Aldo-
brandini rendettero Lucca a' Pisani. Prima Ediz.
Amm. Vol. II. 2*
370 dell'istorie fiorentine
cenziato il duca di Tecchi con gli altri baroni non avessero
voluto procedere ad altra lega e confederazione insieme, veg-
gendo scemata per questi accidenti la riputazione, e cresciuti
i debiti non solo nel pubblico, ma nel privato per cagione
di tanti fallimenti avvenuti; i fatti d'Arezzo per il successo
de' Tarlati non andar molto securi, e tra i medesimi cittadini
esser poca concordia , imperocché i grandi e il popolo mi-
nuti) eran tenuti esclusi dagli ufici, e dello stesso popolo
grasso non tutti viver contenti; aveano pensato di provvedere
in parte a' lor mali, con aver infln l'ultimo di maggio eletto
per conservadore e protettore della città e contado, come
anche delle città e contadi d'Arezzo, di Pistoja e di Lucca,
il duca di Atene, e che dopo il Malatesta fosse capitano ge-
nerale di guerra. Il duca rispondendo su quelli principj raa-
ravigliosamenle al desiderio della maggior parte, sarebbe
cosa difficile a dire quanto egli prestamente avesse incomin-
cialo a guadagnar gli animi delle persone. La prima cosa
fatta da lui fu 1' aver mozzo il capo negli ultimi giorni di lu-
glio a Ridolfo Pugliesi. Questi presa 1' occasione della solen-
nità di S. Jacopo, che i Pratesi erano alla festa a Pistoja,
con trecento fanti e quaranta a cavallo si pose per entrare
in Prato , onde da' Guazzagliotri suoi nimici era stato caccia-
to. Ma non avendo avuta la porla che gli era slata promessa,
e per questo postosi a combatter l'antiporto circondato dai
Pratesi, fu con più di venti fatto prigione; onde condotto a
Firenze , e trovato il duca desideroso d' acquistarsi con un
sì fatto accidente terrore e riputazione, fu tostamente, por-
tando le pene del suo folle ardimento, decapitato. Questo
fatto, come che ad alcuni paresse crudele, da molti fu ripu-
tato giustissimo, parendo che il duca non avendo que' ri-
spetti, che sogliono il più delle volte aver i diversi giudicj
de' cittadini, ingombrali spesso o da timidità, o da speranza
di premio, con animo libero d'ogni passione procedesse se-
condo le severe loggi della giustizia. Questa opinione era
accompagnata da una apparenza di modestia, che il duca non
volendo per se il palagio de' priori, ne quello del podestà ,
s'avea eletlo per abitazione il convento di S. Croce. Gli
dava non poco favore 1' essersi nel passar il Scrchio dell' im-
presa di Lucca portato valorosamente, e dato a credere che
MBRO NONO. 371
se fosse stato seguitalo da tutto 1' esercito si sarebbe vinta
la giornata. E per i modi tenuti nell'altra volta, che fu in
Firenze in luogo del duca di Calabria, non si aspettava da
lui se non un reggimento giusto, e dall' altro canto pieno di
prudenza e di moderazione. Per la qual cosa venuto il primo
giorno d'agosto, che Malatcsta Gniva la sua condotta, il du-
ca prese la carica del generalato, con ampia e larghissima
potestà di poter far giustizia personale in città e di fuori
come a lui paresse. Avuta il duca questa autorità, e dal ve-
der la città tra se divisa, e a se favorevole, entrato in spe-
ranza che leggiermente se ne sarebbe potuto insignorire .
stimò che per mandar innanzi i suoi pensieri, la più spedita
via era di abbatter la parte reggente, o almeno sbarbar tanti
capi di quella parte, che gli altri per spavento non osassero
alzar il capo; nel qual modo veniva a farsi amici tutti quelli
i quali erano stati tenuti bassi da costoro. E senza trascorrer
più oltre fece metter le mani addosso a Giovanni de' Medici
stato capitano di Lucca, uno de' più potenti, e fattogli con-
fessare che per danari avoa lasciato fuggir di Lucca Tarlato,
cui avea in sua guardia, senza ascoltar preghiere de' parenti
e d'amici, gli fece mozzar la testa. Il caso di cos'i fatto uo-
mo, chiaro per la qualità della famiglia, per la dignità dei
due gonfalonerati, per 1' ordine della cavalleria, e per la po-
desteria di quella città, la quale fu prima e ultima, ma so-
prattutto compassionevole per r innocenza, essendo opinione
che non v'ebbe colpa se non di mala guardia, sbigottì cia-
scuno di quella setta, ma molto più allegrò i grandi e i ple-
bei, ringraziando costoro Iddio, che avesse finalmente man-
dato in Firenze un uomo, il quale senza mirar in viso nes-
suno, non perdonasse più al grande che al piccolo. Ecco ,
diceano essi, che non s' ha più a fare con gli auguzelli di
Agubbio, ma con un signore di casa reale, il quale non si
lascia metter la mano sotto da questi nostri arrabbiati tiran-
ni. Soggiugnevano i grandi. Non sarà più chiamato in giu-
dizio Pino della Tosa dopo la morte ; non saranno più i no-
bili cacciati a schiera dalla patria e confinati, non spogliati
de' beni, non in somma lacerati e trafitti ogni giorno dalla
popolare superbia. In questi applausi della plebe e de' grandi,
avendo preso il gonfaloneralo Grazia Guittomanni la seconda
372 dell'istorie fiorentine
volta, il duca fece prigione Guglielmo Altovili. Era la fami-
glia degli AUoviti Ira le popolane molto stimata, era copiosa
d'uomini e di ricchezze, avea avulo in casa quattro gonfalo-
nerati, de' quali il medesimo Guglielmo n' avea esercitato uno
nel 1315, oltre l'ultimo governo avuto delia città d'Arezzo
l'anno passato; onde ogn'uomo stava a vedere quello cHi~
il duca avesse a fare con costui ; quando prima che si sen-
tisse quasi la cagion del delitto , fu inteso che Guglielmo
era menato dalla giustizia a tagliarglisi il capo ; la cagione
era, benché fosse creduta malvagità de' Tarlati offesi da lui,
il titolo della baratteria, cioè l'aver ne' suoi magistrati tocco
danari, e fatte per questo conto molte ribalderie ; onde fu an-
che condannato in danari un suo nipote. Questo secondo
rigore fece del tutto la plebe schiava del duca, venuta a tanta
adulazione, conlra la natura de' Fiorentini, che ove nel duca
s' incontrava con altissime voci gridava, viva il signore, con
parole, con cenni, e con ogni sorte di dimostrazione magni-
ficando e mettendo nel cielo la sua integrità , sotto il qual
nome andava travestita la sua crurleie e rigorosa giustizia.
Appena era asciutto il sangue dell' Alloviti e del Medici, che
in un medesimo tempo furono fatti prigioni Naddo Rucellai
e Rosso de' Ricci. Della causa della presura non si dubita-
va, essendo amendue stati camarlinghi ultimamente in Lucca,
e con fama d' aver 1' uno e 1' altro frodato il comune. 11 Ricci
confessava aver ingannato la Repubblica nelle paghe de'sol-
dati, e per confo della grascia in tremilaotlocento fiorini di
oro. Il peccato del Rucellai era maggiore, conciossiacosaché
olire tremilacinquecenlo fiorini d' oro, ne' quali egli dicea aver
medesimamente frodato il popolo, aggiugneva aver tocco dai
Pisani quattromila fiorini d'oro, perchè facesse opera che
i Pisani in qualunque modo compiessero l'accordo di Lucca;
laiche l'uno e l'altro erano condannati alla morte. Fece il
fallo di Naddo ricordare il famoso e nobile atto d' Aldobran-
dino Otlobuoni, quando profertogli, essendo egli assai po-
vero, dai medesimi Pisani quattromila scudi, perchè consi-
gliasse che il Mulronc si disfacesse, andò piìi amico alla pa-
tria che a se medesimo, a persuader in senato tutto il con-
trario ; e perciò era Naddo ironicamente chiamato il secondo
Aldobrandino, predicandosi che si dovea celebrare per tutto
LIBRO NONO. 373
la fama di lui come di caritevole e amantissimo cittadino
verso la sua patria. Contultociò i molti parentadi e amicizie,
che r una e 1' altra famiglia avea nella città , l' aver il duca
frescamente posto sotto la mannaia due altri cittadini di tanta
importanza, e il non volere, come per le cose che poi suc-
cedettero si tenne per fermo, sdegnarsi del tutto il popolo,
furono per allora la salvezza del Ricci e del Rucellai. Il pri-
mo de' quali nondimeno pagato il danaro fu condannato in
perpetua carcere, e l'altro sborsata l'una e l'altra somma,
sotto mallevadoria di diecimila scudi confinato a Perugia.
Grande era per questo la riputazione che il duca avea tra
tutti acquistata ; talché da chi per amore e da chi per tema,
non più come capitano generale o conservadore di popolo,
ma come assoluto signore e principe della fiorentina Repub-
blica era riverito. Non era canto o palazzo in Firenze, ove
la sua arme non si vedesse dipinta. Beato si tenea quel cit-
tadino che l'amicizia d'alcun suo domestico potesse conse-
guire. E in somma ad esser vero principe niuna altra cosa
che il nome gli mancava. E perchè questo conseguisse in-
teramente, oltre gli stimoli della propria ambizione, non fu-
rono di poca forza i conforti di molti cittadini, non solo dei
grandi, ma del popolo stesso. Costoro, tra' quali i più segna-
lati furono Peruzzi, Acciaiuoli, Baroncelli e quei dell' Antella,
il desideravano ; perchè essendo eglino falliti, fossero dal du-
ca sostenuti in slato senza lasciarli in preda de' loro credi-
tori. Coloro, e questi furono Bardi, Frescobaldi, Rossi, Ca-
valcanti, Buondelmonti , Cavicciuli, Donati, Gianfigliazzi e
Tornaquinci, bramavano la sua signoria ; perchè avendo a star
sottoposti come stavano alla rabbia popolare, stimavano per
minor male aver un principe, quando ben fosse tiranno, che
tanti ; oltre che aiutandolo ad acquistar il principato, spera-
vano aver a conseguir da lui infiniti favori, e quando non
altro la rottura di quelli tanto da loro odiati ordini di giu-
stizia.
A questa prontezza de' cittadini, e buona disposizione
del duca, s'aggiugneva che il magistrato de' venti era finito
in quel tempo ; e per le cose o disavventuratamente succe-
dute, o poco ben governate aveano lasciato sì tìera e acerba
memoria de" fatti loro, massimamente al popolo minuto, che
374 dell' istorie fiorentine
come per mutar cibo, niuna altra cosa parca che più solle-
citamente bramasse, che il duca esser fatto signor di Firenze.
Perchè veggendo il duca che il tempo era venuto, e non vo-
lendo in si fatta occasione mancare a se medesimo , slimò
per consiglio de' grandi, che avendo a farsi creare signor
della città, bene fosse farlo col consentimento de' priori, es-
sendo in suo arbitrio, quando essi il negassero, di mandar
in ogni modo a effetto il suo pensiero. Sedevano in quel
tempo de' priori col gonfalonier Guiltoraanni questi cittadini;
Corsino di Mozzo de' Corsinfi, Francesco Rusiichelli giudice,
Bartolomraeo Siminelti, Pagolo Bordoni, Pero di Durante,
e Zalo Passavanti. Costoro sentendo la proposta del duca ,
nella qual diceva che per rimediar a' disordini di Firenze
era necessario che fosse data la potestà ad un solo, e quel
solo dover esser lui, a cui tutto il re.eto della città accon-
sentiva; benché per così brutta domanda fossero grandemente
sbigottiti; ripreso animo costantemente gliele negarono, di-
cendo non aver mai i loro maggiori per qualunque grande
avversità accaduta alla Repubblica costumato di dar la signo-
rìa della loro città a vita; e niuno me' di lui, che v'era stato
luogotenente per il duca di Calabria ne' pericolosissimi tempi
di Castruccio, poterlo sapere ; e il quale essendo barone del
regno di Napoli potea altre volte aver inteso, che non al re
Ruberto che vivea, non al re Carlo suo padre, né al re Carlo
primo suo avolo era simil cosa stata acconsentita giammai,
né da quei prudentissimi principi domandata. Il duca senza
mostrar di questa cosa turba/ione, pensò d' eseguir il suo in-
tendimento per una via più spedita ; e costumando egli nelle
faccende importanti che accadevano, consultarsene talora per
una certa onesta apparenza col popolo, il settimo dì di set-
tembre mandò un bando per la città , che il dì seguente si
ragunasse il popolo nella piazza di S. Croce, por aver egli
a trattar cose importanti in benefìcio della Repubblica. Ac-
corsonsi subitamente il gonfaloniere e i priori di quello che
colai bando volesse signìQcare, e veggendosi abbandonati da'
grandi, dalla plebe e da molte case popolari, e per questo
non aver forze da opporsi a' favori del duca, pensarono poi
che quelle non erano sufficienti, di tentar la via delle pre-
ghiere. Commesso per questo la cura del parlare a Francc-
LIBRO N050. 373
SCO Rustichelli, se n' andarono nel medesimo dì a trovarlo
in S. Croce, e chiesta udienza, inlrodoUi ejìe furono, Fran-
cesco gli parlò in questa sentenza. L' allr' ieri, signor dura,
ci dimandò vostra eccellenza la signoria deil;i nostra città, e
da noi non vi fu acconsentita, mostrandovi die i padri e gli
avoli nostri per qualunque grande pericolo, nel quale la Re-
pubblica si fosse trovala, non vollono mai il medesimo con-
cedere a' reali di Napoli. Ora perchè voi convocando il po-
polo, ci date a vedere che quello che non poteste conse-
guire di nostra libera volontà, siate per prendervi in ogni
modo per qualunque altra via, siamo venuti per dimostrarvi
che il far ciò oltre i nostri interessi, non torna eziandio co-
modo a voi. E speriamo, che siccome l'altra volta adempim-
mo al debito nostro, non volendo per paura o rispetto al-
cuno umano, per quanto a noi s'aspettava, pregiudicare
all'antica libertà della patria nostra, così ora soddisfaremo
interamente all' obbligo che abbiamo di consigliarvi come
a nostro capitano, per quel che tocca a voi, e alla casa vo-
stra ; acciocché noi siamo liberi affatto della colpa di tutte
quelle sciagure e mali che in ogni accidente per questo fatto
potcssono avvenire. E certo, signor duca, se noi vogliamo
considerare I' origine onde si è mosso cotesto vostro desi-
derio di privarci della nostra libertà, io non trovo che ella
sia pretendenza alcuna nuova o vecchia che voi abbiate so-
pra di noi; perciocché in nulla cosa s' hanno travagliato i
vostri maggiori co' fatti nostri, ne voi per niuna nostra ob-
bligazione 0 balìa v' avete acquistato ragione sopra di que-
sta città, della quale sete slato creato conservadore di po-
polo e capitano generale, e non principe. Ma quello che a
ciò vi ha confortato non è stato altro che le nostre discor-
die, e per conseguente l' inclinazioni mostratevi della plebe
e de' grandi. Questi desiderosi di ripigliare l'antica potenza,
la quale temerariamente governandosi, fu con gran ragione
domata da noi. Quella per 1' usata pazzia e leggierezza, con
la quale come si è mossa a desiderare questo nuovo gover-
no, così assai presto si muoverà a odiarlo, e abborrirlo. Ora
che fondamento voi vi possiate su queste due generazioni
d'uomini fare, volentieri desidererei io, che anzi fosse da voi
medesimo prudentemente consideralo, che da me forse troppo
376 dell'istorie fiorentine
arditamenlc ricordatovi. I grandi non sì tosto per il mezzo vo-
stro avranno abl)SilliUo quesio governo popolare, che come uo-
mini che né la libertà né la servitù sanno mediocremente patire,
cercheranno e procacceranno con ogni industria e per ogni via
possibile, di spegner voi : la plebe avvezza a impacciarsi nelle
sue faccende co' cittadini suoi propri , i quali per la troppa
facilità (siccome è natura degli uomini aver a rincrescimento
non meno il bene che il male ) si son recati a noia , non
proverà due volte la difficoltà dell'udienza de' vostri magi-
strati, l'insolente superbia de' portieri, l'arroganza de' corti-
giani e la stranezza de' costumi delle genti forestiere, che
maledicendo 1' ora e '1 dì che le venne voglia di farvi si-
gnore , procurerà e si studierà ancor dia in che via possa
tornarvi indietro, e disfarvi. Ma perchè con molto diversi
modi è gittato uno dall' altezza dell' imperio , che non vi è
sublimato, quali pericoli per questo vi soprastino, voi se non
vi lascerete ingombrar 1' animo da questo fallace splendore
del principato, agevolmente da voi stesso potete conside-
rare. Dovete ormai molto ben aver udito quanto sangue si
sia sparso in questa città , or tra i nobili stessi 1' uno con
r altro, ora tra Guelfi e tra Ghibellini , e ora tra i grandi e
tra il popolo, non per altro che per conservazione della li-
bertà, quante volte siano slate abbruciale le case , quanti
esilii e conlini acerbissimi si sian dati; onde non è città in
Italia, ove alcun germe delle fiorentine famiglie non sia al-
lignato. Ora credete voi, signor duca, che quelli che 1' om-
bra del principato , o una certa apparenza di superiorità e
di maggioranza non hanno potuto patire ne'citladini me-
desimi, siano per patire un vero e assoluto dominio in un
Ibresliere ? oppure stimate che cotesto favore, e cotesta aura
che vi si mostra ora così propizia, non vi si abbia a mutare
giammai? I favori de' popoli sono ragionevolmente assomi-
gliati alla bonaccia e tranquillità del mare; di cui ninna cosa
è più dolce ne più soave tra le cose del mondo : non è cos'i
[)iccolo 0 mal condotto Icgnetto, che quando il mare è in
calma, in quello non s' arrischi di navigare; e che con som-
mo e quasi intìnito diletto i lieti diporti della vezzosa ma-
rina lietamente non goda ; ma non così presto dall' altro canto
fremendo i venti e turbandosi il sereno aere del cielo egli
LIBBO NONO. 377
s incomincia a crucciare, che niuna nave sì ben corredala
e (la prudenti nocchieri retta , si trova che lungo tempo
possa contrastare all'impeto dell' onde sue. Per questo non
hanno mai gli uomini accorti , e a' quali gli accidenti dei
mondo non sono celali, collocato molla fede o speranza
ne' fasori del popolo. Il quale se voi dall' altro canto credete
tener a freno col terrore dell' armi forestiere , considerate
(in poco di quante genti vi faccia mestiere per frenare una
tanto popolosa e s'i grande ciLlh. E se le rendile di questo
stato saranno appena bastevoli a pascere il gran numero
de' vostri soldati , che profitto trarrete voi da quesla signo-
ria? Vorrete esser voi fattore e esattore de' vostri soldati?
e a che fine? per stare continuamente esposto a' pericoli
d' una crudele e vergognosa morte ? oppure vi assicureranno
le fortezze e le cittadelle che farete per sicurtà della vostra
persona ? dunque vorrete comprare un principato poco
utile con una perpetua prigionìa? e sarete voi primo a pri-
var della libertà vostra voi stesso per spogliar noi della no-
stra? 0 crederete tener contenti gli animi de' cittadini con
r ampliazione che farete di questo stato ? Di ciò che profit-
to , 0 che piacere ne sentiranno eglino , se al governo di
que' popoli saranno da voi mandali uficiali forestieri e non
cittadini fiorentini ? se pur una cosa non è per dar loro al-
cuno piacere, che nella loro servitù avranno molti compa-
gni. Se con la mansuetudine, con la benignità e con la cor-
tesia vi persuadete avere a renderveli benevoli , oltre che
acerbo saggio ne avete dato loro con la morte di due chia-
rissimi cittadini , vi ricordo che niuna ineffabil dolcezza può
esser mai così grande, che contrappesi quella delia libertà.
Non riguarderanno mai eglino il palagio de' priori, non i luo-
ghi degli altri magistrati, non l'arme del popolo, non i loro
gonfaloni, non leggeranno mai i fatti de' loro antipassali , e
in fine non si ricorderanno giammai, che voi da liberi l' ab-
biate fatti servi , che con 1' amarore concetto della libertà
perduta non infettino la dolcezza di tutti i diletti che po-
tessero loro avvenire da qualsivoglia grande , per conto vo-
stro, acquistato riposo. Per questo, signore, voi potete otti-
mamente conoscere, che né la via della violenza, né quella
della mansuetudine vi potrà mai far quieto e pacifico signore
378 dell' istorie fiorentine
di questa città; la qual cosa considerata mollo bene da'reali
di Napoli li fece star contenti sempre a non volere da noi
più di quello che da noi medesimi era loro conceduto.
Questo se voi farete, libererete voi medesimo da grandi tra-
vagli , e a noi darete cagione che con perpetue lodi abbia-
mo a tener sempre cara e desiderabile la fama del vostro
governo. Il quale altrimenti procedendo , io non veggo co-
me a noi possa essere per brevissimo spazio di tempo gra-
to , ne a voi per lunga stagione sicuro '.
Non si mosse il duca per queste parole dal suo pro-
ponimento ; anzi rivolto al gonfaloniere e a' priori, disse che
non si maravigliava che rincrescesse loro il deporre quella
signoria , che cosi imperiosamente aveano esercitala. Ma che
di ciò si dimandasse lutto il resto de' cittadini, i quali succiali
dalla loro avarizia, e lacerati dalla loro crudeltà si erano a lui
raccomandati con le braccia in croce a liberarli da tanta ti-
rannide. Questo zelo muoverlo a così pietoso uficio , e non
propria ambizione o cupidità ; perciocché egli avea tanto
stalo in Francia e nel regno di Napoli e in Grecia , e di
tali titoli era adornato , e da tali progenitori creato , che
poco bisogno gli parca avere d' onori e di dignità maggiore.
I pericoli, con che cercavano di tale impresa rilrarlo , non
sbigottir punto 1' animo suo , essendo egli avvezzo a sprez-
zarli per la gloria, e per beneficio di coloro che ricorrevano
all'opera sua; e questo essere assai ben noto a essi Fio-
rentini , da molti de' quali era slato veduto con cento soli
cavalieri passar il Scrchio, e appiccar la battaglia co' nemici;
quando il capitano loro timido e confuso non ardiva farsi
innanzi un passo fuori del suo squadrone. Oltreché sperava
il suo reggimento aver ad esser tale , che i Fiorentini, sic-
come aveano incominciato a fare , avessero continuamente
cagione d'amarlo, e non d'odiarlo. E avendo a ciò aggiunte
altre parole,, e da' priori similmente fatte altre repliche, fu
alla fine conchiuso, che lascialo ragunar il popolo la mattina
seguente , se gli dovesse dar la signoria della città per un
' Mirabile discorso di eloquenza ciyile ! Ripeterò; qui imparino i
nuvolosi scrittori della politica d'oggi a scrivere delle cose di stato
con chiarezza, efficacia, e utilità. Benedettigli autori classici !
LIBRO NONO. 379
auno , in quella forma e con quelle condizioni che già a
Carlo duca di Calabria ullimamenle era stata data. Stipulata
questa convenzione la sera medesima, e venula la seguente
mattina, che il popolo avea le cose fatte a confermare, con-
vennero nella piazza di Santa Croce , non solo intorno cen-
toventi uomini a cavallo , che egli avea di sua gente, e tre-
cento fanti , che appresso di lui si trovavano come capitan
generale per guardia della sua persona , ma, salvo Giovanni
della Tosa, quasi tutti coloro delle famiglie grandi della città,
e un gran numero del popolo minuto vi si trovò presente ; il
quale avendo 1' armi coperte sotto , come andasse a pren-
der il possesso di Lucca , o di Pisa, ne andava a donar la
propria libertà al duca d' Atene. Da costoro accompagnato ne
venne il duca alla piazza de' priori , e aspettalo il gonfalo-
niere e priori che scendessero di palagio, insieme sulla rin-
ghiera (così sono chiamati quei gradi, che sono a pie del
palagio ) si posono a sedere. Quivi avendo il Rustichelli inco-
minciato ad esporre la deliberazione fatta la sera passata ;
essendo udito dal popolo con maravigliosa attenzione e si-
lenzio ; quando venne a quel luogo, ove si dicea che il gonfa-
loniere e i priori riservando la confermazione del popolo gli
aveano dato la signoria per un anno, con un strepito e romor
grande levato su dall' inGma plebe, s' intese dire che egli
voleano a vita, replicando e intonando con lietissime grida
spesso questa sentenza '. Mentre i senatori sbigottiti per lo
subito decreto della furiosa moltitudine non sanno che par-
tito pigliarsi, molti de 'grandi che si trovavano sulla ringhiera
corsono a prender il principe di peso per introdurlo in pa-
lagio. Ma perchè secondo il costume della città , quando la
signoria è fuori , il palagio si suole tener serrato , fu dalla
plebe gridato , che la porta fosse aperta , perchè altrimenti
alle scuri e al fuoco ricorrerebbono. Era alla guardia di
quello deputato Rinieri di Gioito nativo di S. Gimignano ,
il quale essendo stato corrotto dagli amici del duca, non fece
alcuna resistenza, ma spalancate le porle, accolse lietamente
il duca dentro, ancora egli suo principe e suo signore chia-
mandolo. In questo modo fu la mattina degli 8 di seltem-
' si noti qui come è beue espresso, e messo ia evidenza il clamori;
popolare.
380 dell'istorie fiorentine
bre, dì solenne per la natività della Vergine , Gualtieri di
Brenna duca d'Atene crealo signore a vita (quello che al-
tre volte non era ancora avvenuto) della città di Firenze '.
I grandi non volendo perder 1' occasione , subitamente ad
abbruciar il libro degli ordini della giustizia corsono. Le
bandiere del duca sulla torre del palagio collocarono. I priori
a riseder di sotto nella camera dell' arme furono mandati.
Giotto in premio della sua ribalderia , insieme con Cerret-
tieri Visdomini, intimo famigliare e domestico del duca, eb-
bono l'ordine di cavalleria. « A Guglielmo d'Assisi capitano
« del popolo, e il quale avea ancor egli al trattato accon-
« sentito, fu confermato l'uficio, e a Meiiaduso Tribiani
« d'Ascoli la podesteria ». Per questi successi grandi feste
i'eciono fare i grandi d'armeggiare, e poche case furono
in Firenze che fuochi su per le strade in segno d'allegrez-
za non facessero, non essendo sicuro con intempestiva se-
verità mostrarsi alcuno del nuovo principato nimico , ripor-
tando sollecitamente le spie i cenni , non che le parole , e
i fatti di ciascuno. Perchè vedutesi il duca succeder le cose
mollo più felicemente di quel eh' egli slesso non s' era dato
a credere, ivi a due giorni per i consigli del capilano del
popolo e del podestà si fece confermare la signoria a vita ,
e solo in quello del popolo di centonovantanove voli ne
furono sette de' bianchi ; così erano avviliti i Fiorentini ! In-
cominciando per questo ad esercitare con maggior autorità
r acquistata signoria , cacciò in lutto i priori di palagio , diede
loro per abitazione la stanza de'Filipetri dietro S. Piero
Scheraggio , scemato il numero de' fanti con venti soli li la-
sciò stare, ogn' altra signoria, e autorità tolse loro, eccetto
il nome, e una vana apparenza, E privali dell' arme tutti i
tilladini privilegiati, stimò essersi in gran parte assicurato
' Questo fatto del duca d'Atene è uno fra i molti, che serve a
mostrare la rea condizione delle moderne repubbliche italiane; e della
/iorentina altresì; dove le discordie interne inducevano i cittadini a
darsi ia braccio agli stranieri, che com' era poi naturale, divenivano ti-
ranni delle città. E credo che la più naturale differenza delle moderne
repubbliche dalle antiche sia per P appunto questa : che nelle antiche le
discordie interne finivano quando si trattava d' impedire una tirannide fo-
restiera-, mentrechè nelle italiane avveniva che le discordie interne eran
<]uelle che alle tirannidi forestiere aprivano 1' adito.
LIBRO NONO. 38 f
da chi tentasse d' offenderlo. Ma come per cotanto beneficio
fatto al popolo fiorentino non bastasse una festa, per l'ot-
tava della nostra Donna a far la seconda con mollo maggior
pompa e solennità si preparava. Nella quale, quello che piacque
a molti, più di cencinquanta prigioni delle pubbliche car-
ceri liberò. Il vescovo Acciainoli sermonando quella mattina
celebrò con grandissime lodi la magnificenza, la giustizia,
la liberalità, e la mansuetudine di lui, acciocché agli onori
umani s' aggiugnessero in un certo modo i divini ; essendo
nel mezzo degli ufici sacri , e nei tempi dedicati al servigio
di Dio, dal pontefice proposto alle cose sagre commendata
e illustrata la fama delle sue prodezze. ' Con questo perpetuo
tenore di felicità, se gli dierono a vita a' i22 di settembre
Arezzo, a' 17 d' ottobre Castiglione, a' 26 Pistoia, a' 29 Colle,
a' 25 di dicembre Volterra. I Tarlati e i Pazzi mandarono a
riconoscer da lui in feudo i castelli che possedevano; e così
senza alcun suo merito in breve spazio di tempo e con
molta felicità gli venne in mano quello che con molle fa-
tiche e sudori s'avea la Repubblica fiorentina e con l'arme
e con la pacienza in tanti anni acquistato. Le quali cose per-
chè con la medesima facilità, che acquisiate s'avea, non
perdesse , posposta la benivolenza de' cittadini , a conser-
varle col terrore dell'armi forestiere si dispose, raccogliendo
a sé tutti i Franzesi o Borgognoni che per Italia al soldo
di qualche principe o repubblica si trovavano sparsi : il nu-
mero de' quali fra non molti giorni a quello di ottocento
pervenne. Ma perchè a fondare il nuovo principato parca
molto incomoda la guerra che s' aveva co' Pisani pc' fatti
di Lucca , avendo a questa cosa con somma vigilanza atteso
dal primo dì che prese la signoria, e non trovando i Pisani
alieni da ogni sorte d' accordo onesto , per poter goder an-
cor eglino in pace il possesso di Lucca, « fu finalmente a' 9
« d' ottobre da Giovanni d' Assisi dottore collaterale, e sin-
« daco del duca, conchiusa in Pisa con quel comune e col
« comune di Lucca alla presenza degli anziani, e del conte
« Ranieri di Donoralico capitano generale di custodia, e
« delle masnade di quella città; e con la pace fu fatto lega
I Ecco come i cattÌTÌ ministri haano fatto servire la religione alla
tiraaaide.
382 dell'istorie fiorentine
« per cinque anni, le quali furono poi raiificale e pubbli*
« cale dal duca il terzodecimo dello stosso mese in Firenze
« con queste condizioni '. Che a' Pisani restasse la guardia
« di Lucca, e de' suoi castelli per il tempo e con le con-
ce dizioni che 1' aveano ; per il qual tempo avesse il duca a
« eleggere, e tener in Lucca il podestà col mero e misto im-
« perio anche per il contado e distretto, e con autorità di poter
« liberar da' bandi e restituire a' beni i fuorusciti e banditi di
<( Lucca e suo contado. Questo guadagnò il duca snpra di Luc-
« ca. Che i Fiorentini di Valdinievole fossero rimessi e resti-
« tuiti a' beni a volontà del duca e de'Pisani, la volontà de' quali
« fu rimessa a quella di Tinuccio della Rocca di Pisa. Che
« delle terre di Barga, di Pietrasanta, Coreglia e altre, che
« si tenevano in Garfagnana e Ver?aglia per il duca e co-
« mune di Firenze, se ne facesse quello che piacesse al
« duca e a Tinuccio, con restar però libero a' Lucchesi di
« poter godere i beni che aveano ne' comuni delle stesse
« terre, e trasportar i frutti di essi nel Lucchese senza pa-
« gar gabella, e lo stesso si potesse far da quei delie dette
« terre de' beni che avessero nel Lucchese. Che i Pisani
« restituissero fra un mese il castello di Laterina , che te-
« nevano de' Fiorentini nel contado d' Arezzo, e ogn' altro
« luogo che vi avessero. Che i comuni di Pisa e di Lucca
« fossero tenuti di pagare al duca sessantamila fiorini , e
a anche fino in centocinquantamila, conforme che dichiarasse
a il medesimo duca e Tinuccio, nel termine di quindici anni,
« ogn' anno la rata nella festa di S. Giovanni Batista; e a
« questo pagamento dovessero esser obbligati i Pisani men-
« tre tenessero la guardia e custodia di Lucca e degli al-
te tri luoghi; se no, gli dovessero pagare i Lucchesi. Che
« r una parte e 1' altra potesse aiutare i suoi amici della
« Marca, del Patrimonio, di Roma, del mare di levante,
« come anche il signore di Cortona. Che Francesco Orde-
te laffi col comune di Forlì, e Galasso e Nolfo , e i fratelli
« figliuoli del già conte Federigo da Montefeltro col comune
« d' Urbino fossero inclusi nella pace. Che a dichiarazione
a del duca e di Tinuccio fosser liberati da' bandi i Ghibellini
• Tra il duca e quel comune conchìusa e pubblicala la pace il
terzedecimo d' utlobre con queste condizioni. Così dice 1' originile.
LIBRO NONO. 383
i< banditi di Firenze, e i Guelfi banditi di Pisa. Che i Pietra-
« malesi, gli Dbertini, i Pazzi, quei da Valenzano, e quelli
« da Montauto, de' Barbolani collegati d'Arezzo e loro se-
« guaci s'intendessero liberati da'bandi , e restituiti a'beni che
« possedevano avanti la guerra, come dovevano esser liberati
« gli Ubaldini collegati de' Pisani ; lo stesso seguisse de' conti
« di Casentino (sono i conti Guidi), né si potesse far di loro
« processo per i delitti commessi in tempo del bando; che dal-
« l'una parte e dall'altra si liberassero i prigioni, nominata-
« mente da' Fiorentini Pietro da Pietramala e suoi consorti, e
« Francesco degli libertini, (il Villani mette Giovanni Visconti,
« ma io non 1' ho saputo trovare nel contratto); e sospendes-
« sero le rappresaglie per tre anni. A' Pistojesi abitanti in
« Pisa, i quali avean nella guerra servito a' Pisani, dovean
« esser restituiti i beni e liberati da'bandi. Che il podestà di
« Lucca da meltervisi dal duca non potesse ricercare ib^ni
« e giuridizione del comune occupali da chi si fosse, se non
« richiesto da' comuni di Pisa e di Lucca. Che le differenze
« del marchese Spinetta con Pisa e Lucca fosser rimesse nel
« duca e Tinuccio, eccello però di Sarzana e del castello,
e restando in libertà de' Pisani il cercar di ricuperarli senza
« far conlra la pace. Che i banditi e condannati dall' una parte
« e dall' altra dal 1341 d'agosto che cominciò la guerra fos-
te sero liberati, e in grazia del duca il comune di Pisa avea
« a liberar da'bandi e restituire a'beni Guerriero de' conti
« di Montecuccari e Lotto da Monterchio e loro consorti,
« con pena di diecimila marche d' argento a chi non os-
« servi ' ».
' I capitoli dì questa pace sono descritti dal veccliio Ammirato nei
seguenti termini: che a"" Pisani rimanesse per quindici anni liberala
signoria di Lucca, mettendo castellano nella fortezza dell' jigosta,
ed ogni altra cosa Jacendo, che a ve'i signori s' appartenga, eccetto
che il duca potesse mettervi podestà, cui egli volesse, per tutti i
(letti quindici anni, i quali finiti ella fosse lasciata in sua libertà:
che a qualunque guelfo volesse tornar a Lucca fossero restituiti i
beni, e non dato alcun nocimento : che possono tenuti i Pisani di
dar ogni anno al duca per lajesta di S. Giovanni un censo di ot-
tomila Jiorini d'oro in una coppa d^ argento dorata in recugnizione
di superiore dominio : che i Fiorentini fossero in Pisa franchi di
tutte le mercanzie j'er cinque anni, ai quali dovessero rimanere oltre
384 dell' istorie fiorentine
Era già vicino il tempo della creazione de' priori, e sic-
come si disse, fu fama che il duca avesse avuto in animo di
tor via quel magistrato, se da' consorti del re Ruberto non
ne fosse stato dissuaso ' ; il quale il modo del suo proce-
dere biasimando, l" avea fra l'altre cose ripreso dell'aver i
priori cacciati di palagio. Creò dunque a' 15 d' ottobre i nuovi
priori ( tra' quali fu gonfaloniere Piero Giugni ) per lo più
artefici minuti e mischiati di quelli, i cui maggiori erano
stati ghibellini , e fra costoro Bellaccino Pucci beccaio , il
quale fra gli altri con simil generazione d' uomini nella sua
creazione molto favorevole s' era dimostrato. E volendo dar
a vedere, che era per migliorare le condizioni, facendoli la
terza volta mutare stanza, nel palagelto che era in sulla piaz-
ze castella dì f'ahlarno e di ^'aldìnievole Bar^a e Pìetrasanta. Che
J'ossono dall' altro canto i Fiorentini tenuti trarre di bando tutti i
loro ribelli e usciti^ o nuovi, o i'ecchi, stati in qualunque modo in
lega e amicizia co' Pisani ; perdonar agli Ubaldini, ai Pazzi, agli
libertini, liberar i Tarlali d"" Arezzo, e riceverli nella lor grazia,
ed innanzi ad ogni altra cosa rimetter senza taglia in libertà la
persona di Giovanni Visconti.
I Ecco la lettera che al duca d' Atene scrisse il re Ruberto, quando
egli seppe che aveva preso la signoria di Firenze.- Non senno, non virtìi,
non lunga amistà, non servigia meritare, non vendicatogli delle loro
onte, C ha fatto signore de' Fiorentini, ina la loro grande discordia
e il loro grave stato; di che se' loro più tenuto, considerando f amo-
re, cW eglino f hanno mostrato, credendosi riposare nelle tue braccia.
Il modo eh"" hai a tenere volendoli ben governare si è questo : che tu
ti ritenga col popolo che prima reggeva, e reggiti per lo loro e nel
loro consiglio per la tua fortificazione^ e osserva giustizia e i loro
ordini ; e coni' eglino si governavano per sette, J'a' che tu ti governi
per dieci, eh' è numero comune, che lega in se tutti i singulari nu-
meri, ciò vuol dire non gli reggere par sette, né divisi, ma a comu-
ne. Abbiamo inteso che traesti quelli rettori della casa della loro
abitazione, ciò vuol dire de' priori, del palagio del popolo ,Jatto per
loro, rimettivigli a contentamento del popolo e tu abita nel palagio
ove stava il loro podestà, ove abitava il duca di Calabria, quando JU
signore di Firenze. E se questo non fai, non ci pare che tuo stato
si possa sostenere innanzi per ispazio di molto tempo.
Robertus Rex Terusalem et Sieiliae.
Dat. Neapoli die XXI Septembris MCCCXLII oclava inditione.
6ioT. 'Villani lib. la. cap. 4-
LIBRO NONO. 3So
Ea, ove solea stare l'esecutore, li pose. Presentò al gonfalo-
niere il gonfalon di giustizia con le solite insegne del comu-
ne, ma aggiunte a quelle le sue; e per mostrare amor verso
il popolo, volle che l'armi di quello dal collo del suo leon
d' oro pendessero. Il che senza dubbio fu la prima cagione
dell'alienazione de' grandi; non parendo loro, secondo le pro-
messe avute dal duca di annullar il popolo in detto e in fatto,
che il governo popolare si mutasse almeno in apparenza, ri-
manendo in piede i priori e il gonfalone, che era quello da
cui la loro potenza era stata domata; ancora che i gonfalo-
nieri delle compagnie fossero stali cassi. A questa mala sod-
disfazione de' grandi s'aggiunse un odio molto grave che il
duca si contrasse per due dimostrazioni falle verso la fami-
glia de' Bardi; 1' una per aver condannato uno di loro in
trecento fiorini per aver voluto sforzare una fanciulla; V altro
per averne condannato un altro in cinquecento, e in lor di-
fello nel pugno, per aver messo le mani addosso ad un po-
polano. Ma egli di ciò nulla curandosi , attese a strignersi
con beccai , con vinattieri, con scardassieri , e altri artefici
minuti, deliberato siccome egli dicea di menar la giustizia
eguale sopra ciascuno, che che avvenir ne potesse. Ma ve-
ramente molto presto incominciò a sentir egli il rimorso
della coscienza, fidandosi poco di ciascuno e dubitando di
tutti. Onde tolse a' cittadini le balestre grosse, fece serrar
con ferri le fenestre del palagio, ebbe in animo, e dettegli
principio, di cinger il palagio con torri e barbacani a iruisa
di fortezza, comprendendo le case de' Filipelri, de' .Manieri .
de' Mancini e degli Alberti; e facendo sgombrar lo vicine
case al palagio a' loro antichi signori , quelle volle che si
dessono per abitazione a' suoi baroni e soldati. Ma perchè
le già dette cose non tanto per sua, quanto per pubblica si-
curtà paresse che si facessono , fece far gli antiporti della
città per più fortezza. E in vero infino a quest' ora non sono
eglino giudicali indegni delio splendore di questa età. Dette
principio alia fabbrica del castello di S. Casciano, quale vo-
leva che si chiamasse il castello ducale. « Quello che molto
« commendabile fu slimalo da' medesimi avversari, fu che
« con gran diligenza si diede a far fare di molte paci, non
« solo tra grandi della città, ma tra grandi e popolari , e fuori
Amm- Voi. II. -26
386 dell'istorie fiorentine
« tra molli nobili di contado e altri ; e furono in numero
a (ale, che nell'archivio delle Riformagioni se ne conserva
« un libro assai grande, e le quali dopo la sua cacciata fu-
« rono solo quelle cose fatte da lui, che la balia ordinò che
« stessero ferme, e che si osservassero sotto rigorosissime
f( pene ' ». Ma non lasciavano interpetrare che cosa alcu-
na fosse fatta a buon fine i modi tirannici che nell' allre
faccende egli tenea, non si pigliando pensiero dogli sfatichi
dati a Mastino, avendo tolto gli assegnamenti a quelli mer-
canti che per la guerra di Lucca o di Lombardia aveano pre-
stato alla Repubblica i loro danari, avendo senza bisogno
accresciuto le gabelle vecchie e create delle nuove, gravan-
do ogni di i cittadini, oltre tante gravezze di fresche pre-
stanze, e quello che alla modestia e sobria civiltà parca ol-
tremodo duro e intollerabile, portandosi molto sconciamente
verso r onor delle donne; perciocché oltre far egli palese-
mente l'amore con una giovane donna de' Bordoni, pativa
che ciascuno de' suoi cavalieri e baroni il medesimo licen-
ziosamente potesse far ancor egli con ciascun' altra. Per que-
sto tolto S- Sebbio ^ a' poveri della guardia dell'arte di Ca-
limala, quello concedette a' ministri delle sue libidini: e gli
ornamenti con gran rammarichi conceduti alle donne fio-
rentine dal duca di Calabria , e dalla Repubblica tornati a
torre, egli da capo concedette loro. E nondimeno volle che
per onestà le meretrici in un luogo deputato abitassono ; la
quale buona opera sarebbe stata tenuta, se di ciò non se ne
fosse subito ritta una bottega in beneficio del suo maliscalco.
Il dolore che la maggior parte de" cittadini incominciava a
sentire di questa sorte di governo, non era mitigato dalla
mansuetudine d' alcuno suo ministro : anzi come è cosa or-
dinaria che i sudditi e inferiori leggiermente s'acconcino a
imitare i costumi de' loro principi, ^ essendo egli crudele e
avaro, crudelissimo e rapacissimo era ciascuno di loro; per-
I Quello che molto commendabile Ju stimato da' medesimi awer-
sarj, /u che con gran diligenza a far J'are molte ]ìaci tra" cittadini
e contadini diede of>era. Prima Ediz.
5 Diminutivo eli S. Eusebio.
5 Sanissima e molto opportuna considerazione.
LIBRO NONO. 38T
ciocché Arrigo Fei sottile inventore di cavar danari, secon-
dando a' desideri dell' avaro duca, ogni giorno nuove e non
più sentite maniere di esazioni e imposte metteva in cam-
po. Guglielmo d'Assisi, da lui conservador confermato, mo-
strando che per tener ciascuno in paura e spavento, si do-
vea interamente usare il rigor della giustizia, e per questo
esser messo il coltello in mano del principe , allora gioiva ,
quando a fare eseguire alcuna sentenza di morte era chia-
mato. Avaro sopralutti era stimato Simone di Norcia da lui
proposto in riveder le ragioni del comune, così Baglione Ba-
glioni nobile perugino, il quale era nltimamente fatto nuovo
podestà. Ma ninno si potea meno patire di Cerrettieri Vi-
sdoraini segreto consigliere degli amori, dello stato e di lutti
i falli del duca, imperocché essendo egli fiorentino, ammor-
bidare piullosto che inasprire parca che dovesse la malva-
gia natura del suo signore. Così falle iniquità cercava non-
dimeno ricoprir il duca sotto varj pretesti , chiamando la
crudeltà giustizia, il desiderio d'accumular danari provvisioni
necessarie per mantenimento dello stalo, e l'attender talora
agli amori donneschi, un uso nobile per antica usanza intro-
dotlo nelle corti de' principi. Servivasi per questo nel suo
supremo consiglio dell'opera de' prelati, tra' quali il primo
luogo avea il vescovo di Lecce, e poi di mano in mano quello
di Assisi fratello del conscrvadore, i vescovi d'Arezzo, di
Pistoja, di Volterra, non ammeltendo tra costoro altri, che
Tarlalo Tarlati e Ottaviano Belforti.Eper avventura non sa-
rebbono stali porhi coloro che di lui avessono bene sen-
tilo infino alla fine (perciocché molti erano, ciononostante,
in questo tempo i suoi fautori ) se le spesse sentenze di
morte, e i crudeli spettacoli dei condannati non avessono di
una continua paura tenuti affannati gli animi di ciascuno :
conciossiacosaché ne' primi giorni del gonfalonerato d'Ar-
rigo Guidi, sotto nome d' aver frodato il comune fece impic-
care Piero di Piacenza ufficiale della mercatanzìa, non gli
giovando a schifar almeno l' indegnità della morte la rive-
renza delle lettere, e il pregiato studio della ragion civile.
In quelli medesimi giorni fatto con salvocondotto di Peru-
gia venir a Firenze Naddo Rucellai. l'undccimo giorno del-
l'anno 13i3, non guardando all'obbligo della sua parola, con
388 dell'istorie fiorentine
una calena al collo il fece bruttamente impiccare, e a' mal-
levadori poco meno di seimila scudi , con dir che oltre i
primi avea ancora questi frodalo al comune, fece pagare.
Ninna morte diede più spavento a lutti , quanto questa di
Naddo, essendo oltre la potenza dello stato, riputalo per
sagace e astutissimo uomo ; perchè veggendosi che ancora
egli con tutto il suo senno era ne' lacciuoli del duca caduto,
da' quali la prima volta quasi maravigliosamente era scam-
pato, parca che niun altro si potesse più assicurare, di non
essere per qualsivoglia sua qualità manomesso dalla rigidezza
del principe. Nondimeno non si dubitò lui non morir tanto
per conto del camarlingato di Lucca, quanto per sospetto
preso dal duca, che egli avesse col comune di Siena e con
quel di Perugia macchinalo centra !o stato e persona di lui.
11 qual titolo di morte come che potesse parer onorato, non-
dimeno considerando quelli della famiglia la prima cagione
de' mali suoi essere stato il ladroneccio, con tacito consen-
timento come infame sbandirono quel nome della successio-
ne dei loro posteri ; legge conservata severamente per lo
spazio di più di dugento anni infino a' tempi presenti. Fu
poi il duca intento a celebrar nell' ultimo dì di gennaio il
mortorio del re Ruberto , di cui erano venute novelle che
a' 19 di quel mese era di questa vita passato; principe ve-
ramente in cui a fatica cosa alcuna si sarebbe desiderala se
egli non fosse stato combattuto negli ultimi anni della sua
vecchiezza dalle crudeli armi dell' avarizia. Fu amantissimo
della Repubblica fiorentina, e benché per l'inclinazione ul-
timamenle mostrata al Bavero egli avesse preso sospetto dei
Fiorentini, e i Fiorentini avessono incominciato a sospettar
di lui, increbbe nondimeno grandemente la sua morte a cia-
scuno, sperando non solo che egli si sarebbe pacificalo con
esso loro, ma che Firenze vivendo egli non avesse a star
lungo tempo soggetta al duca d' Atene : tanto era grande la
fede che s' avea in quel principe. Il duca mandò poi grano
e danari a quelli di Pietrasanta, i quali essendo arsa una
maggior parie della lor terra per un fuoco appreso a caso,
o poslo per opera de' Pisani, come fu dubitato, volevano
abbandonarla del tulio e cercar altre abitazioni. Furono in
questi giorni impetuosi venti in Firenze, i quali gettarono a
LIBRO NONO 389
lerra le mura del nuovo dormentorio di S. Marco; il grano
e il vino montò a caro pregio; talché aggiunta air altre que-
sta sciagura, ogni cosa era piena di amaritudine.
Venuto i! tempo di creare i nuovi magistrali, e sentendo
il duca la mala soddisfazione che i due ordini de' cittadini
incominciavano a prender di lui, parendo che discoslatosi
da' grandi e dal popolo si fosse dato tutto a favorir l'infima
plebe, mutando spesso pensiero, si volse di nuovo a far fa-
vore a' grandi; e pubblicato gonfaloniere di quelli del popolo
Giovanni dell' Antella, creò de' grandi per il contado sei po-
testati ; a' quali concedendo autorità grandissima di far giu-
stizia civile e criminale, concedette anche gran provvisioni
e salari. Ma non rimanendo per questo V odio che una volta
col modo del suo procedere s' avea tirato addosso, pensò
con nuova e crudele astuzia, ma goffa e inutile, rimediare
alla tempesta che se gli minacciava , con dare ad intendere
che egli non credeva alle relazioni di coloro, i quali alcun
trattato o congiura che contra di lui s' ordiva gli venivano
a scoprire. Per la qual cosa essendo andato a lui Matteo di
Marozzo , e dettogli che molti della famiglia de' Medici ave-
vano in vendetta di Giovanni preso ordine d' ammazzarlo ,
egli non conlento di farlo impiccare, volle che fosse prima
per tutta la città, quasi per un testimonio della fede che
egli avea ne' Fiorentini, altanagliato, e di poi su per la nuda
terra a guisa di solennissimo traditore trascinato. Portando
Matteo la pena delia sua sciocca pietà ( perciocché così fatti
uomini non per beneficio di principe o di patria, ma mossi
da alcun presente utile ricorrono a questi partiti ) non per
questo fu esempio agli altri a dover esser più cauti. Onde
venne a trovar il duca Lamberto degli Abati, uomo per al-
tro nelle cose militari stimato pronto e ardilo, e si gli sco-
perse come Giovanni Riccio da Fogliano capitano di Masti-
no, con intelligenza d'alcuni nobili fiorentini tenea trattato
d' offenderlo. La qual cosa mostrando egli non voler cre-
dere, anzi allegando lui medesimo esser quello che per opera
di Mastino procurava di torgli lo stato, nonostante che nelle
cose di Lucca si fosse portato valorosamente in servigio
della Repubblica, il fece fuor della città impiccare su Mon-
390 dell'istorie fiorentine
lerinaldi ' perchè fosse per avventura più manilesta la sua
crudeltà, e l'altrui dappocaggine. Questa simolata fede del
duca scoperta da' Fiorentini, non solo non gli acquistò sorte
alcuna di benivolenza , o mitigò 1' odio , ma considerando
quanto era per ogni verso grande la sua crudeltà, tanto più
s'infiammarono d'intollerabile desiderio di vendetta centra
di lui. Il quale non ignorante per la propria coscienza della
disposizione de' cittadini, ma sperando con quella facilità po-
tere riacquistar la benivolenza con la quale se 1' avea per-
duta, essendo venuta la Pasqua di Resurrezione, e entrato
gonfaloniere Dettone di Gino Cini , si preparò a far nobilis-
simi giuochi , e con sì fatti trastulli, co' quali lusingasse a
guisa di tanti bambini la plebe, il popolo, e i grandi, levar
la macchia delle passate ingiurie. Fece per questo, acciocché
i cavalieri popolani e nobili con loro piacere s' esercitassero,
tener per più di giostre nella piazza di S. Croce, alle quali
però pochi convennero. Per la plebe minuta introdusse egli
primieramente quelli spettacoli che furono poi chiamati le
potenze, creando sei brigate con sei capi in diverse parti
della città; delle quali pomposissime furon quelle di Porta
rossa, e di S. Giorgio, che con pazza emulazione s' azzuffa-
rono insieme, mentre l' imperador di Ponente rappresentato
nella persona del principe della compagnia di Porta rossa non
volea cedere al Palcologo imperadore di Costantinopoli, che
ora capo di quella di S. Giorgio. Diede poi il gonfalonerato
n Francesco di Pacino rigattiere, e parendogli che con sif-
fatti giuochi avesse grandemente addolcilo gli animi , ve-
nendone la festa di S. Giovanni, volle che ancor quella fosse
fatta magnificamente. E in vero ella apparve molto splen-
dida e onorata ; perciocché egli fece ragunar in sulla piaz-
za di S. Croce , e poi disporre con bello ordine non solo
i ceri che solcano mandar prima le castella , ma di mano
in mano molti palj di drappi ad oro , e per omaggio delle
città venute sotto il dominio fiorentino , e di molti baroni ,
e signori sudditi , cani , sparvieri , e astori. Fece foderar
il palio di vaio. Le quali cose tutte 1' una innanzi l'altra
venendo di S. Croce in piazza , e di piazza a S Giovanni,
1 Monte nelle vicinità di F.c'sole
LIBRO NONO. 391
ìellero un belìissimo e pomposo spoltacolo alla cillà. Ma
mescolando spesso co' giuochi la crudeltà , non più tardi
che quattro giorni appresso fece di lui sentire una fiera
e rigorosa giustizia. Dettone nato di Gino de' raenalori
de' buoi dell'antico carroccio, essendo il padre stalo de' priori
nel gonfalonerato di Zato Passavanti la seconda volta ,
avea egli o per buone o cattive vie meritato dal duca
d' essere stato innanzi al presente gonfaloniere assunto alla
dignità del gonfalonerato. Questi, o che veramente come
buon cittadino i modi strani de! duca non potesse patire ,
o che pur come è natura delle genti vili, quando ad alcuna
fortuna si veggono innalzati, di volerne più clic parte, sa-
pendo menar molto bene la lingua attorno , era appena uscito
d' utìcio , che ragionandosi in un cerchio dell'imposizioni
che tuttavia andava il signor facendo . disse ; che cotante
gravezze non si poteano ormai più sofferire ; e che chiun-
que volea scorticare , e non londer le pecore facea danno
ad altri e a se ; le quali parole al duca rapportate , sde-
gnandosi fortemente egli, oltre l' innata sua rabbia , che uomo
di sì vii condizione, essendo da lui beneficalo, ardisse tanto
licenziosamente parlare centra la sua autorità, gli fece met-
ler le mani addosso , e cavatogli la lingua infino allo stroz-
zale , e quella sopra una lancia confitta , avendolo in questo
modo fatto sur un carro andar per la terra , finalmente il
confinò in Romagna; ove tra pochissimi giorni per dolor
della piaga si morì. Grandemente sbigottì ciascuno per que-
sta ultima dimostrazione , veggendo che le parole non che
i fatti erano puniti di pena capitale. E sentendo che pochi
giorni dopo il duca s'era confederalo con Mastino, co' mar-
chesi da Esle , e col signor di Bologna, con cui avea an-
che fatto parentado, e che così fatte provvisioni non dino-
tavano altro , se non che assicurato delle cose di fuori, volea
poter con più agio attender a quelle di dentro, l.iglieg-
giando , e condannando cui più gli tornava in grado, fece
diliberar ciascuno a pensar a' casi suoi; mossi non solo
dalla mala soddisfazione delle cose passate , ma dalla tema
e spavento delle future; perciocché a' grandi non parea aver
riavuto lo stato , i popolani dicevano averlo perduto , e gli
artefici minori assottigliali ogni dì da continue gravezze si
392 dell'istorie piobeintine
rammaricavano di non poter prender fiato, duleudosi tutti
insieme sommamente di veder andarne a rovina l'onestà
delle donne loro. Ma l'aver ad ogni ora innanzi agli occhi
il carnefice e la mannaia non lasciava rallegrar alcuno, non
solo ili mezzo di tanti pubblici affanni, ma ne pure ne' mag-
giori diletti delle private consolazioni , temendo ogni uo-
mo, che alcuna infelice sciagura similmente a se non fosse
per avvenire ; talché in un medesimo tempo molte e di-
verse congiure da tutti gli ordini de' cittadini gli furono mac-
chinate contro; delle quali tre furono le più illustri. La
prima di cui era capo il vescovo, il quale scornato soprara-
modo Ira se medesimo per aver con tante lodi celebrato
così fatto uomo, era seguitato da Piero, Gerozzo, Iacopo,
Andrea, e Simone de' Bardi poco innanzi rimessi dal duca
in Firenze, ma fatti suoi particolari niniici , oltre la causa
pubblica, per le fresche condannagioni de' due loro consorti,
e per quella sopra tutto onde in difetto de' danari l'uno
era a guisa di plebeo tenuto a perder la mano. Seguitavanlo
della famiglia de'Frescobaldi il priore di S. Iacopo, Agnolo,
e Giramonte , che ancor eglino erano slati ribanditi: il si-
mile feciono Salvestrino e Pino della Tosa ; questi è quel
Pino illustrato da Giovanni Boccaccio per quella bella let-
tera, con cui il consola a sostener con forte animo l'acer-
bità del suo esilio, e Vieri degli Scali. Costoro de' grandi
erano più nominati. Delle famiglie del popolo se gì' accosta-
vano Altoviti offesi da lui per la morte di Guglielmo , e
questi si tiravano dietro per amicizia e per parentado Ma-
galotti. Strozzi, e Mancini. Autori della seconda congiura
erano Manno cavaliere , e Corso Donati figliuoli d'Amerigo,
mossi per niuna pnrticolar ingiuria, ma dall'amor della pa-
tria e da un desiderio di secondare con alcun fatto illustre
la riputazione , benché infelice di Corso lor avolo. A co-
sloro s' aggiunsono Bindo , Beltramo e Mari de' Pazzi, Nic-
colò e Tile de' Cavicciuli, e di casa popolare gli Albizi ,
famiglia che veniva allora sorgendo in molla riputazione,
0 tra questi parlicolarraente chiaro fu il nome d' Antonio
figliuolo di Landò slato gonfaloniere quattro anni addietro.
Guidava la terza Antonio dogli Adimari ; la quale per avere
il seguilo de' Medici, de' Bordoni e de' Ruceilai , ingiuriati
LIBRO NONO. 393
«lai duca parte nel sangue e parte nell'onore, e di alcuno
degli Aldobrandini , più che ciascuna altra era calda a spe-
gnere il tiranno.
In cotanta eguale conspirazione d'animi, come che
l'una setta non sapesse dell'altra, varj erano i pensieri circa
il luogo e (empo dell'uccisione: perciocché molli non con-
Qdando nella città solamente , temendo pure del popolo mi-
nuto, teneano trattalo co' comuni di fuora, altri atlacandosi
co' Pisani, altri co' Sanesi e Perugini, e alcuni co' conti
Guidi. Ma finalmente convenivano, e questi erano quelli
della prima setta, o d'assalirlo in palagio, quando entrava
in consiglio, o di saettarlo mentre andava per la terra. I
Donati voleano assaltarlo in casa degli Albizi, ove solca an-
dare a veder correre il palio. 1 terzi che erano più offesi
avcano ordinato d' ammazzarlo alla Croce al Trebbio ; onde
egli per conto della giovine de' Bordoni solea spesso pas-
sare ; stimando che quel luogo avesse doppiamente ad ac-
crescer lo sdegno a ciascuno, potendosi ricordare con quanta
sfacciatezza avea alla crudeltà aggiunto i peccali della libi-
dine. E v'aveano per questo allogato due case da ciascun
I capo della via, e quelle guernite d'arme e di balestre, e
j di altre cose necessarie per abbarrare la strada , e serrarlo
i nel mezzo; aveano trovato cinquanta masnadieri, ardita e
franca gente, che doveano manomellerlo insieme co' capi
delle famiglie offese. Ma cresciuto il sospetto al duca non
meno per la propria coscienza, che per conforti di alcuni
suoi confidenti, i quali benché punlalmcnte cosa alcuna non
sapessero, lo confortavano a guardarsi, veggendo molte com-
briccole per la città , fu tolta a ciascuno 1' occasione di man-
dar la bisogna ad effetto. Imperocché oltre aver fatte fer-
rar le fenesfre del palagio , due volte mutò sergenti e fa-
migliari quando andava in consiglio. Non volle andare in
casa gli Albizi a veder correr il palio come solca. E dove
prima era usato di cavalcare per la terra con venticinque
0 trenta a cavallo disarmati, e con alcuno gentiluomo della
città, incominciò poi a menar con sé due masnade di cin-
quanta per masnada a cavallo, benissimo armati , e intorno
a cento fanti, e dove egli scavalcava, prendendo questa genie
la strada, non lasciava che altri vi penetrasse. Non resta-
395- dell' isToniE fiorentine
vano per questo i congiurali di tener altre vie, per le quali
potessero all'effetto desiderato pervenire; essendo maravi-
gliosa cosa, che fra tanti di diverse qualità, esercizi , età, ric-
chi, poveri, cittadini, forestieri con tanta segretezza fosse ogni
cosa tenuta celala, infìno che il tradimento usci dalla casa
di Francesco Brunelleschi. Costui avendo avuta notizia del
trattato da un Sanese , il quale interveniva nella congiura
de' Medici, e ciò gli avea palesato non tanto per rivelar-
gli il trattato, quanto per prender consiglio da lui, andò il
tutto a manifestare al principe , menandogli sotto fidanza il
medesimo fante , perche piìi pienamente di tutto il maneg-
gio fosse fatto consapevole. Non avea costui intelligenza
co' capi della congiura , e però non potè nominare altri
per complici, che Paolo del Marzecca cittadino fiorentino,
e Simone da Monte Happoli ; i quali fur dal duca fatti
segretamente metter in prigione, e tormentali r gorosamenle
confessarono lor capo esser Antonio degli Adimarì figliuolo
di Baldinaccio, con molli altri così grandi come del popolo.
Il duca benché per vedersi in un momento tanti nimici ad-
dosso fosse grandemente spaventalo nell'animo suo, du-
bitando che col mostrar la cosa esser scoperta mettesse i
congiurali in necessita d' offenderlo , e col far vista di non
essersene avveduto porgesse agli avversari ardire di far con
più sicurtà quel che tramavano, prese per partilo, con pru-
dente consiglio se gli fosse riuscito di far più tosto richiedere
che pigliare Antonio, acciocché se egli non compariva, come
parca che dovesse fare, con l'esilio solo , e senza scandolo
leggiermente venisse a restarne assicurato. Ma Antonio confi-
dando nella riputazione della sua persona , nella grandezza
della famiglia, e nella moliitudine de' congiurali comparì ani-
mosamente in giudizio. La qual cosa nondimeno sbigottì
tutta la città, e molti dubitando di sé medesimi si partirono,
altri in luoghi occultissimi si nascosero. E sarebbe senza al-
cun dubbio stala la salvezza del duca , se egli sapendo es-
sere interamente crudele, avesse, come fu consigliato dal
Brunelleschi e da Uguccione Buondelmonti, con presta riso-
luzione fatto morir Antonio, gittatolo a veder al popolo, e
corso la terra. Ma la tema d' esporsi a cotali pericoli, non
parendogli aver forze a resistere a tanti nimici, e il desi-
LIBRO NONO. .WÓ
.ierio di far le cose sicuramente, il che suole esser sempre^
d' ogni grande impresa rovina, a' Fiorentini dette tempo a ri-
solversi, e a lui tolse lo stalo e la riputazione. Attese dun-
que prima a provvedersi ; e per questo scrisse alle castella
e città vicine , che gli mandassono genti ; il medesimo fece
intendere al signor di Bologna , e a lutti i baroni e signori
vicini ; sì fattamente che essendo scoperta la congiura il di-
oioltesimo giorno di luglio, a' 25 si trovava aver appresso
di se più di secento cavalieri , non piccolo numero di fan-
ti , ed eranci nuove che le genti del signor di Bologna con
nitri romagnuoll , che venivano in suo aiuto , aveano già
[jassato l'Alpe. Per la qual cosa stimando egli poter ora si-
curamente far quello che aveva nell' animo , diede ordine
che per il dì seguente di Sant' Anna fussono richiesti tre-
cento cittadini, i più principali della ciltà , così de' grandi
come del popolo , i quali venissero a consultare con esso lui
quello che de' presi s' avesse a fare ; con pensiero venuti
che fossero di tagliarne parte a pezzi, e parte confinare in
perpetue prigioni, e ciò fatto, correr la terra , e ripigliando
il dominio , con maggior severità andar di mano in mano
spegnendo tutti coloro che per nobiltà , o per ricchezze , o
per seguito, o per vigor d'ingegno fossero abili a dargli so-
spetto. Erano fra gli altri in questa lista gran parte de' con-
giurati ; talché leggendo ciascuno quando era richiesto non
solo il nome suo, ma quello de' compagni congiurati, e d'al-
tri che non sapevano aver mano ad altra congiura,, stima-
rono, che quegli anche avessero conspirato contra del duca;
quindi incominciò a mirarsi in viso l'un l'altro, e dopo
qualche silenzio a domandarsi scambievolmente di quel s' a-
vesse a fare ; poiché il tempo soprastava, la città s' empieva
di forestieri , e il dì seguente s' aspettavano nuove genti di
fuori ; per sì fatto modo . che spargendosi in poco d' ora la
voce di persona in persona , la città s' empiè di timore , e
il comune pericolo congiungendo insieme tulle a tre le con-
giure, e di tulle unite insieme falli capi gli Adimari, i Me-
dici e i Donali, si risolsono in luogo di comparire di dover
il (iì seguenie levar il romore, pigliar 1' arme, asserragliar le
strade , corabatler il palagio , e cacciarne il duca o vivo o
oa^orto dalla ciltà. Venuto dunque il dì di Sant'Anna , oltre
396 DELL ISTORIE FIORENTINE
avere scrino alle vicine repubbliche per aiuto , furono se-
condo r ordine preso da cerli fattori e uomini di vii condi-
zione attaccale finlamenle due quislioni in due parti della
città, r una in Mercato vecchio, e l'altra in Porta San Pie-
ro, i quali incomincialo a gridare, mentre s' azzuffavano in-
sieme, air arme, subitamente il popolo corse ad armarsi; e
in un batter d' occhio furono tratte fuori molte bandiere del-
l' arme del popolo e del comune. Asserragliaronsi lutti i capi
delle vie maestre. I grandi e popolani d' Oltrarno nimici in-
sieme per le passate brighe , s' abbracciarono 1' un 1' altro ,
giurando fedele amicizia infiuo alla morte per restituire la
libertà alla comune patria '. Abbarrarono ancor essi i capi
de' ponti ; perchè quando tutta la terra dall' altro lato si per-
desse, essi potessero francamente tenersi. Il principio del
qual romore sentilo dalle genti del duca , mosse i Franzesi
a correr in aiuto del suo signore ; de' quali benché molti
fossono fatti prigioni e rubati per gli alberghi , altri feriti
e morti per le vie, trecento nondimeno a cavallo si condus-
sono su la piazza del palagio. Vi giunsono alcuni altri fanti
a piede , oltre coloro che slavano continuamente alla guar-
dia. Trassevi nel principio non picciol numero di cittadini,
non solo scardassicri e beccai, i quali gridavano che fosscr
morti i nimici del signore ; ma vi vennero del popolo gli
Acciainoli, i Peruzzi e gli Antellesi, e de' nobili grandi Uguc-
cione Buondelmonti e Giannozzo Cavalcanti seguitati quasi
dalla maggior parte de' loro consorti. Rifuggirono anco in
palagio per cagione del magistrato il gonfaloniere e tutti sei
i priori; per modo che il duca avrebbe fallo lunga resisten-
za, e messo in dubbio la fortuna degli avversari, se vedendo
costoro tutta la città mossa ad arme, non se ne fossero tor-
nati a casa, e dopo alcuna breve sospension d' animi con-
giuntisi ancor eglino col resto del popolo a' danni del tanto
da loro poco innanzi lodato e amalo principe. Restarono col
duca Uguccione e i priori ritenuti da lui per sicurezza di
sua persona. E per la terra solo Giannozzo Cavalcanti ebbe
' Cosa di rado accaduta ,• e però quando accadeva , riuscivano nel-
l'intento : come fu nel fatto del duca; cioè che le discordie private e
interne cessino quando si tratta di difender la patria.
LIBRO NONO 397
ardire, tornalo in Mercato nuovo dove abitava, di montar
sopra un desco da macello, e confortar il popolo a depor l'ar-
me, e r ira ingiustamente conceputa conlra sì buono e giu-
sto governatore; benché ninno badasse pur ad udirlo. I con-
giurali voggendosi già seguitali da lutto il popolo, e non
avere a contendere se non co' forestieri , avendo fortificalo
tutti i luoghi importanti della città, e lasciata sufficiente
guardia alle porte, perchè non entrasse gente in favore del
duca, andarono a combatter il palagio, sì per scampare An-
tonio degli Adimari prigione per conto della congiura, co-
me per vendicarsi del duca; molli de' quali arrabbiati dal-
l' ira e dall' odio intollerabile delle ricevute ingiurie grida-
vano di volerlosi mangiar vivo ; così è grande negli uomini
sopra tulli gii altri affelli l'amore della vendetta. Giunti dun-
que a' capi delle vie, onde s'entra nella piazza, e trovalo
contrasto delle genti ducali, attaccarono arditamente la zuffa;
nella quale continuando infino a notte , dopo molli feriti e
morii dell' una parie e dell' altra, i Franzesi furono costretti
smontando da cavallo a ritirarsi in palagio. Altri lasciando i
cavalli e 1' armi si diedono in potore del popolo . ricono-
scendo da lui la vita in dono ; perchè i cittadini ebbono
comodità la sera medesima di abbarrar tulle le vie, che sono
infin a dodici, le quali menano in sulla piazza de' priori ;
dal che i nimici venivano ad esser assediali, non restando
il duca poco innanzi padrone di tulio lo stato fiorentino, si-
gnor d'altro che di lauto circuilo quanto era quello che
occupava il palagio e la piazza. Corso Donali tra questo mez-
zo era corso alle Slinche, avendo udito dire che questo fatto
avea quarantatre anni addietro acquistato gran riputazione
air antico Corso suo avolo, e messo fuoco nello sportello e
bertesca che era di legname, e aiutalo da quelli di dentro,
con non molta fatica avea liberato i prigioni. Di qua essen-
dogli cresciuto seguito d'alcuni de' Pazzi, de' Cavicciuli, di
Manno Donati suo parente e d'altri, che aveano amici e pa-
renti interessati, era passato al palazzo del podestà, ove Ba-
glione podestà del duca risedeva, e non trovatavi resistenza
alcuna (imperocché Baglione era fuggilo a salvarsi a casa
gli Albizi, e la sua famiglia si era riparala in S. Croce ) il
diede in preda di coloro che il seguitavano, i quali in poco
398 dell' istorie fiorentine
d'ora tutto il rubarono, avendo prima scapulalo i prigioni delia
Volognana; e per salvezza degli sbanditi e de' debitori arso
lutti i libri della camera del comune, e insiememente quelli
della morcatanzìa. In questo medesimo giorno, quelli d'Ol-
trarno udendo che le cose procedevano bene , e che non
si avea più a dubitare del duca, il quale ristretto dentro le
mura del palagio non osava comparir fuora, levarono via le
sbarre messe ne' capi de' ponti, e passando di qua della città
insieme co' cittadini degli altri sesti si trovarono a fare sgom-
brare i serragli delle rughe maestre, e unitisi insieme e tro-
valo esser il numero di coloro che erano a cavallo più dì^
mille, e non meno di diecimila quelli a piede, armati lutti
di corazze e barbute a guisa di cavalieri, senza il resto del
popolo minuto, avvisarono d' avere in ogni modo a vincer
l'impresa. Il duca conoscendo il pericolo in che si trovava,
non avendo speranza d' alcuno aiuto, e le provvisioni di po-
tersi tener in palagio essendo di poco momento, si pose a
tentare se con qualche atto di umanità potea riuscirli di mi-
tigar l'ira del popolo. E per questo il dì seguente fece di
sua mano cavaliere Antonio degli Adimari, ancora che egli
il ricusasse, e insieme con gli altri prigioni il mise in sua
libertà, e levate le sue insegne di su la torre del palagio.
vi pose quelle del popolo. Ma come cose che si vedevano
fatte per forza e non di libera volontà, non gli furono d'al-
cuno profitto, essendo stale disprezzate dal volgo, di cui co-
testo fu sempre proprio, non osservare mai mezzo nelle sue
azioni ; poterlo baltere e schernire sicuramente quando in-
comincia a temere ; se punto conosce le sue forze, essere
spaventoso e tremendo. Crebbe in lui tanto maggiormente
questo orgoglio, quanto che tra la domenica notte e il lu-
nedi gli giunsono molti aiuti : « trecento cavalieri e quattro-
« cento balestrieri mandati dalla città di Siena sotto la con-
« dotta di Francesco da Montone capitano di guerra, con sei
« cittadini ambasciadori di quella Repubblica , i nomi dei
« quali furono Agnolo de' Tolomei e Francesco de'Salimbeni
« cavalieri, Guido di Fredo da Montalcino giureperito, Nad-
« do di luccio del Bellanle, Giovanni di Tura Montanini, e
« Davizzino di Memmo Vive » duemila pedoni vennero di
S. Miniato, cinquecento di Prato, qiiaitrocento ne condusse
LIBRO NONO. 399
si conte Simone da Battifolle. E erano giunti alla Lastra cin-
quecento cavalieri pisani, i quali dal vescovo e da coloro
che avcano preso in un certo modo il governo in mano, co-
me antichi nimici de' Fiorentini e nuovi confederati del du-
ca furono mandati a licenziare, non senza riprender quei
cittadini che l'avean fatti venire.
Essendo dunque in cosi fatti scompigli più bisogno di
capo e di reggimento che di maggior forze, il vescovo fece
nel medesimo d'i sonar la campana del podestà a parlamento
per riformar lo stato e signoria delia città. Il popolo con-
gregato sotto l'arme a S. Reparata, con gran concordia die
piena balìa di tutto quello che per assettar il turbulenlo stato
della Repubblica era necessario infìno a calen d'ottobre a
quattordici cittadini oltre il vescovo; i nomi de' quali furono
questi. Ridolfo de' Bardi, Pino de' Rossi, Giannozzo Caval-
canti, Simone Peruzzi, Giovanni Gianflgliazzi, Testa Torna-
quinci, Bindo della Tosa e Talano degli Adimari lutti cava-
lieri e de' grandi; Sandro Biliotti, Filippo Magalotti, Bindo
Altoviti , Marco Strozzi, Francesco de' Medici e Bartolo
dei Ricci del popolo; de' quali il Medici era cavaliere , e il
Ricci slato gonfaloniere 1' anno 24 , era dottor di leggi. Co-
storo elessono subitamente per pode-tà il conte Simone,
ma non volendo egli tirarsi addosso una soma così odiosa,
mandarono a chiamare Giovanni marchese di Vallano, e in-
sino alla sua venuta fcciono per suo luogotenente sei citta-
dini uno per sesto, Berto Frescobaldi, Nepo Spini e Fran-
cesco Brunelleschi de' grandi e tutti e tre cavalieri ; Taddeo
dell' Aniella, Paolo Bordoni, e Antonio degli Albizi del po-
polo; al servigio de' quali assegnarono dugenlo fanti pratesi.
Ordinate in questo modo le cose del governo, non si lasciava
tra tanto di combattere dì e notte il palagio, oltre la cura
data a molti masnadieri, e presalasi anche da per loro gli
offesi, di cercare degli uficiali del duca. Il primo che capitò
in mano degli Altoviti fu un notaio del conservadore, cru-
dele e reo uomo, il quale oltre esser subitamente morto, fu
fatto in minutissimi pezzi, perchè a guisa d' una cacciagione
ciascuno del popolo ne parlicipasse. Fu poi trovalo Simone
da Norcia dottor di leggi e proposto sopra le ragioni de!
comune, il quale avendo tormentato crudelmente e condaO'
400 dell' istorie fiouhxtìne
«alo a torto molli uomini, fu con non minor rabbia straziato
e squartato in mille parti ancor egli. Il simigliarne fu fatto
ad un notaio napoletano stato capitano de' sergenti a pie del
duca. Il martedì comparve Arrigo Fei, il quale in abito di
frate si fuggiva dal convento de' Servi per uscirne dalla porta
a S. Gallo ; il cui corpo essendo dopo che fu ucciso da chi
prima 1' incontrò pervenuto in man de' fanciulli , prima per
la città lo trascinarono ignudo, poi condotto sulla piazza dei
priori, ivi l'impesono per li piedi, e sparato a modo di por-
co, così lunga ora lo lasciarono stare a esempio della cru-
deltà de' gabellieri, infin che spiccalo e venuto da capo in
man de' fanciulli fu finalmente da loro per stanchezza gittate
nel fiume. Il duca fallo in gran parte spettatore delle morti
de' suoi ministri, di se stesso temendo, cercava per ogni op-
portuna via alcuna onesta sorte d'accordo ; per la quale po-
ter praticare si posono in mezzo non solo gli ambasciadori
sanesi, ma il vescovo stesso con buona parte di quelli della
balìa e col conte Simone, il quale si mostrò in quel tempo
molto pronto in servigio della Repubblica. Ma il popolo che
con gran difficoltà si conduceva a lasciar partir il duca a sal-
vamento, ad una cosa fermò i piedi e moslrossi ostinato ,
che egli non era per star a sorte alcuna di convenzione, se
in sua potestà non gli erano messi prima il conservadore in-
sieme col figliuolo e Cerrcllieri Yisdomini. Parca strana co-
sa al duca che egli avesse ad esser ministro della morte
degli uficiali suoi medesimi, oltre l' indegnità di cui non si
tenea più conio; onde stette due giorni fermo a non doverli
dare. Ma venuto il primo giorno d' agosto, e sapulo da" Bor-
gognoni che l'accordo non seguiva Ira' Fiorentini e il duca
perchè egli non volea conceder loro i tre che addomanda-
vano, furono da lui, e si gii feciono intendere che non era
bene che avessero a morirsi tulli di fame e di ferro per sal-
vare tre tristi; e fu chi borbottando si lasciò uscir di bocca,
che prima che morir essi, non che i delti tre, ma lui me-
desimo avrobbono dato in potere del popolo ; perchè veg-
gendosi il duca a sirail partito ridotto , convenne che ac-
consentisse, e la sera medesima i Borgognoni pinsono fuori
dell'antiporto in preda dell'arrabbiato popolo innanzi agli
altri il figliuolo del conservadore. Non avea il misero com-
LIBRO NOXO. 401
piulo i diciotto anni della sua età . e essondo la speranza
del padre e del zio, a loro coiitcmplaziune di pochi di in-
nanzi era stato armato cavaliere dal duca. Ma i parenti degli
offesi, che primi erano a ricever la preda, non guardando
air età, ne alla forma del giovane ttd, ma come quello fosse
offerto loro per una viltima a piai ar 1' anime de' loro morti,
non sazj d'averlo passato mille volte con le coltella , con le
mani e co' denti in presenza del padre lo squarciarono, e
sbranarono tutto. Gridarono poi che fosse dato loro il pa-
dre, di cui fcciono il medesimo giuoco, tagliandolo in molte
parti, e di quello chi un pezzo mettendone sulla lancia, e
chi un altro sulla spada, godendo soprammodo ciascuno di ve-
dersi lordo di quel sangue che lanl(t aveano odiato. E per-
chè tutti i sensi godessero del piacere della vendetta, vi fu-
rono di sì crudeli e bestiali, che dopo aver udito i loro stridi
e vedute le lor ferite, e con le mani tocche e straziatele
maggiormente, voUono di quelle mangiare già mezzo vive,
acciocché come tutte le parli di fuori n' eran satollo , così
quelle di dentro se ne saziassero. E per avventura sarebbe
nel mezzo del caldo dell'ira cotanta crudeltà stata in alcuna
parte scusabile, se non si fossero trovali di coloro, che ba-
stò lor l'animo d'arrostirle, e in quel modo a guisa di pre-
ziosa vivanda raangiarlesi, non raffreddati dall'intervallo del
tempo, uè sgomentati punto dalla considerazione di quello
che si metteano a fare.
Saziato il popolo d'incrudelirsi centra costoro, non si
ricordò più di addomandare il Visdomini ; il quale fuggen-
dosi poi la sera di nascosto, da certi de' Bardi e da alcuni
altri suoi parenti e amici fu condolto in luogo sicuro. Ma
non lasciò per questo di crear due de' Rucellai e due degli
Altoviti cavalieri, come se dopo una giusta battaglia si fos-
sero portali valorosamente in vendicar il sangue de' lor pa-
renti. Il che nondimeno, raffreddato quell'impeto, da' citta-
dini savi fu poco approvato. Essendo il popolo grandemente
sfogalo per la morte di tanti ministri, incominciò a porgere
più pacificamente orecchio all'accordo, il quale fu finalmente
conchiuso il terzo giorno d'agosto. « Con aver prima il duca
« con una sua patente spedita per mano di Giovanni vesco-
« vo di Lecce suo cancelliere, dato autorità a quattordici cil-
Amm. Vol. II. 26
402 dell'istorie fiorentine
<< ladini e al vescovo Acciaiuoli di poter fare e disfare lutto
« quello che paresse alle due parli di essi per il buono sialo
« del comune di Firenze. E dopo alla presenza del gene-
« rale di guerra de'Sanesi e degli ambasciadori di quella
n Repubblica, e del conte Simone da Battifolle rinunziò alla
« signoria, imperio e giuridizione che avea sopra Firenze,
« suo contado e distretto, liberandola da ogni giuramento e
« da ogn' altro obbligo, con restituirla nella medesima ma-
« niera e forma di quando gli si delle. E nello stesso modo
« liberò le città di Pisloja, d'Arezzo e di Volterra e loro
« contadi, e tutte le altre terre , castella, fortezze e luoghi ,
« lasciandogli nella medesima maniera sotto il dominio dei
« Fiorentini, che erano avanti la signoria: lo stesso fece de-
« gli ecclesiastici, marchesi, conti e altri nubili con le loro
« signorie e luoghi ; dando autorità al suddetto capitano di
« guerra e ambasciador de'Sanesi, e al conte Simone di
« rimettere i Fiorentini in possesso di tutto. E tutto disse
« di fare spontaneamente e liberamente , mettendosi pena
« cinquantamila marche d'argento per ogni capo al quale
« contravvenisse ; obbligandosi non solo perse, ma per i suoi
« ufiziali ; promettendo con giuramento di non si dolere per
« alcuna cosa fatta a lui o a' suoi con persona, ne di ricer-
« care re, principe, o città alcuna di rappresaglia sotto pena
« di diecimila marche d' argento. E in segno del deposto
« imperio e dominio depose il bastone che avea in mano».
Avendo dunque così rinunziato ' nel palagio chiamato dei
priori ^ , furono lasciati uscir fuori tutti i soldati che vi era-
no , accompagnati da' Sanesi e da alcuni cittadini, perchè
non fosse loro fatto oltraggio dalla moltitudine. 11 duca te-
mendo tuttavia dell' ira popolare si ritenne con la sua pri-
' Ecco come è espressa la rinunzia del duca d'Atene dal vecchio
Ammirato. Che il duca ririìinziasse con sagramento alla signoria o
giurisdizione., che in qualunque modo s'avesse acquistato sopra la
città, contado o distretto di Firenze ; che perdonasse ad ogni rice-
vuta ingiuria e ojjfesa, che in qualunque modo a se e a'' suoi J'osse
stata Jalta , e per più cautela., che quando Josse ^fuor del contado
di Firenze, solennemente le dette cose ratificasse. Avendo dunque per
ora liberamente alla detta signoria rinunziato, Jurono lasciali te.
' Il testo dice : che erano in palagio ec.
LIBRO NONO 403
vaia famìglia in palagio ìnfìno alla notte del sesto giorno di
agosto, e quando vide esser ogni cosa acquetata, la mattina
per tempo uscì di palagio, accompagnato da' medesimi Sanesi,
dal conte Simone, che ebbe parlicolar cura , condotto che
l'avesse in Poppi, di farlo ratificare, e da non poco numero
di cittadini cosi de' grandi come del popolo assegnali in sua
guardia dalla Repubblica. Condotto dunque dal conte in Ca-
sentino, e richiesto a far le scritture, parendogli che non
fosse da cedere così facilmente a cosa di tanta importanza ,
mostrandosi forte pentito di quello che avea promesso, non
si volea piegare a far 1' atto della ratificazione. Onde il conte
ebbe ad usargli così fatte parole. Signor duca, se voi non
volete osservare quello che con giuramento avete promesso
a' Fiorentini, io non per questo vi userò qui alcuna forza,
o violenza ; se non che secondo siamo stali d' accordo , vi
rimenerò in Firenze. Ivi potrete a beli' agio assettar le cose
come meglio vi parrà col popolo. Subito la memoria de' fre-
schi pericoli ridusse nella mente del duca 1' osservanza della
fatta promessa, e senza perder più tempo, parendogli mille
anni di trovarsi libero fuor delle mani del conte , ' a dopo
« aver narrato tutta la rinunzia falla in Firenze, e rogata per
« mano di Buonaventura Monachi e di Folco di ser Anto-
« nio notai fiorentini, il giorno slesso de' 6 d'agosto ratificò
« la della rinunzia in mano del suddetto Folco e di Romolo
« del già ser Triccolo notaio fiorentino. Sicché è veramente
« favola quel che si dice di Giovanni Pandolfini che fosse
« quello che rogasse tal rinunziagione ». Questo fine ebbe
la signoria del duca d'Atene in Firenze, uomo non solo co-
me mostrò nel modo del suo governo, crudele e avaro, ma
( perchè né coi doni naturali potesse correggere i peccati
dell' animo ) di bruita e spiacevole presenza, imperocché egli
fu di color nero, avea la barba lunga e rada, la sua persona
era molto piccola, e quella sparuta e poco graziosa. Nota-
rono i periti delle cose celesti, in tali movimenti di stelle
aver egli preso la signoria della città, che se gli negava po-
ter quella distendere olire lo spazio d' un anno- Ma per aver
egli alla signoria rinunziato, non per questo la Repubblica
i Jece la rini/nzia^'ione. Primi ediz.
404 dell'istorie fioremine
al suo primiero stato si ritornò ; conciossiacosaché volendo
le terre a lei suddite col suo esempio ricuperare ancor elle
la libertà loro, costrinsono gli uficiali che il duca vi tenea,
0 per viltà, o quello che non fu minor fallo, per danari, a
ceder al dominio che sopra di loro avea la Repubblica fio-
rentina, non allrimente che il duca avea a quella della lor
patria ceduto. Onde con grandissimo dolore fu inteso che
Castiglione era stato per danari renduto da Andrea de' Bardi
e da Jacopo de' Pulci a' Tarlati. Guelfo Buondelmonti con
Nerlo Accorso per duemila trecento ducati aver lasciato Arez-
zo, Guelfo Scali Rondine, e Bartolomraeo Adiraari Cennuia.
Lotto Gherardini si sapea che avea venduto Lanciolina, Don-
cione Bostichi il palagio degli libertini, Manelto Donati Colle,
Geri de' Pazzi e lo Schicchi Cavalcanti Volterra. Volentieri
schifere' io la noia di raccontare le vituperose opere di tanti
cittadini, se non mi ricordassi , cotesto particolarmente es-
ser r uficio di chiunque si mette a scrivere una istoria, non
meno i sozzi e rei fatti mandar alla memoria dei posteri, che
i chiari e magnanimi , acciocché e gli uomini buoni abbiano
il premio della lode, che senza lusinghe di chi scrive nasce
dalla nuda narrazione della cosa raccontata , e a' cattivi non
rimanga alcun conforto che almeno la lunghezza del tempo
abbia a levar via la macchia delle loro ribalderie. Agnolo
de' Rossi dunque era venuto a notizia che ancor egli avea
dato la rocca di Montopoli, siccome Nepo Brunelleschi avea
dato S. Croce, Ferragulo Mancini la rocca di S. Maria a
Monte, Carfa Borghi quella di Prato, e Giovanni Tornaquinci
il Castel di Pistoja. La rocca vecchia di Serravalle era stata
data da Giovanni Belculacci, e la nuova da Chiaro da S. Ca-
sciano; Filippo Baslari, che era podestà della terra, cede alla
podesteria essendo stato pagato per sei mesi, e toccò di più
cinquecento scudi. Durazzo de' Pigli vende la rocca di Monte
Vellolino; Andrea Manieri si fuggì per paura da Vellano.
Bonifazio Spini abbandonò Barga, e Sandro Tornaquinci ren-
dè un altro castello, s'i fattamente che Firenze a capo di
dieci mesi e diciotto giorni, che era stata sotto il duca di
Atene , in un tratto del tiranno e del suo dominio priva ri-
mase, avendo in questo spazio di tempo ( siccome gli antichi
scrittori diligentemente avvertirono ) cavato il duca dal solo
LIBRO NONO. 403
corpo della città quello che aggiugneva alla somma di qual-
irocenlomila fiorini d' oro, de' quali più che la metà rimase
in Inogo sicuro.
Cacciato il duca dalla città ' , due cose rimaneano da
fare di grande importanza, provvedere alle cose di dentro .
e vedere che riparo avesse a darsi a tante calamità ricevute
di fuori. E per la prima si deliberò per non acquistarsi nel
debole stato della rinascente Repubblica nuovi nimici , mo-
strare di esser contenti di tulio quello che era succeduto ;
e perciò furon mandati in alcun luogo arabasciadori e altrove
lettere, dove a rinunziar liberamente all'imperio che in quelle
città e luoghi aveano avuto, per donar quello che tener non
poleauo , dove a far nuove amicizie e confederazioni , e in
tutte usar ogni industria , acciocché amici rimanessero. « In
« Arezzo era stato mandato Giovanni marchese del Monte
« S. Maria; ma stando gli Aretini ostinali in voler esser li-
ft beri, ne furono contentali, con obbligo di dover eleggere
« in podestà della lor città di sei mesi in sei mesi un citta-
« dino fiorentino, che una volta un popolare, e l'altra un
« grande, e di fare lo stesso del capitano del popolo sem-
« pre che si fossero risoluti di volerlo, con riconoscersi de-
« bilori alla Repubblica di ventiduemila novecentocinquanta-
« sette fiorini d' oro per le spese falle nella fortezza. Erano
« intanto comparsi in Firenze Averardo da Montesperello
« cavaliere, Orlando di M. Nino giureperito, e Cecco de'Mi-
« chelolli ambasciadore de' Perugini per rallegrarsi in nome
« di quella città della cacciala del duca d' Alene , col quale
« dicevano che i Perugini non avean voluto far lega per
« non gli dare maggior calore. Ma che sentito la rivoluzione
« avean ben mandato genti a chi era in Castiglione per la
« Repubblica ; ma che quel tale avendo dato la terra per
« sette mila fiorini a Piero da Piclramala, era stalo cagione
i< della morte di molli Guelfi, e che quelle genti non erano
« potute passar a Firenze, avvertendo quei della balia, che
' Do|jo la cacciata del duca, fu egli dipiato co' suoi aderenti per
dispregio nella facciata della torre del Bargello, con la mitria in tes-
ta , come solevano mandarsi i rei alla berlina : disonore massimo in
quell'età.
406 dell'istorie fiorentine
« i Pisani aiutavano i Pielramalesi a tenere assedialo Arezzo,
K Furono gli ambasciadori Perugini ringraziati del fraterno
« affetto di quella città. E che in quanto ad Arezzo non
« era tempo da trattar quella bisogna con 1' arme ; e che per
« il tradimento di Castiglione averebbe avuto il dovuto ga-
« sligo ». Parendo a" quattordici e al vescovo secondo la ne-
cessità de' tempi ' avere per allora con savio consiglio ai
danni di fuori dato rimedio, si volsono a riordinare gli ufici
e il governo della città, instando sopra tutto il tempo della
creazione de' priori. Quindi incominciò fra' grandi a nascere
un ragionamento, che essendo eglino slati buona e polente
cagione a cacciar il duca dalla città, era anche ragionevole,
che partecipassero di tutti gli uGci, poiché non era meno
utile l'opera loro alla Repubblica che quella de' popolani;
da che sorse alcuna piccola contesa : perciocché i popolani
grassi, de' quali molli aveano parentado co' grandi, e per le
ricchezze e per la riputazione de' magistrati esercitati da
loro erano fatti molto più simili a quelli che non aveano con-
formità con la plebe , vi si accordavano. Ma gli artefici e
popolo minuto contentandosi d'ogn' altro uficio, non voleva-
no che avesser parie nel priorato, non in quello de' dodici,
né de' gonfalonieri delle compagnie; imperocché essendo ufi-
cio ove aveano a intervenir con la plebe insieme , sapeano
di fermo che quella congiunzione non polca esser durabile
lungo tempo , non potendo eglino soffrir l' alterigia e orgo-
glio de' grandi, e a' grandi essendo a schifo, come alcune
volte erano stati sentiti dire, la viltà e puzzo di quello or-
dine. Ma potè tanto l'autorità del vescovo, la podestà dei
quattordici e le preghiere de' Sanesi, mostrando che questa
era quella occasione che Firenze s' avea ad unire in un
corpo, che fu finalmente acconsentilo che i grandi avessono
parte in tulli gli ufici. Ma nasceva un'altra difficoltà, che
pagando i sesti , ne' quali la città era divisa nelle gravezze
del comune, centomila fiorini d' oro, non parca che fossero
egualmente divisi gli onori, ove i pesi erano disuguali; e
per questo non esser bene che quel sesto avesse ad aver un
priore , il quale nel pagamento trapassava un altro sesto di
1 E parendo secondo la necessità dei tempi a\'ere ec. Prima ediz.
LIBRO NONO. *07
più che la metà; conciossiacosaché ne' libri de' conti della
Repubblica appariva che il sesto d' Oltrarno contribuiva
ventottomila fiorini d'oro, e S. Piero Scheraggio ventitré,
dove Borgo dodici, S. Pancrazio tredici, undici porta del
Duomo, e S. Piero Maggiore tredicimila solamente ne paga-
vano. La qua] considerazione parendo giusta fu deliberato
che per compartir meglio i comodi e gl'incomodi, la città
si recasse a quartieri. Il sesto dunque d' Oltrarno , non mu-
tandosi se non nel nome, fu chiamalo S. Spirito, e questo
dovea esser il primo , dandogli per insegna una colomba
bianca co' razzi d'oro in becco in campo azzurro. I cinque
sesti di qua della terra furono divisi in tre. Sicché a S. Pie-
ro Scheraggio s' aggiunse più che il terzo di porta S. Piero,
e questo fu chiamato il quartiere di S. Croce, e la sua ar-
me fu in campo azzurro una croce d'oro. De' due sesti di
Borgo e di S. Pancrazio se ne fece uno, e fu nominato sotto
il nome di S- Maria Novella, e se gli diede per insegna un
sole con razzi d' oro, pur messo in campo azzurro. L' ulti-
mo quartiere fu tutta porta del Duomo col rimanente di porta
a S. Piero, e questo si chiamò il quartiere di S. Giovanni,
dandogli per insegna la cappella di S. Giovanni ad oro con
due chiavi nel medesimo campo che le altre. « Partila la
« terra a quartieri, e ordinato che gli onori che prima si di-
« stribuivano per sestieri si dividessero per quartieri , vol-
« lero ancora che occorrendo in avvenire mettere alcuna
« gravezza, non secondo i quartieri, ma secondo la facoltà
« de' cittadini si distribuisse; fu preso ordine da quelli della
« balia, acciocché si potessero eleggere i priori, di far lo
« squillino ' » nel quale insieme con essi quattordici e col
vescovo intervennero centoquindici uomini , avendo eletto
otto de' grandi, e diciassette del popolo per ciascuno quar-
tiere. Costoro disposono che tolto via il gonfaloniere si do-
vessono eleggere dodici priori , tre per quartiere, ma con
questa prerogativa, che uno fosse de' grandi, e due del po-
polo. In tulli gli altri magistrali gli ufici si dessono per metà.
• Dice il testo; Partita la terra a quartieri. Jìi preso ordine da
quelli della balìa , acciocché ti potessero eleggere i priori , di far
lo squittirlo ec.
408 dell' istorie fiorentine
Per questo in luogo de' dodici doversi creare otto consiglieri,
de' quali la metà fosser del popolo e la metà de' grandi Ap-
pena era stata falla la legge, che fu levato un grido ira il
volgo, tra i nuovi priori esser Manno Donati, e uomini di
simil qualiià. Il qual Manno per la grandezza de' suoi ante-
passati era tenuto mollo orgoglioso, e il quale di gran lun-
ga avanzasse lo stalo della civile popolarità,- perchè la plebe
fu per venire all'arme, se pubblicali che furono i nuovi
l)riori, e il non essersi fra essi trovalo Manno, non avesse
fallo posare l'impelo della concitala moUittidine. I nomi dei
nuovi priori, i quali entrando a' 28 d' agosto , che tanto più
f^ra seduto Pacino, furon questi. In S. Spirilo Zanobi Man-
nelli, Sandro da Quarata e Niccolò Ridolfi, In S. Croce Ruz-
zante de' Foraboschi cavaliere, Borghino Taddei e Nastagio
Tolosini. In S Maria Novella Ugo degli Spini, Marco dei
Marchi giudici, e Antonio d'Orso. In S. Giovanni Francesco
degli Adimari cavaliere, Bellincione degli Albizi e Neri di
Lippo, costoro furon poi detti del palagio, de' quali il primo
di ciascuno quartiere fu nobile de' grandi. Somigliantemente
gli otto consiglieri due per quartiere un nobile e un popo-
lano furono Ridolfo de' Bardi, Adoardo Belfrcdelli, Domenico
Cavalcanti, Francesco Salvi giudice, Nepo degli Spini, Piero
da Signa, Beltramo de' Pazzi e Piero Rigaktti. Tutti costoro,
e così gli altri per l'avvenire, non più secondo il passato uso
alla metà del mese doveano prendere i loro magistrati, e alla
metà del secondo finirli; ma con miglior ordine incomincian-
do dal primo dell'uno finire con fin del secondo. Onde co-
sloro aveano a continuare nel loro magistrato infin all' ultimo
d'ottobre; e quelli che seguivano dando principio col primo
dì di novembre aveano a terminarlo col fine di dicembre
dell'anno 1343.
Riordinata in questo modo la città , quelli della balìa
ceduto il palagio a' priori, e tornatisene alle lor case, si ra-
gunavano , quando bisognava, col vescovo per le pubbliche
faccende infino che durava la loro autorità in vescovado. Nel
qual modo parca che per allora tutte le cose fossero oltima-
raente disposte. « Reslava solo a riconoscersi il conte Si-
« mone da Baltifollc, il quale s' era portato tanto fedelmente
'< in servigio della Repubblica. I priori perciò si presero la
LiBuo ^o^o. 409
« cura di far restituire a lui e al conte Guido suo nipote,
« che ne facevano instanza , i luogbi di Gangherelo , del
« Pozzo, di Pernina , di Moncione, di Barbischio e di Pie-
« travelsa , per i quali non erano mai slati pagali da' Fio-
« renlini gli ottomila fiorini d' oro dovuti loro. A Piero de-
« gli Alberli e a Niccolò Guicciardini arabasciadori in corte
« del papa fu commesso di dar conto al pontefice e a'car-
n dinali, come costrelli dalle tirannie del duca d' Atene era-
« no stati forzali di cacciarlo. E che essendo i Fiorentini
« restali liberi, erano e sarebbero sempre per il servizio e
n per l'onore della Chiesa ». Ma poco tempo godè in pace
il frutto della riacquistata liberià il |)opolo fiorentino , es-
sendo appunto avvenuti quelli mali , di che si era prima du-
bitato; ciò era la nojosa e iiisopportabi! compagnia de'gran-
di , i quali avvezzi a disprezzare i plebei, noiioslanle i se-
veri ordini di giustizia, quando quelli erano in raagislrato ,
ed essi privati ; ora che la legge conlra i grandi era quasi
annullala, e che godevano non meno dei plebei tutti gii ufici
e onori, erano diventati intollerabili , succedendo ogni giorno
alcun nuovo esempio della loro arroganza e superbia: tal-
ché la plebe s' incominciava a rammaricare, parendo che in
luogo d' un tiranno , il quale era stato cacciato , ne fosser
surti mille , e diceva che se essi andavano per mollo tempo
continuando in quella autorità, invano si cercherebbe d'un
altro Giovanni delia Bella che fosse restitutore della libertà
popolare. Questo si mormorava , perchè si sapeva nelle
borse dello squillino esser molli de' grandi de' caporali; i
quali pervenendo in quell' uficio avrebbono sottoposto la
plebe, e non tenuto conto alcuno di lei. Perchè spargeudosi
queste male soddisfazioni attorno , prestamente trovarono
favori e aiuti non solo de' popolani grassi, ma d'alcuni
de' grandi. Costoro i quali particolarmente erano Giovanni
della Tosa, Antonio degli Adimari , e Geri de' Pazzi (forse
cosini per mitigare con alcun onorevole fallo la vergognosa
vendita di Volterra ) avendo tutti e tre preso a noia i modi
de' loro consorti, perchè vedevano che non erano per durare,
desideravano maggior fermezza e stabilimento alla ricuperata
liberlà. I popolani potenti si chiarivano ancor essi d' aver in
fine a far meglio con la plebe , che co' grandi ; imperocché
410 dell'istorie fioreutwe
contentandosi più della sostanza che dell'apparenza, pativano
con più lieto animo la compagnia di queir ordine inferio-
re, 0 perchè essi erano da quello usciti, o perchè per lunga
pratica s' erano acconci a quelli costumi ; e la plebe lusingata
dall' arti loro , parendole esser tutta una cosa , per esser
compresi sotto una sol voce di popolo , o la quale veramente
spesso si confondeva , non sentiva 1' odioso nome di quella
differenza. Onde s' incominciava a discorrere fra questi, non
mai la città di Firenze aver a posare mentre i grandi aveano
parte nel priorato. E per questo esser necessaria cosa nella
seguente signoria , rimossi i grandi del detto uficio , dover
solamente creare otto priori popolani due per quartiere , e
il gonfaloniere siccome prima s' usava ; il quale andando in
giro , avesse a toccare scambievolmente ora ad un quartiere,
e ora ad un altro ; in tutto il resto godessero i grandi degli
altri uGci a comune senza prerogativa alcuna del popolo.
Questa cosa conferita col vescovo, uomo piuttosto di buona
mente e d' animo aperto , che di molla prudenza , pensando
egli far bene, fu da lui subitamente scoperta a' grandi della
balìa, pregandoli a volere piuttosto cedere a quel desiderio
della plebe di lor libera volontà , che per forza d' arme. I
grandi incominciarono prima a dire che si maravigliavano
forte del vescovo, il quale sapendo con quanta franchezza si
erano portati in cacciar il tiranno , ardisse far loro una tal
proposta. A' quali il vescovo rispondea ; di niuna cosa es-
ser più lontano , che dai loro interessi; ciò che egli dicea,
per benefìcio comune averlo detto ; ma che guardasser bene
quel che essi facessero , acciocché volendo più pertinace-
mente che non convenia guardar quello che non potevan
tenere, non si tirassero una soma addosso, di cui , quando
e' ne venisse lor voglia, non si potessero scaricare. Que-
ste parole tanto più accesono gli animi de' grandi , paren-
do che questo fosse un modo di minacciarli. Onde Ri-
dolfo de' Bardi , il quale oltre 1' esser della balìa , che an-
cor durava, era finalmente stato messo nel numero de' con-
siglieri, a lui voltandosi con parole mollo aspre gli disse-
Che e' non si maravigliava più di tanti scambiamenti, quanti
egli andava ad ogn' ora facendo, ricordandosi che egli era
slato quegli che più che altri, non solo in camera e ne' ra-
LIBRO NONO. 4(1
gionamenti privati, ma nelle chiese e ne' pulpiti predicando
avea magnificato il giusto e moderato reggimento del duca ;
ed egli quasi prima di ciascun altro avergli poi congiurato
contro. Cosi similmente egli con gli ambasciadori sanesi e
col conte Simone aver procurato che i grandi fossero am-
messi nella parte del priorato, e ora volerneli torre. Se ciò
voi fate, diceva egli, per naturale instabilità del vostro cer-
vello, noi non siamo per andar dietro alla vostra leggerezza:
perchè non porta il pregio che per secondare alle vostre
voglie, così leggermente ci lasciamo torre quello che con tanti
pericoli ci abbiamo acquistato. Ma se voi volete e disvolete
sì tosto una cosa per mostrare che nel vostro arbitrio e nella
vostra autorità è di fare ciò che vi torna comodo , io vi fo
intendere che voi prendete un grandissimo errore , e che
fuor della vostra chiesa e de' vostri preti , a cui potete co-
mandare , ciò non sarà per riuscirvi giammai con esso noi ;
i quali siamo usi ubbidire alle leggi, e non alle voglie delle
persone. Per questo non conviene che voi né che altri si
dia pensiero di persuaderci una cosa piena di tanta disone-
stà e vergogna , assicurandovi che per quel che a me s'ap-
partiene trovandomi nel numero de' consiglieri, e per quello
che toccherà a' priori del mio ordine, che in questo so che
sono del mio animo, non saremo per partirci giammai di quel
palagio, infin che sia in noi fiato o spirilo alcuno. E conoscerà
la plebe che non le sarà così agevole il cacciar noi , come
è stato fatto del duca, il quale da noi è stato cacciato e non
dalla plebe- Questi ragionamenti sentiti di fuori infiamma-
rono di tanto sdegno la moltitudine , che senza aspettar la
nuova signoria , diceva voler in ogni modo che i priori
grandi rinunziassero al magistrato , e già si vedea ragunala
sotto r arme con le loro bandiere e gonfaloni andar verso
la piazza , gridando che fosser gittati loro dalle fenestre , e
minacciando d' arderli vivi , se incontanente non sgombra-
vano il palagio. E delle parole non erano più piacevoli i
cenni; perciocché avendo con esso loro della stipa e del
fuoco , già s' erano accostati all' antiporto per attaccarvi il
fuoco. Contesono quel dì di carità, se non di cuore almeno
in apparenza, alcuni de' grandi co' priori del popolo; con-
ciossiacosaché siccome i priori popolani fattisi alle finestre
il-2 dell'istorie fiorentine
scusavano i loro compagni grandi , dicendo che e' si por-
tavano modestamente , e che non era tra loro niuna discor-
dia, e per questo pregavano la moltitudine a posar il furore,
così alcuni de' grandi che si trovavano in palagio conforta-
vano i priori nobili a cedere a quel furore , non per tema o
spavento di morte, ma perchè era volontà di Dio per i cat-
tivi lor portamenti a patir quello incontro. Ma maggiore
sforzo era quello che facea di fuori Giovanni della Tosa
con Ridolfo de' Bardi , il quale si preparava a soccorrer i
priori nobili, ora pregandolo e ora spaventandolo a non mei-
tersi in tale impresa. Dunque, dicea egli, avrà sempre questa
città ad esser sossopra per conto della casa de' Bardi? Sa-
ranno i Bardi diventati gli liberti , che abbiano ad esser capi
e autori sempre delle nostre discordie? Volete voi dunque
rovinar questa città per esser priori a dispetto del mondo?
Ma se voi la rovinerete , di che sarete priori ? a cui coman-
derete voi , a' tetti del palagio ? o alle mura desolate di que-
sta città? 0 alle piazze, e alle contrade spogliate degli or-
namenti degli uomini? Io vi dico queste cose perchè voi
senza alcun fondamento vi sognate sempre d'avere a rima-
ner superiori di lutle le vostre imprese, e non vi volete ri-
cordare di quello che vi avvenne non sono già tre anni pas-
sali, che vi riputaste felici, quando vi fu conceduto dal
popolo , che di notte foste tacitamente per vera misericor-
dia accompagnati fuor di questa città , traendo come si dice
r anima co' denti , Anche cacciati dal contado di Firenze ,
non vi vedeste condotti in luogo di salvezza. E ora che nuova
sicurtà e ardire è questo che vi è nato nell'animo? dove
fondate cotesta vostra alterigia ? credete che mille nobili , che
più non siamo , quando anche fosser seguiti da tutti possano
resistere a due mila del popolo grasso , e a tante migliaja
del popolo minuto; che sapete pure che se l'intendono in-
sieme, e che sono una cosa medesima? o credete voi col
fumo di cotesta nobiltà, di che tanto vi gloriate, d'aver a of-
fuscar in modo gli occhi del popolo, che egli a guisa di
cieco vi si dia in preda , sicché voi 1* abbiate a menar e a
guidare per tutto ? o pure non vedete che egli in questa
parte contende con esso voi di nobiltà, e a gran ragione;
perciocché dove la nostra nobiltà per esser tenuti noi per
LIBRO NONO. 413
le nostre belle opere bassi , è presso che per vecchiezza
marcita ; quella del popolo per le ricchezze , e per gli onori
ohe hanno conlinuainente in casa, oggi più che raai fiori-
sce , ed è chiara ? oppure vi date ad intendere che sia forse
un errore da fanciulli il dire che un popolare non possa es-
ser più nobile d' un patrizio ? Deh contentiamoci del dovere,
e poiché non ci siamo saputi governare per l' addietro , onde
siamo caduti d' una parte del governo delia Repubblica , non
facciamo di modo che abbiamo per 1' avvenire ad esser pri-
vati di tutta , oltre gli esilj, e le morti , cose molto più acer-
be , che per tal ritrosia ci soprastanno tutt' ora alle spalle.
Appena mostrava alcun segno di volersi piegare Ridolfo,
quando s' udì che i priori grandi persuasi da'conforli de' loro
compagni, e spaventati da' crudeli cenni della moltitudine,
impetralo perdono dal popolo , aveano rinunziato al magi-
strato , e privati tornatisene alle case loro ; onde ancora egli
convenne per allora che si posasse. Privati i grandi del prio-
rato , e disfatto 1' uficio de' consiglieri mischiato co' grandi,
gli otto priori popolani che rimasono , col consiglio delle
capitudini delle ventuno arti, elessono primieramente del
numero di essi otto il gonfaloniere , e questi fu Sandro da
Quarata. Poscia fecionvi dodici consiglieri de' priori tutti po-
polani. Elessono i gonfalonieri delle compagnie del popolo.
i quali essendo innanzi al duca ventinove furono recati a se-
dici , dovendo ciascun quartiere aver quattro gonfaloni. E
perchè non s' avesse per ogni cosa a ragunar sempre il po-
polo intero , fu creato il consiglio dei trecento. Queste cose
benché fossono in tal modo ordinate , essendo restato quasi
lutto il governo in mano del popolo , si vedea nondimeno
che non erano per passar senza contesa, perchè i grandi tra
per r ingiuria che parca loro aver ricevuta dalla cacciata
de' loro priori , e perchè sospettavano tuttavia della rabbia
del popolo , attendevano a provvedersi sì per offendere, come
per difendere sé stessi, se primo il popolo fosse a muoversi,
mandando per i loro conladini, e per gli amici che aveano
di fuori con gran provvisioni d' arme e di cavalli. Il popolo
similmente facea le sue provvisioni , perchè ei rifece i ser-
ragli per la città più grandi e più forti che quando fu cac-
ciato il duca , attendea a far le sue guardie di giorno e di
414 dell' istorie fiorentine
noitc per tutti i luoghi sospetti , scrisse a' Sanesi , e all' al-
tre amistà , che gli mandassero aiuto ; per modo che come
si fa in due eserciti , non parca che s' aspettasse altro che
il segno della battaglia. In questo bollore e diversità d'ani-
mi, era anche la città travagliala dalia carestia, la quale come
suole accadere , essendo in prò de' ricchi , solo affliggeva la
gente minuta; perciocché quelli che avevano del grano,
aspettando tuttavia che il pregio montasse , tenevano stretti
i loro magazzini, e con gran difficoltà ne faceano copia alla
plebe. Solo Andrea Strozzi cavaliere popolano, uomo ricco,
vendeva il grano suo minor pregio che gli altri ; e trovan-
dosi egli spesso a sommo studio presente, quando i suoi lo
vendevano, in alto di gran compassione e di sdegno solea
dire alla plebe. Quando appelleranno qiiest' altri a vendere
il lor grano , quando voi sarete morti dalla fame ? Altre volle
diceva; deh perchè non ho io i lor magazzini per aprirli
a' cittadini miei? Spesso facendo vista di crucciarsi col fat-
tore che portava la rasola slrella ( imperocché appunto nel
principio di quest' anno si era per legge la misura dello staio
ove si facea a colmo recata a raso ) diceva. Daglielo tu colmo ;
e non voler risparmiarmi la roba più di quel che mi voglia
io; dimodoché la plebe lodandolo, e benedicendolo, ora
in sua presenza , e ora uscito che era dalla soglia del gra-
naio , solo lui chiamava degno d' aver il governo io mano
di tutta la città , e del mondo se fosse possibile. Ne in luogo
alcuno in Andrea s' incontrava, che con cenni, e con pa-
role, e con ogn'altra servile dimostrazione come suo signore
e conservadore non l'onorasse. Non è cosa certa se da pri-
cipio egli avesse avuto animo di occupare la libertà , o se
avendo solo la mira a farsi un gran cittadino, questo pensiero
come e sempre insaziabile l'animo dell'uomo, gli fosse poi
poto innanzi dalla benivolcnza the conosceva aversi acqui-
stato. Comunque ciò sia, vedutosi tanii favori, e parendo-
gli r occasione del tempo esser mollo a proposito al suo
disegno , sperando the dei Ire ordini della città i grandi
non lo contraslerehbono per lo sdegno concepulo contra il
popolo grasso , e il popolo minuto 1' adorerebbe , deliberò
una mattina montar a cavallo , convocar la [)Iebe , occupar
con quella il palagio , e farsi principe della pairia. Arrise la
LIBRO NONO. 415
fortuna a" primi principj , perciocché appena ei fu montato a
cavallo e fatto una volta per la città , che si gli attaccò die*
tro il numero di quattro mila uomini, gridando tutti viva il
nostro signor raesser Andrea , e muoia il popol grasso. Con
la qual furia s' avviarono verso il palagio con animo di cac-
ciar i priori, e di mettervi lo Strozzi loro signore; non le-
nendo pili a mente , né essi di quello che era loro avvenuto
poco innanzi per aversi fatto idolo il duca d' Alene, né An-
drea di quello che al duca era succeduto , per aversi molto
nella plebe confidato. I priori vedutosi venir questa furia
addosso , mandarono giù alcuni popolani d' autorità ; i quali
aveano credito con la plebe , e alcuni de' consorti d' An-
drea , comandando all' uno e all' altro che se n'andassero
a casa. Ma non giovando i comandamenti, né le preghiere,
e contrastando eglino in ogni modo, che i priori popolani si
partissero di palagio , come aveano fatto i grandi , fu neces-
sario ripignerli con 1' arme. Né questo giovava, se in poca
ora , senza far essi alcun profitto , non ne fossero molli
co' sassi stati feriti , e alcun morto dalle balestre di quelli
di dentro Perchè pensarono poi che non era lor riuscito
d' occupar il palagio de' priori, d' insignorirsi di quello dei
podestà; ma essendo francamente difeso dal marchese da
Valiano , il qual allora era podestà, e frattanto essendo molti
buoni uomini sparsi fra il popolo minuto , e dicendo cia-
scuno agli amici suoi , che gli erano impazzati ad andar die-
tro ad un pazzo, e mostrando che il resto del popolo s'ar-
mava , e che se essi non posavano 1' arme sarebbono tutti
morti, incominciarono a sbigottirsi, e appoco appoco a tor-
narsene alle case loro; tanto che Andrea restalo solo, e
sgomentato ancor egli da' parenti e dagli amici, l'impresa
che temerariamente avea cominciato, con pari leggierezza
finì, polendo a fatica de' ministri de' magistrati, che gli eraiK)
dietro, salvarsi. Questo movimento benché fosse riuscito
vano, fece nondimeno entrare in speranza i grandi , che fa-
cilmente tirando a sé il popol minuto, sdegnato per quel che
si vedea co' popolani potenti, vincerebbe l'impresa. E per
questo per non perder così fatta occasione , d' armarsi deli-
berarono. Il che feciono con tanlo ardire, che oltre il fare
introdurre di mezzogiorno pubbHcamenle ogni dì arme nel-
416 dell' istorie fiorentine
le case loro , e chiamar gli amici delle castella e luoghi vi-
cini, infino in Lombardia, perchè fosser mandati loro degli
aiuti, scrissono. I popolani dall'altro canto non dormivano;
ma a'Sanesi, a' Perugini , e agli altri loro amici aveano
fatto intendere il pericolo della Repubblica. Non più ora
contender col duca d' Atene, e con dugcnto o trecento sol-
dati forestieri , ma coi grandi lor cittadini , i quali non un
palagio aveano fortificato , ma più che il mezzo della città,
essendo le loro abitazioni sparse per tutti i luoghi della terra.
Per la qual cosa i Sanesi si mossono a prestar loro un
grande aiuto. Il che sentito da' grandi , mandarono subito
infino a S- Casciano Giovanni Gianfigliazzi cavaliere nobile
con altri arabasciadori, facendo intendere a' capitani delle
genti sanesi, che fossero contenti di non venire più oltre;
conciossiachè grande scandolo potrebbe la lor venuta gene-
rare tra' cilladini. Questo inganno pervenuto a notizia del
popolo, mandò ancor egli con grandissima diligenza suoi
ambasciadori popolani, pregando i Sanesi a non lasciare in
conto alcun di venire in soccorso della città , la quale i no-
bili cercavano d' opprimere ; e non volessero prestar fede
alle false ambascerie di coloro , i quali nulla ritenevano di
pubblico , non palagio , non magistrati , non forma alcuna
di civile ragunanza : a che prestando intera fede i Sanesi,
veggendo i soggcili, e l'altre insegne della Repubblica ne
vennono prestnmentc a Firenze, presso che al doppio che
non furono quando vi vennero per conto del duca. Quasi
nel medesimo punto arrivarono cenciquanta cavalieri de' Pe-
rugini ; ne era momento di tempo che nuova gente d' arme ,
o in aiuto del popolo , o de' grandi, non entrasse nella città.
Stando le cose in questi termini con dubbio 1' una parte
dell' altra, e i grandi di qua d'Arno avendo fatto testa in
tre luoghi principali, in S. Giovanni alle case de' Cavicciuli ,
in Mercato nuovo a quelle de' Cavalcanti, e in S. Pier Mag-
giore a oa?a i Donati, i primi che prcsono 1' arme furono i
popolani del quartier di S. Giovanni , non por comandamento
alcuno della Repubblica, ma mossi dalla autorità de' Medici,
de' Rondinelli, e d' Ugo della Stufa giudice; i quali essendo
congregali nella loggia de' Medici posta nella via de' Suc-
chiellinai, e i Cavicciuli facendo allo nella loggia degli Adi-
LIBRO NONO. 417
raari , nascendo per la vicinila spessi rimbrotti fra 1' una
parie e l' allra , e quello che più importava, essendo le-
vata una fama , che il di seguente veniva aiuto a' grandi di
Pisa, da' Conti Guidi, dagli Ubaldini, e da molti signori di
Lombardia, e di Romagna, senza altro invito atlaccaron la
briga. Erano i Cavicciuli in quel tempo molto potenti , non
solo per il numero degli uomini, ma eziandio per la peri-
zia delle cose militari ; a che si aggiungeva V essere molto
ben guerniti di torri e di palagi , 1' aver asserragliato otti-
mamente le vie, e il trovarsi con esso loro molta gente
d' arme forestiera così a piede , come a cavallo. Onde la
zuffa durò tre ore continue senza discerner mollo avvantag-
gio dall'una parte, o dall'altra. Ma concorrendo tuttavia il
popolo in gran quantità d' ogni lato , e non veggendo i Ca-
vicciuli comparir pur uno de' grandi in favor loro , incomin-
ciarono a palleggiare d' arrendersi , se non fosse fatta in-
giuria né alle persone ne alle facoltà loro. Il che il popolo
promise, e osservò loro fedelmente; se non che per comune
sicurezza, essendo stati disarmati, furono mandati in casa
di popolani loro parenti, sotto la fede di chi riceveva, e
di chi era ricevuto, di non li lasciar uscir fuora infin che i
romori fossero cessati. Vinta dal popolo la prima pugna ,
con molto maggior facilità furono vinti i Donati , e i Caval-
canti ; sì perchè questi per veder rotti i Cavicciuli , che erano
più degli altri polenti s' erano sbigottiti, e sì perchè al po-
polo, oltre l'animo preso dalla prima vittoria, da ogn' ora
cresceva nuova gente e aiuti; perchè essendo tutta la citila
di qua d' Arno acquetata , avendo disarmalo i grandi , e
lolle via tutte le loro guernigioni e serragli, non rimaneva
se non la parte d' Oltrarno. Questa veramente era molto
più difficile, perciocché era difesa dal fiume; e non si po-
tendo in quella passare, se non per i ponti, in quella era
stala messa sufficiente guardia e difesa, avendo i Nerli preso
a guardare il ponte alla Carraia , e i Bardi , e Mannelli il
ponte vecchio e il Rubaconte. I Frescobaldi, e i Rossi avean
cura, che il popolo di là d'Arno non tumultuasse, e però di-
fendeva via maggio , e i luoghi superiori, non avendo, come
dice alcuno scrittore, a difendere il ponte a S. Trinila, che
non v' era. Parve al popolo tentar prima il ponte vecchio ,
Amm. Vol. II. 27
418 dell' istorie FiaKEMllVlg
ove la difesa fu molto gagliarda, essendo in poco d'ora
dalle balestre , e da sassi , che venieno dalla torre della parte
e dal palagio di Francesco de' Bardi , e case de' Mannelli
statine più feriti del popolo in questa zuffa, che non in tutte
l'altre di qua d'Arno. Perchè deliberarono, lasciati a guardia
del ponte i gonfaloni della vipera, e dell' unicorno di S. Ma-
ria Novella, d'andar ad assaltare il ponte Rubaconte. Ma non
trovarono minor resistenza che al ponte vecchio, essendo
stati feriti e ributtali aspramente da' Bardi; talché pensarono
alla fine, lasciativi due altri gonfaloni del quartiere di S. Cro-
ce, di tentar il ponte alla Carraia, che difendevano i Nerli.
Mentre si combattevano i ponti fra il popolo di qua , e fra
la nobiltà di là del fiume, gli scardassieri , baliilani, e simil
gente che abitava il borgo di S. Friano, delia Cuculia e del
Fondaccio, aiutali da' Capponi e da altre famiglie popolane
potenti, aveano assaltalo le case de' Ner i. E si erano portati
in modo, che prima che quelli di qua giugnessero, aveano
vinti i Nerli, s'erano insignoriti del capo del ponte, e mo-
stravano di voler andar ad assalire i Rossi e i Frescobaldi.
Ma veduto venire i gonfaloni di qua del fiume l'aspettarono
e accozzatisi insieme, con gran giubbilo s'avviarono verso le
case degli avversari. I Frescobaldi non aspettando questa fu-
ria da quella parte, veggendosi venir tanta moltitudine ad-
dosso , non si argomentarono alla difesa , ma, abbandonando
la piazza e l'arme, si fuggirono nelle lor case, chiedendo
misericordia e pietà al popolo ; il quale, vincendo in quel d'i
la solita fierezza, o pure serbandola d' usare intera con gli
ostinati, si mostrò mansueto con tulli, perdonando con gran
facilità e prontezza l'error di ciascuno. Solo i Bardi si re-
stava ad espugnare , i quali per vedere venirsi tutto il po-
polo insieme sopra, vincitore di qua e di là d'Arno di tulle
le case grandi, e già padrone delia ciilà intera, salvo che
della lor contrada, non si sbigottirono punlo ; ma fermi o di
vincere, o di morire si posono animosamente a difendere i
loro serragli. Rade volte fu comballula una città nimica con
tanta vigoria, nò difesa con pari virtù, come quel dì fu di-
fesa e comb;illuta la via de' Bardi, essendo dall' una parte il
popolo adiralo, che una sola famiglia l'avesse a far resi-
stenza, essendo dall' altra i Bardi iLcrudelili, r.ou meno per
LlBBO NONO. 419
l'odio che portavano alla plebe, che della poca speranza che
aveano del perdono. Certi dunque d'avere a morire per le
sentenze de' giudici loro avversari sotto le mannaie de' cru-
deli carnefici, stimavano in qualsivoglia caso per cosa più
onorala il morire con l'arme in mano quasi in una battaglia.
Onde il contrasto fu durissimo. Il popolo veggendo tuttavia
de' suoi esser feriti molti e mortone alcuno, conobbe che il
vincere i serragli era opera disperala, perchè ricorse ad un
partilo, che gli diede la vittoria. Erasi nel principio di que-
sl' anno falla una nuova via su per la costa sopra S. Felicita
e la chiesa di S. Giorgio, che dal pozzo Toscanelli menava
alla porta, onde si va ad Arcetri, a questo fine: che nascen-
do alcuna conlesa tra il popolo e i grandi, il popolo d' Ol-
trarno senza andar sotto le forze de' Rossi e de' Bardi po-
tesse avere spedita la via intorno le mura per difendere la
porla. Fu per questo dato ordine a tre gonfaloni d' Oltrarno,
ohe montando sul poggio di S. Giorgio per la già detta via,
calassero ad assaltar le case de' Bardi dalla parie di dietro.
Questo assalto senza dubbio mise in confusione i Bardi ; per-
ciocché mentre coloro che aveano le case da quella parte ,
che stavano compartiti alla guardia degli altri luoghi, voglio-
no riparare a questo nuovo impelo, lasciarono in guisa sfor-
nito il serraglio della piazza a ponte, che un conneslabil
tedesco, la cui virtù fu in quel dì mollo nolevole, detto Stroz-
za, ebbe potere d'espugnarlo; e entrato dentro con sua ma-
snada, corse animosamente infino a S. Maria sopra Arno,
non lo ritenendo la furia de' sassi e de' dardi, che di conti-
nuo dalle fenestre e dagli usci delle case erano traiti. Que-
sto ardire non solo dette animo al popolo che si trovava con
Strt^zza, il quale gli tenne dietro senza intervallo di tempo,
ma fece che que' gonfaloni, che erano restati di qua alla guar-
dia del ponte vecchio , veggendo le cose inchinale, sforza-
rono ancor essi il serraglio dal capo del ponte, e passati di
là e congiuntisi con Strozza e con gli altri, riippono del tutto
la resistenza e forza de' Bardi; i quali non potendo più si
ritrassono al Borgo di S. Niccolò, ove furono da quelli da
Quarata, e da quelli da Panzane e da Mozzi ricevuti. Co-
sloro per non esser rubati e corsi dal popolo , insieme col
gynfalon della Scala aveano alquanto prima preso i palagi
420 dell' istorie fiorentine
de' Bardi di S. Gregorio insieme con la guardia del capo
del ponte Rubaconte; il che fu la salvezza de' Bardi ; raa la
plebe sfogò l'ira nelle robe di coloro, de' quali non poletle
aver le persone. Il che fu fatto con tanta ingordigia, che nel
restante spazio di quel giorno, non che gli arnesi e masse-
rizie di qualche pregio, ma i legnami degli usci e delle fe-
nestre e panche de' letti , e , quel che è cosa vergognosa a
dire , infino alle rastrelliere de' cavalli furono portate via E
quando l' avarizia non ebbe da esercitar più le forze sue ,
cedette il luogo alla crudeltà, mettendo fuoco alle mura e ai
palchi che v' eran restati , dove arsero ventidue tra case e
palagi, essendo stato slimato il danno de' Bardi passar la som-
ma di sessantamila fiorini d' oro. Tal fine ebbe il disavven-
turato ardimento de' Bardi, e della nobiltà fiorentina; la quafe
avendo fatto prova di quanto potea fare, incominciò peri' in-
nanzi con più mansuetudini a porre il collo sotto il giogo
del popolar governo, acconciandosi pian piano a quelli co-
stumi e a quelle usanze; e colui beato chiamandosi, che per
alcun merito potea impetrare d'esser ricevuto nell'ordine
popolare, essendo diventata una sorte di pena e di condan-
nagione 1' esser messo fra il numero de' grandi. La qual cosa
io non ardirei affermare , quando ben il sapessi , se fosse
stata più dannosa che utile alla Repubblica. Il dì seguente
allettato il popolo minuto dalla dolcezza del predare, si ra-
gunò a' Servi in numero di più di mille trecento uomini per
rubare le case de' Visdomini sotto titolo di punir i falli di
Cerrettieri. La qual cosa parendo a'buoni e a' vicini di scel-
lerato esempio, che la vii plebe, siccome in una città nimica,
mettesse ogni dì mano a saccheggiare e ardere le case dei
cittadini, si per il pericolo comune, e per la bruttezza della
cosa in se stessa , perciocché il dì passato sotto infinta di
rubare i Bardi, erano stati danneggiati molti popolani e altri
non colpevoli, e sì perchè a' Visdomini i modi tenuti dal
Cerrettieri loro consorte erano dispiaciuti non meno che a
ciascun popolano , si opposono a questa furia ; tanto che il
podestà e gli altri magistrati montarono a cavallo, e accom-
pagnali da' Sancsi corsono al soccorso; e fatto gastigarc al-
cuni in presenza di tutta la turba con far tagliar loro le mani
e i piedi, con salutare severità riprcssono quella pestifera
LIBRO NONO. 421
sedizione. Essendo in questo modo acquetale tutte le cose,
e restato il governo assolntaraenle in mano de' popolari « ne
« dettero conto a lutti gli amici della Repubblica, parendo
« loro d* aver fatto maggiore acquisto in cavar i grandi del
« governo, che dell'essersi liberali dalla tirannia del duca
t< d'Atene. E al re e regina di Napoli dettero minuto rag-
<(. guaglio del seguilo, perchè non avessero a credere diver-
« samenle di quello che era ». Prima che gli ambasciadori
di Siena e di Perugia, e che '1 conte Simone si partisse ,
deliberarono coloro che aveano preso il reggimento in mano
di far da capo uno squillino, e riordinare, in quello che man-
casse, lo stato della Repubblica per tanti disordini succeduti
molto scosso e alterato. Intervennero in questo squillino
dugentosei uomini. Furono nominali tremilaqualtrocentoqua-
rantasei cittadini, de' quali non rimase il decimo. Conchiu-
sesi ; che de' priori, non alterando 1' ordine in quanto al nu-
mero, la partecipazione andasse in questo modo: che doves-
sero esser due popolani grassi, tre mediani e tre artefici mi-
nuti. Il gonfaloniere Iraendosi a vicenda, incominciando da
S. Spirito, toccasse ad ogni sella, onde si potette conoscere,
che, discacciati i grandi, e poco meno che i cittadini mag-
giori, delle quattro parli del governo le tre toccarono al po-
polo pili basso. Furono questi ordini condotti a fine a' 20
d' ottobre.
Acconcie le cose in favore del popolo, rimaneva di dar
provvisione a quelle de' grandi; sicché non avessero a far
nuovi scandali. E essendo il lor freno gli ordini di giusti-
zia annullali dal duca d' Atene , parca che s' avessero a ri-
fare. Ma due cose erano messe in considerazione ; come si
aveano a trattare que' grandi, che s'erano dimostrati favo-
revoli al popolo, e in che modo si potesse moderare il ri-
gor della legge, che l'uno consorto fosse tenuto per l'altro-
Ad amendue le cose, col consiglio de' Sanesi e del conle
Simone, i quali desideravano dar alcuna soddisfazione a'grandi
per non far succeder nuovi scandali, fu provveduto. jLa legge
fu corretta, che non si estendesse se non infìno in terzo
grado per diritta linea, e, mancando il terzo, al quarto, e che
presentando o uccidendo il malfattore con fossero tenuti pa-
gar al comune la pena delle tremila lire. I grandi dimostratisi
422 dell' istorie fiorentine
favorevoli al popolo, o de' quali per i costumi più mansueti
si polea sperare, che avessero a viver pacificamente, per
singoiar grazia furono ricevuti nel numero de' popolari ; ma
con patti che non potessono esser de'priori, né de' dodici,
né de' gonfalonieri delle compagnie, nò capitani di lega in-
(ìno a cinque anni, e che se fra dieci anni alcuno de' detti
grandi facesse omicidio, o tagliasse membro o desse ferita
sconcia in persona d'alcun popolano, dovesse in perpetuo
esser rimesso tra' grandi. I ricevuti furono cinquecento, dei
quali i più segnalati furono questi. Tulli i Nerli di Borgo
S. Jacopo, e due di quelli dal ponte alla Carraia, tutti i
Manieri, gli Spini, gli Scali, i Brunelleschi, i Pigli, gli Allotti,
i Compiobbesi, gli Amieri, i Giandonati, i Guidi, i figliuoli di
Bernardo de' Rossi, quattro de' Mannelli, parte degli Agli,
Giovanni della Tosa e fratelli e nipoti con Nepo delia Tosa,
Antonio degli Adimari fratelli e nipoti, e altre schialle quasi
spente. Questi furono i nobili della città. De'nobil di con-
tado furono il conte da Certaldo e quel da Pontormo amen-
due co' figliuoli e nipoti; quelli da Lucardo , da Cacchiano,
da Monte Rinaldi, dalla Torricella, da Sezzala, da Mugnano,
da Lucolena, da Colle di Valdarno , da Monte Luco della
Gherardinga, e i Benzi da Figline con altre famiglie annul-
lale, e ridotti i loro uomini a lavorare la terra. « Trattandosi
« ancora in corte del papa 1' accomodamento de' marchesi
« da Este, fu rinnovalo l'ordine agli ambasciadori della Re-
« pubblica, che si trovavano a questo effetto in Avignone ,
« che non solo parlassero conforme che fossero ricerchi
« dagli ambasciadori de' marchesi, ma che promettessero per
« loro tutto quello che fosse occorso, ricercando di così ' la
« buona amicizia che passava con quei signori. Per prov-
« vedere che la terra di Barga co' dodici luoghi che erano
« in quel contado non portassero alcun pericolo , essendo
« del lutto separati dal dominio fiorentino, vi costituirono
« capitano generale con numero di cavalli e di fanti per lor
« guardia e di difesa Neri da Monlegarullo ». Dopo que-
ste cose essendo veiiulo il tempo di tirar la nuova signoria,
fu eletto gonfaloniere Ormanozzo Deli, il quale essendo stato
I Olii manca alcuna parola, come J'are, procedere ec:
LIBRO NONO. 423
ìi primo a cui toccasse questa dignità dopo 1' ultima rolla
de' grandi, fu anche primo a portar questo onore alla sua
i'amiglia. « Seguitando nella podesteria della città il mar-
' chese Giovanni, il quale ci fu poi confermalo per tulio
■( maggio, trovo capitano del popolo Rinaldo de' Cimi, o Cini
'< da StafTuio. In questo t<'mpo fu la terra di Pielrasanta do-
« nata dalla Repubblica al vescovo di Luni di casa Malespi-
V ria, acciocché con l'aiuto di Lucchino Visconti suo co-
i' gnalo avesse cagione di far guerra a' Pisani, a' quali po-
'< tolte far poco male, poiché nel principio dell'anno futuro
!' veggo eletto a quel vescovado Agabilo Colonna. Ma già
« la pace seguita a' 15 di novembre tra la Repubblica e' Pi-
« sani e Lucchesi avea acquietato tali rr.mori. Fu conchiusa
« questa pace nella sagrestia della Pieve di Sanminiato da
(I Francesco Brunelleschi cavaliere, Tommaso de' Corsini
« dotlor di leggi, Forese da Rabatta giureperito , Antonio
'< degli Albizi, e da Giorgio di Barone sindaci fiorentini coi
« sindaci di Pisa e di Lucca. I palli furono, rimettendosi ogni
« ingiuria e liberandosi da ogni obbligazione fatta nell' al-
« tra pace col duca d'Atene. Che si liberassero tutti i pri-
« gioni, e tutti i banditi e condannati. Che fossero restituiti
« i beni particolari, quelli però che non erano slati alienati
« giuridicamente dal 1312 in qua. Che il castello di Sorano
« fosse reso a' Fiorentini. Acquali i Lucchesi per rispetto
a della compra di Lucca fatta dalla Repubblica dalli Scali-
« gerì, 0 da altri, dovessero pagare in 'termine di quattor-
« dici anni centomila fiorini d'oro, ogn'anno la rata il di
« di S. Giovan Batista di giugno, e la prima paga fosse di
« novemila fiorini, e le altre di sette Che il comune di Fi-
« renzo procurasse con gli Aretini, e i Pisani con quei da
« Pietramala, libertini, Pazzi, da Valenzano e da Montauto
« de'Barbolani che facessero fra loro tregua per un'annu.
« Che il comune di Firenze la dovesse far pur per un an-
'( no con gli Ubaldini e Conti di Casentino collegali dal co-
« munc di Pisa- Che i Pisani e Lucchesi non s' inlramelles-
« sero più ne' castelli e luoghi di Valdinicvole , di Garfa-
« gnana, di Valleriana e del Valdarno di sotto, distretto di
a Lucca , posseduti dal comune di Firenze, e i quali teneva
a il duca d'Alene quando n' era signore, e fra delti castelli
424 dell'istorie fiorentine
« s'intendesse Montopoli, S. Maria a Monte, e la fortezza
« (l'Altopascio, e tutti fossero trattati come amici e sudditi
« de' Fiorentini, senza però godere alcun privilegio di ga-
'< belle nel Pisano e nel Lucchese. Furono in oltre confer-
« mati i patti fatti già in altre paci: del non offendersi i
« particolari, del non far processi senza saputa, del non dar
« ricetto a' mercanti fuggitivi, della libertà del commercio,
« eccetto che di cose mangiative. Che delle mercanzie, ol-
« tre alla valuta di dugenlomiia fiorini, le quali i Fiorentini
« poleano far passar per Pisa senza gabella, pagassero due
« denari per lira, come doveano fare i Pisani di quelle che
« facessero passare per Firenze, oltre alla somma di tren-
« taraila fiorini, per le quali erano liberi. I Lucchesi resta-
le fono in questa pace liberi di poter eleggere i ministri a
« lor gusto per fare amministrare la giustizia. In consegucn-
« za di questa pace i Fiorentini fecero di dicembre tregua
« con gli Ubaldini, e con i Conti Guidi da Modigliana. E
« avendo fatto ricercare di farla a' conti di Romena e a quei
« di S. Leolino, forse per tentargli, risposero esser figliuoli
« e servidori del comune di Firenze, e come tali non aver
« bisogno di far tregua. ' » Essendo in questo modo pacifr-
' IMel vecchio Ammirato si legge: Dopo queste cose, essendo ve-
nuto il tempo di trur la nuova signoria, Ju eletto gonfaloniere Or-
manozzo Deli, il quale essendo stato il primo, a cui toccasse que-
sta dignità dopo l' ultima rotta de'' grandi, fu anche primo a por-
tar questo onore alla famiglia sua. Questa signoria giudicando che
il conte Simone si Josse portato molto fedelmente in servigio della
Repubblica., lo stimò degno di remunerazione, e perù gli restituì Am-
pinana, Moncione, e Bolilischio. Gli Aretini mandarono ambascia-
dori a Firenze ,■ e perchè il popolo non avesse cagione di pentirsi
della liberalità usata in permettere ch'eglino rimanesser liberi, si
obbligarono in certa quantità di moneta, e di concorrere con cento
cavalieri pagati a tutti i bisogni della Repubblica. Pietrasanta si
donò al vescovo di Luni, acciocché con P aiuto di Lucchino suo co-
gnato avesse cagione di far guerra a'' Pisani. Ma non passarono
molti giorni che Ju fatta pace ancor co' Pisani , non parendo che
quella del duca, per essere state revocate tutte le cose J'atte da lui,
tenesse. I patti furono quasi i medesimi, se non che piuttosto peg-
giorarono le condizioni de'' Fiorentini. I quali messorio nondimeno
i Pisani in gran travaglio per i fatti di Pietrasanta,
LIBRO NONO tóS
• alo oj^ui cosa, nacque di nuovo alcun sospetto, che i gran-
di avessero a far tumulto; di che furono confinali diciassette
gentiluomini Ira de' Bardi, Frescobaldi, Rossi, Donati, Pazzi
e Cavicciuli: il che fu cagione che tutti gli altri nobili per
rimuover ogni dubbio de' casi loro si ritirassero in contado
nelle lor ville ; con la qual azione finì il travagliatlssimo e
memorabil anno quarantatre. « Nel quale { essendo oggi
« Pisa sotto i Fiorentini ) non sarà forse che ben dire, che
« fin di settembre papa Clemente con una sua bolla avea
« conceduto a' Pisani lo studio pubblico, dando autorità al
« lor Arcivescovo, e, in sua vacanza, al vicario capitolare di
« poter dottorare in ogni scienza e arte non proibita con
« tutti i privilegi degli altri studi. E, per privilegiarlo mag-
(( giormente, nella fine di quest'anno con altra bolla concedè
« a' dottori leggenti, e alli scolari dello stesso studio di
« poter tirar 1' entrate de' lor benefici, e le distribuzioni, an-
« cora che obbligati a residenza, comprendendo in tal gra-
« zia tutti gli (cclesiastici, eccettuatone solo le dignità mag-
« glori dopo la pontificale delle chiese cattedrali. E l'una e
« V altra bolla è spedita in Avignone il secondo anno del
« pontificato di Clemente VI.
DUI' ISTORIE FIORENTI!
DI
SCIPIO]\E AMMIRATO
LIBRO DECIMO
Anni 1344-1333.
Ì3egue l'anno 1344, nel principio del quale prese il sommo
magistrato Filippo Soldani ; « e volendo il popolo Fiorentino
« riconoscere alcuni cittadini stali suoi favorevoli gli fece
« armar cavalieri dal podestà e capitano del popolo come sin-
« daci del comune ; e essendo morto Giovanni della Tosa
« cavaliere, e cittadino molto stimato nella Repubblica , per
« i servizi resi tanto in pace che in guerra, fece onorare
« il suo mortorio con spesa pubblica. Premeva a' Fiorentini
« che la città d'Arezzo, poiché s'era sottratta dal dominio
« della Repubblica, si conservasse a stato popolare, e per-
« ciò non solo ne l'esortavano profferendogli ogni aiuto,
« ma sentendo che quei cittadini non erano tra loro d' ac-
« cordo, vi mandarono Antonio degli Adimari cavaliere e
« Donalo Velluti , scrivendo al conte Simone da Batiifolle
« che vi andasse ancor egli per impiegarsi con gli ambascia-
« dori a far pace tra quei cittadini ; e perchè il governo po-
« polare vi stesse fermo , acciocché tutto si potesse fare con
« maggior autorità e riputazione , vi fu mandato genie d'arme.
« In tulle le revoluzioni della Repubblica non s' era man-
ce dato a dar parte di cosa alcuna in Bologna a Taddeo
« de' Pepoli , il quale, come si è detto, con titolo di con-
« servadore del pacifico stato di quella citlà la dominava ;
« onde il Gonfaloniere Soldani non volendo col mostrarne
428 dell'istorie fiorentine
« poca stima alienarlo da' Fiorentini , gli mandò cittadini
" per visitarlo e offerirsi , e dargli conio di quanto era se-
« guito, e, vedendone il bisogno, scusare ancora, ma con
« dignità della Repubblica; e che per la pace fatta co' Pi-
« sani, l'interesse delle mercanzie de' Fiorentini, eh' erano
« in quella città , non aveva lascialo tempo di participarla
« con persona. Ma non ostante la pace , i Pisani e Lucchesi
« non lasciavano di travagliar quei di Barga per la strada
<( della Ciegerana mentre facevan portare vettovaglie delle
« terre de' marchesi Malespini : vi fu mandato Giovanni di
« Sernigi notaio per informarsi da quel popolo del cattivo
« trattamento che ricevevano, e di quivi andare a Lucca e
« a Pisa a farne doglienze , e procurarne i riraedj, come an-
te cora, che fossero levati i banditi che stavano nelle terre
« de' Pisani e de' Lucchesi in Garfagnana, acciocché i sud-
« diti della Repubblica non ne ricevessero danni alle strade ;
« e che al comune di Pescia fosse rilasciato il terreno dello
« lo Slallatorio ». Pigliossi anche forma di pagare Mastino
della Scala: la qual cura nel governo del duca d'Atene , con
danno degli stalichi, era stala trasandata. «Il primo di Marzo
« nel gonfaloneralo di Spinello da Mosciano la terza volta
« fu da Bindo della Tosa cavaliere, e da Jacopo Marchi
« dottore, sindaci della Rcpubblia, conchiusa in Arezzo lega
'< per dieci anni a difesa comune, non s'intendendo centra
« la chiesa , co' sindaci di Perugia e di Siena : nella qual
« lega inclusero la città d' Arezzo , perchè si reggesse e
« governasse a parte guelfa. Ma perchè questa lega non
« ebbe effetto , rispetto al non avervi voluto acconsentire i
« Pietraraalesi , i quali eran gravati di dover lasciare la guar-
« dia d' alcuni castelli in mano di persone guelfe , ma però
« loro confidenti , come la proprietà d' allri , non mi par
« necessario di metter gli altri patti , massime che ben pre-
« sto ne sarà falla menzione di un'altra. Sulle nuove com-
« parse in Firenze, che Lodivico Bavaro faceva inslanza al
« papa d' esser assoluto dalle censure e scomuniche , la si-
« gnoria sped'i in Avignone il vescovo Acciaiuoli con instruz-
« zione di rappresentar prima a sua Santità ( oltre a quello
« che doveano aver fatto gli ambasciadori Alberti e Guic-
« Giardini) i tirannici modi e trattamenti, anche verso le
LIBRO DECIMO 429
« cose sagre, del duca d' Atene , e che per il tirannico suo
« governo eran i Fiorentini slati forzali a cacciarlo ; e in se-
« condo luogo di pregar il Pontefice a voler molto bene
« aver avvertenza avanti di ribenedire il Bavaro, che non
« era credulo ch'egli si movesse a farne tanta instanza per
« zelo di religione che avesse , e che col conseguire tal be-
« nedizione ne poteva arrivar molti danni a' popoli d'Italia.
« Avea Malatesta da Rimini pretensione d' esser creditore
« de' Fiorentini d' alcuna somma di danari per resto di
« quando ultimamente era stato generale di guerra, e, valen-
« dosi delle loro discordie , aveva fatto arrestare delle lor
« mercanzie nel passaggio che facevano a Riraini; il che
a dispiacendo grandemente in Firenze, gli s'era, fin nel
« principio dell'anno, scritto che le volesse rilasciare, per-
« che gli sarebbe slato dato assegnamento per i mille fio-
« rini d' oro che restava ad avere ; ma o pretendendo Ma-
« latesta d'aver prima quello che gli era dovuto , o qual sene
« fusse la cagione, non s'era mai indotto a farle liberare;
« perchè sdegnatone in Firenze la signoria, chiamandolo in-
« grato e indegno de' benefici e onori ricevuti dal popolo
« Fiorentino, fu ordinato che ciascun suddito della Repub-
« blica, che si trovasse in Rimini, Pesaro e Fano, e in
« ogn' altro luogo sottoposto a Malatesta , e a Galeotto suo
« fratello, dovesse in termine di due mesi esser partito , e
« ritiratone le sue mercanzie; imponendo pena, non solo a
« questi, ma a chiunque de' Fiorentini vi andasse per nego-
« goziare. Per il contrario dandosi lode al comune di Sangi-
« mignano per i buon servizi resi alla Repubblica , fu de-
ce cretato che persona non fusse tanto ardita di proporre o
« trattar cosa contro del detto comune e suoi luoghi sotto
« pena di ribellione , con altre dichiarazioni in onore di
« quella terra. Nel seguente Gonfalonerato di Vanni Rondi-
« nelli il comune di Campogiallo si delle a' 3 di maggio
« a' Fiorentini , come fece poi quello del Borro e di Troiano ,
« tulli tre castelli del contado d' Arezzo. Nella qual città
« alli 11 pur di maggio, non avendo, come si è dello, avuto
« effetto r altra lega , e importando a' Fiorentini e a' Peru-
« gini che quella città si mantenesse a parte guelfa , s' ac-
ci cordarono insieme (ricusando i Sanesi di voler di nuovo
430 dell' ISTOBIE FIORENTINE
« concorrervi) per conseguir tanto più facilmente cotal lor
« fine, di tener in Arezzo e suo conlado trecento cavalli e
« trecento fanti, e di questi, dugento balestrieri a spese
« comuni, e bisognandone d' avvantaggio per l'effetto che
« si desiderava, si dovea concorrere egualmente. Il capitano
« di custodia d'Arezzo, che s'era prima determinato di eleg-
« gorsi, fosse chiamato capitano di guerra d'Arezzo, e fosse
« guelfo , ma non Aretino , ne amico de' Pietramalesi ; e
« oltre all'avere il comando de' suddetti cavalli e fanti,
« dovesse condur seco cinquanta altri cavalli e cento fan-
« ti , de' quali sessanta balestrieri. E nella prima elezione
« da farsene, i priori e gli ufiziali d'Arezzo vi avessero
« delle tre voci una. Che a' Sanesi fosse lasciato tempo (in
« alli di 8 giugno a dichiararsi se voleano concorrere ; e
« non concorrendo si facesse da' Fiorentini e da' Perugini
« una borsa per ciascun comune , dove fosse imborsato i
« soggetti guelfi di ciascuna città atti ad esser capitani ;
« le quali borse si mandassero in Arezzo ; e da quel po-
« desta, per il tempo di nove anni e mezzo, fosse trailo
« ogni sei mesi alternativamente quello che avesse ad es-
ce sere il capitano ; e, concorrendo i Sanesi, se ne facesse
« un' altra simile da loro. Che tutti i luoghi che si acquistas-
« sero nel contado d'Arezzo nel termine de' dieci anni, che
« dovea durar questa lega , si rendessero alli Aretini. Che
« quelli che si tenevano da' Fiorentini, e da' Perugini nel
« medesimo conlado fossero obbligati a far guerra a' fuoru-
« sciti d' Arezzo, e in particolare a' Pietramalesi. E che gli
« Aretini non potessero raccettar banditi e condannali da'co-
« ranni di Firenze e di Perugia. Vivevano i Sanminialesi in
« gran sospetto per le genti del 'S'isconti che erano in quel
« di Lucca , e di quelle de' Pisani per le continue scorrerie
« che facevano, e accrescevane il sospetto 1' esser nella lerra
« fra loro mal d' accordo ; onde i Fiorentini , perchè quel
« luogo non patisse qualche disastro , vi mandarono Gu-
« glielmo de' Rucellai cavaliere con gente d' arme , e una
« buona compagnia de' propri cittadini Fiorentini per fissi-
« curarlo; avendo prima mandato in Valdinievole, e Vailc-
« ariana con titolo di vicario Manfredi, conte di Sartiane,
« stimato buon soldato , e nel Valdarno di sopra dalla banda
l-tBttO DECIMO. 43f<
» d' Arezzo andò por comandare a quella soldatesca Gio-
« vanni de' Raffacani ». Ma questi pensieri non fecero scor-
dare a quelli che governavano il far prendere informazione
' trovandosi in Firenze podestà Bonifazio da Orvieto , e ca-
l)itano del popolo Pauluccio da Calbulo ) di quei cittadini ,
i quali a tempo che il duca d' Atene fu cacciato resono le
castella ove erano reltori; e trovali quasi tutti colpevoli,
benché per diverse cagioni, fu ciascuno severamente puni-
to '. Tra quali Doncione Bostichi, che vendette il palagio de-
gli Ubenini, fu impiccato. Furono poi creati uficiali, atteso
che i libri de' ribelli , che stavano in camera, furono abbru-
ciati, a riconoscere quali erano, prima i ribelli e a dichia-
rarli: e similmente a rimettere fra essi alcuni ghibellini , che
in quelle brighe s' erano scoperti nimici di parte guelfa. In
questo medesimo tempo fu condannato per ribello Corso
Donati; conciossiacosaché s'erano trovate alcune lettere che
egli mandava , e che erano mandale a lui da' signori Lom-
bardi per opprimere lo stalo popolare. E essendo per questo
caso slato citato, non avea voluto comparire. « Fecero an-
te che ordine al podestà e al capitano del popolo di proce-
« dere di fallo a ogni denunzia contra quelli che , valutisi
« de'travagH della Repubblica, aveano occupato, o occupassero
1 11 principio di questo libro X, tanto ampliato dal nipote, ecco
come è descritto dallo zio: il quale, a uso de' grandi storici antichi,
aveia studiato i documenti e le scritture negli archivj, non per rife-
rirle quasi fedelmente, ma per estrarue la sostanza delle cose, a fite
di rendere la sua storia non meno dilettevole che utile.
Segue l'anno >^\'\ i nelprincipio del quale prtse il sommo ma e-
stiato Filippo Soldani, senza succeder cosa degna di memoria , se
non die si attese a trattar una lega tra 'l comune di Firenze , e
quello di Perugia^ di Siena e rf' jiiezzo; la qual Jit poi pubLlitata
nel secondo giorno del gonj'alonerato di Spinello Trincianelli. Pre-
sesi anche Jornia di pagar Mastino della Scalai la qual cura nel
governo del duca, con danno di coloro che si trovavano statichi,
era trasandata. Nel segnente gonjàlonerato di Vanni Rondinelli,,
come accade^ quando le cose sono quiete, venne pensiero a quelli che
governavano, di Jar prendere in/ormazione di que' cittadini , i quali
a tempo che il duca J'u cacciato , resono le castella, ove erano ret-
tori ; e, trovati quasi tutti colpevoli, benché per diverse cagioni^Ju
ciascuno sevei amente punito; tra' quali Doncione Bostichi ec.
432 dell' istorie fiorentine
a beni e giurìdizione di chiese; ne'quai beni non volevano
« che persona polesse entrare senza licenza in scritto della
« signoria, comandando che se alcuno de' molestali dagli ufi-
« ziali del comune se ne appellasse fuori, fuggendo la loro
« giustizia, che non solo ne fusse punito rigorosamente, ma
« che non si potendo aver nelle mani, fossero tenuti i loro
« consorti per linea mascolina sin in terzo grado. A' 23 di
« giugno vennero in potere della Repubblica i castelli di S.
« Godenzo e di S: Babillo per rimessione fattane dal conte
« Guidoalberto de' conti Guidi ». Fu poi tratto gonfaloniere
Vanni del Migliore per luglio e agosto, i quali mesi furono
spaventevolissimi alla città : perciocché e' fu in essi continua
tempesta di venti e di tuoni, sei volte cadde la saetta, quat-
tro volle s' attaccò fuoco in diverse parli della città, 1' ulli-
raa delle quali abbruciò diciassette case e fece gran danno
di panni lani. « Non veggo se col ritorno del vescovo Ac-
« ciaiuoli dalla corte del papa, o con altra occasione il pon-
ce teQce avea compiaciuta la Repubblica nel fatto di Ferrara.
« Trovo bene che agli 8 di luglio la signoria commette ad
« Alessandro de' Bardi sindaco del comune: Che vadia a Fer-
ie rara a giurare in mano del vescovo di Bologna o d'altro
« nunzio apostolico, che il marchese Obizo da Este sarà fe-
ce dele alla chiesa, e che, finito il termine di nove anni, re-
(( stituirebbe la città di Ferrara; e tutto sotto pena di cen-
« tornila fiorini d' oro. Alla qual pena dovea il Bardi avvertire
« d'obbligare il comune di Firenze, ma non i cittadini par-
« ticolari. Il Pigna non fa menzione che di censure senza
« parlar de' Fiorentini. Nonostante l'essersi nel principio
« dell'anno mandalo a Bologna al Pepoli per tenerlo unito
« alla Repubblica, crescevano tuttavia i sospetti, eh' egli fosse
« per alienarsi da' Fiorentini, perchè collegatosi co' signori
« di Lombardia, oltre a' rapporti de'malevoli, poteva fargli
« credere che i Fiorentini non fossero per fidarsi più di lui;
« onde per levargli queste ombre gli fu mandato Donati Vel-
« luti giureperito e Paolo de' Bordoni per veder d'assicu-
« rado della buona volontà e amicizia del popolo fiorentino,
« il quale confidando molto di lui e de' figliuoli, ancora che
« avesse molta cagione di sospettare delle genti d' armi dei
« signori di Lombardia, non l'avea però delle sue, con of-
LIBRO DECIMO. 433
« ferirgli ogni potere della Repubblica, il governo della quale
« gli doveano rappresentare iinilissimo. E perchè d' ordina-
a rio si premeva molto nel conservare gli amici, fu lor or-
« dinalo, che passassero poi a Ferrara da quel marchese per
« persuaderio di voler come amico del Pepoli levargli del
«( capo i sospetti messigli da' malevoli. Al conte Simone da
« Ballifolle fu dato un aiuto di cinquecento cavalli, col quale
« acquistò Fronzole castello posto sopra Poppi, il quale le-
« nevano i Tarlali. Della gente de' quali non si fidando punto
« i Perugini, ne furono mandati altri ancora a loro per as-
« sicurargli. Ma avendo poi verso la fine d' agosto mandato
« a dar conto a Firenze d' aver preso per loro raccoman-
« dato il conte Galeotto da Bagno, e che però pregavano i
« Fiorentini a trattarlo come tale , questa cosa non piacque
« punto. Perche fu subito scritto a Jacopo Marchi che si
« trovava in Arezzo , che andasse a Perugia , e quivi rap-
« presentasse , che stante la lega che era fra di loro, e il
« sapLT molto bene i Perugini che il conte e i suoi ante-
« cessori erano stati sempre nimici de' Fiorentini, era stato
« inteso molto male in senato, che l'avessero preso per rac-
«( comandalo, perchè essendo i castelli del conte Galeotto
« a confino con quei della Repubblica, non poteva esser
« che non seguissero delle novità , e che per tanto era ue-
« cessario che stornassero tal raccomandigia ». Del mese d'i
ottobre nel gonfalonerato di Ruggieri da Castiglione si fece
una legge contro a' grandi, che il consorte s'intendesse es-
ser tenuto per l'altro, eziandio che fosse Ira loro nimistà,
per levare a ciascuno l'occasione di poterla fingere. « E
« per rintuzzar maggiormente la loro alterigia aggiunsero :
« Che nessuno di essi tanto della città, che del contado po-
« tesse in avvenire andar in alcuno ufficio di qualsivoglia
« città o luogo d'Italia, nemmeno al servizio o soldo d'al-
« cun principe, signore o comunità senza espressa licenza
« della signoria e collegi, e che quelli, che cinque anni si
« trovavano essere stati fuori, dovessero in termine di due
« mesi esser tornali in Firenze a rappresentarsi alla signo-
« ria, altrimenti cadessero in pena di ribelli e di pagar due-
« mila lire ». Nel gonfalonerato di Paolo Bordoni posero
taglia di diecimila fiorini d'oro per chi uccidesse, o desse
Amm. Vol. II. 28
434 dell'istorie fiorentine
vivo nelle forze del comune il duca d'Atene, con dover quel
tale essere ancor libero da qualsivoglia bando e gravezza, e
aver facoltà di ogn' arme. « E essendo forestiere, fosse fallo
i( cittadino fiorentino e condotto al soldo del comune con
« venticinque cavalli, o cinquanta fanti ' ». E a perpetua in-
famia fu il duca co' suoi ministri dipinto nella torre del pa-
lagio del podestà con raitere in capo, siccome infino a' pre-
senti tempi si può vedere. Ciò furono Cerrettieri Visdomini,
Rinieri da S. Gimignano, Guglielmo d'Assisi, Gabbriello suo
figliuolo, Meliadusso d' Ascoli e fra Giotto, fratello di Ri-
nieri, nonostante che Guglielmo, e'I figliuolo fossero stati
morti a furore di popolo. « E fin nel gonfalonerato del Ca-
« stiglionchio in odio di questi ministri era stalo deliberato.
« Che, nessuno che nel tempo della tirannia del duca d' Ale-
« ne fosse sialo ufiziale nella città o nel contado, potesse
« aver più ufici, ne esercitarne per altri sotto pena di due-
« mila lire, e d'esser dipinto come li suddetti. E perchè
a quelli di Assisi e di Norcia s'erano ne' loro ufizi portali
« crudelmente, furono privati in perpetuo di poterne avere,
' Dalle pirole — abbruciò diciassette case e fece gran danno di pan-
ni lani. — il testo è con diverse giunte ampliato dal giovine Ammirato.
Hon fia discaro vedi rio ridotto alla sua originalità. Dice adunque cosi/
Nelle cose di fuori quanto accadde^ degno di memoria , J'u, che il
coni e Simone colf aiuto di cinquecento ca^'alieri de' Fiorentini acqui-
stò Fronzole^ e Castello posto sopra Poppi^ il quale tenevano i Tar-
lati. Perciò mandò suoi ambasciadori a ringraziar la repubblica del
servigio ricc^'uto, e in segno di gratitudine le J'ece dono della cam-
pana del detto castelli^; e alcuni giorni dopo nel gonfalonerato di
Ruggieri da Castiglionchio vi venne egli stesso in persona per Jar
il medesimo ufficio più compiutamente: neW ultimo giorno del ma-
gistrato ili Ruggieri si Jlece una lega contra i grandi^ che il con-
sorte s' intendesse esser tenuto per l' altro, eziandio che fosse tra
loro nimistà, per levare a ciascuno occasione di poterla Jingere; e
aggiunsono che ciascuno di detti grandi, il quale si trovasse al ser-
vigio di aìcun principe, dovesse fra un certo tempo venir nella città;
che altrimenti incorrerebbe nelle pene de' ribelli. Un'altra legge Je-
ciono nel gonjalonerato di Paolo Bordoni contro il duca d'Atene,
che chiunque l' uccidesse, avesse dal comune diecimila fiorini fi' oro,
e tratto da qual si voglia bando, o cittadino, o J'orestiere, ch'egli
sijosse. E « l'erpctua infamia Ju il duca ce.
LIBRO DECIMO 435
« come non si volse che ne potessero avere , se non dopo
« venti anni, i congiunti o consorti degli ufiziali stati in
« quel tempo ». Queste cose, oltre l'odio che si portava al
(luca, furon fatle, perciocché egli non fìnava mai di com-
iiiovere il re di Francia, ove finalmente s'era ridotto, ai
danni de' Fiorentini, mostrandogli che ragionevolmente , es-
sendo egli slato spogliato da' Fiorentini in Firenze, si do-
veano concedere a lui le rappresaglie conlra Fiorentini in
Francia, non si ricordando, o non facendo conto de' giura-
menti falli. Eransi similmente trovale alcune sue lettere driz-
zate a ceni plebei, dando loro speranza di tornar a Firenze,
perchè furono ne' medesimi di impiccati due legnaiuoli. Si
che tutte queste cose accrescevano lo sdegno e la rabbia
che s'avea col duca. Negli ultimi giorni dell'anno, consi-
derando i tanti incendj che ogn' ora accadevano nella città,
fu deputala la campana che venne di Vernia, quando s' ap-
prendea fuoco di notte, a far cenno a coloro, che doveano
trarre a spegnere i fuochi. Enlrò poi gonfaloniere col prin-
cipio dell' anno 1345 Maso degli Uccellini, « essendo podestà
« di Firenze fin del primo di dicembre Francesco de' For-
ti lebacci da Montone ». E per andar tuttavia rinforzando
i principj del nuovo slato furon traiti di bando tutti gli liber-
tini, « che con lìuoso, vescovo di Arezzo, e Rinieri, vescovo
« di Cortona , arrivarono al numero di quarantuno. Per far
« ritornare in grazia delia Repubblica questa famiglia s'erano
« adoperati prima i Perugini, ma poi la destrezza e l'amore
« verso il pubblico del conte Simone da Batlifolle fu quello
« che ridusse il vescovo d' Arezzo, capo di essa, a rimettere
(( in cittadini Fiorentini le differenze, che avea con il comu-
« ne. I quali cittadini il primo dì di quell'anno avean lo-
« dato, che il vescovo desse Cennina per termine di dieci
« anni in mano del conte Simone, il quale dovesse in que-
« sto tempo dichiarare di chi avesse ad essere : e se dei
« Fiorentini, darla lor subilo, e se del vescovo , tenerla in
« ogni modo dieci anni ; e in questo caso il vescovo avea
« da procurare a spese de' Fiorentini d'aver licenza dal papa
« di darla loro in vendita o in permuta. Che i figliuoli del
« già Neri dessero in guardia del medesimo conte il palazzo
« degli Uberlini posto nelle parti di Castiglione, e il Cassero
436 dell'istorie fiorentine
« di Civitella rimanesse sotto la custodia della Repubblica.
« Che mentre non si facesse pace co' Pielraraalesi il ve-
« scovo dovesse eleggere in podestà di Valdambra un Go-
« rentiuo, e questo per sicurezza delle strade, e per aver
« in Firenze copia di grano e di biade. Che i Fiorentini
« dovessero aiutare lanlo il vescovo d'Arezzo che gli altri
« libertini, perchè non fosse impedito loro il risquotere le
« solite gabelle ne' lor castelli e luoghi, con obbligo di ven-
« derle agli Aretini sempre che le volessero comprare, li-
ce berando e assolvendo il vescovo i Fiorentini e gli Areti-
« ni di quello che non gli avessero per la guerra pagato di
« fìtti e censi. Volendo avere gli amici e nimici comuni, e
« particolarmente i Tarlali e gli altri ribelli d' Arozzo ' ».
Con gli Ubaldini non si volle in conto alcuno aver pace.
Ma furono per conto di Firenzuola e di Tirli giudicati ri-
belli, eccetto il ramo di quelli da Senno. Providesi all'in-
dennità di coloro , i quali avean prestalo al comune. Due
volte s'appiccò nel tempo di questo magistrato fuoco nella
città. E furono udite in senato due ambascierie, 1' una dei
Pisani e l'altra del re di Francia. Tra' Pisani e le genti di
Lucchino erano l'anno passato per conto del vescovo di Luni
e di Pietrasanta state diverse battaglie, perciocché a' 5 di
aprile avendo i Milanesi rotto gli steccali de' Pisani tra Ro-
taia e Monlegioli, entrando nelle lor forze, il misono in scon-
fitta con molli morti e prigioni. A' 2 di maggio i Pisani rup-
pono poi trecento cavalieri di Lucchino guidati da Benedetto
Maccaioni de' Gualandi loro ribello, mentre egli passando il
Serchio volea congiugnersi col resto dell" esercito. Questa
rolla, sentila da Giovanni Visconti capitano de'Milanesi, il
fece partir di Versilia e venire ad accamparsi a Castello del
Bosco, travagliando infino all' agosto aspramente il contado
I Dice l' Aminirato vecchio: e per andar iutiwia rinjhrzamlo i
principi del nuovo stato^ Jurono tratti di bando gli Uberi ini, e si
fece lega col vescovo d' Arezzo, il quale diede in guardia al conte
Simone per conto del comune di Firenze, Civitella, Ciennina, il Pa-
lagio degli libertini, ed altre castella per dieci anni, perchè aves-
sero amici e nemici comuni, e particolarmente i Tarlati, ed altri
ribelli d'' Arezzo,
LlURO DECIMO. 437
de^ Pisani, in favor de' quali combattendo la corruzion del-
l' aria uccise prima Benedetto Gualandi, grande e fiero loro
nimico; poi spense Arrigo Interminelli, figliuolo di Castruc-
cio, per le vecchie prctcndcnze del padre non leggiero av-
versario ; e finalmente avendo afflitto tutto l'esercito, il co-
strinse a disloggiare, e a tornarsi a Versilia molto danneg-
giato. Per queste cagioni temendo i Pisani, che la guerra
non si riattaccasse di subito a tempo nuovo, avendo eglino
fatto lega con Mastino della Scala, col signor di Bologna,
co' marchesi di Ferrara e con alcuni signori Romagnuoli ,
aveano anche mandalo ambasciadori a Firenze per tirarvi i
Fiorentini. Ma essi mostrando che per i travagli patiti, e
per trovarsi molto stretti di danari erano forzati a provve-
dere prima alle cose domestiche, che a intrigarsi in nuove
guerre con quelli di fuori, oltre che con Lucchino non ave-
vano cagione di prender contesa, non vollono entrar nella
lega. « Gli ambasciadori del re di Francia, che furono Gio-
« vanni di Courmissyaco prete, e Giovanni signore di Cou-
« stura cavaliere, suoi consiglieri, rappresentavano le doglien-
« ze, che Gualtieri duca d' Atene, conte di Brenna e di Lecce,
« consirnguineo del re, faceva appresso di sua maestà delle
« gravi, atroci e intollerabili ingiurie fattegli da' Fiorentini
« nel privarlo e cacciarlo della signoria di Firenze datagli
« da loro. E perchè sua maestà come di parente, suddito e
« vassallo suo ligio e fedele non poteva mancar di tener
« conto e porgergli aiuto, stimava bene e necessario che i
(( Fiorentini mandassero loro ambasciadori a Parigi con au-
« torità di trattare e concludere accomodamento fra loro.
« La signoria fece toccar con mano agli ambasciadori fran-
« zesi l'ingiustizia delle doglienzo e domande del duca di
« Atene, facendo fare in Senato alla lor presenza un rac-
« conto di tutti i suoi falli, non restando però di mandar
« personaggi in Francia perchè informassero di tutto il re ;
« a' quali non essendo stato data autorità di trattare acco-
« modaraento, non servirono ad altro che a mandar la cosa
« alla lunga e ad irritare maggiormente il re, il quale poi
« con sua lettera de' 15 di maggio se ne dolse. Non si po-
« tendo per la mancanza del danaro rifar sopra Arno tutti i
« ponti della cittày volsero che si rifacesse solo il Ponte
438 dell' istorie FIOREfdINK
« Vecchio e gli altri si accomodassero. E per trovar danari
« trovarono una invenzione da uomini di buona credenza ,
« facendo mettere nelle quattro chiese principali de' quar-
« tieri una cassa per ciascuna, dove quelli che aveano da-
« nari del comune sopra conscienza , volendoli restituire
« senza rossore, li potessero mettere. Provviddero ancora
« che non si potesse tener d'ordinario al soldo della Repub-
« blica che quattrocento cavalli tra oltramontani e Italiani e
« seicento fanti ' ».
Segue il gonfalonerato di Paolo Vettori, il quale altrove
è chiamato dal Villani Paol Capponi; onde è leggier cosa a
credere, che costui sia stato il primo a dividersi da' Capponi
0 almeno Boccuccio suo padre, che fu de'priori l'anno 1320:
perciocché e' non si dubita che Capponi e Vettori sieno con-
sorti. Nel duodecimo giorno del gonfalonerato di costui suc-
cedette la morte di Jacopo Giamboni ; il quale avendo tutto
il suo patrimonio, vivendo, dispensato a' poveri, e menato vita
castissima (onde molti il credettono vergine), morto, santo fu
riputato ; mostrando Dio per lui manifesti miracoli. La virtù
di questo uomo fu poco in quel tempo imitata da coloro che
reggevano la Repubblica, la quale essendo in mano, la mi-
glior parte, di gente minuta, trascorse a far molte cose in-
degne del nome fiorentino ; fra le quali asprissima fu stimata
la legge, che feciono contra i cherici in dipressione dello
slato ecclesiastico. Ciò fu che qualunque cherico offendesse
alcun laico potesse esser punito da giudice secolare ; e che,
impetrando dal papa o da' suoi legali breve di giudice dele-
gato, non fosse udito; ma che i parenti, e propinqui losscro
tenuti sotto pene reali e personali di far rinunziare alle dette
impetragioni ^. Ordinarono ancora; che perniun altro rispetto
1 Così il vecchio Ammirato parla di questa ainbascieria: G/j amba-
sciatori del re di Francia dimanda'.'ano P emende del duca d' Atene,
tale era P importunità del duca appresso di lui, nonostante che il
re avesse mostro d' acquetarsi alle informazioni de' Fiorentini. La
Repubblica fece toccar con mano agli anibasciadori franzesi l' in-
giusta dimanda del duca, fece riferire in consiglio i falli suoi; delle
quali cose benché gli ambasciadori fossero fatti capaci, il re nondi-
meno, come poi si sentì, non rimase punto soddisfatto.
' Kon faccia meraviglia che detta legge, per se stes-a giustissima e
LIBRO DECIMO. 439
si potessero impetrare privilegi di quindici delegali. Il che
fu fatto per cessare l'opposizioni de' contratti usurari per
conto di molte compagnie che erano in quel tempo fallite.
Le quali cose seguirono non senza gran biasimo del vescovo,
la cui chiara fama por lo studio messo in liberar la «uà pa-
tria, restò per questa disonesta pacienza molto oscurata. On-
de fu chi riferì quel detto della scrittura; allora io sarò
mondo d'ogni peccalo, che i miei non avranno signoria ; per-
ciocché e' si crede che avesse egli ciò sofFerito per rispelto
de' suoi consorti, i quali trovandosi in quel tempo fallili, ma
potenti nella Repubblica, erano cagione di così fatte leggi.
« Non restarono però di farne ancor delle buone, perchè
« volendo moderare le spese superflue, incominciarono dalla
« tavola della signoria, dando il danaro di essa a spendere
« a un monaco converso della badia di Sellimo , acciocché
;< la spesa fosse più parca e più giustificata, e, avendo eletto
« otto cittadini popolari per riformar quelle de' particolari,
a a' 13 d' aprile furono proibite molle cose per il vestir
K delle fanciulle e de' giovani, e degli uomini e delle donne,
a distinguendo però di queste le mogli de' cavalieri . e dei
« dottori, alle quali restò lecito alcuna cosa di più die al-
« l'altre (Avrebbero avuto buon fare a questi tempi, nei
« quali usando le mogli de' conti, de' marchesi e altri titolati
« di portar per grandezza il manto, e avere il servidore, o
« servidori davanti, poche gentildonne privale son quelle ,
« ma che dico gentildonne? fin delle cilladine, che non vo-
« gliono il manto e marcino col servidore innanzi]: fu dato
K regola al vestir delle spose ; volsero che gli sponsali si
'.( facessero in chiesa e non in casa, con determinare il nu-
« mero de' parenti e amici che si potessero chiamare per
« banda. Alle nozze prefissero il numero delle \ivande eie
a sorte di confezioni , e quanti giorni dovessero durare al
« più. Riordinarono i regali che si facevano a' battesimi, e
« levarono la superQuilà ne' mortori. Alle donne pubbliche
rt privarono 1' andare in pianelle ; vollero bene che porlas-
« sero i guanti in mano e un sonaglio in capo, il quale fosse
saTÌssima, redarguisca l'Ammirato, essendo egli un Ticchio giiello de-
roto alla chi»'sa.
440 dell'istorie fiorentine
« Inle che in andando si sentisse sonare, forse perchè con
« sì bel trattamento si riducessero a vivere oneslamenle, o
:( per lo meno più ritirate ' ». Negli ultimi giorni d'aprile,
essendo peraltro le cose di fuori mollo quiete, ebbe a per-
dersi Fucecchio ; avendo certi di casa della Volta nobili e
potenti in quel luogo con loro amici di S. Miniato , e del
contado di Lucca corso la terra e cerco di ribellarla alla Re-
pubblica sotto titolo di cacciarne quelli di Simonctto loro
ììimici. Ma il presto riparo delle masnade, che erano nelle
castella di Vaklarno e di Valdinievole impedì 1' opera presso
che condotta a fine da' (radilori, de'quali molli furono feriti
e morii nella zuffa: altri fatti prigioni e condotli a Firenze,
furono secondo il lor fallo condannati alla forche nel gonfa-
lonerato di Giovanni Arnolfi. Costui patì ancora egli, che nn'al-
Ira legge fosse fatta non meno vergognosa della prima, im-
perocché con pessimo esempio privarono i tigliuoli e nipoti
di Pazzino de'Pazzi delle donagioni fatte loro infìno del dodici,
quando il popolo, in conforto della morte di Razzino, armò
quattro di loro cavalieri, diraenlicaodo prestamente non solo
l'amore portato per le sue buone qualità a Pazzino, ma met-
tendo in oblìo con non minori segni d' ingratitudine la me-
moria di Jacopo suo padre cognominalo del Naca ; il quale
valorosamente combattendo mori nella rotta dell' Arabia. Il
medesimo feciono co' figliuoli di Pino, e di Simone della
Tosa, e coi successori di liandiuo e di Stoldo e di Giovanni
de' Rossi, il quale morì in Avignone ambasciadore appresso
il papa in servigio della Repubblica, convertendo il danaro
tratto dalla vendita di detti beni in rifacimento di ponti; la
qual vendita non passò però la somma di ottomila scudi, ac-
ciocché con così vii pregio fosse comprato il carico di co-
tanta infamia. « Si fece poi pace co' Tarlati, trovandosi in Fi-
' Da questi ordini imparino coloro , che vorrebbero la Repubblica
per darsi ad ogni licenza .• e qui veggano come in una republjlica bene
ordinata, mentre la libertà civile, cioè il libero esercizio dei civili di-
ritti, è in tutta la sua forza, ogni abuso di licenza è represso.- né solo
pubblicamente, ma anche privatamente; poiché facendo iigni privato
cittadino più o meno parte del pubblico comando, bisogna che la repub-
blica si assicuri dei suoi buoni costumi. Chi vuole sguazzare nel lusso
e negli altri vizi, senza freno e gastighi, dee desiderare la monarchia
assoluta.
LIBRO DEClSfO 441
(ì renzc capilano del popolo Niccolò de'Gabbrielli d'Agub-
« bio, e podestà Beraldo di raesscr Maffeo da Narni: i quali
« Tarlati furono liberali e da'Fiorenlini e dagli Aretini da
« ogni condannagione, avendo i Fiorenlini avuto prima da
« Geri del già cavaliere Bertoldo la guardia del cassero e
« rocca della Penna per sicurezza della strada da Firenze a
« Arezzo. Poco avanti a questa pace aveano i Pisani fatta
« la loro, nominandovi i Lucchesi, con Lucchino Visconti ,
« essendo morto il marchese Malespina , buona cagione di
« quella guerra, per mezzo di Filippo Gonzaga signore di
« Mantova e di Reggio , con lodo dato in Pielrasanta , nel
« quale i Pisani furono condannali a dare al Visconti ottan-
« lamila, e non centomila, fiorini d'oro in quattro paghe, e
« Lucchino a render loro tutte le terre e fortezze acquistate
« in quella guerra, la quarta parte in ciascuna paga un nu-
« mero di esse, e nell' ultima rendere ancora gli ostaggi.
« Fin r anno 1283 fu comprato in Romagna dalla Repubbli-
« ca il lenimento detto Massa di Casaglia per assicurar la
'( strada da' ladronecci degli Ubaldini, e fu commesso a cin-
« quanta cittadini fiorentini di comprar quei terreni e caso-
« lari e fabbricarsi case, delle quali ne fu formato un ca-
« stello, chiamato allora Pietrasanta, e poi detto come prima
« Casaglia. E perchè dopo la costruzione di Firenzuola, molti
« fedeli degli Ubaldini erano tornati ad abitare nella detta
« Casaglia, e cosi quella strada s' era ridotta pericolosa co-
« me prima, la signoria volle che questi tali ne sfrattassero
« e che non vi potessero stare ne comprare in maniera nes-
« suna ». Nel gonfalonerato di Paolo del Buono si mandò a
Sanminiato ad accordare le differenze e metter fine a'romori
che erano tra' Mangiadori e Malpigli '. Ma mentre i Fioren-
tini attendono a metter pace in Sanminiato e in Arezzo, di
nuovo furono in pericolo di perder Fucecchio, essendo cin-
1 Folsonsi dopo a trattar pace J'ra i Tarlatile il comune W Arez-
zo; la quale J'u conchiusa poco dopo che i Pisani la Jeciono con
Lucchino , essendo morto il marchese Mulaspina^ buona cagione di
quella guerra : a queste concordie s'aggiunse quella di S. Miniato,
nel gonfalonerato di Paolo del Buono; avendo la Repubblica per
suoi uomini accordate le differenze, e pacificato i romori, ch''erano
nati tra Mangiadori e Malpigli. Prima ediz.
442 DEI.L ISTORIE FI0RENT1^E
quecento fanti, che i Pisani tenevano alla guardia del Cer-
ruglio e dei luoghi vicini, scesi di notte in Cerbaia; passalo
la Gusciana e tentato di prender la terra, come che per forte
contrasto trovato non fosse riuscito loro il disegno: perchè
furono mandati ambasciadori a Pisa, rammaricandosi forte-
mente di questo successo ; di che i Pisani si scusarono, mo-
strando non essere avvenuto di loro volontà. In questo tempo
si die compimento di serrare il Ponte Vecchio, rifatto, dopo
ch'era caduto, assai più bello e magnifico di prima. Dettesi
principio a rifondare quello di S. Trinità, e altre spese si fecio-
no in magnificare il tempio di S. Giovanni e il palagio del po-
destà. Si diede al comune il castello delle Poci in suH' Am-
bra, castello del viscontado, che solo rimanea di pervenire
in potere de' Fiorentini di qua dal fiume. Quelli di S. Gi-
mignano avendo corso la villa di Campo Urbiano, ove aveano
fatto gran danni, sotto pretesto, che dava ricetto a' loro ban-
diti, furono con grande indegnazione della Repubblica se-
veramente condannati nell' avere e nelle persone ; e sarebbe
seguita di loro rigorosa giustizia, se a preghiere poi de' Sa-
nesi e de' Volterrani, non si fossero composti in cinquemila
fiorini d' oro. Ma ninna cosa era più molesta alla città, che
le continue pioggie, essendo entrato gonfaloniere Lorino Bo-
naiuti, dal nome proprio del quale i suoi discendenti Lorini
poi si cognominarono. Le quali crescendo tuttavia il settem-
bre e r ottobre, fuori impedivano il seminare, e dentro la
città avt=ano in guisa ingrossato Arno, che traboccando co-
perse tutta la piazza di S. Croce con gran dubbio, che non
allagasse tutto il resto della città.
Mentre la terra era in questo travaglio , giunse in Fi-
renze Umberto Delfino di Vienna, eletto dal papa capitano
de' Crociati contra i Turchi, i quali erano all' assedio di
Smirne, città vinta l'anno passato valorosamente da'cristiani,
il quale fu seguitato da più di quattrocento giovani fioren-
tini, sperando di agguagliar la gloria di coloro, che cenven-
totlo anni addietro andarono all' impresa di Damiata. Dopo
quasi doppio intervallo di tempo abbiamo cercato, e enne
riuscito, di secondar questo zelo, di prender l'arme contra
gl'infedeli con chiara e felice vittoria a' tempi nostri, es-
sendo appunto a quest' ora, che io avea preso la penna in
LIBRO DECIMO. 4Ì3
mano per scrivere la passala del Delfino per Firenze fiinnlc
novelle al principe D. Francesco, che a' 7 del presente mese
d'ottobre dell'anno 1571, or sono quindici giorni, D. Gio-
vanni d'Auslria capitano della lega de'crislinni avea vinto
l'armata di Selirao imperadore di Costanlinopoli sopra la
Prevesa, essendo di dugento galee scampalo non più che
con selle Ali Rascia, dello volgarmente Ucciali, generale delle
galee d' Algeri. La quale impresa essendo seguila con par-
tecipazione delle forze di questo principe, e d' una non pic-
cola parie della nobiltà fiorentina, se ci sarà preslato cotanto
spazio di vita, non fie taciuta da noi , quando saremo con
io scrivere a questi tempi pervenuti. « Furono poi Ielle in
« senato le lettere della regina Giovanna scritte d'Aversa li
« 22 di seltembre tulle piene di lamenti e di lagrime, nelle
'< quali dava conto come a* 18 di quel mese, essendosi la
« notte ritirala in camera, il suo signor m^ìrilo ( era il po-
« vero re Andreasso, il quale ella non chiamava re) in luo-
'< go di ritirarsi ancor egli, andato, com'era solilo di l'are e
Il quivi e altrove, alcuna volta a ore sospette, serrandosi la
« porta appresso, nel parco contiguo all'abitazione, dove
« parendo alla sua balia che stava aspettandolo , che tar-
« dasse troppo, andata con una candela accesa per vedere
« dove fosse, lo trovò lungo il muro del medesimo parco
« strangolalo. Morte slimala dall' universale essergli stala
ce procurala dalia regina medesima ». Prese il sommo ma-
gistrato per gli ultimi mesi dell'anno Luigi de' Mozzi la se-
conda volta, trovandosi capitano del popolo Loderigo della
Porta da'Trevisi, essendo la città di nuovo tribolala non solo
dalla piena del fiume, che giunse infino al palagio del po-
destà, ma da spessi iremuoli. Né minore fu il danno per lo
contado, ove la Tcrsolla passando il ponte a Rifredi rovinò
tutto il borgo di case, e '1 Mugnone, e '1 Rimaggio danneg-
giarono mollo le contradf! d'intorno, non restandosi piccol
canale , e fossato che non paresse grossissimo fiume. Fu an-
che per esser ingannata in questi giorni la fede pubblica
per difalta di Ire nobili delia famiglia dc'Rardi, i quali
avendo fallo venire alcuni artefici sancsi , quelli tenevano
nell' alpe di Castro per falsar una moneta nuovamente falla
dalla Uepubblica. Scoperta la falsità furono presi due degli
i44 dell' istorie fiorentine
artefici e condannali al fuoco. I tre de' Bardi non compa-
rendo ebbono la sentenza di sogj^iacer alia medesima pena,
quando mai capitassero in mano de' magistrati. « E perchè
« si sapea che altri Fiorentini in diverse parti del mondo
« facevano batter fiorini d' oro con l' impronta di quei di
« Firenze di peggior lega e di manco valore, proibirono con
;< pena di ribellione agi' intagliatori de' ferri lo intagliarne
« per altri che per i signori della Zecca. A' 17 di dicembre
« Tano de' Guasconi fu fatto sindaco del comune a ricevere
« in titolo di dono dal conte Simone da Battifolle e dal conte
« Guido suo nipote ogni ragione che potessero avere nei
« popoli del Pozzo, di Ganghtreto, di Pernina e di Cavi ».
Col fine dell'anno fu anche finito di pagare Mastino, e spenta
in parte quella vergognosa memoria, che era continuamente
a ciascuno davanti nell'animo della sciocca, e disavventurata
compra di Lucca, entrando con poco lieto principio il gon-
falonerato di Giovanni Covoni, e insieme con esso il nuovo
anno 1346, perciocché alcuni pessimi auguri riferiti sbigotti-
vano grandemente gli animi de' mortali. Un lupo di mezzo
di entrando per la porta a S. Giorgio corse buona parte del-
l'Arno, e, essendo continuamente sgridato dalla moltitudine,
fu finalmente preso e morto alla porta a Verzaia. Uno scudo
tli gesso posto sopra la porta del palagio del podestèi, ove
erano l'insegne pubbliche, cadde da se medesimo e si rup-
pe in più iparti. Nò mancarono i soliti spaventi del fuoco
appreso in una casa a S. Brocolo. La vanità di credere a
cosiffatti accidenti fu grandemente mantenuta dalle cose do-
lorose e infelici, che succedettono. Imperocché senza poter
prender fiato, in un medesimo tempo s'intese l'ultimo fal-
limento de' Bardi, che quasi assorbì tutte le ricchezze dei
privati. Il re di Francia concedette al duca d'Atene le rap-
presaglie sopra de' Fiorentini così nell'avere come nella per-
sona, se infino a calen di maggio prossimo non avessero sod-
disfatto il duca di quel che domandava di menda, che era
gran quantità. Fucecchio nel mese di marzo, che sedeva gon-
faloniere Primerano Serragli, volle esser di nuovo tradito;
e quello che agguagliava ogn' altro infortunio, era la nuova
.««parsa per tutto , che Carlo di Boemia figliuolo del re Gio-
vanni, andato a trovar il papa in Avignone, doveva esser
1
LIBRO DECIMO. 445
eletto ad imperadore, perciocché si temea fortemente , che
Carlo, per rispetto dell' imperadore Arrigo suo avolo, e per
gli odj più freschi stali tra il comune di Firenze, e il re
Giovanni suo padre, e per essersi egli nella sua giovinezza
trovato a Lucca conlra la Repubblica, ancora che ultimamente
si fosse trovato nella lega di Lombardia contra Mastino, do-
vesse esser aspro e crudo nimico de' Fiorentini, a 1 quali
« avendo sentito che in Orvieto la parte guelfa era restata
« superiore, vi avean mandato Andrea degli Adimari cava-
« liere, Bernardo degli Ardinghelli e Piero di Macone no-
« taio per rallegrarsene e offerire ogni aiuto per manlener-
« si ». Ma perchè non rimanesse quasi principe alcuno trai
cristiani, che non s'avesse a sospetto, succedeltc occasione
per conto dell'inquisitore dell'eretica pravità d' avere a dar
mala soddisfazione al pontefice. Silvestro Baroncelli, com-
pagno della ragione degli Acciaiuoli fallila, uscendo dal pa-
lagio de'priori accompagnato da' loro ministri, ove per asset-
tar i fatti della compagnia , sotto la fede di quel supremo
magistrato era ito, appena età uscito della soglia del palagio.
che fu manomesso dalla famiglia del podestà ad istanza di
fra Piero dell' Aquila inquisitore, e procuratore di Don Piero
cardinale Sabinense spagnuolo, il quale dalla detta ragione
dovea ricevere dodicimila fiorini d' oro. Questa cosa parendo
a' priori molto sconcia, e in pregiudizio della lor dignità, in-
contanente il Baroncelli feciono liberare, e i famigliari de!
podestà, fatto prima loro tagliar le mani, confinarono per
dieci anni fuor di Firenze e del suo contado. 11 podestà, scu-
sando r error successo, e profferendosi pronto all'emenda,
impetrò perdono dalla signoria. Ma l' inquisitore, il quale ri-
putava questa ingiuria fatta alla persona sua medesima, e
non si tenea de! tutto sicuro, scomunicalo il gonfaloniere,
e i priori, e lasciala la città interdella, se tra sei dì non gli
era reso Salvcstro, se n' andò a Siena '. Onde non molto di
' Graode e ohbFobriosa mostruosità; che in un paese libero dovesse
Bésere, ed aveie tanta autorità la inquisizione. 3Ia questa era la condi-
zione di quei tempi e di quelle repubbliche ; le quali per conseguenza
non dee maravigliare alcuno, se in seno di sì barbara e intollerante su-
perstizione giammai lungamente non prosperassero.
446 dell' istorie fiorentine
poi si parli per la corte, non solo dolendosi al papa del
torto ricevuto da'Fiorenlini per l'animosità mostrata per conto
suo verso i famigli del loro podestà, mostrando l'iniqua legge
fatta i mesi addietro contro la libcrià ecclesiastica, il numero
grande de'Paterini, che avrà in Firenze e molti altri abbo-
minevoli peccati, che vi si commetlevano. « Alla scomunica
« fu subito per due notai, fatti sindaci perciò del comune e
« passali ne' consigli d'Angelo de' marchesi del Monte S-
« Maria capitano e difensore del popolo e di Paolo de' Gui-
« doni da Terano podestà, appellalo di nullità )\ In Avigno-
ne furon mandati anibasciadoii al pontefice Buunaccorso dei
Frescobaldi canonico, Francesco dc'Brunelleschi e Antonio
Adimari tulli due cavalieri, Ugo della Stufa giureperito, Fi-
lippo degli Spini e Baldo Fracassini notaio, a' quali fu dato
in commessione di rappresentare il cattivo governo dell'In-
quisitore, e di pregare il papa di rimuoverlo da quella ca-
rica '. E per scemare il numero degli avversari furono con-
segnati loro cinquemila fiorini d' oro per pagar il cardinal
Sabinese, obbligando per il rimanente de' settemila il comu-
ne, il quale entrava mallevadore per gli Acciainoli e princi-
pal pagatore in certi spazi di tempo. Queste cose furono or-
dinate che si facessero in corte. In casa furono presi altri
partiti, e prima feciono una legge, nella quale imitarono uno
statuto che era in Perugia, e che si costumava anche da' re
di Spagna. E ciò fu, che ninno inquisitore si dovesse intro-
mettere in altro che nel suo ufìcio, senza uscir punto dei
termini dell'eresia; e che gli eretici fossero secondo la qua-
lità del peccato condannali nella persona, e non in moneta.
Che l'inquisitore non avesse a lener carceri privale, ma nei
suoi bisogni si servisse delle pubbliche. Che niun podestà ,
capitano, esecutore, o qualsivoglia altro magistrato dovesse
dar famiglia, o licenza, o messo a chi si fosse, che non de-
pendesse dal comune per far pigliar cittadino o forestiere
alcuno senza espressa licenza de' priori, e cosi s'intendesse
aversi a fare al vescovo di Firenze e a quello di Fiesole. E
perchè il detto inquisitore e vescovi sotto scusa d' essere
for famigliari concedevano licenza di portar arme a molti,
1 Non r inaiiisitore, ma 1' iuquisizione dovevano non volere.
LIBRO DECIMO. 447
e r inquisitore particolarmente appariva averla conceduta a
più di dugencinquanta , onde traeva ogn' anno più di mille
scudi, si fece legge, che ninno dei delti prelati dovesse per
l'avvenire conceder licenza di portar arme a chicchessia, se
non che l'inquisitore s'intendesse averla per sei familiari,
« per altri tanti il vescovo di Fiesole, e per dodici il vesco-
« vo di Firenze ; i quali dovessero esser vestiti ad uua as-
« sisa, e portar del continuo un tavolaccio entrovi 1' arme
« della chiesa, altrimenti potessero esser fatti prigioni ». Dei
quali impacci è senza dubbio liberata l'eia presente, proce-
dendo gli affari ecclesiastici per la severità de' principi così
sacri come secolari con molta dirittura. E il carico dell'in-
quisitore governato per molti anni dalla diligente cura di
Fra Dionigi da Costacciaro de' minori conventuali a ciò dal
santo uficio proposto, non ha lasciato in se cosa alcuna de-
siderabile. Inoltre ordinarono. « Che persona potesse esser
« offesa, arrestala o molestala da chi si fusse, eccetto che
« dagli Ufiziali che avessero autorità dalla Repubblica, proi-
« bendo a' notai il far alto alcuno a richiesta d'altri, con es-
« ser Iceilo a ciascuno il difendersi da chi gli volesse mole-
« slare con altra autorità, e questi tali potessero essere
(I offesi come banditi ». Gli avvisi di queste cose turbarono
maggiormente l'animo del pontefice ' ; onde fu necessario man-
dar nuovi ambasciadori per placarlo. « Volendo poi rimc-
« diare alle liti che nascevano sopra de' beni immobili, dei
« quali d' ordinario chi manco avea da spendere ne restava
« privalo, fu dato balia a' priori di eleggere due cittadini per
« quartiere, i quali descrivessero in libri tutti i beni del
« dominio, senza però stimargli, col nome di chi possedeva,
« e con lasciar tra una partita e l'altra lanlo spazio da po-
« lervi di mano in mano scriver quelli, che per compra, o
« in altro modo ne divenissero padroni, i quali fossero ob-
« bligati a fare instanza d'esservi scrini ( così ci fosse oggi
« un libro pubblico nel quale fossero notati e si notassero,
' Onde il gonj'aloneialo di Gioi'anni da Cerietoju l'cr tal conto
pieno di trai/agli, e così similmente quello di Francesco Pegolotii;
essendo necessaiio mandar nuovi ambasciadori per placar l'ira del
papa. Cosi il vecchio Ammirato.
448 dell'istorie fiorentine
« i fidecommissi, che al certo si taglierebbe la strada a una
« infinità di liti). Ordinarono ancora, perchè si dubitava che
« molti fossero condannati e giustiziati a torto, che quando
« si faceva l'elezione del podestà di Firenze, si facesse an-
« cor quella di dodici notai forestieri, lontani dal luogo di
« dove fosse il podestà, per trenta miglia, i quali dovessero
« abitare in casa separata dal podestà, senza praticar seco,
a né con altri ufiziali e cittadini, e sempre uno di essi si
« dovesse trovar presente all'esamini, con scriverle in libro
« di cartapecora e non in quinterni. Fu parimente ordinato
« un magistrato di quattordici cittadini, i quali si domandas-
« sero i quattordici difensori della libertà, per aver cura che
« gli ordini fatti fossero osservati. In ultimo fu fatto cava-
te licre da Filippo Guazzagliotri cavaliere sindaco del comu-
« ne Agnolo figliuolo del podestà- Ma non parendo a Gio-
« vanni da Cerreto, entrato gonfaloniere il primo di maggio,
« che la passata signoria avesse fatto ordini abbastanza per
« la conservazione della dignità e autorità della Repubblica,
« ne fece uno a' 12. Che persona ardisse di procurare , av-
« vocare, scrivere, o dar favore a chi scrivesse contra il co-
« mune, e chi gli portasse di fuori lettere, citazioni, sen-
« tenze, o altra scrittura, potesse essere offeso come ribello.
M Proibì ancora il potersi appellare d'alcuna sentenza data
« a favore de! comune, che a' giudici destinati a ciò, non
« intendendo in questa proibizione d'includer quelli che
« avessero prestato, o prestassero danari al comune, e che
« ne dovessero ricevere assegnazioni. Ma tutti questi ordini
« non fecero però (avendo preso il goufalonerato Francesco
« Pegolotti ) parer minore gl'incomodi della scarsa ricolta, la
« quale per le pioggie ' » dell' anno passato in sul semen-
tare, e per quelle che erano state nel presente anno per
tutta la primavera, e principi della state era cattivissima; ol-
treché s'intendea, che il re di Francia avca di nuovo con-
fermato le rappresaglie al duca d' Alene , e che Carlo di
Boemia l'undecimo giorno di luglio era slato dichiaralo re
de' Romani. « A' 20, trovandosi in Firenze podestà Francesco
' Questi incomodi pun'ono maggiori , (cioè il bisogno di placar
l'ira del papa ), /'er ciocché la ricolta per le piogge ec.
LIBRO DECIMO. 449
« della Serra d'Agubbio, Jacopo Marchi e Simone dell' An-
« Iella sindaci del comune fecero in Staggia lega co' sindaci
« del comune di Siena per dieci anni a conservazione del
« pacifico stalo dell'una e dell'altra Repubblica e a esalla-
« zione di santa Chiesa e di papa Clemente VI , volendo
« che ogn' impresa si facesse a comune: nel resto furono i
« patti conforme a quelli del 1340.
L'apparenza del sospetto del nuovo impcradore dette ca-
gione a' capitani di parte guelfa, nel gonfalonerato di Agnolo
degli Alberti, di fare una legge, che nessuno forestiere, fatto
cittadino, l'avolo del quale non fosse nato in Firenze, onci
contado, potesse godere d'alcuno uficio, ancora che fosse
messo nelle borse ; conciossiacosaché per simil via molti
venutici dalle terre d' intorno , introdotti nelle ventune ca-
pitudini dell'arti, esercitavano con grande arroganza i loro
magistrati, e parendo che molti di costoro fossero ghibellini
si dubitava, che in questo strano mescolamento, e in tanta
prosunzione, con 1' occasione del nuovo iraperadore non suc-
cedesse alcun danno alla Repubblica. Questi furono i pri-
mi semi , i quali fecondamente crescendo alzarono ad una
somma potenza 1' uficio de' capitani diparte guelfa; la quale
in processo di tempo in manifesta e fiera tirannide conver-
tendosi, di esili, di vergogne, di povertà e di morti fu a
molti cittadini cagione; in guisa che non polendo la misera
città cotante e sì grandi calamità più lungo tempo sofferire,
trovati nello spazio dì trenlacinque anni sempre vani tutti
i rimedj, fu costretta ricorrere finalmente ad uno, il quale
avanzando di gran lunga la potenza di cosiffatto morbo, con
male forse non più leggiere del primo, quello condusse nella
podestà dell'infima plebe. Da cui, oltre i subili uccidimenli,
sacchcggiameiiti e preste arsioni di case e simili frulli che
nascono dalla furia della concitata moltitudine , sorsono an-
che poi gli abbassamenti e le morti di molti chiari e illustri
cittadini ; quasi gareggiando con non meno imperiosa e cru-
del signoria con tutti i mali della passata tirannide. Poco
innanzi alla legge fu finito di fare il Ponte a S. Trinità, ove
il comune spese ventimila scudi. E passò per Firenze il car-
dinale Don Bruno , a cui la Repubblica fece molli onori.
Questi andava nel regno di Napoli mandalo dal pontefice per
Amm. Vol. II. 29
430 dell' istorie fiorentine
prendere in nome di santa Chiesa la guardia di quel reame
messo lutto sossopra per la morte d' Andreasso fratello di
Lodovico re d'Ungheria, il quale dato dal re Ruberto non
molto innanzi che morisse, per marito alla Giovanna sua ni-
pote, a cui scadeva il regno, era stato, comesi è detto, per
ordine dell'infedele e scellerata moglie strangolato. Poi preso
il gonfalonerato per gli ultimi mesi dell' anno Filippo del
Sagina, a cui vennero novelle, come finalmente a' 25 di no-
vembre Carlo era stato coronato imptradore con consenti-
mento della Sede Apostolica in Bona, terra vicina a Colonia,
onde i capitani di parte guelfa da capo si volsono a pensare
con quali altri rimedi potessero riparare a' soprastanti mali,
essendo i priori e gli altri magistrati volti tutti a far prov-
visioni conlra la carestia , male senza dubbio , per distrug-
gere gli alimenti della vita , di tutti gli altri maggiore : né
per memoria di coloro che vivevano, si ricordava mai la città
essere stata in simile strettezza, ancora che la carestia del
trentanove e quaranta fosse stala molto grande ; perciocché
in questo anno fu caro di tutte le cose. Non mancavano co-
loro, alia cui cura era commesso il peso della Repubblica, di
far le provvisioni del grano di fuori, avendo mandalo danari
e uomini per farne venir di Sicilia, di Calabria, di Sardigna,
e infino di Tunisi e di Barberia. Ma trovandosi i Genovesi
e i Pisani in simil mancamento, avendo i lor legni armati
in sulla foce d'Arno, e per i luoghi vicini, voleano essere
i primi a fornirsi ; talché in gran parte i provvedimenti fatti
tornavano vani. E conluttociò si trovarono di quelli cittadini,
i quali, cavando utile dalla comune miseria, cercarono di fro-
dar il pubblico; ma, benché con Icggier pena, furono con-
dannati in mille fiorini d' oro. In questi travagli prese il
sommo magistrato Piero del Papa il primo dì dell'anno 13i7,
ne' cui principj i capitani di parte guelfa, nonostante la prima
provvisione, essendo la lor sollecitudine, per rispetto del
nuovo impcradorc, grande, feciono fare un'altra legge: Che
ninno ghibellino, il quale, o egli o suo congiunto dal trecento
due in qua fosse slato ribello, o abitato in terra ribella, o
venuto centra la Repubblica potesse avere alcuno uficio ; e
avendolo, e non lo rifiutando, dovesse pagar mille fiorini di
oro ; alla qual pena fossero anco tenuti coloro, da' quali a
MBRO DECIMO. 451
quello uficio era stato eletto. Disposono che tal legge si
estendesse conlra quelli , i quali nou fossero veri guelfi e
amatori di santa Chiesa, ancora che i suoi non fossero slati
ribelli, ma la pena fosse minore; all'accusato, di lire cinque-
cento, alla signoria, che noi condannasse, di lire mille; do-
vendo la pruova di ciò costare di sei testimoni degni di fede,
approvati da' consoli di quell'arte di cui fosse l'artefice ac-
cusato, e da' priori e dodici lor consiglieri, se il condannato
non avesse arte; la qual sorte d'uomini con proprio voca-
bolo erano chiamati scioperali. Il primo, a cui toccò di pro-
var il rigor della legge, fu Ubaldino Infangati condannato in
cinquecento lire per avere accettalo l'uflcio de' sedici sopra
i sindacati de' fallili.
Tra tanti mali o principj di mali quanta luce apparve in
beneficio della Repubblica fu il parlilo preso da' Sanminia-
tesi di darsi a' Fiorentini per cinque anni, non avendo i po-
polani potuto patire l'orgoglio de'Malpigli e de' Mangiadori
famiglie nobili di quella terra ; i quali avendo tolto certi mal-
fattori lor masnadieri a Guglielmo Rucellai, ciltadin fiorentino
e podestà di S. Miniato, e levato il romore, volevano anco
disfare gli ordini del popolo. 11 che avrcbbono facilmente
conseguito, se non vi fossono sopraggiunte le masnade che
il comune tenea nel Valdarno di sotto, e quasi nel medesi-
mo tempo gli ambasciadori fiorentini; i quali si posono di
mezzo per melterli in pace: onde il popolo non volle esser-
gli ingrato del beneficio ricevuto, pensando anche con que-
sto modo poter meglio difendersi dall'ingiurie de' grandi.
Ma questa e qualunque altra gran soddisfazione d'animo su-
perava r affanno della carestia. Per la qualcosa la nuova si-
gnoria , che entrò con Giovanni Lanfrcdini gonfaloniere il
primo giorno di marzo, veggcndo la città combattuta dalla fa-
me, e i poveri senza esser molestali da altro male, esser
pur troppo gravali da cosi grande nimico, fece il terzodeci-
mo giorno di quel mese una legge ; che niuno infin a caleu
d'agosto vegnente potesse esser preso per debito di cento
fiorini in giù, salvo all'uGziale della mercanzia, ove il debito
passasse la somma di venticinque lire. Ordinossi che lo staio
del grano non passasse il pregio di quaranta soldi ; che
chiunque ne recasse di fuori del contado, avesse un fiorino
452 dell' istorie fiorentine
d'oro per moggio. « Fu di soddisfazione alla ciltà il breve
« venuto dal papa dell'assoluzione della scomunica lasciata
« da Pietro dall' Aquila inquisitore , stato fatto in questo
« tempo vescovo di S. Angelo ; e cosi in luogo di gastigo,
(( conforme al desiderio de' Fiorentini, ricevette l'inquisitore
« premio. Le nuove certe che si aveano che '1 nuovo impe-
« radore scendeva in Chiarenzana , e s'accostava all'Italia,
« accrescevano i pensieri non solo a' Fiorentini , ma anche
« all'altre ciltà guelfe di Toscana. Perchè adunatosi Oddo
« degli Altoviti, Simone dell' Antella, e Ormanozzo Deli sin-
« daci della Repubblica nella chiesa cattedrale d' Arezzo coi
« sindaci di Perugia e di Siena, e di Arezzo stesso fecero
« lega per cinque anni a difesa comune, restando in arbi-
« trio di Firenze, di Perugia e di Siena il ricever in essa
« altre città e comuni: la taglia fu di tremila cavalli, de' quali
« per allora a Firenze ne toccò otlocenlovenlicinque, a Pe-
« rugia quattrocentosettantacinque, a Siena quattrocento , e
« ad Arezzo cento, e dugento ne contribuissero Pistoja, Vol-
te terra, Sanrainiato , Sangimignano e Colle di Valdelsa in
M ogni caso che fossero ammessi nella lega, e gli altri mille
« si distribuissero poi per rata a proporzione de' suddetti
« duemila. La elezioue del capitano fosse delle tre città, le
« quali gli dovessero tenere appresso due consiglieri per
« ciascuna esperti in guerra; e le altre città e comuni uno.
« Che si mandassero ambasciadori al papa pregandolo a non
« voler permettere che passasse alcun signor tedesco in Ita-
ci lia, poiché seguirebbe con danno di santa Chiesa, di parte
« guelfa e de' collegati. Che se ne mandassero ancora all' al-
ce tre città, comunità e signori d' Italia, se ben fossero ghi-
« bellini, per esortargli a entrare in lega. Non volsero chi^
« alcuno de' collegati potesse far lega con oltramontani, e
« con nimici d'alcuno de' collegati, ma ben mantener quelle
« che si avessero. Nemmeno vollero che si potesse ceder
« ragioni di terre, o d'altro a oltramontani che venissero in
« Italia senza il consenso delle tre città. Dichiarandosi in
« ultimo gli Aretini di non intender con questo lega di cou-
rt Iraffare in cosa alcuna alla lor libertà, e non volendo che
« nessuno de' collegali si potesse unire con alcun luogo del
« contado e distretto d'Arezzo ». Ma non parendo che :
LIBRO DECIMO. 453
rimcdj presi per la carestia bastassero ' ( perciocché, o per di-
tello delia vetlovaglia, o per altra cagione, era incominciata
una leggieri mortalità nella terra ; e dalle prigioni pubbliche
veniva riferito, che ve ne moriva due, e talor tre il giorno),
si fece a calen d' aprile un altro ordine ; che chiunque fosse
stato prigione da calen di febbraio addietro, riavendo la pace
del suo nimico, fosse libero; e cosi, finalmente, ciascuno che
vi fosse per debito di cento lire in giù, rimanendo però ob-
bligato al suo creditore, il numero de' quali ascese a cen-
seltantatrè. Oltre la carestia, e i principj della fresca pesti-
lenza, le molte pioggie, i tuoni e le saette cadute in diverse
parli della città, e delle quali alcune si riferiva aver saettalo
in certa parte i merli delie mura, sbigottivano grandemente
gli animi di ciascuno: onde, per placar l'ira di Dio, grande fu
la pietà in quel tempo in Firenze ( « dove si trovava capitano
a del popolo Lotto da'.Sassoferralo, e podestà Guido de' For-
« tebracci da Montone ») di tutti gli ordini de' cittadini verso
i poveri forestieri, che nella città si riparavano, essendosi tro-
valo intorno la mela del mese d'aprile il numero di coloro
i quali erano a prender il pane, ascendere a novanlaquattro-
mila bocche, senza coloro, i quali essendosi provveduti da
lor poderi facevano il pane in casa. « Anche i soldati oltra-
« montani commossi da tanta carità volendo far qualche ope-
« ra pia per rimedio dell'anime loro, supplicarono alla si-
« gnoria che fosse assegnato loro un luogo dalla porta a
« S. Gallo al canto alla macine, per potervi edificare uno
« spedale sotto nome di S. Giorgio per ricevervi i poveri ».
In questa pietà e cura continuando Gian Manno Rinaldelli
la seconda volta, il qual prese il sommo magistrato a calen
di maggio, insieme co' compagni fece un'altra volta rifor-
magione l'ultimo di di quel mese, che ciascuno che si tro-
vasse prigione debitore del comune, o fosse in bando per
la somma di cento scudi, potesse uscirne ogni volta che pa-
gasse tre soldi per lira del debito, e del rimanente assegnasse
alcun creditore della Repubblica, col quale si sconterebbe a
' Ma non parendo ehe questi riinedj bastassero ec. ec. Prima ediz.
Al solito la giunta qui interrompe il filo del discorso, che era sulla
carestia.
454 dell' ISTOKIE FIORENTINE
ragione di venlotto e trenta per cento. Furono alcuni, che
si ricomprarono, benché la slrett<^zza di tutte le cose fosse
maravigliosa « Lo spedale di S. Maria Nuova, dove si Iro-
« vavano più di dugento malati, e l'entrale non poievan sop-
a perire alla spesa, fu sovvenuto di dieci moggia di grano
« e di due d' orzo ; non succederebbe già così oggi , essen-
« do, per i lascili fatti a quel luogo, cresciute quell'entrate
« a gran somma, come vi è a proporzione accresciuta la ca-
« rità verso i poveri ». Ma incominciandosi a dubitare della
nuova ricolta per le spesse pioggie, che aveano fallo danno
a' frutti e biade in più parli del contado , il vescovo pubblicò
le processioni per Ire giorni; le cui preghiere come fossero
da Dio slate esaudite, cessò subito il mal tempo; e il ven-
tiquattresimo giorno di giugno il grano incominciò a calare.
Ma perchè cotsì grande allegrezza fosse moderata da qual-
che sinistro , la notte che seguì al giorno che era scemato
il grano, s' appiccò il fuoco in porta rossa, contra la via che
mena agli Strozzi, ove arsono venti case senza quelle che
si tagliarono per levar l'alimento alle fiamme, le quali attac-
candosi di tetto in letto minacciavano tutto il resto della con-
trada. Venne ancora in questi dì avviso, come era morto a
Furli insieme con la sua donna Corso Donali , nipote del
vecchio Corso ; la cui morto come che egli fosse bandito
dalla città, increbbe nondimeno a molli cittadini, da' quali
fu riputata non piccola perdila; perciocché egli avea dato
manifesti segni d'avere a riuscire prode e valoroso cavaliere,
e da non dover esser alfine la sua opera se non di giova-
mento alla Repubblica, quando mai fosse restituito alla patria.
Cessata la carestia, vennero in Firenze ambasciadori del
Tribuno di Roma ' cercando aiuto per 1' esercito che egli
I Questi fu Cola (li Renzo : la cui fine fu tanto dal principio dis-
simile: e mostrò come è semnre vano e bugiardo il desiderio di libertà
quando non è accompagnato d^ provata e sincera virtù. Intorno ai fatti
di Cola (die per un momento colla sua impresa fece stupire il mondo)
sono princijialmente da leggere le lettere del Petrarca : il quale come
prima esaltò l'.ipparente gloria del tribuno, poscia ne pianse e vitupe-
rò la superba e ingiuriosa ambizione, che lo fece ricadere nel fango on-
d'era uscitole Roma continuò ad essere lo scherno delle genti e la fu-
cina d'^ogni abbominazione.
LIBRO DECIMO 453
avea mosso contro la citlà di Viterbo, la quale non gli pre-
stava ubbidienza, con gran maraviglia e stupore di quella
età, e dei secoli, che poscia seguirono, che un uomo di bassa
condizione, di niuno potere, primo di lutti, e dopo cosi lun-
go spazio di tempo avesse avuto ardimento di tentare a ri-
metter in pie la romana Repubblica, e a restituirla all'an-
tico splendore ; perciocché costui a guisa d' un vampo tenuto
occulto sotto le ceneri della seppellita e quasi spenta virtìi
romana, armato solamente della potenza delle parole, ebbe
in sé tanta nobiltà d' animo, che gli bastò il cuore di solle-
var prima la plebe romana alla speranza dell' antica gran-
dezza, e con r aiuto di quella di tirarsi dietro Roma e gran
parte d' Italia. Fu egli in tanta riverenza e riputazione ap-
presso ciascuno per aver in così corrotto secolo posto mano
a sì grande e illustre impresa, die potò confinare molti
grandi baroni romani; i quali per la comodità delle loro ca-
stella, e per le gare delle fazioni, le quali erano tra loro .
teneano tutto il paese oppresso d'ammazzamenti e di rube-
rie. Scrisse alle Repubbliche italiane, siccome fece a Firenze,
che egli intendea di liberar l'Italia da' tiranni. Citò Carlo di
Boemia e Lodovico il Bavero, che venissero in Roma a mo-
strare con che titolo avean preso l' imperio. Fece intendere
agli elettori, che mostrassero in virtù di qual privilegio si
aveano arrogata questa autorità di elegger gli imperadori,
essendo questo loro ulìcio del popol romano. E per le guerre
che seguirono tra la regina Giovanna di Napoli e Lodovico
re d'Ungheria per la morte d'Andreasso, certa cosa è, e il
re e la regina avere mandalo ambasciadori e doni al tribuno
per renderlosi propizio ; in cosi allo seggio di gloria suole
riporre la virlù gli amanti di lei. La Repubblica fiorentina,
chiamata da lui figliuola di Roma, e fondala e edificata da!
popol romano, risentendosi al suono di sì chiari titoli , e
sperando per la virtìi di costui la grandezza della libertà ita-
liana, oltre aver fatto grande onore agli ambasciadori suoi,
gli mandò per allora cento cavalieri in aiuto , profferendosi
di dover per l'avvenire fare maggior cose, quando il biso-
gno il ricercasse. Mandali i cavalieri e licenziali gli amba-
sciadori uscì con la nuova signoria ( « trovandosi podestà di
« Firenze Ermanno de' Guidoni da Sestine » ) gonfaloniere
456 dell' istorie fiorentine
Ubaldino Ardinghelli ; di cui ordine fu fatta una legge , che
niuoo priore fatto dal duca d'Atene potesse portar arme, come
solevan quelli che eran fatti dal popolo ; e sotto pena di mille
scudi non dovesse alcuno tener pubbliche o celate l'insegne
sue dentro, o fuori della città. Queste cose furono fatte per
r odio grande, che s' avea alla memoria del duca, accresciuto
per le rappresaglie fatte dal re di Francia. Vietarono ancor
l'arme a' ghibellini e simil sorte di gente. Gli nficiali della
zecca feciono in questo tempo far nuova moneta, onde fu
attribuito da alcun poeta per vezzo ordinario de' Fiorentini
il variar, fra l'altre cose, così spesso i conj , pesi, e la qua-
lità delle monete. I priori tentarono di corregger la logge
fatta da' capitani di parte guelfa nel principio di quest'anno
circa l'approvazione de' testimoni, volendo che i testimoni
liei ghibellino accusato, o artefice, o scioperato che egli si
fosse, in nessun modo si dovessero accettare , se non fos-
sero approvati da' priori e da' loro collegi: la qual cosa con
mollo lor pregiudizio, e non senza pericolo di commuover
la città a romore, non solo non si ottenne, ma fortificarono
i capitani maggiormente la legge, talché per l'avvenire in-
cominciarono a cozzar del pari con l' autorità de' priori. « Era
« stato eletto per capitano del popolo di Firenze per entrare
« il primo d'agosto Negro de 'Bruciati cavaliere bresciano, ma
« essendo morto e lasciato un figliuolo, detto Paolo, fu eletto
« in luogo del padre ». Nel gonfalonerato di Matteo Rinaldi fu
per perdersi Lalerino, il quale era della Repubblica fioren-
tina, per un trattalo che vi tenevano i Tarlali fuorusciti di
Arezzo ; ma, scoperto il tradimento, vi si riparò, e coloro
che teneano mano alla congiura furono impiccati parte in
Arezzo e parte in Firenze. Il guardiano del convento di Mon-
tevarchi, il quale imputato di ciò fu tenuto lungo tempo pri-
gione, non trovato colpevole, alla fine fu liberalo. Questo
pericolo fece star avvcrlita la signoria per quello che potea
succedere altrove, e perciò fece una riformagione per tener
più ferma la terra di S- Minialo: che i grandi di Firenze
fossero grandi a S. Miniato, e così per il contrario. Avea
preso il gonfalonerato Giorgio di Barone, e la mortalitó in-
cominciata a' principi della stale era già cessala, non avendo
spento più che quattromila uomini. Erasi inteso con piacer
LIBRO DECIMO. 457
grande di lutti the il Bavero era morto in Baviera cadendo
da cavallo, quando nuovi accidenti posono la Repubblica in
nuovi pensieri, essendo verificato quel sospetto, che s' ebbe
in Firenze da molti prudenti cittadini, quando, inlesa la morte
di Carlo duca di Calabria, verisirailmenle antividero molti
mali, che poteano succedere a quel regno, per la successione
che cadrebbe alla fine , morendo 1' avolo , nella persona di
Giovanna sua nipote. Imperocché ci erano avvisi, che Lo-
dovico re d'Ungheria non polendo con tranquillo animo sof-
frire l'indegna morte del fratello, e per questo volendosi
vendicare contra la cognata, oltre che pretendeva il regno
appartenersi a lui, a' 3 di novembre s'era partilo d'Unghe-
ria, e che a' 26 era giunto in Udine, ove era stalo ricevuto
dal patriarca d'Aquileia con grande onore; che parlilo di
là, le medesime accoglienze avea ricevuto in Cividella dal
signore di Padova, gli slessi onori avergli fallo Mastino a
Verona, ove era arrivalo a' 2 di dicembre, e che tutti i si-
gnori di Lombardia s'apparecchiavano di far il somigliante
in passando egli dalle loro città, olire gli ambasciadori man-
datigli innanzi per onorarlo. Onde la Repubblica deliberò
mandare un' onorevole e grande ambasceria al re ; la quale
parlila l'undecimo giorno di dicembre trovò il re giunger
a Forlì la medesima sera, che vi giugnevan gli ambasciadori.
I nomi de' quali furono questi. Antonio degli Adimari, Fran-
cesco Strozzi, Simone Peruzzi, Andrea Rucellai, tutti cava-
lieri, Oddo Alloviti, stalo gonfaloniere, e Tommaso Corsini,
amendue dottori di legge, Antonio degli Albizi, e Paolo Cap-
poni, ovvero Vettori, stali ancor eglino gonfalonieri. Vanni
de' Medici, e Gherardo Bordoni. A questi dieci ambasciadori
furono assegnale larghe provvisioni per comparire con de-
gnila e grandezza alla presenza del re; appresso il quale,
come principe nato e allevato fuor d' Italia, conveniva acqui-
stare riputazione al nome fiorentino. Essendo mandata detta
legazione, venne avviso che la città di Pisa avea mutato
stato, e che cacciatane la setta de' Raspanti, era venuta su
quella de' Bergoli; di cui furono capo i Gambacorti; i quali
in processo di tempo furono, ma con lor molto gran disav-
ventura, molto favorevoli a' Fiorentini. Gli Ambasciadori fu-
rono intanto ricevuti lietamente dal re; essendo stala com-
458 dell'istorie fiorentine
raess<T la cura del parlare in persona di tulli gli altri a Tom-
maso Corsini. Di cui, avendo oralo in lingua latina, la somma
del parlare fu questa : ricordare al re la grande amicizia stata
tra i suoi maggiori e il comune di Firenze ( perciocché il re
Lodovico apparteneva quello al re Carlo I, che faceva ap-
punto la regina Giovanna ' ; conciossiacosaché dove ella era
nata da Carlo duca di Calabria figliuolo del re Ruberto, di
cui fu padre Carlo IL e avolo Carlo L , così Lodovico era
figliuolo di Carlo Martello re d' Ungheria, nipote d' un altro
Carlo re d'Ungheria e principe di Salerno, e pronipote di
Carlo IL, il quale fu figliuolo di Carlo I ) , e ricordando que-
sta amicizia al re, confortarlo a non voler degenerare daj
suoi maggiori intorno l'amore e benivolenza che aveano por-
tato al popolo fiorentino. Il re commise la risposta al ve-
scovo Visprimiense ; il quale con gralissime parole mnslrò,
che il re era per aver sempre i Fiorentini in luogo di cari
amici e fratelli, e, [xr dar un saggio della sua amorevolezza
alla Repubblica, armò cavalieri tre ambasciadori , Vanni dei
Medici, che fu poi detto Giovanni figliuolo d' Alamanno, che
fu ancor egli cavaliere, Gherardo Bordoni e Paolo Capponi.
Seguironlo poi gli oratori infino a Perugia, ove avendoli il
re licenziati, fece intender loro che gli sarebbe stato so-
praramodo caro, se la Repubblica fiorentina insieme con
quella di Perugia e di Siena deputasser due o tre arabascia-
sciadori per comune, per assistere appresso la sua persona
in Napoli per valersi del loro consiglio Partilo il re di Pe-
rugia per entrare nel regno, ove giunse alla città dell'Aquila
la vigilia del natale, gli ambasciadori fiorentini accozzatisi
co' rettori di Perugia e coi legati dell'altre terre guelfe di
Toscana e col cardinale Bertrando legalo del papa, il quale
facea residenza in Perugia, incominciarono largamente a trat-
tare insieme delle cose appartenenti alla conservazione dello
slato comune per la venuta di Lodovico in Italia. E parendo
che per esser egli genero del nuovo imperadore Carlo, e
I Luogo certamente errato è questo, ed è malsicura la correzione:
ma pare che non debba alienarsi molto dal vero se si reftificlii nel
modo appresso : Perciocché al re Lodovico appai lenc'a quello che al
re Carlo I; che (cioè il che, la r/tial appartenenza) Jaceva (cioè co-
stituiva ) appunto la regina Giovanna.
LIBRO DECIMO 459
per aver mostro grande intrinsichezza e amore co' signori
ghibellini di Lombardia e di Romagna, avesse generato al-
cun sospetto a parie guelfa, consigliò il legalo, esser cosa
necessaria, che dalle già dette Repubbliche guelfe si dovesse
mandare una solenne ambasceria al papa pregandolo a intro-
mettersi a far opera, che Carlo non passasse in Italia ; poi-
ché con l'appoggio, e arme del genero avrebbe potuto far
gran danni agli amici di santa Chiesa ; e non por mente ,
che Carlo fosse slato eletlo dalla Santità sua, essendo stalo
ciò fatto a fine di cacciar il Bavero ; ma ora che egli era
morto non dover dar a Carlo questa occasione, con aprirgli
la porla d'entrare in Italia, di risuscitare l' amiche ragioni
presso che spente dell'imperio; « consiglio mollo conforme
« alla determinazione fatta nella lega 1' aprile passalo, e do-
« manda slimata tanto più facile a ottenersi dal ponlelice,
« quanto che in un breve che avea scritto a' Fiorentini gli
« pregava a non voler dar passo né aiuto alle genti che
« sotto colore e calore di F^odovico re d' Ungheria presume-
« vano di attaccare e molestare il regno di Napoli ».
Queste cose riferirono gli ambasciadori in senato, tornali
che furono in Firenze ; ove giunsono l'undecimo dì del gon-
faloneralo di Forese Sacchetti e dell'anno 1348; e che vi
era podestà Quirico de' Viscardi da Narni; alle quali, ' per le
cose che seguirono, non si fece provvisione alcuna; l'avean
ben falla d' un ufiziale forestiere per rimediare alle molte
fraudi che si commettevano da quei dell'abbondanza, e si
prefissono di nuovo i mesi e i giorni, ne' quali doveano gli
uKciali forestieri prender nella città i lor magistrali, essen-
dosi in ciò falla alterazione a' tempi del duca d'Atene. Man-
darono poi due ambasciadori in Valdipcsa a Luigi di Taranto,
ove era venuto in compagnia di Niccola Acciaiuoli suo intimo
famigliare per proibirgli che non entrasse in Firenze. Era
questi nato dal Prenze di Taranto, fratello del re Ruberto;
il qual principe trentatrè anni addietro nell' infelice giornata
di Montecatini fu capitano della Repubblica, e, dopo la morte
d'Andreasso, era ultimamente stalo preso per marito della
regina Giovanna; la quale essendo dinanzi al furore del re
I Intendi le cose riferite dagli aiDbasciatori.
460 dell' istobie fiorentine
d'Ungheria rifuggita in Provenza, andava egli a trovare con
piccola compagnia. Prevalse la carità di due cittadini alla
pietà e debito della Repubblica; perciocché oltre Niccola,
che '1 ritenne por dieci dì nella sua villa di Montefugoni,
mentre procuravano aver due galee de' Genovesi, solo il ve-
scovo andò a ritrovarlo, e accompagnarlo infino in Avignone
alla presenza del pontefice , essendo uscito dalla memoria
a ciascuno 1' aver Luigi in quella rotta perduto im fratello,
e un zio ; in tal modo avea il nuovo rispello del re Unghero
abbagliati gli animi de' cittadini. « Non restò per questo
« Luigi d' avvisar alla Repubblica il suo arrivo e stanza in
« Avignone, e il buon trattamento fatto a lui e alla regina
« Giovanna sua moglie dal papa e da' cardinali, con pro-
« messa del pontefice di voler pigliare sopra di sé il nego-
« zio del regno. E qualche tempo appresso mandò Luigi a
« Firenze Jacopo Pignattario e Filippo degli Spini fioren-
« tino suoi consiglieri a dar conto del suo presto ritorno
« in Italia per ricuperare il regno, dal quale il papa coman-
« dava al re d' Ungheria di uscirne ». La cortesia nondime-
no, che fu negata a Luigi nipote del re Carlo II, e a cui fu
zio il re Ruberto, usarono largamente con Filippo Gonzaga
signor di Mantova , il quale tornava di Napoli, ove avea ac-
compagnato il re Lodovico ; onde furono molti mormorii frai
cittadini, parendo cosa molto indegna, che quei favori, che
non erano stali conceduti a Luigi, cosi prodigamente si com-
partissero ad un signore di fazion ghibellina. Furono le me-
desime accoglienze fatte, nel seguente gonfalonerato di Fran-
cesco Giovanni, a Maria di Borbona imperatrice di Costan-
tinopoli, Despota di Romania, e principessa di Acaia e di
Taranto , « cognata di Luigi » , il cui marito essendo slato fatto
prigione dal re d'Ungheria in Anversa, ella se ne tornava
tutta dolorosa alla casa del duca di Borbona suo padre in
Francia. A cui non solo fu usata ogni larghezza, ma la
Repubblica scrisse lettere al pontefice pregandolo ad inter-
cedere col re per la liberazione del principe. Aveano i se-
natori in questo tempo dato ordine, che si fondasse un
gran muro in Arno di Costa a S. Giorgio, ove oggi sono
le mulina , per condur il fiume dentro la terra per dritto
canale, e far più bella, e più secura dall' impeto della pio-
LIBRO DECIUO. 461
na quella parte della città, quando impedì ogni disegno la
peste ; la quale incominciando a mozzo marzo in Firen-
ze * , crebbe poi per tulta la stale orribilmente soprattutle
l'altre mortalità, che per innanzi, o dopo inOno ai pre-
senti tempi avesse la misera città patito giammai. Questa
avuto origine alcuni anni innanzi in Levante verso il Cataio
e l'India superiore, e nell'altre provincie circostanti, e ac-
costatasi di mano in mano , quasi camminando , così alle na-
zioni del mar maggiore , e alle ripe del mar Tirreno nella
Soria, e Turchia inverso 1' Egitto , e la riviera del mar rosso;
come della parte settentrionale verso la Russia , Grecia , e
Erminia, fu finalmente da alcune galee di genovesi, e di
catalani, che in que' paesi erano ondale per lor mercanzie,
condotta in Italia. Coloro , i quali si presono pensiero d'in-
vestigare non solo ove così morlifera pestilenza avesse avulo
principio, ma da qual cagione surla, oltre quello che ordi-
nariamente si suole assegnare alla divina giustizia a corre-
zione de' nostri peccati , due cause lasciarono particolarmente
gcrilte del suo nascimento. Si disse per molti; che alcun
tempo innanzi ad essa peste, nelle parti dell' Asia superiore ,
onde ella trasse principio, cadde un fuoco dal cielo, ovvero
uscì dalla terra, il quale stendendosi per più di quindici
giornate verso il ponente , arse e consumò gli uomini , e
le bestie , gli alberi , e infino alle pietre , e zolle della terra
senza alcun riparo ; e che dal puzzo di questo fuoco fosse
generata la pestilenza, che spense poi tutti quelli, che dal
fuoco non erano stati compresi. Altri allegarono quella esser
avvenuta per esser piovute per tre dì e tre notti in quel
paese bisce esangue, che appuzzarono, e corruppono tutte
le contrade; e furono alcuni tanto diligenti a raccontare l'ori-
gine de' nostri mali, che così fatte bisce dissono essere stati
vermini grandi con otto gambe, lutti neri e coduti, spavente-
voli a vedere, e cui pugnevano , attossicavano come veleno.
Un' altra cosa maravigliosa fu scritla, che in Alidia, terra del
Soldano, morii gli uomini, non rimasono se non femmine, e
che quelle per rabbia si mangiarono 1' una 1' altra. Altrove
' Questa è quella terribile pestilenza descritta con sì Tira e piatovi
eloquenza da Giovanni Boccaccio nella introduzione al suo Decamerone.
462 dell'istorie fiorentine
così uomini come donne comprese da quel male , esser di-
venule a guisa di statue , onde alcuni infedeli fossero stati
per convertirsi alla fede di Cristo , se simili mali non aves-
sero inteso esser poi succeduti nelle provincie de' Cristiani.
Qual si fosse stata di sì gran mortalità la cagione, incomin-
ciò ella nel sopraddetto tempo in Firenze, variando il modo
del morbo, che teneva in oriente, i suoi dolorosi effetti a
mostrare. Imperocché non sangue , che uscia alimi del
naso, come in Levante, ma ccrle enfiature , che nascevano
agli uomini, come alle donne nell' anguinaia, o sotto il di-
tello delle braccia era per lo più segno d' inevitabil morte
a ciascuno. Queste enfiature poco più o men grandi d' una
mela, volgarmente gavoccioli chiamate , incominciarono poi
a mutarsi in alcune macchie nere, o livide, le quali indifTe-
renlemenle per tutte le parti del corpo spargendosi, quello
in tre, o quattro giorni senza aiuto per lo più di febbre o
d' altro accidente uccidevano. Corse nel principio alla cura
di questo male non solo la diligenza de' medici, ma la pietà
de' parenti, e degli amici, cercando con opportuni rimedi, e
con ogni sollecita industria di ripararvi. Ma poiché ciascuno
s' avvide, che non solamente col toccare, o con l'usare con
l'appestato, ma col vederlo da presso, o con l'entrargli
pur in casa, senza giovar a lui, nuoceva a se medesimo,
il morbo a se stesso appiccando , il male, che di sua natura
era grande , incominciò per sì falla cagione a diventare gran-
dissimo , restando per lo più gl'infermi d'ogni umano aiuto
privati. I padri, veggendo la grandezza del male, benché
fossero grandemente sbigotlili , sentendo che egli veniva
da corruzion d' aria, formarono un ufìcio d'otto cittadini per
un anno per provvedere alla polizia della città , sì per le
strade come per le case '. L'entrar in essa a qualunque in-
fermo vietarono. Proibirono , che cibi o frutti nocivi vi s' in-
tromettessero. Ma ogni rimedio tornava vano ; perciocché
essondo il nimico domestico entrato già dentro, e occupata
la misera città per tutte le parli sue , poco bisogno le facea
dell'aiuto di fuori. Ricorsone per qucslo, come si fa in
' Il vecchio Ammirato dice.- a purgar la città di tutte /' immuii"
Jizie si i'olsona.
LIBRO DECIMO- 463
tutti quei casi , ove 1' opera degli uomini non è piìi di gio-
vamento , alla misericordia di Dio , visitando con gran de-
vozione i terapj della città, facendo pubbliche processioni
per essa, orando per lungo spazio nelle case privale , aste-
nendosi d'alcuna sorte di cibi, dispensando larghe limosine
a' poveri, promettendo ciascuno a Dio di riammendare i falli
della passata vftar-€' ogn' altra cosa facendo, onde sperano i
mortali poter mitigare nelle loro sciagure l' ira divina. Ma
né queste erano d'alcun profitto in scernari! la grandezza del
morbo ; come se sdegnata la bontà di Dio per le malvagità
de'viventi avesse chiuso gli orecchi della sua pietà all'im-
monde preghiere de' peccatori.
In così miseri e infelici tempi prese il primo giorno di
aprile il sommo magistrato Francesco de' Medici cavaliere,
più per continuare 1' antico costume della Repubblica, e per
non mostrare, che ella piegasse il collo affatto sotto il peso
di tante miserie , che perchè a cosa altra pubblica o privata
si potesse attendere, che alla considerazione de' mali pre-
senti. I quali non che menomassero in modo alcuno, ma si
andavano tuttavia con la stagione facendo maggiori. Impe-
rocché veduto coloro, che erano ancor sani, non scienza di
medici, non opportunità di rimedi, non sollecitudine di pa-
renti e d' amici, non preghiere e voli a Dio fatti , giovar a
coloro, i quali erano dalla peste assaliti, solo in che guisa
potessono se stessi conservare pensavano. Onde vari e strani
accidenti in queste due generazioni di sani, e d' infermi si
videro in quel tempo nella città avvenire. I sani non si cu-
rando più che padre, o fratello, o figliuolo, o moglie, o ma-
rito si morisse, avvisando, che il moderatamente vivere, e
l'astenersi dalle superfluità grandemente a così fatto male
giovasse, avendo provveduto delle cose necessarie le case
loro, in quelle sobriamente vivendo , si rinchiudevano non
permettendo, perchè il mondo andasse sozzopra, che di cosa
alcuna, o buona, o rea ch'avvenisse, fosse loro da alcuno
di fuori parlato. Altri di costoro il contrario credendo, e per
questo immaginandosi, che il bere e il mangiare a lor vo-
glia, i giuochi e i balli, 1' andar cantando e sollazzando per
tutto fosse ottimo rimedio a cosiffatto morbo, ogni maninco-
nia da loro bandita, e quasi tanti Sardanapali falli, ora per
464 dell'istorie fiorentine
una taverna, e or per un' altra, solo a pigliarsi piacere at-
tendevano: il medesimo molte volle per l'altrui case facen-
do; le quali non csislimando i padroni, che tuttavia anda-
van mancando, che il risparmio fosse di necessità, per lo più
erano con non mai piìi udita prodigalità a ciascuno diven-
tale comuni. Molli furono, i quali ogn' altra cosa riputando
vana, che il fuggire davanti a così miserabile strage della
natura umana, la città abbandonando, alle lor ville si riduce-
vano, e ivi quasi perduta la memoria del presente slato, il
più che per loro si potea, davano opera a vivere lictamentf,
avvenga che, sopraggiunti spesso da quel male, dal quale fug-
givano, tardi s'accorgessero non più a loro la lor cautela
aver giovato, che altrui s'avesse fatto la trascuratezza; soprat-
tutto per la poca speranza che s'avea d'avere alla fine a
sopravvivere a tanta rovina, era ciascuno fatto mollo sicuro
contra quello spavento, che naturalmente hanno gli uomini
della morte. E per questo, come non \i fosse più senliraenlc
di essa, era tra i sani e tra costoro, che una volta s' erano
deliberati di non voler dell' altrui miserie partecipare , una
somma letizia, accompagnala dal non sentire ninno di quei
disagi, che in altri tempi sono usi gli uomini a patire, per-
ciocché ei non v' era più tema di magistrati, non di leggi,
o di superiore veruno. Il debitore non dubitava d'esser più
convenuto ' per il suo debito, nò il micidiale avca punto so-
spetto d' esser preso dai ministri della giustizia ; le arti , la
mercatura, e qualunque altro studio o esercizio meccanico,
0 liberale si fosse, si riposava. Era a ciascun lecito usare
con cui più volesse, senza tener conto di vergogna o di
onore. Talché da cosi fatta generazione d' uomini infino al
culto divino s'era cominciato poco a curare, come non più
necessario alla natura che mancava. Tali erano i modi tenuti
dai sani. Ma molto diversa da costoro, e cosa miserabile a
vedere, o pure ad immaginarsi, era la disposizione e qualità
degl' infermi, i quali gravati dalla grandezza del morbo, erano
anche oppressi dalla considerazione della crudeltà de'proprj
parenti; veggendosi il figliuolo dal padre, e il padre dal fi-
gliuolo, i mariti dalle lor donne, e così per il contrario le
I cioè, dialo, chiamato in giudizio ec.
LIBRO DECIMO 465
mogli dai mariti esser abbandonale Imperocché non così
tosto si sentiva alcuno di cosiffatto maio rammaricare, che
dicendogli colui, il quale seco era, per stretto parente che
egli gli fosse, che andava per condurgli il medico, tiratosi
l'uscio dietro, spesse volte mai più non vi ritornava, finché
colui, se tanto vigor gli rimanca, fattosi alla fenestra, vicini^
0 viandante chiamasse che gli porgesse soccorso ; il quale
non trovando spesso più cortesia nel forestiere , che avesse
fatto nel congiunto, conveniva che o del contralto male, o
di disagio si morisse. E sarebbono molli infin della sepol-
tura mancali (se questo non è leggier pena dietro l'affanno
di così orribii morte), se il puzzo de'corrotti corpi, penetrato
a' vicini, non avesse quelli sforzalo più per tema di sé rae-
tlesimi, che per carità a fargli sgombrare da' letti, ove era-
no dislesi, e mettergli su gli usci delle proprie case , onde
poi da coloro, che a questo uficio si trovavan proposti, erano
alla sepoltura portati. Non furono in ciò molto più fortunali
coloro, i quali, benché serviti fossero, in mano d'uomo o
di femmina, che faceva questo mestiere a prezzo, s'abbat-
tevano, i quali non servendo ad altro, che a porgere agli
infermi le cose, che erano loro addomandale, né usando in
ciò distinzione alcuna, spesso nocivi cibi porgendoli, affrel-
tavan loro morte, e essi contaminali il più delle volte dalla
coutagione del male, a pie del morto infermo con l'infelice
guadagno sé stessi ancora perdevano. « Papa Clemente sen-
te tito dalle lettere de' priori e gonfaloniere le miserie di
a morte, nelle quali la città si trovava, olire all'averla con-
ce solala con pubblico breve, concedè indulgenza plenaria a
w lutti quelli che in articolo di morte si fossero confessali.
« E perchè come buon padre e pastore non avea mancato
« di far ogni opera col re di Francia, perchè i Fiorentini po-
ti tessero tornare a negoziare in quel regno, scrisse a' 21 di
« maggio, che, sempre chs si fosse levata la taglia posta al
a duca d'Atene, che il re se ne contentava ». Ma andan-
dosi r umana generazione spegnendo in Firenze, e per tutto
il mondo (che ragguagliato 1' un dì per l'altro dentro le mura
della città più di seicento anime il giorno mancavano), poco
si poteva attendere ad altro negozio. E non meno che dalla
morte slessa nasceva l'orrore e lo spavento dal seppellirli,
Amm. Vol. il 30
466 dell' istorie fiorentijse
come cosa più esposta agli occhi di tutti ; facendo la neces-
sità nascere usanza e costumi molto divertii a quelli di prima;
che nò 1' usala frequenza si vedea innanzi di preti e di frati
al mortorio, ne cerimonie s'usava di cera o di pompa fu-
nebre alcuna, ne all'antiche sepolture de' loro maggiori erau
portati i morti cittadini, ma da tre o quallro cherici accom-
pagnati, con poco e talora senza alcun lume, alla prima fossa
.iperta della ])iii vicina chiesa, che s' incontravano, eran git-
lali. Olire così miserabii sembianza di morii, la quale conti-
nuava tulla\ia nel gonfaloneralo di Luca Guicciardini, quello
che faceva per lo più raccapricciar 1' animo a ciascuno, era,
che spesse volte non un sol morto , ma tre e quattro erano
nella bara portati a seppellire, e non una, ma molte Gate av-
venne che una intiera famiglia ne fu ad un'otta, e in una
di coleste bare, portala al sepolcro, lasciata la casa vola di
abitatori, e dietro una croce, che era per un morto o per
una bara uscita, spesso tre e quattro bare si videro accom-
pagnare, essendo minor il numero de' cherici, che quello dei
morti. E a tanto scherno erano finalmente le cose umane
londotle, che coloro, i quali questi servigi a prezzo facevano,
che beccamorti, o becchini si facevan chiamare , non con
decoro o riverenza alcuna, pensando che onorali cittadini, e
non capre aveano alle spalle, ma per Io più con dissolute
risa e molti, e con sformale grida, e romore li portavano
alia sepoltura. E quelli con un poco di terra coperti, torna-
vano volando per gli altri, infinchè avendoli a suolo a suolo
a guisa di mercanzie riposti, vedevan la fossa infino al som-
mo esser ripiena. Di tal natura fu la famosa morìa del qua-
rantotto, da coloro, che ciò presono per proprio fine, con
grande apparecchio d'eloquenza celebrala '; la quale inco-
minciando a mancare del mese d'agosto, di tale e lanla pos-
sanza fu, secondo gli autori, che vissero a que' tempi, rac-
contano, che intorno a centomila persone solo dentro la città
di Firenze si trovarono esser mancale ^. Oltre il numero di
molli savi cittadini morti, per lo cui consiglio si governava
' Inteadi il Boccaccio.
2 Sì vede che la popolazione di Firenze in (juel tempo era grandis-
sima, e di gran lunga superiore aJla presente.
LIBRO DECIMO. 467
la Repubblica, mori in quella peste Giovanni Villani, non pic-
colo ornamento del nome fiorentino , se noi con occhio non
livido vogliamo por mente non aver la lingua toscana forse
più antico, 0 al sicuro più copioso scrittore di storie di lui;
onde a lui solo , siccome ad un fonte abbondantissimo ve-
diamo ricorrere tutti coloro, i quali le memorie de' passati
secoli di qualsivoglia stato, o principato del mondo s' han
tolto cura di metter insieme ' ; e ciò non solo con gloria, e
onor della patria sua, ma con lode particolare della pietà
della famiglia de'Villani, essendo a lui succeduto nella sto-
ria Matteo suo fratello, siccome a Matteo non molto poi suc-
cedette Filippo suo figliuolo.
Ma come diversi erano slati gli accidenti, e le fortune
delle cose, mentre la peste era durata, quasi molto più strani
rasi s' incominciarono per un pezzo a vedere, dopo che ella
cessò ; perciocché essendo quelli pochi, che a tanta rovina
eran sopravvissuti, restati tulli ricchi, e di danari, e di po-
deri, e di vesti, e d' altre masserizie abbondanti, malagevol
opera sarebbe a narrare in quanta morbidezza per questo
montassero. I nobili senza alcun ritegno, come se più non
potesser morire, a tulli i carnali diletti in preda si diedono
prendendo quasi per uno onesto refrigerio de'passati mali,
a usare dissolutamente tulle quelle cose , che sogliono cor-
rompere i buoni costumi, convili, giuochi, meretrici, e di-
susale foggie di arredi e di vestimenti. I maschi e le fem-
mine del minuto popolo, come vediamo spesso ne' travesti-
menti delle commedie, essendosi delle belle e ricche robe
dei nobili cittadini, e orrevoli donne morte rivestiti, come
se quelli presenti beni eternamente a durar avessero , non
volevano agli usati mestieri tornare. Ne i conladini si dispo-
nevano a voler coltivar la terra. Gli artefici della città ira-
moderati pagamenti per le loro raanifalture ^ addomandavano.
I Quest'onore, che alla memoria del Villaui rende il nostro Ammi-
rato, è un Lello esempio di gratitudine, che i nostri antichi scrittori
rendevano ai loro antenati: i quali se prendevano a fare unp=ctoria, non
cominciavano, come si fa oggi, dal beflarsi di coloro che l'avevano pre-
ceduti.
2 La yoce manifattura è antica e nostrale ; e significa prezzo di
lavoro, o lavoro stesso, come è in questo luogo.
468 dell'istorie fiorentine
E in somma non si vedea fra tutti se non una dismisurala
jillerigia e orgoglio ; per le quali cose frenare, molle leggi
si feciono dai magistrali ; i quali incominciavano a ripigliare
ìa tralasciata e scorsa antorilà loro. « E così a' 29 d'Agosto
'( fu fatto legge, la quale ancora si osserva: Che i minori di
rt diciotlo anni non si potessero obbligare, perchè, mandando
« male roba, eran poi coslrelli dal bisogno a far delle inde-
« gnilà, come ne anche volsero che si potessero obbligare
« le donne maritate, le quali o per amore o timore de'ma-
« riti obbligando le lor doli, in caso poi di ristituzione re-
'( stavano spesse volle senza. E obbligandosi gli uni e le al-
ti tre dovesse seguire con l'interposizione e presenza de'ca-
« pitani della compagnia delle B. Ver. M. di S. Michele in
« Orlo, e alla presenza d'un giudice legista, e del padre o
« tutore di tal minore, e donna, e in questo caso si potesse
« dare il curatore all'uno e all'altro; e i capitani, giudice e
« curatore, giurassero di tener per utile la causa, per la quale
« si trattava d'obbligare; altrimenti l'obbligo fosse nullo, e
« il notaio punito in lire mille ; e a' pupilli e minori di di-
te ciotto anni, i quali non avean per testamento curatore, fosse
« dato loro, e senza questi non valesse qualunque obbligo
« facessero. Nello stesso dì, per onore e comodo della città
'< e del dominio, e per sovvenire in qualche parte al raan-
« camento degli uomini fu risoluto, che si aprisse uno stu-
fe dio pubblico di tutte le scienze e arti in Firenze, e crea-
te rono per due anni un magistrato di otto cittadini , che
« furono Tommaso de' Corsini, Sandro da Quarala, Filippo
'< Magalotti, Jacopo degli Alberti, Niccola di Lapo, Bindo
« degli Altoviti, Giovanni di Cante de' Medici e Neri di Lip-
« pò, a' quali fu dato ogni autorità e balìa di procurar pri-
« vilegi, di deputare il luogo, di condur dottori per leggere,
« di assegnare provvisioni, e di far ogn'altra cosa necessaria
« per il buono effetto di esso. Un'altra legge fu fatta, che
« se fosse in essere oggi sarebbe un' utile e santa cosa, e
« questa fu : Che persona vendesse o comprasse cosa alcuna
t< a credenza, non solo per la città e dominio, ma per cento
u miglia vicino a Firenze, con pena a chi facea la credenza
« di perdere il credito e d' esser punito in altrettanta som-
« ma, applicata la metà al comune , e l' altra all' arte, nella
LIBRO DECIMO. 469
( quale quel tale fosse descritto- Il fine di questa legge fu
« per rimediare, che molli, dopo aver fatto debito, facevano
« banca rotta e se ne fuggivano. Era in questo tempo po-
« desta della città Salamone de'Salamoni da Billonio ». La
signoria ch'entrò il primo di settembre con Giovanni del
Bello nuovo gonfaloniere, già liberata la città affatto della
mortalità, corresse soprattutto la pompa delle nozze, le quali
per riparare al mancamento degli uomini furono frequentis-
sime allora più che in altro tempo. « S' ordinò di far nuova
« imborsazione per tre anni di cittadini popolari guelfi alli
« ufici, essendo le borse piene di nomi di morti ». E a' molti
ufizi della città e fuori volsero che s' imborsassero anche dei
grandi. Con questi nuovi costumi sorsono tra' cittadini, per
l'eredità lasciale, piali, e quistoni senza fine, di che gran
guadagno venne a' causidici, e lungo tempo si sentirono ri-
sonare le corti de' magistrati delle differenze e contese loro.
E benché gli uomini delle cose fatte fossero restati molto
ricchi, nondimeno di quelle che aveano a farsi , la carestia
fu molto grande, essendo mancati gli artefici in tanto nota-
bil numero, e quelli, che erano restati, avendo al doppio
rincarato il pregio del loro artificio- Tra questi mali, le li-
mosine lasciate a' luoghi pii furono di notabile quantità. Im-
perocché allo spedale di S. Maria Nuova furono lasciali più
di venticinquemila fiorini d' oro ; più di trenlacinquemila ne
ebbe una nuova compagnia, detta della Misericordia, a cui
restò poi la cura, con pietosa perseveranza infiuo a questi
tempi, delle cose appartenenti alla peste. E quello che non
sarebbe stalo poco all' imperio di Roma, trecentocinquanta-
raila ne furono lasciati, che si distribuissero fra'poveri per
i capitani della compagnia d' Orto S. Michele, benché non ci
essendo restati poveri , gran parie di questa moneta, mala-
mente dispensata andasse in beneficio de' cittadini che la go-
vernavano, facendosi eleggere con grande astuzia e sagacilà
di tempo in tempo 1' un l'altro; finché dopo alquanti anni
la Repubblica, forse con non mollo più giusta pietà, trovò
rimedio a questo disordine, convertendo parte di questi da-
nari ne' bi-sogni del comune. A' 6 poi di novembre nel gon-
falonerato di giustizia di Francesco Strozzi s'aperse lo stu-
dio: e i dottori de'più famosi chiamati di molte parti d'Italia
470 dell' istorie fiorenti?<e
cominciarono a leggere, « e fra essi ci fu di Firenze Toro-
« maso de' Corsini per legger civile ». Dal poco numero di
uomini restalo in Firenze presono gli Ubaldini, poco fedeli
amici de' Fiorentini, a travagliare le strade, e avendo fra gli
altri danni ucciso e rubato un cittadino fiorentino e non vo-
lendo star all'emenda del delitto commesso, il comune man-
dò il capitano della guardia con molti soldati a piò e a cavallo
sopra le terre loro, ove feciono gran danno; il che fu nuovo
principio di guerra con quella famiglia, e fine dell'anno 48.
Prese il gonfalonerato per i due primi mesi dell'anno
1349 Naddo da Filicaia; la cui famiglia, benché egli fosse
figliuolo di Spigliato notaio, si crede per continuata opinio-
ne esser una stessa con quella de' Tedaldi detti della Vi-
tella, antichi gentiluomini. « In questo gonfalonerato la Re-
« pubblica riacquistò Colle di Valdelsa e Sangiraignano. In
<( Colle s' erano suscitate alcune brighe domestiche , per le
« quali s' era venuto all' armi. Vi fu per tanto mandato con
« trecento cavalli Niccolò della Serra d' Agubbio, capitano
« del popolo in Firenze, dove era podestà Zaccaria di Ri-
<( nieri di Zaccheria da Orvieto ; ma non parendo a' Colle-
« giani di potere resistere alle forze de' Fiorentini, non si
a fidando dentro 1' una setta dell' altra, si risolvettero di darsi
« alla Repubblica ; la quale vi mandò a pigliarne il possesso
« Michele di Manetto e Niccolò Biuzzi. Quasi lo stesso av-
« venne di Sangimignano , diviso con non men pericolose
« brighe di quello eh' era stalo la terra di Colle , e però si
« risolvè ancor egli di darsi alla Repubblica per il termine
« di tre anni, con autorità di potervi fare un cassero per
« guardarlo. Fu mandato a pigliarne il possesso tre Gio-
(( vanni, Alberti, Lanfredini e Raffacani. Si riebbero ancora
« S. Maria a Monte, e Montopoli, e nella ricuperazione di
« questo essendosi i soldati portali valorosamente, ebbero
« paga doppia e mese compiuto. Mentre le cose passavano
« così prosperamenlc per di fuori, in casa non si poteva raf-
« frenare il lusso delle donne negli adornamenti, come ne
<( anche 1' eccesso nelle nozze e conviti ; e perchè l' autorità
<c di condcnnare i delinquenti era commessa al capitano, e
« podestà, ne fu data anche la cura all'esecutore, prevalendo
« fra loro la prevenzione. Gli uomini di Montevarchi essen-
LIBRO DECIMO. 471
( dogli nella peste raorli tulli i notai , e così convenuto a
'( molti moribondi far testamento per mano di persone pri-
'< vate, ottennero che i falli in quel tempo dal primo di
« maggio al primo di settembre avessero la medesima forza
« come rogali per mano di persona pubblica. Al Filicaia suc-
« cedette nel gonfalonerato Sandro Bilioni, nel tempo del
<( quale volendosi provvedere a ripopolare la città, e intanto
« a trovar danari, furono eletti sedici cittadini, quattro per
« quartiere, i quali , con participazione però della signoria ,
« potessero tassare i banditi e condennati in quella quantità
'( di moneta che paresse loro, la quale pagata , restassero
« liberi, escludendo da poter godere di simile tassazione i
'< condannati da' presenti capitano e podestà, e molti altri
'( per diverse cagioni, conforme s' era usato altre volle. Nel
« fine di maggio, sedendo gonfaloniere di giustizia Giovanni
'< RafTacani, fu in Avignone spedita dal pontefice la bolla,
'< per la quale concedeva a' Fiorentini facoltà d'aprire gli
<( studi dell'arti liberali, come a qualunque città privilegiata
( d' Italia, e che il vescovo di Firenze co' dottori e maestri
« potessero dottorare. Ma non parendo che gli Ubaldini fos-
« sero interamente raffrenati delle loro ruberie, fu deputalo
« un magistrato d' otto cittadini, i quali avessero cura di far
« lor muover contro guerra di nuovo ; con ordine che ogni an-
« no i priori e gonfalonieri, che fossero dal gennaio al lu-
'( glio , avessero obbligo di far fare una cavalcala a' loro
<( danni. E non l'avendo falla una delle signorie de' suddetti
« sei mesi, la dovessero far fare quelli degli altri sei, da! lu-
« glio al gennaio, con pena, non essendo fatta né dagli uni
« ne dagli altri, di mille fiorini d' oro per ciascun priore di
'< quell'anno. Intanto non solo furono banditi gli Ubaldini,
'( ma ancora i sudditi, a' quali fu dato tempo fin al novem-
'( bre di poter ritirarsi ad abitare nel comune di Firenze;
« nel qual caso era promesso a ciascuno perdono e csen-
« zioni per dieci anni A' Fiorentini e a' sudditi della Hepub-
'< blica fu messo pena di mille fiorini a chi s' imparentasse
'( con gli Ubaldini o loro fedeli. A' quali Ubaldini fu posto
« taglia, per chi ne desse vivo alcuno, di mille fiorini, e, dei
'( morti , cinquecento, con liberazione d' ogni bando. Da que-
« ste pene furono esclusi i discendenti d' Ottaviano da Ga-
472 DELI.' ISTORIE FIORENTINE
e gliano come guelfi, e stati dependenti sempre dalla Re-
« pubblica. Ma da quelli, a' quali fu dato la cura di muover
« lor guerra , non fu omessa cosa che gli potesse danneg-
« giare, onde fu tolto loro la fortezza e il castello di Crc-
« spino. In questa cavalcata, come anche nell'altre fatte pri-
« ma a Sangiraignano, Colle e Monlopoli, Stoldo del cava-
« liere Giovanni de' Rossi avea servito alla Repubblica con
« dugento fanti e alcuni cavalli a sue spese; onde Luigi Al-
(( dobrandini, gonfaloniere per luglio e agosto, ebbe cura di
« farlo ricompensare, essendo in Firenze podestà Piero di
« Giovanni da Spelle. Parendo alla signoria che i capitani
« di parte guelfa avessero cominciato a esercitare il loro ufi-
(( ciò con troppa autorità, dichiarando, per acquistarsi cre-
« dito, chi piaceva loro, di ghibellino, guelfo, non volse che
;: tali dichiarazioni valessero se non ci concorrev;ino i voli
« de' priori, de' dodici buoni uomini, e de' gonfalonieri di
« compagnie. Nel gonfaloneralo di Giovanni de' Medici, lì-
« gliuolo di Conte, venne in potere della Repubblica il forte
« castello di S. Niccolò, non potendo gli abitatori sofìerir
0 più lungo tempo le tirannie del conte Galeotto de' Conti
« Guidi lor signore, a cui tolsono anche dell'altre terre e
« tenute. Tutto questo acquisto ne' libri del comune fu chia-
;( malo il contado di S. Niccolò. E perchè si sentiva che in
a Puglia s' era messo su una compagnia, la quale si dubi-
ti lava che volesse passare di qua, Arnaldo degli Altoviti
« cavaliere, Niccolò d;i Signa giureperito, e Giovanni Raffa-
« cani, stato gonfaloniere il maggio e giugno passato, ara-
< basciadori e sindaci della Repubblica si trovarono a'5 di
« ottobre in castel della Pieve con gli ambasciadori e sin-
« daci de' comuni di Perugia e di Siena, e di Jacopo e Gio-
« vanni de'Peppoli signori di Bologna, che ne dubitavano,
« a far lega insieme per un anno a difesa comune, e a di-
ti slruzione di tal compagnia, con taglia di duemila cavalli,
« de' quali ne distribuirono per allora solamente mille; che
0 un terzo a" signori di Bologna, e gli altri due terzi tra
« Firenze. Perugia e Siena, dovendo ciascun collegato eleg-
" gere il capitano della sua gente, e il generale dovesse es-
0 ser quello, nel dominio del quale occorresse di far la
« guerra, e gli altri tre servissero di consiglieri. Facendosi la
LIBRO DECIMO. 473
' guerra in paese alieno, i capitani comandassero a vicenda,
« tirandosi per sorlc, eccetto poro che in Romagna, Lom-
'( bardia e Marca anconitana, dove trovandosi uno de' signori
( di Bologna dovea essere il generale. Gli otto ufìziali so-
ie pra la conservazione e fortificazioni de' castelli e fortezze
« ordinarono, che tutti i palazzi e torri contigui alle mura-
« glie di qualsivoglia luogo fossero fatti rovinare, con accre-
a scer genti e munizioni come furono accresciuti gli stipendi
'( a' soldati, rispetto al caro cagionato dalla peste. Nascevano
" in Fucccchio e ne' luoghi vicini di molti scandali per tro-
!< varsi fuori di quella terra la famiglia della Volta molto
« potente ; perchè fu stimato bene da chi governava di ri-
« metterla con restituirgli i beni confiscati. Furono in tempo
« di questa signoria lette in senato lettere de'23 di settera-
i< bre e 9 d'ottobre scritte di Troia da Lodovico re di Na-
( poli. Nelle prime dava conto del suo arrivo con la regina
« Giovanna nella città di Napoli, stativi ricevuti con gran
'( contento e applauso, dove lasciali il conte di Marsico gran
« contestabile del regno, Kuberto da Sanseverino, e Antonio
« de' Grimaldi capitan delle sue genti, era Lodovico andato
« con l'altre per il regno a ricuperare i luoghi perduti; e
« che Lodovico di Sabrano, conte d'Apice, avendo voluto
« aspettar 1' assedio, era stato costretto a rendersi in capo
« d'otto giorni, per esser stalo privato dell'acqua, e, data
« la terra a sacco, avea mandalo il conte prigione a Melsi.
« Dopo avere il re scritto altri suoi progressi, prega la signo-
a ria d'aiuto di gente, e che gli sia mandato due cittadini
« fiorentini providi e maturi, e zelanti del buono stato del
« regno e di parte guelfa. Nella seconda, portata da Loren-
« zo degli Acciauoli, figliuolo di Niccola gran siniscalco, fa
« di nuovo instanza di genti e de' due cittadini. Jacopo Ri-
ti dolfi dal Ponte prese il gonfalonerato per i due ultimi
« mesi dell'anno, e una delle sue cure fu il por freno alla
« vanità delle donne. Erano venuti in Firenze gli ambascia-
li dori della città d' Orvieto dolendosi che i Sanesi tenevano
« di loro cinque castelli, e che, avendolo fin allora compor-
li lato per il male stalo della lor città, non potevano aver
Il più pacienza, massime essendo disasperati da' Sanesi con
« rappresaglie; perchè volendo i Fiorentini tenere in pace i
474 dell' istorie fiorentinb
« loro amici, mandarono a Siena Gherardo Bordoni e Fi-
« lippo Bastari pregando quei governatori a dar soddisfa-
« zione agli Orvietani ». Ma i Sanesi risposero, i castelli es-
ser loro, e che le rappresaglie erano per debito di particolari,
ma che per mostrar tanto maggiormente la lor buona ragio-
ne , non ricusavano di rimetterla per giustizia. Alle provvi-
sioni fatte per la sicurezza delle castella fu di nuovo ordi-
nato tre vicari da cambiarsi ogni sei mesi. Che uno fosse di
Valdarno di sotto e stesse in Montopoli, uno di Valdarno di
sopra e slesse in Montevarchi, e '1 terzo di Vaidelsa da ri-
sedere in Poggibonsi, con numero di soldati e ufiziali suffi-
cienti da riparare ad ogni inconveniente. E perchè le rocche
e fortezze del dominio fossero meglio guardate e con mi-
nore spesa, le dettero in guardia a' comuni medesimi, come
quella di Fucecchio fu data a guardare al comune di Signa
e così dell'altre. Essendosi sentito che gì' libertini, scordatisi
della loro obbligazione verso la Repubblica , avean cercato
di cavar delle mani del conte Ruberto, figliuolo del già conte
Simone, il castello di Genuina, la signoria scrive al medesi-
mo conte Ruberto, che non volendosi più comportare l' in-
solente e fraudolento modo di fare di quella famiglia , che
trovi buono che si pigli dal comune la detta Cennina, orcìi-
nando al suo castellano di renderla alle genti che vi si man-
derebbero, e nello stesso tempo e tenore ne fu scritto al
comune d'Arezzo, e ordinato a Albertaccio daRicasoli, e a
Giovanni degli Alberti, che per amore o per forza vedessero
d'impadronirsi di quel luogo; ma, al solilo de' soldati, i quali
se non hanno buon governo la caricano al nimico e all' ami-
co , presero ancora delle terre degli Arelini. Onde Filippo
Magalotti, entralo gonfaloniere per i due mesi dell'anno 1350,
fu costretto a mandar Filippo Bastari in Valdambra per far
rendere agli Aretini le lor terre, e a' particolari restituire
quello, di che erano slati rubati ; e ordinato al capitano del-
l'Oste di proceder a' danni degli libertini, dovea il Bastari
andar in Arezzo a scusare con quel comune quello che era
stato fatto da' soldati contro alla volontà e comandamento
de' Fiorentini. « Trovo nel principio di quest'anno capitano
a del popolo Bonifazio di Uinieri di Zaccaria da Orvieto,
a che lo credo lo stesso che era podestà l'anno passalo . e
LIBRO DECIMO. 475
n Andreasso de' Rossi da Parma. E nello stesso tempo veggo
« esser fatto cittadino fiorentino, come stato sempre guelfo
« e servidore della Repubblica, Francesco del già Bice degli
« Albergotti cavaliere aretino. In Valdambra avea ragione
« e giuridizione ne' castelli di Capanuole, di Castiglione de-
« gli Alberti, della Pieve di Presciano, di Cacciano, di Cor-
« nia, e di Mouteluce il Monastero di S. Maria d'Agnano
« dell'ordine di S. Benedetto, ma non potendo quei monaci
« difender quei luoghi, ne goder quelle rendite per le mo-
« lestie e ladronecci che del continuo vi eran fatti, si risol-
'( vette r abaie Basilio, per assicurarsi di quelle entrate, di
« cedere la giuridizione e ragioni, che vi aveano, alla Repub-
c( blica, alla quale vennero a' 20 di gennaio i sindaci e pro-
« curatori di quei luoghi a sottoporsi. Niccolò di Giovanni
« di Gherardo Malegonelle ', gonfaloniere per marzo e aprile,
« ricevette per raccomandati, Diego, Piero, Tancredi e Mat-
« teo del già conte Guido Alberto de' Conti Guidi col loro
« castello di Porciano, facendogli cittadini fiorentini , e ob-
« bligandogli a dar per la festa di S. Giovan Batista il palio,
'( e tutto a preghiere di Deo de'Tolomei da Siena lor zio.
<i Si dettero in questo tempo a' Fiorentini i castelli del Gio-
< gatoio, d' Ortiguano e d'Ozzano della diocesi d'Arezzo
« sotto protesto di voler vivere in quiete. Ma non si po-
« tendo più sopportare l' inquietudine degli Ubaldini, nono-
« stante tanti danni fatti loro, non finendo di rompere strade,
« far prigioni mercatanti, assassinare e ammazzare viandanti,
« e dar ricetto a' malandrini, e pertanto essendosi la signo-
« ria risoluta di volergli distruggere e levar di mezzo di
« sull'alpi tra 'I dominio della Repubblica, e quel di Bolo-
'( gna, mandò Gherardo Bordoni cavaliere , Donato de' Vel-
« luti giudice e Bernardo degli Ardinghelli a darne conto
« a Jacopo e Giovanni Peppoli signori di quella città : per-
'< che non solo trovassero buona tal risoluzione, ma che la
'< volessero aiutare dalla lor banda, E per fare intanto prov-
« visione d' un buon capitano di guerra elessero Cecco di
« Rinuccio da Farnese ; e mentre che tardasse a comparire
' Il vi;ccliio Ammiralo chiama questo gonfaloniere Niccolò Gherar-
(liiii, il cui rognome si era formato dal nome del padre.
i7tì uei-l' istorie fiorentine
« dettero il comando delle genti a Andrea Salamoncelli ca-.
« valiere fuoruscilo di Lucca ». Nerone Dielisalvi gonfalo-
niere la seconda volta si diede nel principio del suo uficiu
a raffrenare 1' orgoglio del popolo divenuto ogni dì maggior-
mente superbo dopo la passata mortalità. E per questo, lasciata
la cura di proseguir più olire la fabbrica d'Orto S. Michele
per r abbondanza del grano, raddoppiò la gabella del vino alle
porte, accrebbe quella della farina, quella della carne e del sa-
le, pose imposizioni, e tasse a' vinatlieri e a' fornai. Vietò che
si facessero per il comune provvisioni di grano, e parliti si-
mili prese di grande gravezza, e nondimeno trovò poco utile
ogni diligenza , che egli si facesse ; così erano grandi gli
avanzi, che la plebe traeva d' ogni suo affare. « L'esercito
« che s' era mandato contra gli Ubaldini, il primo luogo, dove
« si pose intorno, fu Montcgemmoli, castello posto nell'alpi
« quasi d'inespugnabil fortezza, perciocché, oltre il silo, vi
« era dentro con parecchi fanti pratichi, e con due suoi fi-
c< gliuoli Mainardo, novello figliuolo del già Giovanni, sli-
'< malo uomo molto intendente dell'arte della guerra. Quegli
« di dentro, nonostante che oltre alla rocca di Montegem-
>< moli avessono un altra torre molto forte nella strella schiena
« del poggio, e innanzi la torre una tagliala minuta di stec-
« cali, non volendo aspettar l'assalto delle mura, uscirono
< de'ripari e altaccaroKO arditamente la scaramuccia co'Fio-
« rentini; non s'accorgendo che i cavalieri, superalo il pog-
« gio e smontati dai cavalli, eran loro alle reni; talché vo-
« lendosi ritrarre non furono cosi presti, che insieme con
« essi non entrassero dentro la torre quelli del campo, i quali
« seguendo la vittoria, entrarono ancor nella rocca. Mainardo
« veggendosi stretto nell' ultimo cerchio del castello , dopo
« r essersi difeso per un dì e per una notte gagliardamente,
« alla fine conoscendo il pericolo , e trovandosi in mala di-
ci sposizione con gli altri Ubaldini suoi consorti , cercò di
« accordarsi con la Repubblica, dalla quale ricevette questi
« patti: Che egli co' figliuoli e nipoti rinunziasscro a ogni ra-
« gione che aveano, o potessero avere ne' castelli e popoli
« che erano nelle Alpi chiamate degli Ubaldini, eccettuato
« però de' luoghi che erano ne' contadi di Bologna e d'Imola
« e nel luogo detto il podere di Maghinardo da Susinana,
LIBRO DECIMO. 477
« e ne dessero il possesso e la lenufa ai comune di Firenze
« con tutte le gabelle, pedagi, tolonei e malololte. Che non
<( solo con le loro persone, ma con quelle ancora de' loro
« fedeli e luoghi che aveano nel podere dovessero insieme
« co' Fiorentini far guerra agli Ubaldini, de' quali quello chr
f( si acquistasse fosse del comune di Firenze. Che il castello
« e rocca diLozzola fosse de' Fiorentini, restando a Maghi-
le nardo e a' figliuoli la metà del tenitorio di quel castello,
« con restar liberi da ogni condcnnagione e bando , e non
« poter esser astretti co' loro fedeli per diciotto mesi a pa-
« gare alcun debito, non volendo i Fiorentini poter far pace
« con gli altri Ubaldini senza includervi questi. Accettato
e da Maghinardo questi patti, fu subito reso il castello; e
« dirizzatosi con le genti de' Fiorentini agli altri luoghi, si
'< prese Montecoloreto e Roccabuona. E entrati nel podere
'( s'acquisto Lozzole e Vignano. A Susinana e Valdagnello
« si dettero due assalti, ma non si potendo per la fortezza
(( del sito espugnare, nonostante che di Firenze fossero slati
« mandati all' esercito sotto Susinana Francesco Brunelleschi
« e Arnaldo Altoviti per animire i soldati e prometter di
« dar loro paga doppia e mese compiuto se 1' avessero espu-
« gnala, se l'abbruciarono i campi e le ville d'intorno. A
'< queste rovine, gli Ubaldini di Belmonte ricorsero a gittarsi
a nelle braccia della signoria, la quale avendo ricevuto per
« la Repubblica il castello e fortezza di Belmonte con gli
(( abitanti di Bordignano, di Caburnello e di Peglio, non solo
'< liberò tutti da' bandi, ma per gran privilegio fece questi
(( Ubaldini co' loro discendenti popolari Fiorentini, inquanto
« air offese e ingiurie che potcssiro esser fatte loro dagli
« altri Ubaldini. In questo tempo gli ufiziali delle castella,
« per fare abitare Civitellasecca , concedettero a quelli che
« vi andassero a fare elezioni straordinarie, e fecero distri-
« buir fra essi alcuna somma di danari. Dettero anche or-
ti dine che in Valdambra nel luogo detto Selvapiana si fab-
« bricasse una terra assai forte per quei tempi, acciocché
« quelli di Castiglione Alberti, della badia d'Agnano, della
« Pieve di Prisciano, di Capannole, di S. Lorenzo, di Mon-
te teluco, di Cacciano e di Cornia vi andassero ad abitare,
« parendo che con questo cambiamento si desse a' popoli
478 dell' istorie fiorentine
« maggior occasione d' esser fedeli alla Repubblica , e con
« lasciar i luoghi di nuovo acquistati disabitati e spesse
« volte rovinati, fosse tolta a' vecchi signori la speranza di
« aver più a riaverli. 11 gonfaloniere Niccolò de'Ridolfi da
« S. Felice ebbe cura d' ordinare un magistrato d'otto cit-
« ladini, chiamalo Gli ufiziali dell'Alpi di Firenze, non più
« degli Ubaldini, il quale si pigliasse il pensiero del buono
(( stato e della sicurezza di quei luoghi, con far riparar quelli
'< che ne avessero di bisogno, e fabbricarne de' nuovi. Tro-
« vandosi podestà della città Bonifazio de' Savignani da Mo-
« dena fu ricevuto in raccomandigia perpetua della Repub-
(( blica Ramberto de' Malalesli conte di Ghiaggiuolo co' suoi
" castelli, con esser fatto cittadino fiorentino- Conseguirono
'( ancora d' essere ricevuti per raccomandati Guido e Gui-
« dofrancesco de' Conti Guidi pur co' loro castelli, con ob-
« bligo fra gli altri a questi, e al Malatesti di dover dare
« il palio per S. Giovan Batista. Ma maggiori furono le cure
'< del Ridolfi per le cose che seguirono appresso ; essendo
« in senato slate recitale lettere di Jacopo Peppoli signor
« di Bologna, per le quali domandava aiuto e consiglio ai
« Fiorentini circa la prigione pel fratello, e la nuova guerra
« mossagli contro da Astergo di Durasorte conte di Roma-
« gna, e capitano di santa Chiesa ' ». Ad intelligenza delle
' Tatto questo tratto di storia, principiando dal gonfalonerato di
Naddo da Filicaja, è stato molto amplialo, e in alcuni luoghi variato
dal giovane Ammirato. Trascriviamo le parole del vecchio : Prese il
gonjaloiterato per i due primi mesi deW anno 1849 Naddo da Fili-
caia; la cui famiglia, benché egli fosse Jìgliuolo di Spigliato notaio.
si crede per continuata opinione essere una istessa con quella dei
Tebaldi delti della f^ifelta, antichi gentiluomini. A costui senza
a\.'er J'atto cosa memorabile succedette Sandro Biliotti ; nel tempo
del qual gonfaloniere venne in potere della Repubblica il forte ca-
stello di S. Niccolò, non potendo gli abitatori sofferir piìi lungo
tempo le tirannie del conte Galeotto lor signore, a cui tolsono an-
che dell'altre sue terre e tenute. Tutto questo acquisto ne' libri del
comune Ju chiamato il contado di S. Niccolò. Nel fine di maggio
selendo in Firenze gonjaloniere Giovanni Raffacanifu in Avignone
spedita dal pontefce la bolla, per la quale concedeva a' Fiorentini
facoltà d^ aprire gli studi deWarti liberali, come a qualunque città
privilegiata d' Italia. Ma non parendo che gli Ubaldini fossero in-
LIBBO DECIMO. 479
quali cose è necessario sapere; come alla Sede Apostolica
nel fine dell'anno passalo era stata tolta da Giovanni Man-
teramente raffrenati dalle loro ruberie^ fu deputato un magistrato
d'otto cittadini., i quali avessero cura di Jar loro muover contro la
guerra di nuovo. Fu l' esercito primieramente mandato a Monte-
gemmoli , castello posto neWalpi, quasi d' inespugnabil fortezza; per-
ciocché oltre il sito v'era dentro con parecchi Janti pratichi, e con
due suoi Jigliuoli Mainardo da Susinana, stimato uomo molto inten-
dente dell'arte della guerra. Quelli di dentro, nonostante che oltre
la rocca di Montegemmoli avessono un' altra torre molto Jorte nelle
stretta schiena del poggio, e innanzi la torre una tagliata minuta
ili steccati, non volendo aspettar P assalto delle mura, uscirono dei
ripari, e attaccarono arditamente la scaramuccia co' Fiorentini,
non s' accorgendo, che i cavalieri, superato il poggio, e smontali dai
cavalli, eran loro alle reni, talché volendosi ritrarre non furono cosi
presti, che insieme con essi non entrassero dentro la torre quelli del
campo, i quali seguendo la vittoria entrarono ancor nella rocca.
.Wainardo veggendosi stretto nell' ultimo cerchio del castello , dopo
f essersi difeso per un dì e per una notte gagliardamente, alla fine
conoscendo ti pericolo, e trovandosi in mala disposizione con gli al-
tri Ubaldini suoi consorti, cercò d' accordarsi con la Repubblica pro-
ferendosi di seguitar la guerra cantra gli altri della sua J'amiglia,
purché egli fosse preso a soldo del comune. Li quali patti essendo
accettati prontamente, Ju subito resa la rocca; ed egli dirizzatosi
verso l' altre terre, prima che finisse il seguente gonfalonerato di
Luigi Aldobrandini la seconda volta, prese Montecoloreto e Rocca-
buona, e entrato nel podere accjuistò Lozole e Figiano. A Susinana
e Fai d' Agnello si dettero due assalti, ma, non si potendo per la
fortezza del sito espugnare, se P abbrusciarono i campi e le ville di
inforno; e del mese d' agosto se ne tornò il campo in Firenze, Nei
due seguenti gonjalonerati di Giovanni de* Medici fgliuolo di Cante,
e di Jacopo Ridol/i dal Ponte non succedette cosa degna di memo-
ria, siccome né in quello di Filippo Magalotti, primo gonjalontere
dell'anno i35o. Ma con prospera e felice Jortuna nel gonjalonerato
di Niccolò Gherardini la Repubblica riacquistò Colle di Faldelsa,
e S. Gimignano. In Colle s' erano suscitate alcune brighe domesti-
che ; per le quali s' era venuto aW armi. Il comune vi mandò tre-
cento cavalieri, perchè non parendo a' Collegiani di poter resistere
alle forze di Juori, e dentro non si fidando V una setta deW altra,
deliberarono di darsi a' Fiorentini. Quasi il medesimo avvenne a S.
Gimignano, diviso in non meno pericolose brighe di quello che s''avea
fatto il castello di Colle. Essendo per guest i due acquisti illustrato
il magistrato del Gherardini, Nerone Dietisalvi la seconda volta suo'
480 DELL ISTORIE FIORENTINE
fredi di Faenza, e dal capitano di Forlì Bretlinoro, oltre
Bologna occupatale forse sedici anni addietro dalla famiglia
de'Pepoli. Perche il papa avea maniiato Aslorgo suo pa-
rente 0 genero, come altri credettero, per ricuperare le terre
perdute di Romagna. Ora volendo Giovanni de' Pepoli, signor
di Bologna e fratello di Jacopo, accordar il Manfredi col conte
mentre scioccamente si mette in mano del conte, di cui,
tenendolo egli fallacemente in parole, non si dovea fidare, fu
da lui fatto prigione ; con la quale occasione avendo Astorgu
preso il Castel di S. Piero, entrò in speranza d'insignorirsi
di Bologna. « Diversamente intendeva questo fatto il ponte-
cc lìce, avendo scritto a' 31 di luglio d'Avignone alla signo-
« ria di Firenze; Che nonostante le scomuniche del papa
« Giovanni XXJ5, e le mandate da lui contra gli occupatori
« delle terre della chiesa, e fautori di essi, Giovanni de'Man-
« fredi cavaliere di Faenza suddito della stessa chiesa, avea
« occupata la detta città fellonescamente; e facendosi befife
« insieme con Guglielmo suo fratello d' ogni instanza fatta
(( loro di renderla, aveano astretto Aslorgo Duraforti rettore
« di Romagna d'andarvi con l'esercito; e che mentre egli
« era alla ricuperazione di Salarolo, Jacopo e Giovanni dei
« Pepoli, cavalieri Bolognesi, sudditi della chiesa e ammini-
« stratori delle ragioni fiscali in Bologna e suo contado, fa-
« cendo le viste di non saper tutte le suddette cose, aveano
successore-, si diede a procacciale lode ancor e^li in raffrenare l' or-
goglio del popolo divenuto ogni dì maggiormente superbo dopo la
passata mortalità. £ per questo., lasciata la cura di proseguir piìi
oltre la fabbrica d' Orto S, Michele per /' abbondanza del grano ,
raddoppiò la gabella del vino alle porte, accrebbe quella della fa-
rina^ quella della carne e del sale; pose imposizioni e tasse a''vinat-
tieriy e a'J'ornai. Vietò che si Jacessero per il comune provvisioni
di grano, e partiti simili prese di grande gravezza ; e nondimeno
trovò poco utile ogni diligenza che egli sijacesse; così erano grandi
gli avanzi, che la plebe traeva d'ogni suo affare. Maggior furono
le cure di Niccolò Ridolfi da S. Felice, seguente gonjaloniere, per gli
accidenti che seguirono nel suo magistrato di maggior importanza,
essendo in senato state recitate lettere di Jacopo Peppoli signor di
Bologna ; per le quali dimandava aiuto e consiglio a'' Fiorentini circa
la prigione del Ji atello, e la nuova guerra mossagli contro da Astor-
go di Dui asorte, conte di Romagna e capitano di santa Chiesa.
LIBRO DECIMO. 481
« aiutato i detti Manfredi. Anzi Giovanni, mostrando d' an-
« dare all'esercito in aiuto d' Astorgo, procurava di alienar-
« gli i soldati per poterlo disfare più facilmente : del che
« avendo Astorgo avuto notizia, Tavea fatto prigione; e le-
« vatosi dall'assedio di Salarolo era andato alla volta di Bo-
« logna. Pregava però i Fiorentini di non voler dare aiuto
« a' Pepoli , ma bene, come devoto di santa Chiesa, favorire
« e aiutare Astorgo ». Jacopo per questo avendo ricorso a
Giovanni arcivescovo e signor di Milano ( il quale , essendo
nel principio dell'anno passato morto Lucchino, era restato
signore di tutto lo stato di Milano) al marchese di Ferrara,
e a' Malatesti d' Arimino, il medesimo avea fatto intendere
al gonfaloniere e a' priori dell'arti che reggevano la città di
Firenze, i quali come per rispetto della Sede Apostolica non
condescendessero a mandargli aiuto, sostennero nondimen(>
tacitamente, che il doge Guernieri con cinquecento fanti pas-
sasse per i loro terreni per soccorrere Bologna. Mandarongli
bene palesamento arabasciadori per tratiare alcuna sorte di
accordo tra il conte e i Pepoli. Ma i cittadini di Bologna
ridotti in pessimo stato per l'insolenza del doge Guernien
e de' suoi soldati, con consentimento di Jacopo volevano dar
la guardia libera della loro città a' Fiorentini, sperando che
ciò fatto non mancherebbe accordo con la Chiesa. E sarebbe
di leggieri seguita la pratica innanzi, se alcuni della fami-
glia degli Alberti, i quali erano potenti nella Repubblica, e
si trovavano allora col conte nel campo a' servigi di santa
Chiesa, non l' avessero interotta sotto colore , che grande-
mente se ne offenderebbe il papa e '1 collegio de' cardinali,
se si mettesse mano ad una tale impresa. Ma veramente essi
ciò facevano, avvisando, che dove Bologna venisse alle mani
del conte, ne sarebbero essi stati governatori, e avrebbono
acquistato gran riputazione e ricchezze. Tra questo mezzo
mancando al conte i danari per pascer l'esercito, fu costretto
impegnar la persona di Giovanni a' soldati, i quali, avuto da
lui ventimila fiorini d'oro, il liberarono. Ed egli tornato a
Bologna, e vedutosi per i disordini successi poco potente a
poterla tenere contra le forze del papa. « Avendo i Fioren-
« lini nel gonfalonerato di Filippo de'Bastari mandatovi di
« nuovo arabasciadori Guelfo da Mentisci giureconsulto ,
Amm. Vol. II. 31
i82 dell'istorie fiorentine
« Tommaso Dietaiuti e Zanobi dell'Antella per veder d'im-
« pedire anche con 1' aiuto del marchese di Ferrara , e del
« signor di Verona che Bologna non andasse in mano del
« Visconli. Ma instando pure Aslorgo di voler quella città
« per forza, e non voler porgere orecchie a sorte alcuna
« d'accordo, i Fiorentini furono costretti a richiamare a' 7
« d'ottobre i loro ambasciadori, come quelli a' quali lo stare
« in Bologna non era più onorevole ». E Giovanni facendo
vista ', seguendo in ciò il desiderio de' Bolognesi, che fosse
per voler dar Bologna a' Fiorentini. I Bolognesi, raentr' egli
trattava veramente di vendergli all'arcivescovo di Milano,
fnandarono tre ambasciadori a Firenze, capo de' quali es-
sendo stato Riccardo da Saliceto, illustre dottor di leggi , è
fama aver dato in presenza de' senatori principio alla sua
orazione, secondo l'uso di que' tempi, con quel luogo del
salmo : Essendo io tribolalo alzai la voce verso il Signore.
Ma mentre invano Riccardo faticagli orecchi de'Fiorentini,
ei s'intese la nuova, che Giovanni, ingannando in un mede-
simo tempo se stesso, i Bolognesi e i Fiorentini, avea ven-
duto la patria all' arcivescovo di Milano ; il quale solo , fra
molti altri terrori presi, venne a godere il frutto della per-
fidia, della dappocaggine e della confidenza degli uomini;
perciocché e' si vede chiaramente da questo 1' inganno preso
dagli Alberti ; i quali avendo per proprj interessi vietato alla
patria loro un benefìcio e gloria cos'i grande, non raccolsono
dalla loro ribalderia altro che il carico dell'infamia. Il conte
di Romagna mentre scioccamente si lascia go\ernare da' suoi
capitani, per i quali non facea aver Bologna per accordo,
non solamente perdette allora l'occasione di ricuperare alla
Chiesa con tanto suo onore una città cosiffatta , ma scher-
nito fra non molti d'i poi in ogni suo disegno da' suoi me-
I Questa giunta tronca il senso al discorso , e mostra che il giovane
Ammirato qualche volta dimenti ava la grammatica. Il vecchio Ammi-
rato dice : Ma egli tornato a Bologna, e vedutosi per i disordini
successi poco potente a poterla cantra le Jor:.e del papa, a^'endo i
Fiorentini mandato ambasciadori di nuovo, permisse che trattassero
l'' accordo tra lui e il conte: il quale non volendo accettare sorte dt
convenzione alcuna onesta, mosse Giovanni alar vista ch'egli ec.
LIBBO DECIMO 483
desimi, come avviene a' dappochi, convenne povero e diso-
norato tornarsene a casa sua. Né i Popoli trassono molti
grandi avanzi della fede avuta nell'arcivescovo. Imperocché
Jacopo, sotto pretesto d' ordirgli tradimento contro, fu da lui
a perpetua carcere condannalo nel Castel di Pavia, e i fi-
gliuoli a Cremona, e a Giovanni fu appena assegnata cotanta
provvisione che egli potesse mantener la dignità e splendor
della famiglia ; « Quando, conforme a una lettera che la si-
« gnoria di Firenze scrive al papa di questa vendita, seguila
« a' 14 d'ottobre, i Pepoli ne dovcan avere dal Visconti du-
« genlovenli mila fiorini d'oro, provvisione di tremila sei-
« cento per ciascun l'anno, quattro castella delle migliori, e
« alcune ville, che ascendessero alla rendila di dodicimila
K fiorini d'oro. Scrivono ancora al pontefice che s'aspettava
n Giovanni Visconti, nipote del medesimo arcivescovo, a pi-
« gliar il possesso di Bologna, e die però lo pregavano a
'( pensare alla sicurezza de' devoti della Chiesa. Mi sono
« abbattuto ad un' altra lettera, con la quale facevano instanza
« a sua Santità di poter far condurre in Firenze l'ossa del
tf cardinale Andrea, morto nelle legazioni, per dar loro quella
« sepoltura onorevole, che meritava la sua dignità e valore.
« Questo Andrea, secondo Giovanni Villani, e de' Malpigli,
« e fu vescovo di Tornai, e fallo cardinale dallo stesso Cle-
« mente l'anno 1342 nella sua prima promozione a richiesta
« di Filippo re di Francia, al quale fu mollo caro; e, secondo
« l'antichità di Parigi del padre Brevi, è quello, che l'anno
« 1333, essendo vescovo d'Arras, fondò insieme con un Pi-
« stolese , un Modancse, e un Piacentino, il collegio, detto
« de' Lombardi, nell'università di Parigi ».
Ma in Firenze soprallutto apparve manifestamente quanto
sia per nuocere ad ogni Repubblica 1' avarizia e 1' ambizione
de' suoi cittadini, avendole allora tolto dalle mani l'acquisto
di Bologna, non altrimenti, che prima avcan fatto di Lucca.
Da' quali priucipj procedette la perdita della libertà con tante
fatiche ricuperala, e la rovina di lutto il suo stalo; al riaddriz-
zamento del quale vigilando pure la pietosa cura de' buoni,
si aperse alcuna via con l'acquisto di Prato. Era la terra di
Prato, infin doli' anno milletreccntoventisette che si dette a
Carlo, duci di Calabria, slata sotto la casa reale di Napoli,
484 dell'istorie fiorentine
riserbando però sempre una certa preminenza in quel ca-
stello la famiglia de'Guazzalotri; la quale accresciuta perla
distanza de' signori, e per le fortune passate in quel regno
dalla regina Giovanna, e dal re Luigi suo marito, avea ul-
timamente preso una certa apparenza di tirannia, studian-
dosi indarno i Fiorentini, per l'antica inclinazione che aveauo
a quella famiglia (di cui, morti i vecchi di molto consiglio
e prudenza, erano restati alcuni giovani baldanzosi ) di farli
star contenti ad una moderata signoria. Imperocché, nono-
stante le loro preghiere e la presenza de' loro ambasciadori.
aveano finalmente fatto mozzar il capo a due terrazzani, op-
ponendo loro che voleano dar la terra a' Cancellieri di Pi-
stoja, essendo cosa certa, che avea più nociuto loro la ric-
chezza, e il sospetto della prima ingiuria, avendo i Guaz-
zalotri per innanzi ucciso il padre dell' un di loro, che per
colpa 0 fallo novellamente commesso. Il qual modo di pro-
cedere dispiacendo oltremodo a'Fiorcntini, così per la cosa
stessa, come perchè vedevano non poter più a lor modo
reggere i Guazzalotri (il che ne' disturbi d'Italia per l'ac-
crescimento che andava facendo ogni dì l'arcivescovo di
Milano, il quale si era avvicinato allo stato loro per la ciltà
di Bologna, era cosa mollo pericolosa) , deliberarono in ogni
modo d'insignorirsene. Perchè dato ordine occultamente a
tutte le loro masnade, che si trovassero in quel di Prato ,
all' improvviso posono il campo intorno la terra , con tanto
spavento de' terrazzani per cosiffatta novità, che sentendola
mente de' Fiorentini non essere di guastar il contado o di
combatterli, ma di voler la guardia della terra per liberarli
dalla tirannide de'Guazzalotri, e assicurare se stessi, tra per
il timore, e per la mala soddisfazione che aveano dell'inso-
lente governo de' giovani, ricevcttono dentro le genti de' Fio-
rentini. I quali per non tirarsi addosso l' inimicizia del redi
Napoli, già ritornati nella possessione del loro regno per
procaccio de' Baroni regnicoli, ebbero per mezzo dell'opera
di Niccola Acciaiuoli, allora molto potente col re Luigi, e
con la regina Giovanna, in compera da loro la terra di Prato,
« della quale si fece poi di febbraio il contratto della ven-
« dita da Agnolo di Donato Acciaiuoli, e da Giovanni di
« Rucco Savini come procuratori sostituiti dall' Acciaiuoli,
LIBRO DECIMO. 485
(z che ne avea V autorità, per diciassetlemilacinquecento fio-
« rini d'oro; i quali volsero che apparissero donali, come
« che fosse ancora donato Prato ; dove furono di nuovo man-
« dati dal'a signoria Giovanni de' Aledici cavaliere e Paolo
« degli Altovili a prenderne il possesso solennemente, e per
« manifestare a' Pratesi come la terra e il contado e gli uo-
« mini di quel comune erano per la detta compra fatti sud-
« diti dell'imperio fiorentino». Dal qual tempo innanzi, in-
corporato il contado di Prato a quel di Firenze^ incominciò
la Repubblica a mandarvi suoi uficiali, recando il sangue, e
l'altre cose più gravi alla corte del podestà di Firenze.
Avea intanto preso il gonfalonerato Bindo Altoviti, fi-
gliuolo d'Oddo; e l'allegrezza di questo acquisto, la quale
in altro tempo sarebbe parula mollo grande, era sopramodo
mitigata dal veder pervenuta Bologna in potere del Visconti.
L' animo e l' ardir del quale non essendo inferiore alla gran-
dezza dello stato, che possedea come principe , solfo il cui
dominio si trovavano venlidue città, teneano per fermo i Fio-
rentini, che egli non era per ristringer la sua signoria dentro
i confini di Bologna, ma che in ogni occasione avesse a di-
stendersi ne' falli di Toscana, ancora che egli, per addormen-
tarli, si mostrasse molto benivolo, e amico della loro Repub-
blica. « Mandarono perciò in Arezzo, dove s' aveano a trovare
« gli ambasciadori di Perugia e di Siena, Luigi Gianfigliazzi,
« Sandro Biliotti e Filippo Bastari per trattar di confermare
« la lega fatta 1' anno 13i7, per conservazione degli stati e
« libertà de' collegati, e di risolver di mandar ambasciadori
« al papa per disporlo alla conservazione dello stato di parte
« guelfa, e cosi di non far venire in Italia oltramontani. E
« perchè le risoluzioni delle leghe vogliono sempre tempo,
« la signoria di Firenze che vedeva non esservene da per-
« dere, spedì nello stesso giorno Otto Sapiti al pontefice,
« non tanto per condolersi seco del fatto di Bologna, quanto
« per rappresentargli il risico , che per questo portava lo
« slato della chiesa e de' suoi devoti; e per veder di disporlo
« a non voler soffrir tanta vergogna, ma a voler ricuperar
« l'onore della Chiesa: nel qual caso la Repubblica fioren-
« lina sarebbe pronta a seguir ogni volontà della Santità
a sua, come lo sarebbero tutti gli altri suoi coliegaii. Ebbe
486 dell' istorie fiorentine
« il Sapiti ancora in comraessione, sapendosi quanto il papa
« era male informato che i Fiorentini avessero fallo opera
« d' aver Bologna, che non solo cercasse di disingannarlo,
« ma di scusare Jacopo degli Alberti del trattato fatto coi
« Pepoli; non essendo stalo ad altro fine, che per conser-
(( var Bologna alla Chiesa e accordarli con Astorgo , e che
'( perciò Bologna fosse data a tempo in mano de' comuni di
'( Perugia , di Siena, o di Firenze, con renderla poi alla
« Chiesa a suo beneplacito ; il che non essendo riuscito, né
« r Alberfi mandato a Bologna dopo gli altri ambasciadori,
(( né il comune vi avea avuto altro fine che il servizio della
(X Chiesa. La qual commissione chiarisce bene qua] fosse
f( l'autorità degli Alberti nella Repubblica, la quale ingan-
« nata, vuol anche farlo credere al papa. La prima cosa che
« veniva avanti a quei che governavano la Repubblica da
'( poter portar maggior pericolo dopo la perdita di Bologna
« era la città di Pistoia, sapendosi che nel consiglio di Mì-
(' lano , dove l' arcivescovo era slato confortalo a pigliar
f( Bologna, gli era slato detto da' Ghibellini di Toscana:
'< Che dopo quella avrebbe avuto anche Pistoia ; la quale
« trovandosi involta nelle usate parzialità , dava per questo
« cagione fortemente da dubitare ». Che Tuna e l'altra
delle parti; o quella disperala di star fuori , o questa per
meglio assicurarsi , trovandosi dentro con sospetto , non si
gittasse un dì nelle braccia dell'arcivescovo; ' ancora che
• Ancor qui è alterazione di testo: il quale dice cosi: E la prima
cosa che venia loro in considerazione era la città di Pistoja. Per
questo fu- il principio dell'anno i35i, per i due primi mesi del quale
ancora preso il sommo magistrato Francesco Rocchi, pieno di molti
travagli: e facendo il papa infendere alla Repubblica per mezzo di Fi-
lippo dell' Antella vesco"o di Ferrara, e cittadino di Firenze, che
per poter resistere alle forze de' Fisconti, era necessario restringerti
insieme, s'' incominciò con gran sollecitudine a porger orecchi a que-
sta pratica, parendo che si potesse l' arcivescovo motto ben tener a
freno, quando questa lega si conchiudesse : nella quale non solo
avevano a i-xfervenire i Fiorentini e gli altri comuni di Toscana
di parte J^t^, com' erano Sanesi e Perugini, ma anche molti dei
signori ifffKmbardia di fazion ghibellina. Ma andando la conclu-
sione della lega ( coìiie in simili negozj suole spesso avvenire ) a
lungo, era necessario aver gli occhi alle cose di Pistoia; trovandosi
LIBRO DECIMO. 48/
Giovanili Panciaiici, il quale, cacciatone in questi dì Riccardo
Cancellieri, s' avea recalo in roano il governo della città, fa-
cesse senobianle di essere amico de' Fiorentini. Imperocché
ci si sapea dall'altro canto, che l'arcivescovo non mancava
di tener ancor egli le sue pratiche in Pistoia. Facendo dun-
que istanza la Repubblica, che in ogni modo ella si volea
assicurare, le fu permesso, e perciò fu ricevuto in Pistoia
-Andrea Salamoncelli ( il quale era ancora al soldo della Re-
pubblica') con cento cavalieri, e centocinquanta fanti, giu-
rando a coloro che governavano, di non alterare la forma del
presente slato, « E al Caucellii'ri fu scritto, che non facesse
« cosa alcuna contro al comune di Pistoia, ma che conse-
« giiasse le terre che ne avea al Salamoncelli, perchè in altra
« maniera sarebbe tra'talo come ribello della Repubblica. Era
« slato condcnnato dal podestà di Firenze Gino da Calenzano
« notaio, come l'era slato Giovanni suo padre, in tremila lire
« per aver dato delle ferite a un Martino dello stesso luogo:
<i e perchè dopo aver pagato la pena non poteva tornare in
« Firenze, dove era venuto ad abitare nel popolo di S. I.o-
« renzo, per non essere stato canceilato dal libro de'Maln-
« biati, Jacopo, Francesco, Zanobi, e Giovanni con quattro
« lor sorelle pupille ottennero dalla signoria, che il detto
« Gino lor padre fosse levalo dal dello libro, e così potesse
•< tornare alla cillà. Da questo Gino ebl)e principio in Fi-
< ren/e la nobil famiglia de' Ginori, e dalla quale fu poi no-
n minata la strada de' Ginori, nella quale si posero ad abi^
« tare. Non è forse fuor di proposilo, essendosi i Fiorentini
« dilettali sempre delle fabbriche, il dire, che trovandosi in
« questi tempi la ciltà scarsa di muratori e legnaiuoli, furono.
y per allettarci de' forestieri, esenti dalla matricola, e posto
'( pena a chi gli avesse offesi in alcuna maniera. Con V anno
■■■ 1351 entrò gonfaloniere di giustizia Francesco Rocchi, al
« quale non mancò pensieri per essere stato non solo il suo
« magistrato, ma lutto il resto dell'anno pieno di travagli.
« E perchè in Firenze non era né podestà né capitano del
ella ÌTn>olt(i neW usala i>arzia!ità, e lìubilando fortemente per qnt-
sta cagione che f una e l' altra delle parti , o quella disperata di
star J'uori^ o questa per meglio assicurarsi, trovandosi dentro in
sospetto., non si gittasse un dì nelle braccia dell' arcivescovo ec.
488 dell'istorie fiorentijjk
« popolo; e dovendosi dare i gonfaloni delle compagnie, il
« gonfaloniere co' priori per assicurarsi che in quella pubblica
« azione non nascesse qualche scandalo, mandarono per il
« podestà di Siena perchè vi si trovasse presente ; di tale
« autorità e maestà era in que' tempi la carica di podestà. »
Erano arrivati in Firenze Filippo dell' Antella, cittadino fio-
rentino, stato eletto al vescovado di Ferrara fin 1' anno 1349,
e Niccolò della Serra cavaliere mandati dal papa per fare
intendere alla Repubblica, « che per poter resistere alle
« forze del Visconti era necessasio ristringersi insieme ». Si
incominciò con gran sollecitudine a porger orecchi a questa
pratica, parendo che si potesse l' arcivescovo molto ben te-
nere a freno, quando questa lega si conchiudesse, nella quale
non solo aveano a intervenire i Fiorentini e gli altri comuni
di Toscana di parte guelfa, com'erano Sanesi e Perugini,
ma molti signori di Lombardia di fazion ghibellina '. Tro-
« vatosi da' mandati del papa molta prontezza nella Repub-
« blica e nell' arabasciadore del Tribuno di Roma, il quale
« era in Firenze, se ne andarono a Siena per il medesimo
« effetto. È cosa da' principi patrocinare i vicini e dar adito
« alli aggravati di potere sperare sostentamento e aiuto ; on-
« de dolendosi a' senatori i popoli di Rencine e di Fornace
u d' esser maltrattati da' conti di Dovadola, scrissero a que-
rt sti raccomandandoglieli. Alla conlessa di Porciano co' fi-
(i gliuoli raccomandati alla Repubblica, essendo impediti nella
« loro Giuridizione da' Conti Giovanni e Francesco da Mo-
te digliana porsero sollievo, facendo sapere a' Conti che se
« ne astenessero, perchè non sarebbe comportato loro, come
« non si voleva comportare che fossero andati armala mano
« coutra la fortezza di Radiracoli del conte Ramberto da Ghiag-
ft giuolo, contra del quale pretendendo cosa alcuna, potevan
« ricorrere a Firenic e mostrar le loro ragioni, senza venire
« all'armi. E al signore di Forlì scrissero: che i Conti di
« Dovadola eran raccomandati del comune di Firenze, e che
« perciò gli volesse trattare come tali. Era venuto podestà
« della città Angelo de' Diodateschi da Rieti, il quale si partì
1 Questo pewo è stato poipoito d&l gioTane Ammirato, come
«ì (ileva dalla nota antecedente.
LIBBO DECIMO 48S
« poi dall' uficìo vergogQosamenle, senza pagare né anche i
>( suoi propri ufìciali. E per capitano del popolo vi s'aspel-
« lava lodino de' Bernardini da Città di Castello. E non si
« pensando che al modo di potersi assicurare dalle forze del
« Visconti, si fecero i senatori dare in guardia da Orsallo
« e Pace de' nobili di Canlagallo la loro fortezza di Paventa,
« u Pavana, ordinando a Rosso de' Ricci, vicario dell' alpi e
« di Firenzuola, di riceverla. Aggiunsero ancora Arnoldo de-
>< gli Altovili alli ambasciadori Gianligliazzi, Biliotti, e Ba-
« slari per andare in Arezzo, dove sarebbero gli arabascia-
« duri del papa, de' comuni di Roma, di Perugia, di Siena.
« e di Mastino della Scala con gli altri si aveano a collegare
« insieme. Era stato promosso nelle quattro tempora dell' av-
« vento Rinaldo Orsino al cardinalato, e i signori, come stato
« raccomandato dalla Repubblica, ne resero grazie al ponte-
« fice ».
Non parendo alla nuova signoria , entrata il primo di
marzo, di cui fu capo Donato Velluti giudice, che il presi-
dio messo dentro a Pistoia fosse sufficiente ; sicché, volendo
i Pancialici far mutazione, potesse loro essere vietato; perchè
cadde loro nell' animo (valendosi della persona di Ricciardo
Cancellieri, il quale discacciato della svia patria viveva in Fi-
renze assai ben visto da' cittadini) d'aver Pistoia per furto,
e di riordinarla a lor modo, confortali grandemente a far
questo da Piero Gucci, a cui, come che non fosse di mag-
gior autorità che notaio della condotta, essendo nondimeno
gran parlatore, e di bella presenza, si prestava gran credito,
promettendo egli per 1' amicizia, che avea con molti conne-
stabili cosi dentro, come fuor di Pistoia, di condur felice-
mente la bisogna ad effetto '. Per questo giudicando i Fioren-
tini, che di questo fatto si potessero giustificare ogni volta
che il mondo conoscesse non per altro avere ciò fatto che
per assicurarsi di quella città, non traili da avarizia, o da
ambizione, ordinalo quello che bisognava, la notte de'26di
marzo feciono cavalcare Ricciardo Cancellieri con molti ca-
valieri e fanti verso Pistoia. Arrivati la mattina innanzi il dì
alla terra, mettono tacitamente le scale alle mura; per quelle
' In questo periodo la sintassi non corre speditissima.
4M dell' istorie fiorentine
tnlrano dentro la terra, trovano ogni cosa senza sospelln.
che ne i cittadini ciò aspettavano, né il Salamoncclli , uomo
d'incorrotta fede, essendo il Giicci restato a dormir a Prato,
avoa notizia della cosa. Gridasi innanzi il tempo il nome
della Repubblica e di Ricciardo, non essendo ancora tutte le
genti entrate dentro. Risvegliali a questo romore i cittadini
e le genti del Salaraoncelli, e credendo esser opera di Ric-
ciardo, di cui in Pistoia si vivea in mollo sospetto, corrono
alla difesa delle mura, e de' luoghi presi, e venendo alle
mani co' Fiorentini molti di loro feriscono, il resto fanno
prigione, infin che non si seppe quella essere stala opera
de' Fiorentini. La qual cosa generò gran sospetto in quella
città, parendo che la Repubblica si fosse portata centra il
suo costume, non avendo cagione d' usare cosiffatti inganni
co'Pistojesi, i quali volontariamente avean ricevuto il suo pre-
sidio dentro, e obbligatisi con giuramento di seguitare in
ogni accidente la fortuna sua. Non furono minori i romoii.
che se ne fecero in Firenze, essendo questo iraltato con-
dotto per saputa di pochi ; e sarebbcsi facilmente sfogala
l'ira contra il Cucci, menato per questa cagione a furore di
popolo alla presenza del podestà, se il fallo di coloro, che
potevano più, non avesse ricoperto l'error suo. Nondimeno
essendosi conosciuto per lunga sperienza , che a molle im-
prese non si dee in conto alcuno por mano', ma quando >i
si è messa, si debbono, per non far peggio, condura fine '.
fu ordinato, che, quel che avvenir ne potesse, nuove genti
si mandassero a Pistoia, e per forza, o per amore procac-
ciare in ogni modo d'averne la signoria." E volendo prima
« vedere se i Pistojesi si potessero indurre con le buone alla
« volontà della Repubblica, vi mandarono Marco degli Stroz-
« zi , Luigi Aldobrandini, e Filippo de' Macchiavelli per rap-
« presentare a quelli anziani e governo; che lo sforzo
« stalo fatto contra quella città, non era stalo per torgh
« la libertà, anzi per conservargliela; macho non vedendo
u i Fiorentini coma potersi assicurar di Pistoia , per es-
« servi dentro la parte ghibellina molto gagliarda, non era-
« no per quietarsi finlanlo che non vi avessero una forlez-
' Ottima e oppurtunissìma sentenza, e utile in tutti i tempi.
LIBRO DECIMO. 491
« za , per dove potessero avere 1' entrala e I' uscita libera
« di quella città; ma, non avendo gli arabasciadori profittato
« niente » , furono per questo mandate quante genti si po-
terono avere tanto a pie che a cavallo da tutti i luoghi
vicini. « Scrissono a'Malatesli di Rimini, e al Manfredi di
« Faenza sollecitandogli a mandarne loro. Ne sollecitarono
« i Sanesi , a' quali scrissero che non lasciassero partire di
« Siena Niccolò de'Tolomei, eletto podestà di Pistoja, fiii-
« che quella città non fosse ridotta a stalo guelfo ». Man-
daronvisi dalla città sedici pennoni, uno per gonfalone, o\e
furono duemila cittadini ben armati. Fecesi per decreto pub-
blico intendere a'banditi, che con quello sforzo, che cia-
scuno potesse, si trovasse intorno Pistoja, che, fornito il
servigio, sarebbe ribandito; talché in spazio di tre giorni
si trovarono all' assedio di quella città ottocento cavalieri, e
dodicimila pedoni. Eran dentro la terra atti a difenderla non
più che millecinquecento cittadini ( imperocché il Salaraon-
colli con le genti sue sospeso per così fatta novità non gio-
vava a quelli di dentro , né travagliava quelli di fuori), ma
di pari consentimento tanto fermi a morire per la libertà
della lor patria , che, lasciate le proprie abitazioni per poter
esser più pronti a' bisogni, vennero ad alloggiare intorno le
mura ; le quali ottimamente aveano armate di bertesche , e
di ventiere , aveano tirato intorno un largo corridoio di le-
gname, e quello fornito di pietre, e di pali da gittare per
tener discosto i nimici. E , quello che dagli antichi non fu
talor disprezzalo , a pie delle mura aveano fabbricato di
molti fornelli con caldaie per poter aver presta 1' acqua bol-
lita per rovesciarla sopra gli espugnatori. Aveano oltre a
tulle queste cose apparecchiato calcina viva e polvere , e
fatta ogn' altra provvisione ordinaria. Queste erano le pre-
parazioni di quelli di dentro. I Fiorentini di fuori avean
fatto dirizzare intorno la città otto battifolli, e da ciascuno
di questi all'altro aveano tirato steccati in guisa, che parca
un altro muro che cingesse la terra. Aveano ordinato i lor
ponti , gatti , grilli , castelli di legname , e altri fornimenti
da combattere le mura. Ma avendo animo di tentar prima
ogn'altra cosa che la forza, s'astenevano di dar l'assalto;
se non che faceano ogni dì intenderò a'Pistojesi, che ab-
49-2 dell'istorie FIORENXrNE
bassasser l'orgoglio; perciocché egli non voleano da essi
altro che la guardia della città per sicurezza loro, e che
delle rendile del comune, del governo, e de' magistrali loro,
lascerebbon disporre secondo il piacere della maggior parte
di essi stessi Pistojesi. A' quali conforti non volendo gli aS'
sediati piegar l'alterigia dell'animo, i Fiorentini deltono
il guasto alle ville, e feciono intendere a quelli di dentro,
che assalirebbono e combatlerebbon le mura , e che non
si lascierebbe esempio di crudeltà alcuno addietro ; poiché
i Pistojesi, non essendo buoni a difendersi da se stessi, vo-
leano metter in pericolo lo stato de'Fiorentini. Ne questo
fu d'alcun giovamento; talché raandaron comandando al
Salamoncelli , il quale inQno a quell'ora s'era mantenuto
neutrale, che uscisse di Pistoja; perchè essi intendeano di
dar l'assalto alla terra. « E, per guadagnarla tanto piìi sicu-
« ratnente, aveano fatto promettere dal Bernardini, capitano
« del popolo , che era all'esercito, paga doppia e mese corn-
ee piuto a' soldati se nella battaglia la superavano. Il coman-
damento fatto al Salamoncelli tolse in qualche parte l'animo
a' Pistojesi diminuiti di quelle genti , le quali, quando si fosse
venuto all'assalto speravano di dover avere in favor loro.
'< Ma essendo comparsi alcuni ambasciadori mandati dalla
« Repubblica di Siena si misero a trattar accordo trai' una
« parte e l'altra, e facendo vedere a' Pistojesi in che peri-
« colo si mettevano di perdersi affatto aspettando la batta-
« glia, e che la Repubblica di Firenze non voleva che la
« sicurezza di quella città »; che discorrendosi con animo
pifi posato nel loro consiglio da coloro , che seguitavano la
parte guelfa, che era quello che si mettevano a fare , e che,
se Dio non avesse tolto loro la mente , ei doveano pregar
i Fiorentini, che per comune beneficio prendessono la cura
di guardare lalor patria per la passata pestilenza vota d'abi-
tatori e di forze, e che in ogni caso era miglior partito
mantenersi amici e confederati d'una Repubblica di To-
scana , e con cui altre volte aveano avuto così buona e
fedele intelligenza, come essi sapevano, che divenire, con
l'esempio de' Bolognesi, schiavi d'un signore lombardo, si
die facilmente orecchio a' pensieri della pace : la quale vinta
per segreto squillino della maggior parte di quella fazione.
LIBRO DECiaiO. 493
fu finalmente fatto intendere a' capitani dell'esercito, che
essi erano presti a ricever dentro senza ninna eccezione
tutta quella guardia e presidio, che al comune di Firenze
paresse sufficiente, e che, per assicurarsi meglio della lor
fede, voleano oltre a ciò dargli la guardia di Seravalle , e
della Sambuca, e che si contentavano , che a spese de' Fio-
rentini si facesse un castello in Pistoja della qualità , e gran-
dezza che essi stimassero necessaria. « Matteo Villani scrive
« che gli ambasciadori de'Sanesi, in luogo di metter accordo
« tra' Fiorentini e Pistojesi inacerbirono gli animi delle
« parli; ma avendo io veduto lettera della signoria di Fi-
« renze scritta a Siena , dove dicono , che mediante i loro
« ambasciadori le cose di Pistoja s' erano ridotte ad assai
« lodevol fine, e ehe per ridurle a perfezione si desiderava
« che si trattenessero ancora qualche dì , chiamandoli pru-
« denti, mi pare che si possa credere a questa »•
In questo modo venne di nuovo in podestà de' Fioren-
tini la città di Pisloja: la quale riordinata nel suo reggi-
mento, e rimessovi Ricciardo Cancellieri con la sua parte,
e fatti far molti parentadi co' suoi avversari, fece felice e
memorabile il gonfaloneralo del Velluti , negli ultimi giorni
del cui magistrato l'esercito lieto di cotanto acquisto ritornò
a Firenze, della qual città furono fatti cittadini gli anziani,
che di questo tempo risedevano in Pistoja. Già parca (es-
sendo sialo tratto nuovo gonfaloniere Simone dell' Antclla)
che le cose della Repubblica procedessero bene , essendosi
in pochi dì impadronita di Pistoja, di Prato, di Colle di
Valdclsa , e di S. Gimignano. La lega che si trattava col
papa, con le repubbliche di Toscana, con Mastino, e altri
signori lombardi slava di giorno in giorno per conchiudersi.
Ne l'arcivescovo di Milano, per tema del quale la delta lega
si faceva, si mostrava punto alieno da' Fiorenlini , costu-
mando di scriver loro come amico , rallegrandosi di tutti i
prosperi sucessi della Repubblica. Ma veramente ella era
un'amicizia tutta piena di simulazione, sì per la ragione
delle fazioni, e sì per gli antichi odj passati tra i suoi mag-
giori, e il comune di Firenze, e sì perchè per i modi che
tenea l' arcivescovo , chi non era ignorante delle cose del
mondo, potea chiaramente accorgersi, che egli per ampliare
494 DELLISTORIF. FIOBENTINE
il SUO imperio, ogni volta che n'avesse veduta l'occasione,
non avrebbe osservato fede ad alcuno; per i quali rispetti
gli animi di tulli erano molto travagliati , essendo costretti
a far cenni di non si accorgere della cupidigia grande del-
l'arcivescovo «. Nonostante che ben presto, dopo l'essersi
« avuto Pistoja, Pivinello da Mostaglia, soldato di Giovanni
« Visconti da Oleggio, luogotenente e capitano in Bologna
« dell'arcivescovo, e da molli riputalo per suo figliuolo
« bastardo, si fosse impadronito della Sambuca, castello
« posto nel passo della montagna tra Bologna e Pistoja,
« per la tardanza de'Fiorentini in provvederla, e che alla
« richiesta fattane dalla signoria con lettere de' 9 di mag-
« gio all'arcivescovo per la restituzione, non sene vedesse
;< alcun buono effetto. Come nò anche sen eran veduti il
« marzo passato , quando da' suoi medesimi soldati di Bolo-
« gna era stata sorpresa la villa dì Usignano posta nell'Alpi
« del contado di Firenze. Dalle quali cose fatti più cauti i
« Fiorentini, si fecero dar la guardia della Rocca di Mon-
« le vivagno in Mugello da' Conti di Montecarello , e a'fi-
(( gliuoli di Piero de' Bardi dettero poi licenza di fortificar
« Vernio, non volendo che questi luoghi venissero in mano
« de'nimici della Repubblica, la quale era tenuta con trava-
te glio dall' aver inteso dalle lettere del pontefice: Che Carlo
« re de' Romani gli avea con suoi ambasciadori fallo instane
« zia di venire a Roma a pigliar la corona dell'imperio: il
« che non gli avendo sua Santità potuto negare apertamente,
« per non lo fare unire con 1' arcivescovo di Milano, nimico
« di Dio e della Chiesa, gli avea proposto le difficoltà che
« averebbe incontrato con le città guelfe ; con le quali
« gli ambasciadori dicevano che Carlo si sarebbe accordato
(( conforme che sua Santità avesse voluto ; e che essendosi
« così licenziali da lui, esortava i Fiorentini a mandare in
K Avignone ambasciadori de' più prudenti e savi, perchè nel
« ritorno che erano per far\i quei di Cario, si trovassero
« quivi per consultare del modo da tenersi ». L' esercito
doli' arcivescovo, ' il quale con la persona di Bernabò suo
' E l'eramente /' esercito dell' arcivescovo ec. Cosi unisce il rec-
ohio Ammirato cui pezzo, aranti la giuata.
LIBRO DECIMO. 493
nipote si era trattenuto intorno Imola per tutto il mese dr
maggio per lorla a Guido Alidosio, signor di quella città, era
del continuo stato quasi un slecco agli occhi de' Fiorentini.
Ma crebbe mollo più questo timore , quando, non si trovando
la lega condotta a fine per la morte di Mastino , ei si senti
andar voce attorno, che l'avea ben conchiusa l'arcivescovo,
il quale non solea perder tempo, e confermatala con vincolo
ili part-ntado con Cane grande, figliuolo di Mastino, avendo
«iato a Bernabò Beatrice sua sorella per moglie, e che non
solo s'era collegato con Cane, ma col marchese di Ferrara,
ancora che la casa da Esle tosse molto solila d' esser amica
le' Fiorentini, e cosi parimente con molti altri signori di
Romagna e della Marca. E contutlociò, o perchè queste cose
non fossero ancora mollo ben chiare, o perchè l'armarsi dal
canto de' Fiorentini avrebbe mostro diffidenza, il che avrebbe
l'arcivescovo preso per occasione, la Repubblica non s'ar-
mava, aiutala a non prender i parlili giovevoli dalle discor-
die de'suoi cittadini popolani; tra' quali, spenta quasi afTatlo
la nobiltà, erano nate molle gare ; essendo quasi tutta la
lillà con nuovo esempio, come anticamente avea fallo tra i
Buondelmonti, e gli liberti; e poi Ira i Donali e i Cerchi,
cosi finalmente divisa in due famiglie de' Ricci, e degli AI-
bizi. Le quali cose non essondo oscure all'arcivescovo, il
confortarono tanto più prontamente a mettere in effetto quello,
che lungo tempo avea conccputo nell'animo. « In questi Ira-
te vagli di fuori avendo Sandro di Cione Pollini avuto ricorso
« alla signoria, perchè nello spedale delia Scala, fondalo da
« lui per ricever gl'infermi e figliuoli esposti, vi si mettesse
f( dal comune un camarlingo, il quale avesse cura di quelle
« entrale, acciocché non servissero, come seguiva, per lo Spe-
w dale della Scala di Siena, i senatori vi presero compenso.
« E perchè a' figliuoli di Bencivenni di Tornaquincio Buon-
« sostegni era dal padre, morto per la peste, stalo proibito
« di poter alienare il lor palazzo, chiamalo Castello altafronte,
« e avendo a maritare una lor sorella, dettero per tal ca-
« gione licenza di poterne disporre. Il capitano e comune
«( di Forlì servendosi delle occasioni per assicurare la lor
« signoria, s' erano messi armala mano appresso a' castelli
i; del conte di Ghiaggiuo'o, e molestavano anche il cumiuie
496 dell' istorie fiorentine
« di Portico; il che non passando con decoro de' Fiorentini,
ti furono mandati a Forlì Francesco de' Medici e Lionardo
« Strozzi per fare intendere a quel comune e al capitano .
« che il conte, e Portico erano sotto la protezione della Re-
« pubblica, e che perciò s'astenessero di molestarli ; perchè
« in altra maniera ella sarebbe costretta a difendergli. Negli
« ultimi giorni del mese di luglio trovandosi gonfaloniere di
« Giustizia Paolo Bordoni, i Fiorentini si accorsero con che
« nimico aveano a fare, essendo venute in gran fretta noveli<'
« in Firenze, ' » che Giovanni da Oleggio, capitano del Vi-
sconti, il ventottesimo di dì quel mese, passalo la Sambuca ^,
s'era con gran numero di genti accampato quattro miglia
appresso Pistoja.
Questa nuova così subita e improvvisa, benché grande-
mente avesse perturbato gli animi de' Fiorentini, nondimeno
non essendo tempo da perderlo in vano, con quella diligenza
che fu loro possibil maggiore, attesero a fornir di gente Pi-
stoja; il che in due dì, che Giovanni stette aspettando il re-
sto dell'esercito, potettero fare comodamente. Talché a'3()
di quel mese, che egli avendo fornito il campo di genti, e
di vettovaglia, s' era avvicinato alle mura, si trovarono den^
tro Pistoia, oltre le genti della città che avean l'arme in
mano, cinquecento cavalieri, e ottocento fanti pagati. Nel-
l'esercito de' nimici era cosa certa esser settemila cavalieri,
de' quali cinquemila erano con le barbute, e semila masna-
dieri. Ma quello che accrebbe maggiormente Io spavento «■
il terrore de' Fiorentini, fu che in un medesimo tempo si
scopersero loro nimici tutti i vicini signori, che aveano ca-
stella e tenute in Toscana, e i quali inGno a queir ora erann
stati amici, e confederali della Repubblica. Imiicrocchè i Tar-
lati, gli libertini, e i Pazzi di Val d'Arno, i quali segreta-
mente s'erano, come si seppe poi, convenuti con l'arcive-
J Come si i'iJe nel gonjalonerato di Paolo Boi doni intorno agli
ultimi giorni del mese di luglio; quando vennero in gran fretta no-
celle in Firenze ec. Prim. Ediz.
- Castello posto nel passo delle montagne tra Bologna e Pistoia,
il quale per colpa de' Fiorentini si tro\>a\>a in poter de'' f'iscoriti. Primj
Ediz.
LIBRO DECIMO. 497
^covo in Milano, sentendo il campo a Pisloja, si ragunarono
a Bibbiena, e messe insieme molte genti, olire dugentocin-
quanta barbute avute dal capitano de'nimici, incominciarono
a correre il paese, facendo di molte uccisioni e ruberie per
tutto. Gli Ubaldini similmente, aggiunto alle genti loro alcun
numero di cavalieri de' nimici , corsero a Firenzuola, e sa-
pendo che non era fornita di riedificare, senza molte fatiche
la presero, e arsero. Poi s' inviarono verso Monte Coloreto,
ove era castellano Jacopo Civriani cittadino fiorentino, ma
giovane, e poco scorto in fatti di guerra; a cui dato a in-
tendere, che Firenze era per darsi al signor di Milano, fa-
cilmente il condussono a patteggiare con esso loro: che, se
fra il terzo di non avesse soccorso, renderebbe la rocca, e
per osservanza di ciò, diede per statico un suo fratello. I
Fiorentini, che aveano quella per importante fortezza, trova-
rono un conestabile molto ardilo , il quale promise loro con
venticinque masnadieri d' entrar nel castello innanzi al tempo,
e così fece. Ma non essendo ricevuto dal castellano dentro
la rocca, non potè la sua valorosa opera esser di profitto al-
cuno alla Repubblica; talché i nimici facendo vista d'impic-
car il fratello del castellano, se egli non rendea la fortezza,
costrinsono il misero ad arrendersi, perchè poi piagnesse la
pena della sua vii dappocaggine in Firenze, ove a lui insie-
me con due suoi compagni fu mozzo la testa. Tutte queste
cose furon fatte in un batter d' occhio. I Fiorentini veggen-
dosi con tanta forza, e da tante parti assalire, mandarono
ambasciadori al capitano, richiedendolo della cagione, che
avea mosso 1' arcivescovo suo signore a romper la guerra
allo slato loro, da cui pochi giorni innanzi aveano continua-
mente ricevuto lettere piene di gran segni di benivolenza e
d' amore : e maravigliandosi, che quando pure ogni gran causa
egli n'avesse avuto, essendo nondimeno pace tra loro, do-
vea annunziar prima la guerra, o vedere se essi erano per
ammendar quello, in che il suo signore si teneva gravato da
loro, il capitano rispose altieramente; che 1' arcivescovo suo
signore era benigno principe, e che mal volentieri bramava
il danno d' alcuno, anzi di ninna cosa esser più desideroso,
che della pace e quiete de' popoli; ma perchè egli intendca
la Toscana tutta, e particolarmente Firenze, arder di civil di-
Amm. Vol. II. 32
498 dell' istorie fiorentine
scordie, e i meno potenti esser ogni dì oppressi d' insoppor-
tabili gravezze, per questo fine aver mandato lui con po-
tente esercito per levar le sette e tirannie della lor patria.
J.a qual felicemente goderebbe tutti i comodi della pace, se
ella si disponesse a venir prontamente sotto la sua protezione ;
quando fosse per prender altro partito, le significava allora,
che egli avea commessione di mettersi con l'esercito in sulle
porti di Firenze, e indi non mai partire, combattendo con
ferro, con fuoco , e con prede de' lor beni d'ogni parte il
( ontado, finche a viva forza fosse costretta di recarsi alia
sua volontà. Gli ambasciadori sdegnati dell' orgogliosa rispo-
sta del capitano, non fecero altra replica, se non che do-
mandarono salvocondotlo infino a Bologna, per di là potersi
condurre a trattar questa cosa con 1' arcivescovo. Ma non
essendo lor conceduto, se ne ritornarono a Firenze. Dove es-
sendosi sentito che il papa, « per i potenti mezzi che l'ar-
« civescovo avea in quella corte, inclinava non solo ad ac-
ce cordarsi seco, ma a far lega insieme, aveano i signori
« spedilo in Avignone ambasciadore Piero Bini per rappre-
« scntare al pontefice la prontezza della Repubblica alla lega
« con santa Chiesa; e che essendo stato detto che sua san-
« lità voleva farla con l' arcivescovo , era pregata in ogni
a caso a volervi includere i comuni di Toscana, gli amba-
n sciadori de' quali sarebbe stalo a proposito che avesse
(( aspellato avanti di conchiuderla, per poter far tutto con
n maggior sicurezza di santa Chiesa e di parie guelfa ». E
per levar 1' occasione a Cangrande signor di Verona, al mar-
chese Obizo da Este, e a Bernardino da Polenta d' esser
contro la Repubblica, i senatori scrissero a ciascuno la mossa
dell'armi dell'arcivescovo contra i Pistoiesi , e la volontà di
voltarsi poi sopra Firenze, con domandare aiuto di genti.
Mentre che i Fiorentini spedirono ambasciadori e scrissono
lettere, il capitano dell'arcivescovo, a guisa d'un fulmine, di-
sloggiato da Pistoia, e passato a Prato occupò tutto il paese
di Campi, di Brozzi e di Peretola; il che sentito in Firenze
fu anche inteso che egli ne veniva tuttavia verso le porli
della città '. La qual novella sbigotti oltre ogni credenza
' Il TeccLio Ammirato dice: Ma, non essendo loro conceduto, se ne
LIBRO DECIMO. 499
ciascuno; e mollo più, quando dopo non lunga ora si vide
ima grande schiera di contadini color piccoli figliuoli in
braccio, o con alquante lor bestie innanzi, e con alcune po-
che masserizie in sulle spalle venirsene ansando, stanchi dalla
fatica e dal timore, verso la città, ove avrebbe il nimico leg-
giermente potuto la sera medesima entrare ( cotanto era stala
\h sua mossa celata a ciascuno ) se i soldati stanchi ancor
essi dal cammino, non fossero stati invitali a riposarsi dagli
;igi troppo grandi delle ville del paese; onde fu chi disse
con simile, ma forse con troppo superba comparazione, non
altrimente aver nociuto le piacevolezze di quel contado bel-
lissimo air esercito del Visconti, che le morbidezze di Capua
s' avessero fallo a quello d' Anibale. Ma mandando eglino
prestamente male quello, che, se si fosse risparmiato, avrebbe
lungo tempo potuto servire, conobbero veramente come la
provincia di Toscana, e particolarmente il contado di Firenze,
contra l'uso della Lombardia, è più sostenuto dall'artificio,
e dal moderalo reggimento del vivere, che da una naturai
<:opia e abbondanza di cose. A che s' aggiunse per la sec-
chezza della stagione il mancamento dell'acqua, onde al
campo venne meno la comodità delle farine. Per la qual cosa
si levò una voce sparsa, artifiziosaraente da' nimici , che il
campo era per passar di là della città, e che metterebbe le
bandiere alla chiesa di S. Salvi. Fu ancor fama, che se ne
tornerebbe addietro per la via di Pistoia ; onde furono fatte
molte provvisioni in un tempo. Coloro che aveano cura di
guardar Pistoia ruppono i passi , e abbarrarono i cammini
con fossi, e con alberi. I Fiorentini avendo alquanto ripreso
l'animo dalla paura, feciono una tagliala dalla porta a S.
Gallo infino alla costa di Monlui , ove misono molti bale-
strieri. Afforzarono di bertesche e di steccati la rocca di
Fiesole, e feciono sgombrare tutto il contado da quella parte,
perchè il campo non trovasse da vivere. I nimici veggendo,
che il prender Firenze non era cosi facile, come parca che
si fossero dati ad intendere, essendo grandemente stretti dal
tornarono in Fiienz&; ove fuor dell' espettazione di tutti ^ a guisa
d' un fulmine, venne subitamente un awiso, come il campo.) dislog-
giato di Pistoia, e passato Prato, avea occupato tutto il paese di
Campi, di Brezzi, e di Peretola, e che egli ne venia verso le porti dt
Firenze.
500 dell'istorie fiorentine
mancamento della vettovaglia, 1' undecimo giorno d' agusl<
si ritrassono a Calenzano- Il qual castello avendo finalmente
preso insieme con la Pieve, e con altre castelletta, ove i
contadini aveano raccolto le vettovaglie, trovarono abbon-
dantemente da esser provveduti di tutte le cose. Quindi si
vedea che essi cran forzati, se non voleano tornar indietru,
di passar in Mugello per Valdiraarina, il qual passo per es-
ser molto stretto, e posto in luogo aspro e forte, conobbe
Jacopo di Fiore, capitano di Mugello, gentiluomo tedesco ,
che egli si potea facilmente impedire. E per questo non
avendovi la Repubblica potuto provveder prima, commise da
se ad un cittadino della famiglia de' Siedici, che si trovava
in sua compagnia, che con settecento fanti, e cinquanta ca-
valieri andasse a guardar quel passo. Il che non avendo egli
fatto, i nimici ebbono comodità il quartodecimo giorno di
quel mese di superar que' gioghi, ancora che alcuni pochi
paesani messisi da per loro senza ordine di capitano su
per le coste de' poggi avesser grandemente travagliato lutto
l'esercito, il quale ravvedendosi della difflcoltà, in che s'era
trovato, ebbe a schernire con molte beffe la dappocaggine
de' Fiorentini, che non avessero saputo prender l'occasione
di rinchiuderli in queir asprissima valle. Lieti d' esser usciti
da cosiffatti intrighi, quel medesimo giorno s'inviarono a
Barberino, castello, per esser forte, e ben guernito, da po-
tersi gagliardamente difendere. Ma Niccolò da Barberino, uo-
mo molto principale in quel luogo, spogliandosi a un tratto
della fede, che dovea a'Fiorentini, senza saputa de' suoi ter-
razzani s'accordò co' nimici, i quali riccvelte dentro, prov-
vedendogli largamente di vettovaglia. Villanova, Gagliano, e
Latora con molte altre terre vicine, ove non era alcun pre-
sidio, per non esser luoghi da potersi tenere, feciono il co-
mandamento del capitano. Il conte Tano da Monte Carrelli
perchè passasse a' nimici con alcun pegno della sua fede
mal osservata a' Fiorentini, avendo prima per inganno ritolto
la rocca Montevivagni ad un figliuolo di Piero del Papa, stato
gli anni addietro gonfaloniere (della qual colpa fu poi il gio-
vane condannato come traditore), aperse Montecarelli a Gio-
vanni d' Oleggio, e con ogni suo potere si scoperse nimico
della Repubblica. Sei giorni stette l'esercito in Mugello:
LIBRO DECIMO. 501
nel qual tempo i padri, a' quali col dilungarsi i nimici dalla
città era tornato il vigore, ebbono comodità di provvedere
Scarperia, il Borgo a S. Lorenzo, Pulicciano, e altri luoghi
vicini, scornali grandemente fra se medesimi, che, come fosse
in loro smarrita del tutto l'antica virtù, o che dopo la mor-
talità non fosse restata persona alcuna di valore, a' nimici si
fosse lascialo così largo campo di danneggiarli. Ma perchè
la Scarperia per la vicinità di Bologna , e per la grassezza
del paese era riputala molto importante , di cui quando i
nimici si fossero insignoriti , avrebbono con quella comodità
potuto far di molti mali allo stato della Repubblica , quivi
fu mandalo Iacopo del Fiore , in cui s' avea gran fede con
Giovanni del già Conte, e Salveslro del cavaliere Alamanno,
tutti due de' Medici, per consiglieri, e cencinquanta cavalieri
eletti e trecento masnadieri. I capi de' quali furono qaasi
tutti la miglior parte florentini , uomini valorosi , e di cono-
sciuta virtù nel mestiere dell' armi. V introdussono vettova-
glia per un anno , e provviddero la terra di balestra , di le-
gname , di ferramenti , e d' ingcgnieri per riparare a tutti i
bisogni. Nettarono prima il fosso vecchio, il quale era ripie-
no, e innanzi a quello ne feciono un altro minore. Raccon-
ciarono lo steccato, che era assai debole ; con le quali prov-
visioni essendo il compreso della terra piccolo, giudicarono
che la Scarperia fosse ottimamente guernita. Intorno la quale
i nimici s'accamparono il ventesimo giorno d'agosto , che
in Firenze era podestà Andrea di Passano da Fuligno. Fu-
rono veramente degne di memoria l'ardite parole, che pas-
sarono tra quei del campo e le genti del presidio. Il capi-
tano de' nemici prima che altra cosa facesse mandò a dire
a Iacopo del Fiore, che volesse dargli il castello, il quale,
egli, come uomo pratico delle cose militari, potea discernere
assai bene, che non era per poter resistere lungo tempo a
così fallo esercito ; ma perchè a lui era venuto in notizia ,
valorosi uomini esser a guardia di quella terra , e che per
questo gli rincrescerebbe sommamente, che volendo far pro-
va d' una temeraria virtù, capitassero male, H promeltea che
quando si disponessero di render la terra , 1' avrebbe per
amici, e userebbe loro ogni cortesia; dove, portandosi senza
profitto alcuno ostinatamente, sarebbono vinti per forza, e
502 dell'istorie fiobentine
messi lulti al fll delle spade. Iacopo, consultata la cosa co'suoi,
rispose, che egli volea termine a rispondere. L'Ohgglo, spe-
rando d' avere senza travaglio la terra, fece dimandare quanto
dovea essere il termine, che egli desiderava. A cui fu ri-
sposto, come a tutti quelli del presidio non parca, che con
loro onore si dovesse dare minore tempo di tre anni. Do-
po il qual termine intendeano prima morir tutti in su merli,
che di quelli darne pur uno a' nimici. Vide Giovanni che
indarno per questa via lusingava e procurava di sbigottire
i feroci spiriti de' soldati ; onde si volse alla forza. Ma in-
nanzi che venisse all' assalto, volle far prova della virtù de-
gli assediati con alcune leggieri scaramucce, nelle quali
furono trovati molto vivi e arditi, avendo, fra le altre prov-
visioni, dal primo dì incominciato a regolare il modo del
vivere, perchè il vanto della lingua potesse a lungo andare
t'sser sostenuto dal frutto dell' opere.
Mentre il campo era intorno alla Scarpcria , dall'una
parte, e dall' altra non si stava negli altri luoghi a perder
tempo ; perciocché i Fiorentini attendendo ad accoglier gen-
te , aveano munito Spugnole, e Monte Giovi , e accresciuto
il presidio al Borgo San Lorenzo; i quali luoghi, per esser
alle frontiere di Mugello, erano un riparo, che i nemici non
scorressero verso Firenze , e faceano animo a quelli della
Scarperia, che tanto più animosamente attendessero alla di-
fesa. Onde i nemici non poteano muoversi un passo , che
non fossero sempre alla coda molestati da' Fiorentini. Di
che accorgendosi i villani del paese incominciarono ancor
essi a raccogliersi insieme, e a nascondersi a' passi, e assa-
lire, e spogliar talora i cavalieri, i quali erano sparti a bu-
scar per le ville. La qual cosa, essendo eglino invitati dal
guadagno de' cavalli e degli arnesi, non fu di poco momen-
to. I nimici dall'altro canto avendo avuto speranza d'aver
Pulicciano, vi cavalcarono con cinquecento cavalieri e quattro-
cento fanti, e benché non potessero prender la fortezza, ar-
sono nondimeno il borgo di fuori, ne menarono grandi pre-
de nel campo, e s' accorsono , che tornandovi di nuovo più
grossi, facilmente espugnerebbono il luogo non difeso d' al-
tro muro, che d'un debole steccato; e acquistandolo veni-
vano a insignorirsi d' un paese forte , e pieno d' ogni bene
LIBRO DECIMO. 503
da vivere. Fecervi per questo cavalcare duemila barbute, e
mille fanti la miglior parte balestrieri ; ma non tanto a tem-
po, die, avendo i Fiorentini di queste cose avuto notizia,
non v' avessero mandato prima cento fanti masnadieri. La
battaglia fu molto aspra, e durò da mezza terza infino a
mezzo dì con tanta ostinazione e franchezza d' amendue le
parti, che non si discerneva vantaggio alcuno. Ma un acci-
dente, il quale fu vicino a dar la vittoria a'nimici, li privò
della speranza d' aver a vincere. Tra i conestabili di fuori,
uno fra gli altri, il cui nome per colpa degli scrittori non
apparisce, desiderando con qualche notabile opera di acqui-
starsi fama, si fece tanto innanzi con la sua brigata, che
giunse al pari dello steccato; ove fermatosi con l'insegna
per dar aninìo agli altri , si tirò dietro prestamente molti
per esser a patte di quella lode. Quelli di dentro accorgen-
dosi del pericolo spinsono tutto il loro sforzo contra costui,
il quale in breve ora giltarono morto giù per la ripa. La
morte di questo solo uomo, per quanto si credette, ancora
che molti altri ve ne fossero periti, tolse l'animo f essendo
già tardi) a quelli di fuori, i quali disperati dell'impresa si
ritrassono nel campo senza aver più ardire di tornare a far
prova di quella fortezza. Piero de' Tarlati insieme col ve-
scovo d'Arezzo, e co' Pazzi di Valdarno , veggendo che il
tener i Fiorentini sparti , avrebbe grandemente giovato al-
l'assedio di Scarperio . accresciute le lor genti infino a tre-
centocinquanta cavalieri, e duemila pedoni, di nuovo si mosse
per entrar nel contado di Firenze, e, calato nell" Ambra, ac-
cennava di voler da quella parte entrar nel Valdarno, e oc-
cupar Montevarchi o Figline per aver un luogo stabile, onde
con più comodità potesse continuamente danneggiar gli av-
versari. 1 Fiorentini, avuto odore del pensiero de' nemici ,
comandarono ad Alberlaccio da Ricasoli, che con cinque-
cento cavalieri, che aveano tratto dalle frontiere, e cento-
cinquanta che tenevano in Arezzo , e con tutti i popoli di
Valdarno, i quali andavano prontamente a quel servigio, s'op-
ponesse a' nemici , e facesse quello che in lui confidava Ja
Repubblica. Alberlaccio, usando diligenza, giunse la sera al-
l' Ambra, ove era Saccone; e, o perchè vedesse i suoi stan-
chi, 0 perchè 1' ora gli paresse tarda, o pure perchè giù-
504 dell' istobie fiorentine
dicasse bastarli ogni volta che impedisse il nimico che non
passasse oltre , non volle attaccar battaglia , se non che at-
tese a mettersi in sicuro alloggiamento. I nemici conoscendo
il loro pericolo presono chetamente la fuga nello scuro della
notte con tanto silenzio, che eransi dilungati più di sci mi-
glia, prima che Albertaccio fosse in ordine di poterli segui-
re. Sentendo nondimeno, che una parte di essi sotto la guida
di Bustaccio libertini si ritirava nella Badia ad Agnano,
1' andò dietro, ma giunto a tempo, che egli, entrato nella Ba-
dia, s'era ordinato alla difesa , comandò che si desse la bat-
taglia. I capitani minori, essendo tra loro opinione, che Al-
bertaccio, per parentela che avesse con alcuno della parte
contraria , non avesse a quella volta fatto il dovere ( per-
ciocché egli era tenuto per uno de' migliori capitani de'suoi
tempi) negarono di voler corabatlere, se non fossero assicu-
rati della preda, o s'avesse la Badia a patti, o per forza.
Furono finalmente promessi loro cinquecento fiorini, e l'as-
salto fu subitamente dato. I capitani portandosi vigorosa-
mente, sì per la vergogna ricevuta d' essersi lasciato uscir
Saccone dalle mani, e sì per la cupidigia della moneta pro-
messa, vinsono combattendo in poco d' ora un borgo di case,
che facea spalla alia Badia. Ma volendo col medesimo im-
peto passar oltre nella Badia, trovando il contrasto valoroso,
ne furono ributtati con perdita di tre loro bandiere. A' ca-
valieri parve quest'opera molto vituperosa, perchè d'un ani-
mo si disposono tutti o di vincere il luogo, o di morirvi. Ma
Hoba da Ricasoli, parente stretto d' Albertaccio (imperocché
erano nati di due fratelli cugini) ma suo poco amico, o perchè
invidiasse questa gloria al cugino, o perchè considerasse non
dover la vittoria di quel luogo seguire senza molto danno di
quelli di fuori, richiese di voler parlare a Bustaccio, confl-
•landosi di farlo rendere senza tentar la fortuna della battaglia.
Il che ottenne facilmente , essendo gli assediati in manifesto
pericolo; a' quali rendendo eglino la fortezza, e le tre ban-
diere prese , fu permesso che se ne potessero andar a sal-
vamento co' cavalli e con l'arme. «Mentre che i Fiorentini
« si difendevan molto bravamente con l'arme da'nimici, non
« restavano di cercar di offenderli anche con lettere e pre-
'( ghiere ; facendo ogni procaccio in corte del Papa , per-
LIBBO DECIMO SOS
X che Buoso vescovo, d' Arezzo, fosse privato del vescovado
« dando aiulo all' arcivescovo di Milano nimico della Chiesa .
« il quale facendo loro la guerra per il Mugello, il vescovo,
a convocali i Ghibellini, la faceva loro per il Vaidarno. E per
« muover maggiormente il pontefice a compiacerli, adduce-
« cevano che papa Giovanni XXII aveva privalo Guido da
« Pietramala dello stesso vescovado perchè avea dato aiuto
« al Bavaro » Intanto 1' assedio di Scarperia era proceduto
più tosto lentamente, che con molta fierezza di quelli di fuori;
di che si credette essere stato cagione, che inimici aveano
alcun trattato in Pistoia; e l'arcivescovo era stato in grande
speranza di volger conlra i Fiorentini i Pisani ; i quali ben-
ché fossero seco in lega , nondimeno la confederazione era
stala fatta per difesa del suo stalo di Milano , ove i Pisani
aveano mandato cavalieri, perchè dovessero servirlo in Lom-
bardia ; ma mostrando egli continuamente per mezzo de' suoi
ambasciadori che il profitto che dovea trarre deli' opera loro
così per beneficio suo , come di essi stessi Pisani , era su
questa occasione il risolversi di spegnere i Fiorentini, antichi
e comuni nimici , non fu mai possibile, per industria de' Gam-
bacorti, in mano de' quali era il reggimento della Repubblica,
che i Pisani si dichiarassero nimici de' Fiorentini, o che in
qualunque modo volessono romper la pace che aveano con
esso loro. Perchè , mancala all'arcivescovo sì grande speran-
za, avendo già preso in Firenze il sommo magistrato Bindo
Guasconi , comandò al capitano dell' esercito che strignesse
!a Scarperia con tutte le sue forze, dandoli tanti assalti in-
fino che n'acquistasse la vittoria: e in un medesimo tempo
mandò il doge Rinaldo Tedesco con quattrocento cavalieri
per accompagnarsi co' Tarlati , i quali aveano preso la cura
di combattere il Vaidarno ; perchè la Scarperia incominciò
ad esser battuta gagliardamente , avendo tra questo mezzo i
nimici fatte tutte le provvisioni necessarie per abbatter le
mura. Il presidio era d' uomini valorosi , e i medesimi ter-
razzani, per non conoscer altri signori che i Fiorentini, i quali
erano stati edificatori di quel luogo quarantacinque anni ad-
dietro, e per la natura del loro mestiere, che trattano il
ferro, eran forti, e fedeli; onde la resistenza era gagliarda.
Né così presto avea il nimico alcuna cosa disegnato , che vi
506 dell' istorie fiorentine
sì vedea fatto il riparo- Ma essendo di d\ e di notte conti-
nuamente percosse le mura da grandissime macchine fatte da
nimici , e gittate grandissime pietre dentro la terra , rom-
pendo le* case e le abitazioni de' terrazzani , conobbero i
Fiorentini, che il castello a lungo andare non avrebbe po-
tuto reggere, se non se gli dava alcun soccorso, e per que-
sto con ogni loro sforzo si preparavano di genti e d' arme ,
e già avevano condotto al lor soldo milleottocento cavalieri,
e tremilacinquecento masnadieri a piede de' migliori d' Ita-
lia- Oltre a ciò aveano avuto dugento cavalieri da' Sanesi , e
secento n' aspettavano da' Perugini. Con queste genti , e con
armar il popolo della città, aveano disegnalo di mettersi so-
pra il Borgo a S- Lorenzo in un luogo detto Andonnino ,
ove essendo forti per aver le spalle del Borgo , e per la
natura del sito, senza esser costretti a combattere, poteano
in più modi travagliar i nimici, e dar animo agli assediali.
Per le quali cose fare non s' aspettava altro che i secento
cavalieri Perugini, essendo ogn' altra cosa in ordine. Della
venula de' quali avendo odore Saccone, il quale con quat-
trocento cavalieri e duemila pedoni si trovava a Bibbiena ,
e sentendo che la sera doveano alloggiare ad un luogo fuori
d'Arezzo a due miglia, chiamato TOImo, deliberò d'as-
saltarli. Partito questo chetamente la notte di Bibbiena con
le sue genti, poso la fanteria nolla montagna, con ordine
che quando la mattina sentisse , che egli con la cavalleria
avesse dato addosso a' Perugini , calasse giìi , e mettesse in
mezzo i nimici- Appena erano i Perugini, i quali eran venuti
senza alcun sospetto, usciti fuori degli alberghi, che si sen-
tirono assalir da' Tarlati ; e nondimeno coloro, che erano
montali a cavallo, incominciarono tanto francamente a di-
fendersi, dando tempo, che i compagni s'armassono, che,
preso in mezzo Piero, che s' era messo molto innanzi nella
via , ove era la battaglia , lui con molti altri compagni aveano
fatto prigione. Meltevansi tuttavia a cavallo gli altri , che
erano restali negli alloggiamenti; e preso ardire dal felice
principio, non era dubbio, che avrebbero conseguita l'ul-
tima vittoria , avendo spogliato i nimici del capo , se la ro-
vina non fosse venuta da quella parte , onde meno s'avrebbe
lerauto. La città d' Arezzo , dopo che ella otto anni addietro
LIBRO DECIMO. 307
ne' tempi de' romori del duca d' Atene s' era ridotta in sua
libertà, aveva patito qualche alterazione. Imperocché i Bo-
scoli, famiglia di fazion guelfa, e molto potente, vedendo
fuori i Tarlati, e sentendosi esser i maggiori cittadini della
ferra, volendo con troppo rigore esercitare il grado della lor
maggioranza, n'erano stati cacciati l'anno 47. In quello
stato e autorità succedettero i Brandagii, famiglia guelfa an-
cor ella, e la quale, come aveàno fatto i Boscoli,si era in
apparenza mantenuta amica de' Fiorentini; ma con animo di
seguire, o di lasciar quella congiunzione ogni volta che il così
fare tornasse utile a' loro pensieri; i quali non essendo di-
versi da quelli de' Boscoli , i quali aveano avuto la mira a
seguire 1' esempio de' Tarlati , tendevano tutti in occupare
la pubblica libertà. II che non potendo eglino fare senza
l'aiuto dei loro fuorusciti, pensarono valersi dei medesimi
Tarlati , polenti così per la fazione e per le molte castella
da lor possedute, come per la persona di Piero vecchio, e
riputalo valente soldato , e per i favori , che preslava loro
r arcivescovo di Milano. E perciò , sentito il pericolo , in
che Piero si ritrovava, per obbligarselo col beneficio , usci-
rono d' Arezzo con molti lor seguaci; e pervenuti ove era
la zuffa , facendo sembianti d' aiutare i Fiorentini , attesero
a liberar Piero con gli altri prigioni E ciò fatto , come se
avessero per comodo della fiorentina Repubblica tutte le lor
forze impiegate , se ne ritornarono in Arezzo senza favorire
più r una parte che 1' altra. Piero , a cui bastava 1' essere
stato tolto di man del nimico, raccogliendosi a'suoi, e mo-
strando il poco numero, e disordine de' nimici , essendo Ira
questo mezzo calata la fanteria , dette di nuovo sopra i Pe-
rugini ; i quali vedendosi traditi dagli Aretini, e sopraggiunti
da numero cosi grande di pedoni, dopo aver fatto qualche
resistenza, furono rotti; menandone Piero trecento di loro
prigioni a Bibbiena, con allrettanli cavalli, e veritollo ban-
diere cavalleresche. Questa rolla impedì a' Fiorentini l'uscire
in campagna, e per conseguenle il potere per qnesla strada
soccorrere la Scarpcria . il cui presidio essendo ogni dì fie-
ramente combattuto dal campo nimico , con più sollecitu-
dine che non avea prima fallo, domandava soccorso.
Apparve illustre in que'tempi la virlù di Giovanni Visdo-
508 DELL ISTORIE VIOBENTINE
mini; il quale vedendo il desiderio della Repubblica, che s»
sovvenisse a' pericoli della Scarperia, e non sentendo che
alcun si levasse a prender sopra di se colai carico, andato a
trovar i padri, disse; che egli era presto con trenta suoi
compagni, uomini tutti valorosi, d' entrar nella Scarperia per
mezzo del campo de'nimici,e che sperava portarsi in modo,
che egli avesse a purgar quella macchia, con cui Cerrettieri,
suo consorte, avea la nobiltà del suo sangue bruttata. I padri
lodando l'ardire del giovane, e mostrandogli, che ninno può
rieever vergogna da altrui che da se stesso, pregarono Iddio,
che fosse favorevole alla sua impresa ; e egli , senza perder
tempo, entrato in cammino, condottosi di notte tempo nel
campo, per mezzo di quello, ingannando le guardie, entrò
felicemente nella terra. Fu di qualche allegrezza questo aiuto
agli assediati più per il valore di cotal uomo, che per la
cosa stessa ; perciocché alle continue fatiche di quelli di
dentro si ricercava maggior soccorso, avendo i nimici nello
spazio di trenta giorni che v' erano siati all'assedio indebolito
in modo le forze de' difensori, avendone feriti molti, e morti
non pochi; oltre coloro, che per le vigilie, e per i continui
travagli militari s' erano infermali ; che parca quella terra si
difendesse piìi col vigor dell' animo, che con le forze del
corpo. E cerio fu rade volte difesa fortezza alcuna con mag-
gior costanza, esponendosi ciascuno a gara a' pericoli per
sostenere co' falli quello, che, mollo di loro promettendosi,
aveano con troppo orgoglio di parole fatto intendere a'ni-
mici, quando furono richiesti di doversi arrendere. Onde si
andava con grande studio cercando di trovar alcun capitano,
il quale volesse essere imitatore della \irtù del Visdomini.
Tra tanti, che militavano allo stipendio de' Fiorentini si tro-
vò un solo, il quale si proferì, quando gli fossero dati cento
fanti masnadieri a sua eletta, d'entrar in Scarperia. Costui,
dice Matteo Villani essere stalo uno della famiglia de' Me-
dici , e noi nomina per nome. Lionardo Aretino il chiama
Giovanni de' Medici, da che alcuni han dubitalo, se egli sia
quel Giovanni, che fu gonfaloniere due anni addietro, il qual
fu figliuolo di Conte , e nipote d'Averardo, che godè altresì
la dignità del goiifalonerato l'anno 1314, o se pure egli fu
Giovanni, figliuolo d'Alamanno: il quale fu ambasciadore al
LIBRO DECIMO. 509
re d' Ungheria, e morì poi gonfaloniere 1' anno seguente lo
sono del parere di coloro, che stimano essere Giovanni, fi-
gliuolo di Conte; perciocché Giovanni, figliuolo d'Alamanno,
era già cavaliere, e gli scrittori Fiorentini non costumano
mai scrivere senza titolo il nome d'alcun cavaliere. Se egli
fu pure questo Giovanni, ci fu secondo cugino di queir al-
tro Giovanni, che fu fatto morir dal duca d' Atene ; se egli
fu figliuolo di Conte, ei fu zio cugino di Giovanni, onde na-
cque Cosimo, padre della patria. Comunque altri se lo voglia
credere , « Giovanni di Conte 1' abbiamo trovato essere an-
« dato per consigliere con Jacopo di Fiore, e lo trovetrerao
« tra poco riconosciuto dilla Repubblica della cavalleria ».
Un Giovanni de' Medici fu quelli, ' che avendo ottenuto i
fanti domandati dalla Repubblica, e trovandosi con seco uno
della Scarperia, che sapeva 1' ore delle veglie della guardia
e le vie, prese animosamente il carico di soccorrer gli as-
sediati. Ora essendo egli di notte entrato in cammino per
r alpe, di verso quella parte, onde si potea meno temere di
quelli del campo, s' era molto avvicinalo alla Scarperia, quan-
do accortesi le sentinelle di questo numero di genti, che se
ne veniva con l' insegna spiegata, levarono il romore, e cor-
sono per impedire il soccorso. I soldati , mancando loro
r animo . stavano in atto di volersi ritrarre , e già alcuni
erano incorainciati a uscir delle file, quando Giovanni con
alta voce disse loro: Adunque volete voi morir più tosto vi-
tuperosamente fuggendo, che portar il pregio, or che ab-
biamo duralo la maggior parie della fatica, d'aver per mezzo
di così grande esercilo soccorso la Scarperia? Voi non so-
migliate i soldati di Giovanni Visdomini ; i quali essendo in
molto minor numero di noi, a dispetto dei nimicì , si con-
dussono a salvamento in cotesta fortezza. Or via cacciate da
voi questa indegna paura. Costoro , i quali h;inno levato il
romore, sono le guardie del campo, le quali se avranno ar-
dimento di venirci incontro, saranno, per esser pochi, ta-
gliati a pezzi da noi. Se attenderanno a desiar i compagni
I Comunque ciò sia, un Giovanni de' Medici J'u quegli^ che avendo
«e. Prima Ediz.
310 DELI.'lSruRlE FIORENTINE
oppressi dal sonno e dal vino , non sì tosto si potranno ac*
cozzar insieme, che noi avremo avuto tempo di condurci
dentro le mura. Non stiamo dunque ad aspellar il giorno;
che i nimici togliendoci in mezzo ci facciano così pericoloso
l'andar innanzi, come il tornar indietro. Con la spada, e
con l'ardire hanno molli valorosi uomini fattosi la strada
per mezzo le più folle schiere degli eserciti interi, non che
per cosi poca genie quale si è questa, che a guisa di cac-
ciatori ci stanno romorcggiando intorno, più per sbigottirci
con le grida, che con animo di voler venir alla prova con
esso noi. lo sarò il primo a mellermi innanzi. Chi è punto
da desiderio alcuno d'onore, seguitimi, che in un medesimo
tempo provvederà alla salute, s' acquisterà gloria immortale,
e farà alla sua Repubblica grande e segnalalo servigio.
Delle queste parole , non fu alcuno , che volesse tornar in-
dietro, eccello venti di loro, che nel principio del romore
avcano volto le spalle. Ma fatto un gruppo a guisa di conio,
e le guardie non avendo ardire d'appressarsi, con grandis-
sima allegrezza degli assediali si condussero dietro il lor
capitano nella Scarperia. Celebrò il presidio con grandissi-
me lodi il valore d' amendue i Giovanni , e venne in ma-
ravigliosa confidenza di se medesimo per l'aggiunta di tali
soldati. Era già entralo il mese d' ottobre, e il campo oltre
l'incomodila che suole apportare l'alloggiare sotto le tende,
incominciava a sentire mancamento di vettovaglia. Nondi-
meno era si fatto lo sdegno del capitano di non aver con
tante forze potuto espugnare in quaranta giorni un castello
sì piccolo, che si propose di tentar l'ultimo sforzo; avendo
con nuovi danari venuti di Milano pagato inlieramenle cia-
scuno di quello che dovea conseguire , e promesso paga
doppia, e mese compiuto a coloro, che combattendo vinces-
ser la terra. « Saputosi in Firenze questa risoluzione del ni-
fe mico e le promesse fatte a' soldati, ne avvertirono il dì 4
« d'ottobre Iacopo del Fiore e suoi consiglieri, con ordine
« di prometter a' soldati, sì a pie come a cavallo, se difen-
« devano la terra, non solo paga doppia e mese compiuto,
« ma rafferma per un anno al soldo del comune. A' citla-
« dini che vi erano a difenderla ogni onore, e a' terrazzani
« esenzione per dieci anni da ogni fazione reale ». Aveano
LIRBO DECIMO Òl!
i nimici ' avvicinato al castello al trar d'un balestro tutte
le macchine. A ciascun capitano era stato commesso con
quali soldati qual parte della terra dovesse assalire. Erano
altri stati deputati al soccorso per poter rinfrescare i primi,
se vinti dal travaglio e percossi dalle ferite non potessero
andar innanzi. Perchè in un subito da tutti i lati con altis-
sime grida fu una domenica mattina dato il primo assalto
generale alla Scarperia. Furono nel primo fosso condotte
sessantaquatlro scale, molti grilli, e gatti, e torri di legname
erano state accostate alle mura; e una perpetua corona di
balestrieri a guisa d' una ghirlanda avea cinto la terra, senza
che si sentisse, o si vedesse dalla parte de' difensori parola,
<) cenno alcuno. I quali essendo secondo l'ordine de'lor ca-
pitani stati compartiti su per le mura, aspettavano coperti e
cheti, che i nimici passassero il primo fosso. Ma quando vi-
dero i nimici esser in parte, ove facilmente avrebbono po-
tuto pentirsi del loro ardimento, con gran vigorìa e animo-
sità incominciarono dalle mura a percuoterli, lanciando pali,
traendo verrettoni, e traboccando grandissime pietre , quasi
una perpetua grandine sopra coloro, che più arditi degli al-
tri s'erano messi innanzi, non cadendo colpo invano tra tanto
numero di persone. I nimici erano aiutati dalla quantità, ri-
mettendo in luogo dei feriti al continuo gente fresca. I di-
fensori , ove scemava il numero , aveano in lor favore i ri-
pari delle mura. Costoro erano accesi da una speranza di
laude grandissima , se si difendessero conlra sì grande eser-
cito , e la tema di non esser messi tulli a GÌ delle spade per
l'orgogliosa risposta fatta a' nimici, li faceva ostinali. Coloro
riscaldava la vergogna , e il desiderio del guadagno. E i ca-
pitani dall' una banda, e dall' altra non tacevano quelle cose,
che conoscevano esser atte ad infiammare i soldati. Segui-
tava dunque la pugna asprissima e sanguinosa ; né per que-
sto si conosceva vantaggio alcuno dal lato degli assalitori,
avendo per otto riprese di battaglia tentato invano di far
cosa alcuna di momento. Era durata la pugna dalla mattina
infino ad ora di nona con molti feriti e morti rimasi ne' fos-
si; perchè mancando finalmente la lena e l'ardire, furono
* Aveano i soldati^ dice il Tecchio Ammirato-
512 dell' istorie fìobentine
quei del campo costretti a ritirarsi, abbandonando tre scale
appoggiate a costa delle mura nel secondo fosso.
Ancora che le cose fossero succedute a questo assalto
con poca soddisfazione di quelli di fuori, rimaneva loro gran-
de speranza d' espugnar il luogo per una cava, che aveano
fatto sotterra, per la quale pervenendo alle mura, aveano già
divisato il modo d' abbatterle. Gli assediati , dubitando di
questo, aveano d' intorno alle mura dalla banda di dentro
fatto un fosso quattro braccia largo , e tanto profondo , che
cadendo le mura , aveano animo con quello di potersi di-
fendere. E con tutto ciò non volendo stare a juesto solo
riparo , si posono a far un' altra cava ancor essi per incon-
trar quella de'nimici. Le cose s'erano condotte a questo ter-
mine infino al dì che seguì all' assalto ; perchè volendo gli
avversari vietare che la cava andasse più oltre , condussono
un castello di legname sull'argine dei primo fosso, e con
pietre, e saette incominciarono a molestare grandemente
coloro, i quali tra l'un fosso, e l'altro erano alla guardia
de' guastatori. La difesa fu più gagliarda che i nimici non
stimavano ; onde concorse gran parte dell' esercito in quel
luogo, saettandosi continuamente con le balestra l'un l'altro.
Il capitano del presidio deputò trecento a questa pugna, ol-
tre coloro che mandò sulle mura. Costoro co' merli, e quelli
altri difendendosi con le parate, e co'palvesi sostennero fran-
camente per due giorni i continui assalti dell'esercito nimico,
non lasciando impedire il lavorìo de' guastatori ; i quali lavo-
rando con gran sollecitudine, il terzo giorno s' incontrarono
nella cava de'nimici, la quale tirata innanzi per centottanta
braccia, non più che venti era lontana ad appressarsi alle
mura. Quivi fu un'altra pugna contadinesca tra' cavatori, in-
tanto che fu finalmente affogata la cava del campo. Di sopra
la zuffa era maggiore, essendo stati molti feriti dall' una parte,
e dall'altra- Finalmente essendosi quelli del campo ritirati,
i masnadieri del presidio, che erano usciti fuori, s' impadro-
nirono della torre di legname, che era sul fosso; la quale
arsono subito. Poi si spinsono per assalirne un' altra , che
era alquanto più lungi ; la quale benché non potessero espu-
gnare, nondimeno le diedono il fuoco , e con grande alle-
grezza si ridussono nel castello. Trovata vana la fatica della
LIBBO DECIMO 513
batteria del primo giorno , e della cava , ove si era scara-
muccialo per Ire giorni continui , i capitani del campo deli-
berarono per lo giovedì mattina, che era il dì seguenti^, dar
la seconda battaglia, e considerando, che per potersi ap-
pressare alle mura era necessario riempiere i fossi, feciono
ragunare lutto il legname e i frascati , che aveano nel campo;
della qual materia il giovedì mattina per tempo fu il primo
fosso ripieno. Intanto s' erano condotti presso a' fossi molli
casteli: di legname forniti di balestrieri. I cavalieri smontali
da cavallo con gli elmi in testa procacciavano d'avvicinarsi
alle mura conducendo altri gatti, grilli, e scale per entrar
nella terra. E già era la maggior parte dell'esercito sull'ar-
gine del secondo fosso, senza che quelli del presidio, secondo
il costume della prima battaglia, avessero fatto alcuna mostra
di loro. Ma quando i nimici feciono sembiante d'entrar nel
secondo fosso , allora con tanto impeto incominciarono a ca-
ricarli di pietre, di pali aguzzi, e di legname (olire i ver-
retloiii tirali da balestrieri, i quali stando in luogo fermo
poteano esser sicuri in tanta moltitudine di non tirar colpo
in fallo], che per forza li ributtarono fuor del primo fosso.
Quelli, i quali erano ne' castelli di legno, cercavano di difen-
dere i loro con le buleslra: ma Iacopo del Fiore, e i due
Giovcmni Visdomini e de' Medici aveano a' migliori de' loro
balestrieri dato parlicolar carico di combatter le torri; le
quali slrinsono in modo, che non si potè niuno di que' di
dentro scoprire per far alcun giovamento a quelli del campo.
Questa cosa porse ardire ad alcuni conestabili del presidio
d'uscir con ceni loro compagni eletti fuor della terra, e
con le lance , e con le spade in mano a ferire per costa
gli assalitori; la qual cosa t'tcendo più volte con gran danno
de' nimici, li costrinsono in lutto a partirsi della battaglia;
perchè ebbono gli assediali facoltà di prender tulle le torri
di legname, le quali erano stale condolte su gli orli de' fossi;
delle quali preso il legname utile, e condotto dentro la terra,
tutto il resto arsono. Posono parimente fuoco a tulli j fra-
scati ; de' quali era slato ripieno il fosso, avendo in queste
cose speso il resto del giorno. Attesero poi a medicare i
loro feriti, e a rinfrescare i corpi affannati dalle continue
Amm. Vol- II. 33
SH dell'istorie fiorentine
fatiche, non prcterraeltendo però nulla della solita diligenza
in guardar le mura.
Giovanni da Oleggio sentendo grandissimo dispiacere
nell'animo, che con cinquemila barbute, duemila cavalieri,
e semila pedoni di soldo , olirà le forze degli Ubaldini e
degli altri Ghibellini, non potesse insignorirsi io capo di cin-
quantacinque giorni di si piccolo e ignobil castello , ove
prima avea avuto animo di minacciare, che avrebbe tenuto
il campo intorno Firenze, si volse a vedere, se con danari
potea muovere l'avarizia tedesca; i soldati della qua! nazione
parca che in quelle battaglie non avessero usato tutte quelle
intere forze , che di ragione avrebbon potuto. Fatto per que-
sto chiamare a se tutti i connestabili tedeschi promise loro,
oltre paga doppia, e mese compiuto, grandi, e ricchi doni,
quando facesser opera di vincer la terra. Oltre che la glo-
ria di tal acquisto sarebbe tutta la loro. I capi di qucl'e genti,
ristrettisi insieme , risposono ; che dove fosser loro sopra
le comuni promesse dato diecimila fiorini d'oro, e che fos-
sero dal resto dell'esercito seguitati, darebbe lor cuore di
prender la Scarperia. La qual cosa promessa senza indugio ,
fu dato prestamente ordine a quello che s' avea a fare. Il
ohe fu che ciascuno andasse a cenare, e a prendere riposo:
e che alla mezza notte si trovassero apparecchiali con l'arme,
e co'cavalli. Venula la mezza notte, e essendo il tempo se-
reno e bello , i Tedeschi dettono commessione a (recento
de' loro donzelli, i quali aspellavano l'occasione d'armarsi
cavalieri, che da quella parte, ove lo splendor della luna
faceva ombra, con le scale clielamente, e senza alcun lume
vedessero di salir sulle mura. Eglino col resto dell' esercito
con innumerabili lumi accesi, e con suoni di tulli gli slro-
menli militari , e soprallulto con smisurato romore di grida ,
e di stridi si dirizzarono dall'altra parte verso la Scarperia.
Gli assediati, benché appena avessero delle fatiche del giorno
respirato, sentendo il roraor grande, furono tulli all'arme,
e incontanenle, oltre le solite guardie, ciascuno corse alla
sua posta delle mura, e de' palancati. E maravigliandosi di
colante grida mollo maggiori dell' ordinario non che sbigot-
tissero , ma con maggior sollecitudine stavano attenti a ve-
acre . ove la cosa andasse a riuscire. Essendosi intanto dato
LIBRO DECIMO. S15
principio all'assalto, nel quale come il pericolo per la natura
della notte , e per lo concorso più ostinato di tutto 1' esercito
era maggiore, così fu anche più che mai vigorosa, e piena
d' ostinata virtù la difesa. I trecento tedeschi felicemente con
le scale in collo aveano passato i due fossi , e già con grande
speranza dell' acquisto appoggiato quelle alle mura. Ma sco-
perti da coloro che erano alla guardia, e levato il romore,
furono con tanta furia caricati di pietre, di legname, e di
pali, che, traboccando precipitosamente l'un sopra l'altro
nel fosso , essendo la miglior parte magagnali e feriti , furono
prestamcnle coslretii a tornarsene ove era l'esercito. Inco-
minciava già ad apparir l'alba , quando il campo vedute riu-
scire senza alcun profìtto tutte l'opere, che egli avea ten-
tate, si disperò affatto di potere più prendere la Scarperia.
Onde sonarono a raccolta, rimanendo lanla confidenza in
quelli del presidio, che, usciti alcuni di loro della terra, ab-
bono animo di menarne tre cavalieri del campo prigioni.
Uscirono poi anco un'altra volla essendo giorno chiaro, e
arsono più macchine di legname , le quali erano vicine in-
sieme con un castello, ch'era più lungi. L'Oleggio vedendo
che il tempo , il quale era stato infino allora fermo e bello ,
dava segni di rompersi all'acqua; poiché conobbe , che ogni
sforzo , che si mettesse in prender la Scarperia , tornerebbe
vano, si deliberò di partire; e comandò che il sabato notte
de' 16 d'ottobre al segno d'una lumiera alzata, ciascuno do-
vesse levarsi. I Fiorentini, avendo ciò sentito, aveano velo-
cemente mandata tutta la loro cavalleria in Mugello per dan-
neggiarli alla coda Ma il capitano de'nimici avendo ordi-
nalo, che s'avviasse lutto l'esercito con le bagaglio, fece
una schiera di duemila cavalieri eletti , alla qual comandò ,
che si tenesse ferma sul piano, e non si muovesse senza
suo cenno. Poi avuto avviso , che le genti aveano già pas-
sato il giogo dell'alpe, die segno che girasse, e cosi pre-
sono pianamente il cammino verso la montata dell'Alpe,
che era presso che due miglia di piano ; non avendo la ca-
valleria de' fiorentini avuto per questo commodità di mole-
starli. Colai fine ebbe l'assedio della Scarperia e i pomposi
e pericolosi apparati di Giovanni Visconti ; onde potè cono-
scere quanto diffìcilmente possa espugnarsi un luogo , quando
516 dell' istorie fiorentine
è difeso da uomini d'onore. «La signoria, trovandosi in Fi-
« renze capitano del popolo Antonio di Toraraaso da Fermo,
« avendo manlenulo la promessa fatta a' soldati, volse anche
« onorare le persone di Iacopo del Fiore , e di Salvestru
« de' Medici con ordinare che potessero esser fatti cavalieri
'( dal podestà della città , e regalati di cinquecento fiorini
« d' oro per ciascuno- AHI abitanti di Scarperia fu dato esen-
« zione per dieci anni da ogni aggravio sì personale che
« reale; e Giovanni Visdomini, e Beraldo del già Lapo
<< d'Arrigo de' Rossi, stato castellano della fortezza di Loz-
« zole, e Geri di Simone, chiamato Geri Bosone de' Donati
« stato castellano di quella di Moategemmoli , portatisi bra-
« vamente , volle che tutti tre co' loro discendenti fossero
« levati del numero de' grandi e fatti popolani. Fecero an-
<( che ricompensare i balestrieri del comune di Siena stati
(I in difesa di Scarperia. A Piero Bini ambasciadore in corte
« del papa scrissero : Che desse conio della partenza fatta
« di notte dell'esercito del Visconti d'intorno di Scarperia
« con suo danno e vergogna , e che era andato verso Bolo-
te gna: Che al conte di Montecarelli , oltre all'essere stalo
« dichiarato ribello della Repubblica co' suoi discendenti ,
« era stato fatto ogni danno possibile , avendogli abbruciato
« tutto il paese; e con un po' di tempo sarebbero puniti
«. anche gli altri nimici. Mentre che la Scarperia era asse-
« diala non fu lasciato da' senatori diligenza creduta a pro-
« posilo per fortificarsi, e perciò, oltre all'ambascerie man-
« date in Lombardia e in Romagna per tirar dalla loro
« quei signori e città, o almanco per non gli aver coniro
'( alla scoperta; Giannozzo de' Cavalcanti cavaliere e Donato
« de'Velluti giureperilo, ambasciadori della Repubblica, s'era-
« no convenuti a' 26 di settembre in Siena co' sindaci di
« quella città, e con quei di Perugia, che, conforme alla
« lega fatta l'anno 1347 d'aprile per impedir il passo agli
« oltramontani, e, al presente, i progressi all'arcivescovo di
« Milano, avendo distribuito due de' tremila cavalli che si
« dovcan lenere dalla lega , ciie novecentonovanta a spese
". de' Fioreniini, cinquecentosessanta a quelle de' Perugini,
« e qualirocenlocinquanta de' Sancsi , come avean fatto di
t mille balestrieri alla medesima proporzione, da star tutta
LIBUO BECIMO 517
« questa gente sollo un capitano della lega, appresso del
« quale ciascuno comune dovea tener due consiglieri. Con
« l'arcivescovo non si avea da trattare che unitamente. E
« al papa si dovea mandar arabasciadori per pregarlo a en-
« trare in questa lega. Furono però spedili di Firenze a' 26
(( d'ottobre Agnolo Acciaiuoli vescovo della citlà, e Andrea
« de' Bardi cavaliere al pontefice con istruzione: Che, arri-
« vando in tempo gli ambasciadori di Perugia e di Siena a
« quella corte , pregassero lutti insieme il papa (se no , lo
« facessero da loro ) a entrare in lega con questi comuni
« conlra l'arcivescovo nimico di santa Chiesa, e di parte
« guelfa, e che come tale co' suoi seguaci e aderenti fosse
« dichiarato scomunicato: Che sua santità volesse perdonare
« a' signori di Romagna, acciocché avessero cagione di se-
« pararsi dall' arcivescovo ed essergli contro: Che importando
« molto al buono stato della Chiesa, e di parte guelfa la
« quiete del regno di Napoli, cercassero di persuadergli a
« far coronare Lodovico di Taranto in re di Gerusalemme
« di Sicilia. Alle cose pubbliche aggiunsero i padri le pri-
'( vate , dando ordine agli ambasciadori di raccomandare al
« papa fra Remigio da Firenze, vescovo comaclensa: fra Lot-
« tieri de' Velluti Eremitano, uomini per bontà di vita e
« di scienza meritevoli, e Chiaro de'Peruzzi, vescovo di
« Monlefellro; del qual vescovado, rispetto a' Conti di Ur-
« bino , e a Neri della Fagiuola, non poteva godere, accioc-
« che questi e fra Remigio fossero provisti d' altro vesco-
« vado, e al Velluti ne fosse dato uno. E in ultimo dovean
« domandare per protettori della RepubblicB i cardinali
« Ostiense, e Rinaldo Orsino. In Mugello, partito l'Oleggio,
« Lamberto de' Conti di Collegalli generale de' Fiorentini
« riebbe Barberino per opera di Niccolò Baddino di detto
« luogo; forse è lo stesso che l'avea dato all' Oleggio >;•
Appena era stata liberata la Scarperia da così duro as-
sedio, quando sentendo il gonfaloniere, e priori, che in
Toscana si tenea pratica di rubar una terra d'importanza,
scrissono agli Aretini , che avessero buona guardia. Né
mollo andò, che i Brandagli, capi de' quali erano due fra-
telli Martino , e Guido , si scopersono esser quelli che te-
neano mano per occupare la libertà della patria loro. I
5(8 dell'istorie fiorentine
roraori furon grandi , e per questo i cavalieri, e niasnadieri,
che i Fiorenlini tenevano in quelle circonstanze, corsono in
aiuto degli Aretini , i quali dopo molte difficoltà e inviluppi ,
giudicali i Brandagli per traditori, li diedono bando , e i lor
beni disfeciono , e pubblicarono al fisco. Ma come che l'im-
presa dell'arcivescovo di Milano avesse avuto per i Fiorentini
felice esito, non fu per questo, che essi non conoscessero
quanto facilmente potea quel principe per le grandi forze che
avea, e per 1' opportunità della città di Bologna molestare lo
stato loro. Per questo, essendo la seconda volta entrato gon-
faloniere Giorgin di Barone, si diede con ogni diligenza opera
perchè i Perugini e Sanesi ' si accordassero di nuovo per il
mantenimento del buon governo guelfo della città d'Arezzo;
« onde; a' 14 di dicembre Tommaso de' Corsini, dottor di
« leggi, concluse lega per altri due anni, dopo fornita 1' al-
ci tra, la quale gli Aretini promessero di osservare, e di le-
« ner, oltre alla guardia solita della lor città , dugento cavalli
« e trecento fanti di più da distribuirsi tra collegati ; il ca-
« pitano delle quali genti dovea giurare in mano de' priori
« d' Arezzo di mantener in quella città lo stato e governo
« che vi era: Che i castelli, che si acquistassero in quel con-
« tado, fossero de' medesimi Aretini, i quali con questa Lega
« non intendevano di pregiudicare alle ragioni che aveano
« o pretendevano avere ne' luoghi del lor contado tenuti
« da' Fiorentini e da' Perugini. Cose tutte acconsentite a
« chiusi occhi dalla Repubblica per mantenersi benivoli e
« confidenti gli Aretini, e perchè sperava pur un giorno, in
« conservando la giurisdizione di quella città, di fare il ser-
« vizio proprio. Si dovea mandar via dalle terre di quel con-
ce tado, possedute da' Perugini, quei della famrglia de'Bo-
« scoli, come origine e cagione di molli scandoli. Il medesimo
' Perchè i Perugini , t Sanesi, e gli Aretini si confederassero
con la Repubblica a far taglia di tremila cavalieri e di mille ma-
snadieri contro qualunque volesse molestarli. Questa lega _fu con mi-
rahil prestezza conchiusa in Siena con grandissima soddisfazione di
tutta la Toscana; onde i Fiorentini si fornirono subitamente di ca-
valieri e di pedoni di piti assai che per la lor rata non toccava. Po-
crearono venti cittadini con piena balia, er. Prim. Edii.
LIBRO DECIMO. 311)
« giorno pure in Siena il Corsini rinnovò la lega co' Sanesi
« e Perugini a difesa comune, dopo finita quella che lermi-
« nava a' 22 d' aprile , con taglia di tremila cavalli ollra-
« montani , de' quali ne distribuirono due mila , conforme
« s'era fatto il settembre passato. Ma a' Fiorentini in que-
« sta distribuzione ne toccarono mille quaranta , a Peru-
« già cinquecento settanlacinque, a Siena trecento seltanta-
« cinque, furono distribuiti anche mille balestrieri. E per-
« che il comune di Arezzo ci fu incluso , ebbe obbligo
« di tener cento cavalli oltramontani fuor di quei della
« taglia, i quali non dovessero partire d'Arezzo; nel resto
« le condizioni furono le solile. Onde i Fiorentini si for-
« nirono subitamente di cavalieri e di pedoni di più assai
« che per la lor laia non toccava. Agli abitanti di Lozzole,
« che per meglio difendere quella fortezza era stato abbru-
« ciato il contado, fu dato ricompensa, e a quei di S. Go-
« denzo e di Sanbabillo che avean difeso il giogo dell' alpi
« bravamente contro quei di Milano e dagli Ubaldini , fu
i< data esenzione per tre anni da ogni peso ». Furono poi
creati venti cittadini con piena balia d' accrescere 1' entrale
del comune per poter resistere alle forze dell' arcivescovo.
Costoro per sgravare i sudditi dall' avere a andare negli
eserciti, cavalcale, e altre funzioni personali , gli lassarono
in denari ; la qual lassa montò cinquantaduemila fiorini d' oro
l'anno '; cosa stimata in processo di tempo tanto dannosa,
quanto nel principio era stata approvata per utile ; percioc-
ché, privandosi la Repubblica d'arme proprie, convenne del
lutto provvedersi di forestiere ; dalle quali dovesse poi con
pessimo esempio esser, non che Firenze, ma tutta Italia ta-
glieggiata. Feciono una imposizione a' cherici, onde si traeva
buona somma di danari. Distribuirono di nuovo tra' cittadini
la gabella de' fumanti ^, che ascendeva a cencinquanta scudi
il giorno. Con questa sorte di tasse, si trovò il comune po-
' L'' Ammirato dice.- Costoro ì ecarouo il servigio personale dei
contadini in denari; la qval gabella montò cinquantamila fiorini
à' oro l' anno, cosa stimata ec.
2 Bisognerebbe oggi mettere una gabella per quelli che fumano:^
che tornerebbe al comune assai vantaggiosa.
320 dell'istorie fiorentine
lere ogn' anno spendere trecensessantamila fiorini d' oro.
« Al vescovo di Firenze e al Bardi, arabasciadori in corle del
u papa si scriveva che stessero avvertiti , perchè il ponte-
« fice era appresso a far accordo col Visconti , e che però,
« col mezzo di qualche cardinale confidente , procurassero
« che i comuni di Toscana vi fossero inclusi ; e dicevano
(( tutti i comuni di Toscana, per levar 1' occasione all' arci-
« vescovo d' aversi a impacciare de' fatti di Pisa. Ma la
« poca confidenza, che si scorgeva di poter avere del pon-
« tefice in questo negozio, fece risolvere i Fiorentini a pen-
« sar di far venire in Italia qualche principe potente da po-
« terlo mettere contra Milano. Fu creduto esser molto a
( proposilo Lodovico di Baviera, marchese di Brandemburg,
" figliuolo di Lodovico il Bavaro , e per persuaderlo a tal
« passaggio fu eletto Giovanni di Baccaccio , l' ambasciata
.( del quale fu di tanta efficacia, che Lodovico mandò in
a Firenze per trattare Diapoldo di Cazanstamer , il quale ^
« udito in senato alla presenza degli arabasciadori di Peru-
« già, le pretensioni che disse voler Lodovico, furono tro-
« vate tante e sì alte , che 1' ambasciadore fu licenziato con
« ringraziamenti «.
Aveva preso col nuovo anno 1332 il sommo magistrato
della città la seconda volta Nastagio Bucelli , poco felice a
sé; perciocché egli morì quidici giorni dopo eh' era entrato
in uficio; « avendo prima scritto ad Averardo da Montespe-
« rello da Perugia, stato eletto capitano del popolo, che non
f( venisse a Firenze ; dove per il rispiarmo della spesa si fa-
te ceva conto, che quello ufizio non avesse ad essere più di
« bisogno. Accrebbe nonostante il salario alli arabasciadori,
« non si trovando chi volesse andare in ambasciate, essendo
« troppo di carico alla borsa degli eletti, e così, ridotte le
« provvisioni condecenti alle persone eh' erano mandate , e
« a'iuoghi dove andavano, fu posto pena a chi le ricusava
<( la privazione degli ufizi e onori , e inoltre cinquecento
« lire ». In luogo del Bucelli ' fu tratto per il resto del tempo
I Cosi dice il vecchio Ammirato : primo di lutti, il quale J'osse
morto, risedendo gonfaloniere. Fu in suo luogo per il resto del tempo
tratto Bencivenni Mancini ec.
LIBRO DECIMO. o21
Bencjvenni Mancini, il quale con cattivo consiglio, come
fu creduto, fece abbatter Barberino, Latera, Gagliano, e Mar-
coiano, castella che erano in Mugello, per non aver a di-
fenderle vanamente centra nimici ; perciocché vi furono di
coloro , i quali si forzarono mostrare ; che quando quelle
terre non si fossero trovate in que' luoghi, sarebbe stalo ne-
cessario fondarle di nuovo, per aver con che riparare a' ni-
mici, venendo di verso Montecarelli e di Montevivagni, e
delle terre degli Ubaldini. Attesesi nondimeno a fortificare
con ogni diligenza la Scarperia, contra cui diceva particolar-
mente l'arcivescovo volersi vendicare. E quello a che ora
si attendea, era votar i fossi, e alzar con la medesima ma-
teria i palancati ; il che s' era incomincialo a fare dal prin-
cipio dell'anno. In questa occasione fu posto in considera-
zione dagli Ubaldini all'arcivescovo, che ci si potea facil-
mente insignorire di Scarperia, mandando soldati pratichi
sotto forma di manovali a notar diligentemente in che guisa
si potea dello luogo pigliare. Costoro avendo spialo con
gran sollecitudine ogni cosa , segarono segretamente tra
le due terre alcuni legni del palancalo , e feciono subita-
mente intendere il tutto agli Ubaldini. I giorni addietro
s' erano in Scarperia, come suole spesso avvenire in quelle
terre , ove stanno presidj , azzuffali i soldati co' terrazza-
ni , e eravane morto alcuno , onde Ira loro avea poca con-
fidenza; perchè tanto più facilmente sperarono gli Ubaldini
poter conseguire quello che aveano all' animo. E conluttociò
per tener i Fiorentini in diversi pensieri, feciono in un me-
desimo tempo scender gente a cavallo, e a pie a Monteca-
relli, alla Sambuca, a Pietramala nell'Alpe, e nel Podere.
Poi quando parve lor tempo feciono in una notte calar nel
piano di Mugello dall'Alpe, e da Montecarelli duemilacin-
quecento fanti, e cento cavalieri sotto quattro bandiere. Co-
storo , eletti di tutto il numero dugencinquanla briganti dei
più pregiali, sotto dieci bandiere, dalla parte di S. Agata li
mandarono con coloro, che aveano notizia del luogo in Scar-
peria la notte de' 27 di gennaio, i quali stretti insieme si ri-
dussono senza alcuno impedimento con maraviglioso silenzio
sulla piazza della terra ; ove levalo il romore gridando, muo-
iano i forestieri, e vivano i terrazzani, fu subitamente d'una
S22 dell' istorie fiorentine
somma quiete ogni cosa piena di spavento. I soldati credea
no, che i terrazzani, avuto qualche aiuto dai loro vicini, li
volessero offendere con la comodità della notte, e però non
ardivano uscir dalle stanze, dove erano alloggiali. I terraz-
zani all' incontro stimavano , che questo fosse un inganno
de' forestieri ; della qual timidità non si servendo punto i
nimici con far cenno al resto delle genti, che non erano un
miglio lontano, detlono finalmente tempo a' terrazzani che
s' accorgessono all'insegne, i ragunati nella piazza esser
i nimici, e non i loro soldati. Della qual cosa fatti ancora
capaci i soldati della Repubblica , benché tutti non arrivas-
sero in quella notte, dentro Scarperia, al numero di cencin-
quanta uomini d'arme, cinquanta se n'accozzare insieme, e
fatta gagliarda impressione contra nimici, senza alcuna resi-
stenza nel primo assalto li ruppono, con tanto timore degli
assalitori, che affrettandosi d'uscire per lo luogo stretto,
onde erano venuti, cadevano addosso 1' un l' altro nel fosso,
non considerando da quanta poca gente erano messi in fuga.
Il poco numero di quelli di dentro non lasciò loro fare in
sì fatto accidente cosa di maggior profitto. Contuttociò ucci-
sono cinque de' nimici, e dodici ne feciono prigioni, trai
quali furono de'connestahili molto reputati; che fu poi sen-
tito che gli arebbe 1' arcivescovo ricuperati con gran somma
di danari; i quali nondimeno furono per ordine del popolo
fiorentino tutti impiccati. Così in una notte fu presa e libe-
rata Scarperia con dubbia, e maravigliosa fortuna In Chianti
si suscitò tra questo mezzo un altro romore per lo castello
dì Vertine; i quali simili accidenti per lo sospetto dell'ar-
civescovo erano in quel tempo di grande considerazione. La
famiglia de'Ricasoli è opinione, che per antico fosse fatta
padrona d' una gran parte del Chianti ; e che Montegrossoli
fosse stato il capo e residenza del loro dominio ; il qual do-
minio, come che infin da principio, che la Repubblica in-
cominciò a tor via i signorotti e baroncelli vicini alla città,
fosse pervenuto o per vendila, o per iscambio , o per altre
ragioni in poter del comune, rimase nondimeno a'Ricasoli,
oltre le private possessioni, e una invecchiala autorità, e ri-
putazione in lutto quel paese, una grande ricognizione dei
padronati di chiesa; fra' quali una molto principale era. sic-
LIBRO DECIMO. 523
come è ancor oggidì, la Pieve di S. Polo. Era piovano di
questa chiesa Rinieri, uomo dell' istessa famiglia, assai attem-
pato, zio de' padri d' Albertaccio; e di Roba, e di parecchi
altri giovani , i quali nascevano d' Arrigo ; la vita del qual
Rinieri per la sua decrepila età si credeva esser brevissima.
Dubitavano Roba , e i figliuoli d' Arrigo , i quali erano nati
da due fratelli, che i figliuoli di Bindaccio (co' quali erano
congiunti in terzo grado) per la maggioranza dello stalo lom,
e per la riputazione d' Albertaccio; (uno de' detti figliuoli, il
quale era in quel tempo mollo slimalo nel mestiere dell'ar-
me) non volessero occupar la detta pieve ; e di ciò tanto più
temevano, quanto che Albertaccio e i frnttlli, i quali erano
molti, aveano grandi amicizie, e parentadi in Siena, nascen-
do per madre di casa Piccolomini. Per questo non volendo
aspettar la morte del piovano, pervennero, e conlra gli or-
dini della Repubblica, andarono essi ad occupar la Pieve ; di
che furono condannati nel capo, se non restituivano incon-
tanente le cose nel primo stato. Roba ubbidì , ma i figliuoli
d' Arrigo, parendo di ricevere oltraggio, rimasono in bando ;
e valendosi dell'occasione de' tempi, accolsono cencinquanla
fanti masnadieri, e sapendo gran roba de' loro consorti es-
ser ridotta nel Castello di Vertine, entrarono subitamenle di
furto nel castello, e avendo quello molto ben fortificato delle
cose necessarie , di là si posono a scorrere quasi tutto il
Chianti, ardendo le ville de" parenti loro, e il castello con-
tinuamente di quelle e d' altre robe riempiendo. Il gonfa-
loniere Mancini, e priori ciò sentendo, comandarono a Luigi
da Sassoferrato, podestà di Firenze, che con certe masnade
di cavalieri e di pedoni passasse in Chianti, e facesse opera
di rìdur a ubbidienza i Ricasoli, non stimando che fossero
per far resistenza a' soldati della Repubblica. Ma i giovani
avendo ancor essi qualche parte in Siena per lo favore che
prestava loro in privato Giovanni de' Salimbeni, e essendo
ceni che rifuggendo in ogni caso al Visconti, avrebbono di
grazia la sua protezione, fecero poco conto della venula di
queste genti, e cominciarono con le pietre e con le balestra
a tenerli lontani dalle miua, « e il podestà, che avea ordine
« di disfare, tagliare e ardere lutti i beni de' figliuoli di .\r-
« rigo , non restò intanto d' eseguire ».
52i dell'istorie fiorentine
Tutte le cose in questo tempo erano piene di gelosia ;
perciocché Piero Saccone avea preso il Borgo a Sansepolrro
congiuntosi col signor di Cortona, il quale s' era confederato
col Visconti, era cavalcato sul contado di Perugia, avea arso
Vagliano , e combattuto Castiglione del Lago. Todi avea
corso pericolo d'esser presa dal prefetto di Vico. Delle cose
di Prato, per conio della famiglia de'Guazzalolri, non si vi-
vca con 1' animo posato del lutto , e gli ambasciadori man-
dati al ponteQce contra l'arcivescovo di Milano scrivevano
cose mollo dubbie, e differenti da quello che si stimava della
mente del papa. Imperocché avendo prima il Visconti man-
dato i suoi ambasciadori in corte, tra per i favori prestatigli
dal re di Francia, e per la forza, che egli s'avea acquistata
co'suoi doni appresso i parenti del papa, e della contessa
di Torena, la quale poteva molto con Clemente, egli avea
in modo acconcio le cose sue, che 1' animo del pontefice era
molto mitigato. E benché nelle dimostrazioni delle parole
apparisse, che egli fosse per voler soddisfare a' comuni di
Toscana, si vedea nondimeno, che egli avea caro, che s' ac-
cordassero con l'arcivescovo. Rispose dunque, che egli pro-
poneva tre partiti a quelle repubbliche, e che esse elegges-
sero qual prima delle tre cose volessero. Ciò era: o far la
pace con 1' arcivescovo , o lega con la Chiesa , o far venire
r imperadore in Italia per loro difesa. Gli ambasciadori fa-
cendo congettura più dell' animo, che delle parole del pon-
tefice, sì per aver risoluzione in questo caso dai loro mag-
giori, e sì per mostrarsi più confidenti del papa, risposono.
che egli con la prudenza sua andasse discorrendo, e consi-
derando quello, che era maggior beneficio di coloro, che
seguitavano in ogni loro impresa la fortuna della Sede Apo-
stolica ; e intanto avendo scritto a Firenze quello che aveano
raccolto da Clemente, feciono deliberare i padri a volgersi
all' imperadore, giudicando che ciò fosse molto meglio farlo
da per loro, che mostrare d' esservi tirati per forza o per
consiglio, e autorità d'altri. E trovandosi d'alcun tempo pri-
ma aver cominciato alla larga a tener ragionamenti con
Carlo , tanto più strinsono la pratica al presente , avendo
scritto che per servigio dell' imperio fosse la maestà sua
contenta mandar in Firenze il suo vicecancelliere : il quale
LIBRO di: CIMO. 525
venuto e alloggiato con gran segretezza a S. Lorenzo, si
pose a trattare diligentemente buona congiunzione, e amici-
zia tra le dette repubbliche e l'impcradore. « Tra tanto si
« era dato la cura a tre cittadini di fortificar Calenzano per
« difesa di quel paese, come s'era dato ordine che a' Can-
« tagalli /osse restituita la fortezza di Paventa, e agli uomini
« di Massa, e alli Alidosi quella del Monledellafine, poste
« ambedue a' confini di Romagna .» Essendo entrato gonfa-
loniere Francesco Acciainoli la quarta volta si composono
i romori di Prato , benché non senza gran biasimo di cru-
deltà. Era capo della casa dc'Guazzalotri Jacopo, figliuolo di
Zarino, il quale andando podestà a Ferrara , per fuggire le
opposizioni , che gli si facevano ogni dì , che co' suoi con-
sorti volesse riassumere la sisuoria della patria sua (della
quale imputazione non essendo trovato col[)evole, era stalo
prosciolto), fu ritenuto nel viaggio per altri sospetti a Bolo-
gna, e di quivi liberalo, e tornato in Firenze, fu con non
miglior ventura per altri dubbj confinato a 3Iontepulciano.
Queste ingiurie non potendo egli soffrire ruppe i confini ,
accordossi col Visconti , calò a Vaiano in Valdibisenzio , e
fatti richiedere molti suoi amici sanesi si preparava di rien-
trar in Prato. La Repubblica per rimediare a quello che po-
lca succedere, fornì Prato di genti, fece una notte, per pro-
var, come erano i Pratesi disposti, sonar all'armi, e non
contenuta di ciò , comandò che i Guazzalotri venissero a
Firenze. Erano costoro sulla porta del palagio de' priori,
quando un messo mandalo da parte di Jacopo fece loro in-
tendere, come Jacopo dovea quella notte entrar nella terra ;
sbigottiti di questa novella, sapendo che egual pericolo
ne' casi di stalo soprasta a' colpevoli, che agli autori de!
delitto , la medesima mattina rivelarono l' ambasciala al gon-
faloniere, e a' priori ; dicendo che de' falli di Jacopo non
intendevano di travagliarsi. La signoria per allora li licenziò ;
mostrando di rimanere mollo soddisfatta della lor buona vo-
lontà , ma fattili 1' altra mattina chiamare , e venuti lutti ,
fuor che un giovane che era fra loro , li ritenne in prigione:
e parendole da due altri Pratesi , e da due fabbri di con-
tado , co' quali stranamente s' era anche impaccialo un no-
bile fiorenlino de' Galigai, aver tanto in mano, che potes-
o26 dell' istorie fiorentine
sero rigorosamente esaminare i Guazzalotri , come la cosa
si fosse andata, essendo fama, che ciò per tormenti aves-
sero confessato , furono trovali colpevoli , e perciò dal ca-
pitano del popolo, uomo di poca virtù, i due fabbri alle for-
che, e gli altri, che erano nove ( de' quali sei furono della
nobile, e antica famiglia de' Guazzalotri) a perdere il capo
furono condannali, « e a Jacopo furono rovinate le case,
( confiscati i beni, e postogli taglia di duemila fiorini di
« oro ». Questa crudeltà rese più ostinati i Ricasoli, veg-
gendo, che il governo, il quale era tutto popolare, camminava
di fatto alla rovina de' nobili ; onde benché sopra Vertine
fossero finalmente andati secento cavalieri , e mille cinque-
cento masnadieri di soldo, e cominciato con due mangani ,
e con le balestra a combattere il castello da due lati, atten-
devano a difendersi animosamente, aiutali a ciò poter me-
glio fare dalla malvagità del tempo, la quale non lasciava
fare alle genti de' Fiorentini cosa che buona fosse. Conlul-
tociò fu deliberato, che se gli desse l'assalto generale a' 20
d'aprile, il quale essendo dato con mollo ardire, ma con
poco ordine , benché per quel dì avesse avuto poco felice
successo, essendovene stati feriti molli, e mortine alquanti,
lece nondimeno ravvedere i Ricasoli, che a lungo andare
non avrebbon potuto reggere. E benché, come aveano più
volle minacciato, si avessero potuto dare al Biscione, ( cos'i
per soprannome chiamavano l'arcivescovo di Milano) con-
siderando nondimeno, che essi erano Fiorentini, vollono
piuttosto accordarsi con la Repubblica, da cui ottennero, che
in fra quindici dì prossimi potessono sgombrare il castello,
uscendone con l'arme, e con lutto il grano, che vi aveano
dentro senza offesa alcuna. Fu creduto, che i Fiorentini fos-
sero con tanla lor poca dignità calati a questo accordo per
non dar occasione, che i nimicì andassero ogni giorno cre-
scendo; massimamente che in que' medesimi giorni l'arci-
vescovo avea preso il Monte della Fine « restituito, o in pro-
cinto di restituirsi da' Fiorentini ». E Rosso de' Ricci, capitano
per la Repubblica in Mugello, volendo con quattrocento' ca-
valieri, e con molti pedoni fornire il castello di Lozzole nel
podere, passando da Razzuolo, e preso in mezzo da'nimici
era stalo rotto con morte di cinquanta, e d ollanla prigioni.
LIBRO DECIMO. 4'Ì7
e con perdila di tutta la vettovagli;i, e bagaglic « Essendo
« in questo tempo morto il marchese Obiio da Este, il gon-
« f'aloniere co'priori scrissero in condciglicnza al marchese Al-
'- dobraiidino, il quale gli era succeduto nello stalo. E per-
« che Azzolino vescovo di Siena, in tornando dalla corte del
<( papa, era stalo fatto prigione a Montone nella riviera di
« Genova, da Carlo Grimaldi, e forzato a pagar per riscatto
« cinquecento fiorini d'oro, raccomandatosi a'Fiorenlini, ai
e quali dispiace\ano simili infami ladronecci, fu scritto al
« doge di Genova perchè gli facesse restituire il danaro ».
Molestavano ancor grandemente la Repubblica i romori
d'Orvieto; dove, per conio della famiglia de' Monaldeschi tra
essa stessa divisa, ogni cosa era sossopra, e per questo in
gran pericolo, che l'arcivescovo non vi mettesse un giorno
le mani ; perciocché egli vi era finalmente stato morto Be-
nedetto Monaldeschi, il quale aveva poco innanzi due suoi
consorti fatto tagliare a pezzi. E non molli giorni dopo le-
vatosi Petruccio della medesima famiglia, avea egli ucciso
Bonconte del morto Benedetto nipote con molti altri; e per
questo, ancorché egli fosse guelfo, avea introdotto nella terra
dugento cavalieri per opera degli Ubaldiiii, e altri della fa-
zion ghibellina mandatigli dal prefetto di Vico, a Tulle que-
« ste cose non impedivan però che si lasciasse di pensare
« a quelle, che sogliono alleggerire il peso delle cure a'prin-
« cipi. Onde, essendo morto il Gello, piaccvol recitatore di
« commedie, fu dato il suo luogo a Jacopo di Salimbene,
« cittadino fiorentino, stimato in simil materia non meno del
« Gello. Fecero bene affrettare la conclusione delle pratiche
« incominciate col vicecancellicre dell' imperadore; la pub-
« blicazione delle quali fu sostenuta infino che si vedesse la
« deliberazione che il papa prendea de' fatti dell' arcivesco-
<( vo. Comparse intanto in senato un ciambellano delia re-
« gina Giovanna, dicendo che a' 23 di marzo sua Maestà
«. avea fatto pubblicare la pace conchiusa col re d'Ungheria,
« e che avendo avuto la bolla per la sua coronazione, fa-
« ceva pensiero che ciò seguisse nella prossima Pentecoste,
« e che, v' invitava i senatori ». Saputosi a tempo del gon-
laloneralo di Landò degli Albizi, ' che il papa per l'uhbi-
1 Dice l'Ammirato.- Tulle qiiesle cose feciono (iffrettme la con-
3ii8 dell' istorie fiorentine
dienza fatta dall'arcivescovo, l'avea come pastore e padre
comune ricevuto nella comunion de' fedeli, e particolarmente
nella sua grazia; e che Bologna, restituita prima dall'arcive-
scovo alla Sede Apostolica , il papa gliene avea poi conce-
duto il possesso per dodici anni con censo di dodicimila
fiorini d'oro l'anno; avendo l'arcivescovo pagato centomila
fiorini d'oro perle spese fatte dalla Chiesa, quando vi tenne
il campo, e obbligatosi, finito i dodici anni, di restituir libe-
ramente Bologna alla Chiesa, i Fiorentini grandemente se ne
sdegnarono ; e perciò, senza aspettar altro, pubblicarono an-
cora essi le convenzioni fatte così in nome loro , come dei
Perugini, e de' Sanesi con Cesare. Le più principali delle
quali furono: che i delti tre comuni si obbligavano di pagar
per un'anno dugentomila fiorini d'oro a Carlo per lo stipen-
dio di tremila cavalieri, e ol(re a questi se ne gli donassero
diecimila, giunto che fosse in Aquilea: Che '1 doveano tenere
per vero re de' Romani, e legittimo futuro imperadore. Che
la Repubblica fiorentina gli dovca pagare in nome di censo
ogn' anno trenlasei danari per focolare, e i Sanesi, e i Pe-
rugini il censo ordinario. L' imperadore all'incontro fosse
tenuto per lutto il prossimo mese di luglio, trovandosi in
Lombardia, e dar principio alla guerra contro i Visconti con
seimila cavalieri; intendendo che due ne fossero a soldo
suo, e mille a quello del papa; i qnali non pagando, fosse
egli forzato condurli a sue spese. Dovesse mantener i detti
comuni nella lor libertà, e statuti, e permettere, che, presa
la corona imperiale, il gonfaloneralo, e priori di Firenze coi
nove di Siena si dovessero di mano in mano cognominare
Vicari d'imperio: Che privilegiasse alle dette tre Repubbli-
che tutte le terre, ville, e castella, che al presente si tro-
vassono possedere, e che posseduto avessero sci anni addie-
tro, ancora che di presente non le possedessero; e soprat-
10 dovesse assolvere i detti comuni delle condannagioni a
loro fatte dall' imperatore Arrigo suo avolo ; i quali patti e
ilusione delle pratiche cominciate col K'icecancellieie dell' imperatore,
la pubblicazione delle quali Jii sostemita in fino che si vedesse la
d^liberazionej che il papa prendea de'J'atti dell'arci^'escovo, la quale
intesa a tempo del gonj'alonerato di Landò degli Albizì ec.
LIBRO DECIMO. 529
convenzioni fosse tenuto confermare per lutti i 15 del futuro
mese di giugno. Fatto ciò, la Repubblica fiorentina, come
feciono ancor l'altre, mandò ambasciadori a Cesare, « Pino
« dei Rossi, e Gherardo de' Bordoni cavalieri, Tommaso
« de' Corsini dottor di leggi, Filippo de' Magalotti, e Uguc-
« clone de' Ricci, a' quali fu dato in compagnia un sindaco
« del comune per obbligar la Repubblica in conformità del-
« l'accordalo col vicecancelliere di Cesare ; il qual sindaco,
« ricevutone la ratificazione da Carlo, se ne doveva tornare
« a Firenze. Gli ambasciadori dovean poi sollecitar Cesare
« a passar in Lombardia spacciatamenle , e in quel mentre
« procurar di farli scrivere a' signori di Lombardia e di Ro-
« magna di non far cosa alcuna contra a' tre comuni colle-
« gali, ma sì ben contra l'arcivescovo. Ebbero gli amba-
c( sciadori commessione di eseguir quanto fosse loro scritto
« dal re Lodovico in cose a suo favore, e proibizione sotto
« pena di duemila fiorini per ciascuno di non impetrar gra-
« zie in proprio, come soglion far bene spesso quei mini-
a stri, a' quali preme più il loro interesse che quello del
« principe; e io ho conosciuto di questi tali. Indirizzate in
« questo modo le C()sc col re de' Romani, si volse tutto il
« pensiero a provvedere a quello che bisognava di fare al-
ce lora in Toscana, avendo prima mandato Chiaro de' Peruzzi
« vescovo di Montefeltro, Barna de' Rossi, Lionardo Strozzi,
« Paolo Vettori, Giovanni de' Medici, e Jacopo degli Al-
« berti, credo lutti cinque cavalieri, trovandogli qualificali
« del messere, e Francesco de'Buondelraonli , e Piero degli
« Albizi per intervenire alla coronazione del re Lodovico e
« della regina Giovanna, co' quali si dovean rallegrare della
« concordia fatta col re d Ungheria, e dar parte della riso-
« luzione presa di far venire l' imperadore in Italia. Otlen-
« nero questi ambasciadori da quelle maestà il braccio di-
« ritto di S. Reparata per metterlo nella chiesa maggiore di
« Firenze, intitolala nel nome di quella santa ; del qua) brac-
« ciò racconta Matteo Villani che furono burlati dalle mo-
« nache di Tiano , dove la reliquia si conservava, avendo
M avuto un braccio di legno in luogo del vero; nel che non
« so chi la divozione accecasse più, o le monache, o i Fio-
« rentini. I quali si credettero forse in questo tempo d' esser
Amu. Vol. II. 34
530 dell' istorie fiorentine
« anche burlali da Giovanni da Olejigio, avendo loro scrilfa
« l'accordo fallo dall'arcivescovo col papa con una tregua
« per un anno, nella quale sua Santità avea nominali i co-
« rauni di Firenze, di Perugia e di Siena; ma non essendo
« comparse ancora in senato lettere dagli ambasciadori che
« erano in Avignone, fu riposto a' 14 di maggio all'Oleggio,
« che non aveano che dirli. Già Verline era stato reso dai
a Ricasoli alia Repubblica, la quale avea comandato che
« fosse smantellato con rovinare ogni palazzo o fabbrica, che
« avesse apparenza di fortezza, come fu smantellalo JVIonte-
« carelli ' ». A Lozzole era slata introdotta vettovaglia e
presidio sufhcienle con danno de'nimici, a' quali fu tolto il
battifoUe che leneano sopra il castello- E perchè ninna cosa
premea più i Fiorentini, che un desiderio ardcntissimo di
vendicarsi d.'ll' ingiuria ricevuta dai Tarlati, libertini. Pazzi,
e altri siffatti signori, quando furono assaliti dall'arcivescovo,
poslo in ordine secento cavalieri , e molle migliaia di fanti
corsono sopra la Cernia, Penna, e Gaienna, terre che si le-
neano per i detti signori, e a queste, e allre terre vicine
dcttono il guasto. Volsonsi poi a Bibbiena, ove era Piero
Sacconi, e quivi fu falla una grossa scaramuccia, ove Piero
con milledugenlo pedoni, e con alquanti cavalieri, avendo
le spalle della terra, si fece incontro a'nimici , e difese dal
guasto i luoghi più vicini. Questa cosa gli porse ardire, e
come egli era vecchio soldato, sapendo, che i Fiorentini do-
veano il di seguente andar a .Montecchio , avvisò di poterli
danneggiare occupando un colle , che era sul passo sopra
Arno. E prr questo, partilo la mattina per tempo con mille
fami, e settanta ca\alieri prese la montagna. Era capitano
de' Fiorentini Ramondino Lupo, marchese di Soragna, e fuo-
ruscito di Parma per essere di fazion guelfa. Questi accor-
tosi che il Colle era proso, mandò artilìciosamenle, come
I Dice l'Ammirato, dopo avere annoverati gli ambasciadori a Ce-
sare.- a"" quali J'u dato un sindiico per poter obbligare il comune. In-
dirizzate in questo modo le cose con P imperator Carlo , si volse
tutto il pensiero a provvedere a quello che bisognava di Jar allora
in Toscana^ a^'endo prima mandato ambasciatori a Napoli per ono-
rare la coronazione del re Luigi. E già T'ertine era stato reso dai
Ricasoli alla Repubblica. A Lozzole ec.
LIBRO DECIMO. 531
non se ne fosse avveduto, certi soldati pratichi innanzi, i quali
facendo vista d' esser colli alla sprovveduta, appiccassero un
poco di scaramuccia, studiandosi di tirare pian piano gli av-
versar] al basso ; e costoro andò soccorrendo di mano in
mano, ma non troppo notabilmente. Piero credendosi aver la
vittoria in mano, incominciò a caricarli, tenendo però sempre
una grossa squadra in disparte per soccorrere e ingrossare
la scaramuccia. Erano gli occhi de'nimici quasi lutti volti
alla pugna, quando una parie de' Fiorentini, avendo per or-
dine del capitano presa una gran volta, e passalo Arno, com-
parirono dall' altra parie del Colle sopra i Tarlali , i quali
ruppono facilmente, ne con maggior fatica sconfissono quelli
che erano attaccati al combattere , non potendo in un me-
desimo tempo resistere a coloro, che avcano dinanzi, e a
questi da' quali inaspettatamente si sentivano ferire di die-
tro. Furono morii in questo assalto più di cento de'nimici,
molti pili feriti, e dugcnto falli prigioni, « e Ira essi un fi-
gliuolo di Piero » i quali hgali ad una lunghissima fune fu-
rono condotti a Firenze in vendetta del danno patito a Raz-
zuolo. Piero con pochi compagni, che 1 raggiunsono appresso,
si ricoverò per velocità del cavallo a Bibbiena
Questo successo come che avesse recato gran soddisfa-
zione a' Fiorentini, era pure contrappcsato da' danni mag-
giori, avendo in que' giorni per opera di Francesco Castra-
cani perduta la rocca di Coriglia ( dov' era castellano Geppe
Geppi) e Sorana: e, quello che piti imperlava, scoperto che
i Pisani, a' quali erano pervenute la rocca e la terra , favo-
rivano il Castracani, il quale nonostante queste cose, essendo
aiutalo da trecento cavalieri dell'arcivescovo, s'era accam-
pato sopra Barga. « Questi danni ricevuti da' Pisani e dai
« Lucchesi fecero risolvere a mandar Stefano del Forese a
« Pisa per farne doglienze, e che essendo tulle cose falle
« contra la pace cir era fra loro, facessero rendere il tolto,
« e punir quelli che avean commessi tali ladrocinj. Vennero
« in questo mentre lettere degli ambasciadori , che davan
« conto come il papa avea ricevuto in grazia l'arcivescovo
« di Milano, e che s'era falla la tregua avvisata dall' Oleg-
« gio. Turbò mollo i padri questa nuova, ancorché sentila
a come cosa vecchia, perchè sebben avean sempre dubitato
532 dell' istorie fiorentime
« del papa, non avean però creduto che fosse slato per con-
« descender cosi facilmente alle voglie dell' arcivescovo. Fu
« consultato co' Perugini e co' Sanesi se la tregua si dovea
« accettare, e da principio si disse di sì : con far rispondere
« al pontefice, che i collegati non erano per partirsi dalla
a sua volontà, purché restasse fermo 1' accordo col re dei
« Romani di farlo venire in Italia ; ma che non mostrava già
« di volerla l'arcivescovo, poiché, dopo essere stata pubbli-
« cata, avea co' suoi continuato nell'ostilità; avendo Tanuc-
« ciò degli Ubaldini con le sue insegne e genti occupato
« Orvieto in vergogna della Chiesa. Francesco Castracani pur
« con sue genti tolto al comune di Firenze la terra di So-
« rana e altri luoghi con tener battifollala Barga. Il contedi
« Montccarclli aver cavalcalo, rubato, e arso pur su quello
« de' Fiorentini ; de' quali gli Ubaldini tenevan battifollalo
« Lozzole con genti dell'arcivescovo; e egli nel contado di
« Pistoia teneva il castello di Piteccio, di dove faceva guerra
u al comune di Pisloia, e a quel di Firenze. Che il suo \\-
« cario in Cortona avea scritto al capitano dell'oste de' Fio-
te rentini, che si trovava sopra Vertine che se ne partisse ,
^( dicendo quel castello essere stalo dato da Lapo da' Rica-
te soli all' arcivescovo. E in ultimo che agli ambasciadori
« della repubblica Fiorentina che andavano a Cesare, in pas-
« sando da Forlì verso Ravenna era slato posto aguati dalle
« sue genti ch'erano in Lugo. Ma considerando d'esser be-
te ne, avanti di risolversi ad accettarla , aspetlare la risolu-
te zione del re de' Romani, fu soprasseduto ogni risposta ».
Parevano a' Fiorentini i travagli e danni anche maggiori per
le tempeste del cielo ; ' le quali oltre il danno fatto alle bia-
de, alle vigne, e agli alberi, rovinarono molti, e grandi edi-
fici, non solo in Firenze, e nel contado, ma in tolta To-
scana. E quello che, per sopravanzare il corso ordinario delle
cose, si recava a prodigio, fu che gittato in Firenze il cam-
panile delle donne degli Scalzi v'avea ucciso la badessa, e
sei monache. Nella sommità della montagna di Pistoia avea
il vento levalo gli uomini d' in su' poggi , e traboccatigli in
• Questi danni pare\'ano anche maggiori per le tempeste del cie-
lo ec. Prima Ediz.
LIBRO DECIMO. 533
diverse parli , e si affermava per cosa certa, che di quaran-
tatre masnadieri, che in sul giogo andavano in preda ' , por-
tali dalla furia di esso, cosa favolosa a dire, non se n'erano
mai più sapute novelle. Non molto dopo a questa tempesta
prese nel primo giorno di luglio il supremo magistrato Luigi
de' Mozzi la terza volta, il quale essendo per lungo tempo
pratico nel governo della Repubblica, e avendo veduto di
gran cose a' suoi di, confortava ciascuno a non sbigottirsi per
alcun accidente ; benché olire alle cose già dette, di pochi di
innanzi duemila cavalieri dell' arcivescovo sotto la condotta di
Nolfo da Monlefellro conte d'Urbino fossero, per procaccio di
un certo Crespoldo, ricevuti in Bettona, e, per questo, messo in
grandissima gelosia lo slato de' Perugini ; anzi persuase egli ,
che si mandassero ambasciadori a quella Repubblica confortan-
dola a star di buon animo; ai quali conforti furono giunti gli ef-
fetti ; essendosi non molto dopo mandati ottocento cavalieri di
gente la miglior parte eletta sotto la condotta di Guidetto
della Torre; « e due bandiere sen'eran mandate a Ciltadica-
« stello, per concorrere in tutto ciò che fosse necessario ai
« bisogni de' confederati loro >i. Questa dimostrazione dei
Fiorentini fermò prima gli animi di quelli d'Ascesi, e dell'al-
tre terre vicine, suddite ai Perugini ; le quali per la venuta
di queste genti già avevano incominciato a vacillare, pre-
stando vettovaglia, e tenendo continue pratiche co'nimici.
Di qua nacque , che non avendo quelli di Bettona vettovaglia
sufficiente, erano costretti a scemar il numero de' cavalieri;
nel qual tempo trovandosi i Perugini usciti per accamparsi
sopra la terra, scontratisi con otto bandiere di quelle genti,
quasi la maggior parte fecer prigioni a man salva. Per que-
sta cagione s' andarono le cose de' nemici riducendo in
modo, che, per soccorrere Bettona, abbandonarono Montec-
chio, ove nel medesimo tempo tenevano ancora 1' assedio;
il che porse alquanto di ardimento a' cavalieri, che erano a
Bettona; i quali inGno a quel!' ora non dentro la terra, ma
avevano i loro alloggiamenti di fuori nella piaggia incontro
al campo de' Perugini, per fare miglior guardia; onde assali-
rono uno de' battifolli de' Perugini , e arsonlo; di che feciono
' Cioè: andayaao in cerca di preda, andavano per preda.
5S* dell' istorie FIOftE^TI^E
grande allegrezia. Ma, volendo assalir l'altro, furono io modo
gasligali , che, essendo la miglior parie di loro fatti prigioni .
il rimanente fu costretto levarsi dal campo, e attender a di-
fender le mura. Il conte Nolfo veggendo le cose di Bettona
ridursi a mal termine , si condusse per le valli di Chiusi
ad Orvieto ; onde cavò quelle genti, che v' erano della fa-
zion ghibellina per soccorrer Beltona ; ma non solo non potè
ciò fare per i passi, che trovò essere stali occupali da' Pe-
rugini, ma quando volle rimetter le genti, che aveva preso
ad Orvieto, gli Orvietani non le voUono ricevere, e agli as-
sediati mancò del tutto la speranza del soccorso. 11 conto,
il quale era loruato nella terra, accortosi di ciò, e sapendo
che i Perugini avrebbono avuto maggior gloria di aver la
la sua persona che la terra stessa , prese ordine insieme col
signor di Cortona, e con Ghisello degli Ubalciini di partirsi
la notte tacitamente di Bettona. Il che gli riuscì facilmente.
I soldati avvedutosi la mattina della partita del capitano , e
degli altri capi, avendosi per fame mangiato centocinquanta
cavalli S feciono prigioni Crespoldo, e un de'Baglioni, e man-
darono a dire a' Perugini , che quando fossero lasciati uscir
salvi con le loro persone solamente , lasciando 1' arme e i
cavalli, che eglino darebbono loro la terra, e i già detti due
prigioni ; obbligandosi olir' acciò con giurameulo di non ve-
nir mai più contra quella Repubblica, né contro i Fiorenti-
ni. Di che i Perugini furono molto conlenti , confessando
per r aiuto avuto dal comun di Firenze d' essersi a pieno
vendicati de' loro nimici, avendo fallo mozzar il capo al Ba-
glioni, e a Crespoldo, e la terra arsa, e spianata da' fonda-
menti. Non si posarono i Fiorentini per questo solo bene-
ficio fatto a' Perugini , ma congiuntisi con esso loro li se-
guitarono a dar il guasto al contado di Cortona ; dal signore
della qual città aveano ricevute continue ingiurie. Il che fu
cagione, che Giovanni Gabbrielli, signor d' Agubbio, cercò
di venire a certa concordia col comune di Perugia. Vollono
ancora i Fiorentini in quel tempo, senza esserne richiesti,
dar aiuto agli Aretini ; il cui contado era gravemenle mole-
stato da milleduegento barbute dell'arcivescovo. Ma coloro,
I Altro che fame '■
LIBRO DECIMO. 335
che aveano in mano il regj^imenlo della città, enirati per loro
interessi particolari in gelosia de' Fiorentini , sostennero
prima il guasto de'nemici, the l'aiuto dogli amici loro- Guardò
nondimeno la Repubblica con otlocenlo cavalieri le frontiere
di Valdarno. « Non avoan già voluto dare aiuto a'Sanesi, che
« lo domandavano per essersi ribellato lor Casole, anzi gli
« confortarono a far per allora le viste di non se ne avve-
« dere, per non aver a richiamar le genti , le quali erano
« in aiuto de' Perugini «. Furono bene in Firenze conden-
nati e banditi Ottaviano del cavaliere Testa, e Masino de'Tor-
naquinci , come quelli eh' erano slati accusali d' essere a
parte di tal ribellione. Qu^^into il pubblico si era portato ono-
revolmente in tutte queste imprese , tanto fu biasimato di
crudeltà Benedetto Strozzi, capitano di guardia per la Repub-
blica in San Gimignano , per avere per lieve cagione deca-
pitato Piero , e Priracrano Ardinghelli fratelli , giovani di
gran valore , di fazion guelfa , e di antica nobiltà e possanza
in quella terra. « Lotto Gambacorti, con sapula di France-
« SCO suo fratello , moderatori delia Pisana Repubblica, amico
« comune de' Fiorentini e dell' arcivescovo di Milano , non
« si sa se di propria volontà (quasi presago di quel che gli
« dovea arrivare con la venuta di Carlo in Italia), o sì vero
« mosso da altri, era venuto in questo tempo a Firenze , e
« avuto udienza dalla signoria avca rappresentato la maravi-
« glia grande, con la quale era stala sentita la risoluzione
a tanto pericolosa presa da sì prudente Senato di far venire
« in Italia il re de' Romani ; non si sapendo vedere che utile
« 0 profitto gliene potesse arrivare, essendo Carlo nipote di
« quello Arrigo sì mal trattato , e tanto disprezzalo dalla
« Repubblica fiorentina ; la quale dovea aver pur conosciuto
« di non poter ricever tanti danni dall' arcivescovo di Milano ,
« quanti ne poteva , e con ragione, aspettar col reslo d' Italia
« da Carlo, nimico, come oltramontano, del nome Italiano;
« e che era ben più facile e più lodevole il cercar di rap-
« pacificarsi col 'V^isconti, che venire a risoluzione sì preci-
« pilosa. Fu risposto da' padri a Lotto: che s' egli parlava
« mosso dal suo particolar buono affetto verso la Repubbli-
« ca, che, ancora che la pace fosse desiderata, che non gli
« si avea che rispondere. Mancala nella città con tante pene
S36 dell' istorie fiorentine
« in gran parie 1' alterigia de' grandi verso i popolari, que-
« sii con r esser divenuti più grassi e più potenti eran suc-
« ceduti ueir arroganza di quelli , trattando male i più de-
ce boli e in)polenti, onde fu dato balia a priori e gonfaloniere
« (trovandosi podestà di Firenze Ruberto de'Rubertinghi, ca-
« valiere da Orto ) per dichiarar grandi gli stessi popolari ,
'■(. che offendessero i popolari più deboli, a richiesta de' me-
« desimi offesi ». Intanto avendo preso il gonfaloneralo Ja-
copo degli Alberti la seconda volta, erano in Firenze tornati
gli ambasciatori stati mandati a Cesare senza avere conchiuso
cosa alcuna, allegandosi di ciò diverse cagioni: perciocché
altri ciò imputavano alla brevità del termine, altri alla po-
vertà di Carlo , alcuni dicevano , che Carlo era stato con-
fortato da' Ghibellini a non confidarsi de' Guelfi : molti cre-
dettono, che fosse proceduto per l'imprudenza d'uno degli
ambasciadori ; il quale, parendogli di dire un bel tratto, con
sciocca e vile metafora, avea detto a Cesare; che egli fi-
lava mollo sonile. Il qual modo di dire penetrato altamente
nell'animo di Carlo non ignorante della lingua Italiana, ben-
ché per allora avesse mostrato di non essersene accorto , fu
cagione, che, allegandone diverse occupazioni, non permise,
che da indi innanzi gli ambasciadori capitassero più alla pre-
senza sua. La Repubblica veggendosi presso che esclusa dalle
grandi speranze collocate nella persona dell' eletto impera-
dore s' applicò tanto più a' pensieri della guerra, « e essendo
« le genti dell'arcivescovo, carichi della preda degli Aretini,
« passali a danneggiar Città di Castello » , i Fiorentini pen-
sarono che fosse tempo da soccorrer Barga, ove il Castra-
cani per quattro mesi continui avea tenuto 1' assedio. Fu con
secento barbute, e con duemila masnadieri mandato a que-
sta impresa il marchese di Coragna, il quale venuto alle
mani con Francesco, che si era messo sul passo dinanzi al
Borgo a Mozzana con trecento cavalieri , e millecinquecento
lauti , e avea preso il vantaggio del terreno , in poco d' ora
lo mise in rotta, uccidendogli cinquanta cavalieri, e dugen-
toventi facendone prigioni , i quali , tolto loro 1' arme e ca-
valli , sulla fede furono rilasciati. Il marchese servendosi del-
l' occasione senza perder tempo , segui il cammino verso
Barga, ove per esser prima giunta la novella della rotta, i
LIBRO DECIMO 537
quallro baltifolli, che il nimico v" aveva fatti, cran slati ab-
bandonali. Egli vi fece raeller fuoco, avendo fornito Barga
di doppie provvisioni, per aver in essa intromesso , oltre
quelle che egli vi recava, tutte le vettovaglie e viveri gua-
dagnati a' nimici. Non la lunga età, non la tema d'alcun
avverso avvenimento, né là vicinità della morte stancava tra
questo mezzo V inquieto animo di Piero Saccone; il quale
avendo passato il novantesimo anno della sua vita, con raro
esempio di robusta e vigorosa vecchiezza, cavalcava, armava ,
e tutti quelli esercizj faceva , che possono far i giovani ga-
gliardi e valenti; perchè udito le genti de' Fiorentini esser
ite per soccorrere Barga , egli con milleottocento cavalieri
si pose a Quarata, e, dato la notte sopra il borgo d'Arezzo,
costrinse i cittadini ad abbandonarlo , e arebbdo arso fa-
cilmente, se cento cavalieri de' Fiorentini (i quali, venendo
di Perugia, erano a caso la notte slati alloggiati nel borgo)
non l'avessero difeso, e oltracciò fallo alcun danno a' ni-
mici alla coda in sul ritirarsi. Questo non che raffrenasse
punto Piero , ma maggiormente 1' accese ; e perciò unitosi
col vescovo d' Arezzo , co' Pazzi di Valdarno , e con al-
quanti degli Ubaldini, trovandosi con duemila cavalieri, e
con millecinquecento pedoni, a' 12 d'ottobre, quattro giorni
appresso alla rotta del Castracani, si mosse di Quarata, e
accompagnato d'una grossissima nebbia, avendo passato Mon-
tevarchi, lungo la riva d' Arno venuto infino alla Massa, di
là giralo, entrò improvvisamente nel borgo di Figline, il
quale (.sscndo pieno di vettovaglia, di bestiame, e di massari-
zie , bastò per molti giorni a sbramare l'avarizia de' soldati.
Non potè Figline ricevere alcuno aiuto per la prestezza del
caso, non essendo le genti che aveano soccorso Barga, tor-
nate ancora a Firenze; onde i nimici stativi due giorni, nel
terzo, dopo che 1' ebbono d' ogni cosa spogliato , V abbrucia-
rono, e furono in modo dalla nebbia, che ancora continuava,
e dal fumo coperti, che arsono prima il Tarligliese, che gli
abitatori delle castella vicine a Figline sapessero novella al-
cuna della mossa di queste genti; le quali di quivi tornale
ad Arezzo , e postesi fuor della porta alla fonte a Guinizelli,
con non minor crudeltà lacerarono da capo per molli giorni
quel misero contado; fin che, venuto più forte il verno, chi
a Milano, e chi alle sue stanze si riducesse.
S38 dell' istorie fiorentine
Prese in questo tempo per gli ultimi mesi dell' anno il
sommo magistrato Iacopo del Bene con grande , e quasi certa
speranza della pace; « onde a persuasione del Gambacorti,
« che non avea mai lasciato di persuaderla , si ridusse a
« mandar fra Bernardo de' Guasconi, e fra Bernardo del
« Nente , ambedue frati minori e segretarj religiosi della
« Repubblica a Serezzana , per sentir quello che propones-
« sero i manilativi da Milano , i quali avendo lo stesso or-
« dine, non si. veniva a cosa alcuna; se non che quei del-
« r arcivescovo dissero : Che venendosi a pace , si voleva
« che tutti i suoi collegati vi fossero inclusi ; a che rispo-
« stosi da' Fiorentini , che si vorrebbe il medesimo dalla
« Repubblica, e d' avvantaggio che si restituissero i luoghi
« acquistati nella guerra. Mostrarono quei di Mihmo deside-
« rio di saper quali fossero , e con queslo si partirono. «
Nondimeno essendo Lozzole assediato, e tenuto molto stretto
della fame dagli Ubaldini, vi si mandò per soccorrerlo Gio-
vanni degli Alberti, cavaliere e vicario di Mugello con du-
gento cavalieri e mille cinquecento pedoni. Questi con gran-
di preparamenti sapendo quello , che nel principio di que-
st'anno era succeduto a Rosso de' Ricci, occupò prima il
giogo di Malacoda, e di Vagliano, ove pose a guardia otto-
cento fanti. Egli con seicento fanti , e con la cavalleria si
pose a Prati ; e eletti cento masnadieri i migliori fra tutti ,
comandò loro, che conducessono la vettovaglia dentro il ca-
stello. Feciono costoro quello che aveano avuto in com-
messione, rimettendo dentro gagliardamente coloro , i quali
usciti da' battifolli s' erano opposti per contrastar loro il
passo; quando levatisi settanta villani del paese male armati
con trenta femmine, le quali aveano con esso loro, e mon-
tati su Malacoda , incominciarono con urli, e con strida gran-
dissime a far vista di comraovere i popoli vicini; il che
porse tanto spavento a' masnadieri posti a Malacoda, i quali
erano quattrocento , che mandarono per soccorso al vicario,
da cui ebbono cinquanta cavalieri. Ma costoro con pari viltà
non avuto ardire d'accostarsi a' fanti, li feciono come dispe-
rati del soccorso prender partito a fuggire con tanta fretta,
e timidità, che i villani, credendo appena agli occhi proprj,
lasciati a terra i palvesi per essere più spediti, si posono a
LIBRO DECIMO. 539
seguitarli. Lo scompiglio fu grande per modo , che si die-
dono anco a fuggire quelli di Vagliano. Né quelli che erano
a Prati stettero più saldi, tra i quali il capi(aiio non volendo
esser punto più valoroso de' suoi soldati , fu il primo, che,
messosi in fuga, die la nuova di questo successo a Scarpe-
peria. Così innanzi a settanta villani, e a trenta femmine con
eterna infamia dell' Alberti , fuggirono dugento cavalieri , e
mille quattrocento pedoni, de' quali essendone pochissimi
morti, quattrocento cinquanta ne rimasono prigioni, cento-
venti a cavallo , e il resto a piè.I cento , che aveano fornito
il castello, non si shigottirono per questo, anzi ripinsono da
capo dentro quegli della bastìa ; i quali erano usciti a com-
batterli, fornirono di nuovo il castello di legname; e il dì
seguente, bene acconci e avvisati alla loro difesa, se ne tor-
narono a salvamento in Mugello- Questi mali furono per al-
lora accompcignati dalle novità succedute in S. Gimignano;
benché ivi a non molto tempo ciò fosse tornato a profitto
della Repubblica, avendo gli Ardinghelli con l' aiuto dei si-
gnori di Picchenna cacciati i Salvucci , e rubate , e arse le
lor case , riconoscendo la morte dei due fratelli poco in-
nanzi accaduta dai loro conforti. I Salvucci vennero a Fi-
renze raccomandandosi al gonfaloniere, e a' priori. Gli Ar-
dinghelli scrivevano, che tenevano la terra sotto la prote-
zione della Repubblica fiorentina, e di parte guelfa; e che
se non si prendea vendetta delle cose fatte, e i Salvucci non
fossero rimessi, essi intendeano di dar la terra, dove era a
tempo, in perpetuo. Poco innanzi al e turbazioni di San Gi-
mignano erano venuti avvisi della morte del papa, succeduta
a' 5 di dicembre; perchè con tanta maggior diligenza s' al-
tendea alle pratiche della pace. Pure essendo tra questo
mezzo preso in un aguato a Civitella Gualtieri degli liber-
tini , Ggliuolo di Buslaccio , giovane molto nominato per la
fama del suo valore, condotto a Firenze, e trovandosi come
uno di quella famiglia compreso in un bando generale fatto
contra gli Ubertini , la vigilia di Natale gli fu mozzo la le-
sta. Io non so, se m' abbia a riferire quello che dagli scrit-
tori di quel tempo ho trovato scritto: parendo per avven-
tura, che io volessi sollecitar i lettori con la novità de' mi-
racoli; nondimeno sarà pure minor fallo raccontar le cose
S40 dell' istorie fiorentine
come elle si trovano, e di ciò lasciarne il giudizio libero a
chi legge; perciocché e' sono pur molli, i quali a queste
cose prestano fede, e coloro, i quali per essere, o per pa-
rer severi, e astuti stimano che elle sien favole, prendono
in ogni modo diletto , incontrandosi in simili narrazioni,
d'aver avuto occasione, onde potere schernire la credula
semplicità degli antichi. E si riferisce che, portato il corpo
di Gualtieri in due pezzi dentro una cassa a seppellire in
Santa Croce , venuto a pie del campanile di quella chiesa
s' incominciò a dibattere, e a dicrollare per un tratto di ba-
lestro con tanta furia, che aperse le congiunture della cassa,
e poco mancò , che ella non cadesse di collo a coloro , che
la portavano- Il dì seguente furono sì grandi i tremuoti in
Toscana, che continuando per il resto dell' anno, quasi ab-
battè tutto il Borgo a Sansepolcro -, ove sotto la rovina de-
gli edifici caduti perirono più di duemila persone. Intanto
si stringeva il negozio della pace generale tra tutti i comuni
di Toscana d'una parte, e l'arcivescovo e i Ghibellini dal-
l' altra ; la qual cosa presentita da' Cortonesi , vollono , per
mostrare piìi liberalità, prevenire, e accordarsi co' Perugini
senza essa. Ma desiderando, per vivere più quieti, malleva-
dore , circa il mantenimento della detta pace il popolo flo-
rentino con obbligazione di duemila marchi d' argento , la
Repubblica per beneficio comune dell' una e dell' altra città
creò Sindaco sopra ciò Otto Sapili suo cittadino ; il quale
ÌB nome della signoria promise largamente quello, che i Cor-
tonesi addomandavano. « In Firenze fu tolla via la (jabcUa
« chiamata delle querimonie, stata trovata da' Venti per ac-
ce crescer 1' entrate del comune , la quale par che fosse pa-
(( gata da quelli , che, trovandosi aggravati dal pubblico , e
« da' magistrali , e uficiali ne volevano far doglianza '. E per-
ei che r entrate pubbliche fossero meglio governate, fu or-
« dinato r uficio de' Regolatori, di quattro cittadini, uno per
« quartiere, che tre popolari e un grande, a' quali si dette
« la cura di tener conto dell' entrale e uscite della Repub-
' Bel modo per far chetare la gente! e pure nou si chetavano; il
che mostra che non v'ha nulla che valga a ritenere i popoli dal richia-
marsi e doler^t de'mali governi, e chi intende di resister loro non fa
che dar di cozzo nella fata.
LIBRO DECIMO. 541
0 blica con autorità di poter accrescere e diminuire, secondo
« le occorrenze pubbliche, le gabello. A Riccardo de' Can-
« cellieri, a Giovanni de' Panciatici, a Agnolo dc'Lazzari,
« e a Andrea de' Muli, tutti e quattro cavalieri pistoiesi, fu
« data la cittadinanza fiorentina. Fu poi risoluto; non re-
te stando i Gambacorti di confortare i Fiorentini, di mandare
« ambasciadori a Serezzana per concluder la pace, e a tale
« effetto furono eletti Giannozzo de' Cavalcanti cavaliere,
« Niccolò di Lapo giudice, e Carlo Strozzi, a' quali fu com-
« messo di procurar di non arrivar in Serezzana avanti gli
« ambasciadori dell' Arcivescovo ' ». Questa provisione fu
fatta il primo giorno dell'anno 1353, nel quale era stato tratto
gonfaloniere Giovanni de' Medici cavaliere, quegli che fu am-
basciadore al re d' Ungheria , ma non ebbe ventura di ve-
dere , che nel suo magistrato si fosse dato fine a quella
gueira , nella quale l'altro Giovanni si era portato con tanta
sua lode; perciocché, come avvenne appunto a Nastagio Bu-
celli primo gonfaloniere dell' anno passato, morì ancora egli
risedendo gonfaloniere, e in suo luogo fu tratto per il resto
del tempo Manette da Filicaia, figliuolo di Spigliato. Questi
non dubitando più della guerra, per la pace che si lenea di
fermo per conchiusa , la quale era sollecitata grandemente
dal nuovo pontefice, il quale Innocenzio VI volle esser chia-
malo, « e avea dato conto a' Fiorentini della sua elezione
con breve dell' ultimo di dicembre », e veggendo che quelli
di S. Gimignano non voleano ricevere i Salvucci, mandò, di
consentimento de' priori , e di tutto il senato , Paolo Vaiani,
nobile romano , il quale era allora podestà di Firenze, con
seicento cavalieri , e con gran numero di popolo a pie , a
rassettar le cose di quella terra. I Sangimignanesi solTersono
prima il guasto del contado, che recarsi ad ubbidire ; e non-
dimeno , dopo ricevuto il danno , temendo di peggio , ven-
nero a questo accordo, che gli Ardinghelli si pacificassero
I II vecctiio Ammirato dice : -Poi si mandarono nuovi ambascia-
dori per la conclusione della pace , avendo aggiunto aUa persona di
Lotto Gambacorti per compagno Francesco della medesima fami-
i^^lm, acciocché le cose procedessero con maggiore autorità. Il Co-
lio dice : die in questa pace., che fu concliiusa in Sarzana., inter-
venne per i Fiorentini Carlo Strozzi.
S42 dell'istorie fiorenti>e
to' Siilvucci, avessero i fuorusciti i frutti de' loro beni, ma
che per sei mesi non entrassero nella terra: Che la Repub-
blica, oltre il termine di tre anni, che dovea aver la guardia
di Sangiraignano, l'avesse ancor poi per cinque altri, e te-
nessevi col capitano della guardia, «il quale fu Pepo d'An-
tonio degli Albizi» settnntacinque cavalieri alle spese de'ter-
razzani. « Alle preghiere degli stessi Sangiminiatesi fu per-
« donato a Sloldo , Simone , Zanobi e a Ranieri de' Rossi
« inquisiti d' essere entrati armatamano , di uolle tempo
« nella terra, e commessovi delle scelleratezze. Tornavansi
« d'Ungheria i principi de' Reali di Napoli liberati da quel re:
« perchè dubii.indo i Fiorentini che volessero o potessero
u venire a Firenze, gli mandarono, sotto spezie d'onore e
« di rallegrarsi della loro liberazione, Iacopo degli Alberti,
« e Donato Velluti ad incontrargli in Romagna , con ordine
« d'informarsi dilla strada che fossero per fare, e, se per
« la Marca gli accompagnassero due o tre giornate, secondo
« che mostrassero di aver gusto ; ma dicendo di voler ve-
« nire lutti a parti- a Firenze cercassero di dissuadernegli nella
« miglior maniera possibile , e , non volendo intendere , di-
" cessero lor chiaramente, che non ci venissero, perche es-
« sendosi la Repubblica mostrata sempre affezionata a lutti
« i discendenti del re Carlo, non voleva cominciare ora a
« mostrarsi parziale. Per questo non aver voluto dare il
« passo per il suo dominio al re d' Ungheria ; e per lo stesso
« rispetto fu fatto vedere al re Luigi in passando per To-
« scana , che non era bene che venisse a Firenze, potendo
« la Repubblica, non si mostrando parziale, operar più fa-
« cilmente a onore, comodo , e servizio di tutti ». Fu in
questo tempo recato in Firenze il corpo di Lorenzo Ac-
ciainoli, figliuolo del gran Siniscalco, morto nel regno; il quale
con pompa non usata alla città fu portato a seppellire al mo-
nastero della Certosa , poco innanzi edificato dal padre tra
la Greve e V Ema su un poggio rilevato presso a due mi-
glia fuor della città. Era il suo corpo dentro una cassa co-
perta tutta di broccato d' oro , e questa era messa in una
lettiga ricchissima portala da due grandi destrieri , su quali
erano due scudieri vestiti di nero, che guidavan la bara. In-
nanzi al corpo andavano sette destrieri coperti di velluto
LIBRO DECIMO. 0Ì3
"nero iiifino a terra, tulli con 1' arme della famiglia d' argento
batlulo. 1 due primi portavano un gr;in cimiero per uno, il
terzo lo stendale, gli altri quattro, ciascuno una grande ban-
diera di queir arme con le targhe rilevate. Il numero de'dop-
pieri, de' religiosi, e de' ciltadini fu grande, da' quali accom-
pagnato infìno alla porta di S. Pier Gattoliiio appicde , di
quivi essendo montati molli a cavallo, feciono apparire un' al-
tra sorte di spettacolo. Non fu il giovane , olire i meriti e
stato del padre, giudicalo indegno di questo onore per pro-
pria virtù, essendosi nelle guerre di quel regno portalo va-
lorosamente.
Ora in Firenze rimanevano le molestie domestiche, ca-
restia, benché molto minore che nell'altre parti d'Italia (per
rimediare alla quale furono deputati oUo cittadini), e ladro-
necci grandissimi per la città, non essendo notte, che alcun
solenne furto non fosse commesso con grandi rammarichìi
del popolo, e non piccola indegnazione del podestà Vaiani,
il quale, come che molto diligentemente di ciò facesse cer-
care, nulla ne ritrovava; il che parca strano, essendo più che
in altra città d' Italia, costume in Firenze d' andar intorno la
notte. Trovossi finalmente d' orrevoli ciltadini aver mano a
queste ribalderie, e la cosa esser ita cotanto tempo coperta
per un nuovo artificio usato in questo mestiere. Ragunala la
schiera de' riibalori con trombe, e liuti, e altri stromenti mu-
sicali, si poneva in alcuna via, come ciò si facesse per amor
di donna, a sonare. E Ira tanto mentre allri con lieve e
tanaglie sconficcavano le case, e le botteghe , alcuni giovani
di buone famiglie posti a' capi delle vie, pregavano se alcun
si trovava a caso di voler quindi passare, a far altro cammi-
no ; perciocché era in quel luogo chi per conto di donna
facea far la musica, che non avea caro d'esser conosciuto.
Così a suon di trombe e di leuti erano imbolali i beni dei
poveri cittadini; finché fra gli altri si scoperse Bordone Bor-
doni, leggiadro e ardito giovane, esser menatore di questa
danza. Era costui stato figliuolo di Chele e nipote di Pagno,
l'uno e l'altro suti gonfaloniere di giustizia; il fratello di
lui, il qual vivea, era Gherardo, stalo l'anno innanzi araba-
sciadore all'imperadore. La famiglia per ricchezza, e per
dignità, e per parentadi era mollo polente, benché allrc volte
S44 dell' isToniE fiorentine
fosse stata battuta. Talché, essendo Bordone richiesto, non si
sbigottì di comparire ; ne il podestà romano , patria poco
propizia alla sua famiglia (perciocché Bordone, e Gherardo,
suoi zij, furono anche l'un confinato , e l'altro ammonito da
un' altro uficiale romano ), stette molto a pensare di metterlo
alla fune , e avendo confessato , non si dubitava che egli
fosse per eseguir la giustizia. Il fratello e parenti, fatte lor
ragunate, dinanzi a' priori il difendevano. E già il gonfalo-
niere Filicaia , e compagni aveano preso le parti sue. La
plebe volea in ogni modo che la giustizia avesse il suo ef-
fetto, a cui inchinando il podestà non voleva ascoltar le pre-
ghiere e conforti de' priori. I quali vedendo che la lor in-
tercessione era sprezzata , cassarono tutta la famiglia del
podestà; la cui ingiuria non polendo egli con forte animo
sofferire, rese la bacchetta del suo magistrato a' priori, e
detto loro, che non avendo la giustizia il suo luogo, egli era
inutile a Firenze, se ne tornò privato al suo palagio, e lieto
di vedere , che il popolo minuto farebbe le sue vendette :
quindi, montalo subitamente a cavallo, se n'andò a Siena.
Sentitosi questo per la città, il romore fu grande, non si par-
lando altro per tutti i lati, se non che in Firenze la giustizia
era spenta pe' grandi, e che solo i piccoli, e i poveri d' ogni
picciol fallo erano a guisa di pecore menati al macello. E
con questi romori si trovò la mattina seguente per molti
canti notalo con carbone ne' muri, che in Firenze non si fa-
ceva giustizia. Di che accorgendosi Tommaso Corsini, dottor
di leggi succeduto al Filicaia nel gonfalonerato, « e dubitan-
« do di tumulti, non facendo il popolo segno di volersi ac-
« chetare, fu costretto co' priori di annullare la cassazione
« fatta degli ufuiali del podestà, e di mandar per lui Amerigo
« da Sommala, e Francesco Bruni notaio, con dolersi della
« sua partita, poiché l'avergli cassalo la famiglia non era
« stato per impedir la giustizia, ma solo per ritardarla ». Il
podestà , avuto, sotto protesto della carestia, due mila fiorini
d'oro oltre al salario, se ne tornò alla sua carica con dop-
pio utile e riputazione, e senza perder momento di tempo
fece mozzar il capo al Bordoni, ' bandi molti consapevoli ,
J II testo dice ; Di che accorgendoti coloro, che governavano , e
LIBRO DECIMO. 545
e purgò la città dalle ruberie \ L' ultimo di marzo fu fìnal-
u mente per mezzo de' Gambacorti fermata la pace in Seraz-
« zana tra l'arcivescovo di Milano, per il quale v' erano am-
« basciadori il marchese Guglielmo Palavicino, e Protaso dei
« Caymi, e la Repubblica, ambasciadore e sindaco della quale
« a farne il contratto fu solo Carlo degli Strozzi, e i Pe-
« rugini. I Sanesi vi furono nominati come collegati con ob-
« bligo di ratiQcarla fra tre mesi. Vi furono anche nominati
« tutti gli aderenti, seguaci, raccomandati, e amici delle par-
(( ti; e i capitoli più principali furono (dico piti principali,
« perchè il contratto della pace è un libro ben grande , e
« ve ne sono molti toccanti a' Perugini, e ad altri): Che ri-
« mettendosi ira le parti ogni ingiuria , non se ne potesse
« fare per alcun tempo inquisizione contra chi fosse incluso
« in essa: Che gli Ubaldini come seguaci dell'arcivescovo
« fossero liberati da' bandi e condannagioni , con ritornare
« ne' beni slati lor tolti dal 1340 innanzi, e che Gentile e
(( Ugolino de' Soldanieri , e Ricovero de' Cerchi godessero
« come seguaci degli Ubaldini, a' quali si dovesse dalla Re-
« pubblica restituire il castello di Lozzole. Il medesimo si
« facesse, in quanto a' beni, a' conti di Sanbavello , e a Ga-
« leotto e Riccardo de' conti Guidi, e che a' conti Simone e
« Spina fosse amministrata giustizia per quello pretendes-
« sero nel castello del Pozzo: Che alcuni de'Ricasoli e degli
« Agolanti di Firenze fossero liberati da' bandi; e lo stesso
(c seguisse d'alcuni degli Ammanati, de' Tedici, de'Vergel-
« lesi, e de'Gualfreducci di Pistoia, e de' Guazzalotri di Pra-
« to ; con questo però che mai si potessero accostare a Fi-
« renze , a Pistoia, né a Prato per dieci miglia ; altrimenti
« incorressero nelle pene de' lor bandi. Che la città di Arezzo
« fosse governala e retta come si faceva allora ; che i Ghi-
dubitando di tumulti, non Jacendo il popolo segno di volersi acche-
tare^ furono costretti mandar per lo podestà; il quale a\>uto prima
per suoi interessi duemilacinquecento Jìorini d' oro, un doppio utile
e riputazione, tornò a Firenze, e quitti senza perdere un momento
di tempo fece mozzar il capo al Bordoni ec.
I È vero che ancora in quel tempo e in que' governi si commettevano
delitti i e si facevano iagiastizie. Ma è vero anche che il popolo se ne
accorgeva, e costringeva i magistrati a fare la giustizia.
Amm. Vol. II. 33
546 dell'istorie fiorentine
« bellini e seguaci degli Ubaldini vi potessero andare e slare.
« e godere i ior beni: ma gli Uberlini lutti, de' Pazzi i di-
« scendenti di Branzallo, i nobili di Talla , quei di Monlagulo
« de'Barbolani , i conti di Palazzuolo , Neri della Fagiuola
« con tulli della sua casa, e il signor di Cortona con suo fra-
« lello e seguaci non vi si potessero accostare a due miglia,
« e a ciascuno fossero restituiti i beni non alienali avanti
« al 1340. Piero Saccone , e suoi consorti non vi si potes-
« sero ancor essi accostare a tre miglia, salvo nel luogo di
« Pietraraala; nel qual luogo fosse Ior lecito di stare e abi-
ti lare, con aver per loro e per i Ior castelli le medesime
« esenzioni per tempo di dieci anni, che aveano avanti si
« unissero con l'arcivescovo; e che tutte le terre acquistale
« dal Saccone e da' suoi consorti nella guerra fossero pari-
« mente per dicci anni esenti, eccettuato la fortezza di Tuori
« di 'V^aldechio , la quale si dovea restituire a di chi era,
« con far pace con quei di Castiglione Aretino. Che Niccolò
« da Monteaguto de'Barbolani e gli abitatori del dello luogo
« godessero per tre anni l'esenzioni che godevano per la
« pace tra' Fiorentini e Pietramalesi: Che le castella e luo-
« ghi del vescovo di Arezzo fossero esenti conforme alla
« pace degli Uberlini, con avere il civile e criminale. A Nic-
« colò degli libertini fosse lecito di vendere il castello di
'( Civitella a chi gli piacesse senza il consenso de' Fiorentini,
« con esser accordalo il prezzo dal Gambacorti, o da due
« chiamati: Che agli libertini fossero restituiti i beni, non
« si intendendo di quelli di giuridizione, o castelli, ne de-
« gli alienali avanti al 1340, e potessero stare nel castello
« dell' Ambra, e quello far guardare ; ma 1' amministrarvi giu-
« stizia fosse degli Aretini. A Biagio conte di Palazzuolo
« restassero i castelli di Palazzuolo, e di Ripaglia, e ogn' al-
ci tra giuridizione che avesse avanti la guerra: Che il cava-
li bere Francesco Castracani dovesse rovinare la fortezza e
Il muraglia del castello di Tiglio , e cosi renderlo alla Fie-
li pubblica fiorentina, alla quale restassero i castelli di Seg-
II gio, di Molognone, e di Pedone: Che il castello di Soraho
« preso otio mesi prima con la bandiera di Milano, restasse
Il libero alli abitatori, i quali non lo potessero alienare ne
(i ali arcivescovo né a' suoi seguaci, e dalla Repubblica fos-
LIBRO DECIMO S47
« sero liberati da' bandi: C.he il contado di Coreglia restasse
« libero a' Castracani : Che Giovanni di Conte de' Medici,
« Taddeo dell' Antella, e Uguccione de' Sacchetti con ogni
« altro che si trovasse bandito per causa dell' arcivescovo
« fossero liberati: Che il signor di Cortona godesse della
v. pace come aderente di Milano: Che in Cittadicastello con-
« tinuasse il governo che vi era: Che l'arcivescovo liberasse
« da ogni bando quei del Borgo a Sansepolcro banditi da
« poi che ne avea la signoria, con lasciar fra tre mesi quella
« terra libera, né più impacciarsene, e lo stesso facessero i
« Perugini: Che lasciasse anche libera in mano di Marco da
« Pietramala la terra d' Anghiari, come dovesse fare in mano
« de' Pistoiesi i castelli e fortezze di Piteccio e della Torre,
« e le ville del Treppio,di Fossato, di Monticelli, e di Pon-
« temezzano tutte del contado di Pistoia. Il castello e for-
te tezza di Sambuco e Sambucone , pur del contado di Pi-
« stola, l'arcivescovo gli desse, col consenso del vescovo di
« Pistoia, in mano de' Pisani, da' quali si dovean guardare
« a spese dell'arcivescovo e de'Fiorentini, e dargli poi, man-
« cando 1' una delle parti alla pace , a quella che 1' osser-
« vasse. La Repubblica disfacesse ogni fortificazione fatta al
« castello di Montegemmoli con lasciarlo agli Ubaldini: Che
« ogni proibizione fatta dall'arcivescovo per i panni di Fi-
« renze fosse annullala, e lo stesso seguisse delle fatte dai
« Fiorentini di quei di Milano: Che l'arcivescovo né perse
« né per altri si dovesse intromettere nelle cose di Toscana,
« e del ducato di Spoleti, eccetto però del patrimonio di
« S. Pietro posto in Toscana , e in questo a richiesta solo
« del papa e a suo favore, e in conto alcuno non si dovesse
« intromettere nelle città di Firenze, di Pistoia, di Perugia,
« di Cittadicastello, della terra del Borgo a Sansepolcro, di
« Pisa, di Lucca, di Serazzana, e de' loro contadi e distretti,
« e intromettendosene s'intendesse la pace rotta. Il raedesi-
« rao s'intendesse per la Repubblica e suoi collegati inlro-
(C mettendosi nelle cose di Bologna, della provincia di Lom-
« bardia, e altri luoghi sottoposti all'arcivescovo. Che si
« rimettessero tutti i banditi per conto di guerra da ciascuna
« delle parti, o qualunque altro che fosse dichiaralo ade-
« rente dell'arcivescovo , la qual dichiarazione avessero a
548 dell' istorie fiorentine
« fare Lotto e Francesco Gambacorti. Pena centomila fiorini
« d' oro a chi contravvenisse ad alcuno de' capitoli della
« pace. La quale fu fatta bandire a'9 d'Aprile ' ». Con que-
ste e altre convenzioni fu per allora posto fine alla guerra,
la quale era stata tra' Visconti e Fiorentini.
' Il vecchio Ammirato dopo ruberìe, seguita nel seguente modo infino al
termine del libro : Prese poi il gonj alone rato Tommaso Corsini dottor
di leggi; nel qual tempo essendo conchiusa la pratica della pace, e non
ancor pubblicai a, J'u per riceversi alcun danno dalle genti dell' arcive-
scovo in Mugello. Ma essendo finalmente pubblicata in Firenze il
primo dì d' aprile, l' armi si posarono per tutto. I capitoli princi-
pali furono questi: Che buona e leale pace, e da doversi sempre os-
servare si Jacea J'ra V arcivescovo di Milano e tutte le sue città,
sudditi e aderenti da un lato, e i Fiorentini, i Perugini, Senesi, gli
aretini, ed altri simili co'' loro distrettuali e aderenti daW altro.
Essendo l' arcivescovo tenuto di rimetter in mano comune la Sam-
buca, e il Sambucone ; e il comune di Firenze disjàr Montegemmoli;
il qual disfatto dovesse subito riaver le dette castella depositate;
che niuno per P avvenire potesse più riedificare Montegemmoli: Che
i Fiorentini fossero tenuti render Lozzole agli Ubaldtni , e l'arci-
vescovo Peteccio, e /' altre tenute da' Pistoiesi : Che la Repubblica
fiorentina dovesse trar di bando tutti i banditi per detta guerra, o
qualunque altro fosse dichiarato aderente del detto arcivescovo, la
qual dichiarazione avessero a fore Lotto e Francesco Gambacorti
metzani delta detta pace. Con queste convenzioni ec.
Fine del Tomo Secondo
della i.^ paute.
II^DICE
DEL TOMO SECONDO
-oi^m^r>-
LiBRo Quinto. ( Anni 1309-1321 ) Pag. o
Libro Sesto. (Anni 1322-1326) « 83
Libro Settimo ( Anni 1327-1331) « 163
Libro Otvavo. ( Anni 1332-1339) « 233
Libro Nono. ( Anni 1340-1343; « 331
Libro Decimo. [Anni] 1344-1353) « 427
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